SPORT POPOLARE: dalla buona pratica alla lotta politica

1 Posted by - 12 aprile 2017 - METROPOLI vs TERRITORI

Decine di palestre popolari, decine di squadre di calcio autorganizzate, ma anche squadre di basket, pallavolo, rugby, fino ad arrivare a gruppi di alpinismo e squadre di roller-derby. L’universo di quello che attualmente viene definito “sport popolare” è in continua espansione.

Progetti che nascono spesso dentro o attorno a centri sociali e realtà politiche territoriali, oppure che si generano da un bisogno diffuso nel territorio di appartenenza. A volte, entrambe le cose insieme. Si può dire senz’altro che negli ultimi anni questi progetti sportivi siano stati tra le cose meglio riuscite nell’universo dei compagni e delle compagne. Il che ha anche i suoi risvolti negativi, nel senso che forse dovremmo interrogarci maggiormente sul perché molte altre cose non ci riescano così bene, ma questo è un altro discorso.

Nell’ambito dello sport popolare inizia ad affermarsi un preciso universo organizzativo e valoriale, pur nelle mille legittime differenze che si possono riscontrare a seconda del tipo di sport, del territorio su cui si agisce, e anche della propria attitudine a tradurre nel concreto le convinzioni politiche di partenza. Innanzitutto si presenta il tema dell’autogestione: la sovranità appartiene all’assemblea dei membri attivi del progetto; le tradizionali rigide gerarchie che si incontrano nel mondo dello sport vengono sfidate a più livelli, da quello organizzativo e gestionale fino, almeno in alcuni casi, a quello tecnico vero e proprio. Ciò non significa che non si creino delle gerarchie naturali, basate sull’impegno profuso dalle persone nel progetto, ma queste devono restare fluide e rapportate per l’appunto al grado d’impegno e di fatica spesa nel portare avanti gli sforzi necessari allo sviluppo della squadra o della palestra. Un individuo è liberissimo di essere semplice “utente”, ma tendenzialmente viene incoraggiata la partecipazione attiva, sia ai processi decisionali che agli sforzi di manovalanza.

Qui si innesta un altro discorso importantissimo: quello dell’accessibilità universale alla pratica sportiva. In un’epoca in cui fasce sempre più larghe di popolazione si ritrovano escluse, o comunque in enorme difficoltà nel potersi permettere economicamente di praticare sport in modo serio, o nel poterlo far praticare ai propri figli, le realtà popolari hanno aperto uno scenario dal potenziale dirompente. L’autogestione e la condivisione di saperi possono fare miracoli, e così diventa possibile, in modo del tutto gratuito o a costi di rimborso quasi simbolici, allenarsi e competere in modo organizzato e qualitativamente valido: nelle reti sociali in cui gravitano tali progetti non è difficile infatti trovare istruttori disposti, per la sincera passione che li muove, a mettersi a disposizione, così come è possibile mettere in condivisione i saperi e intraprendere una crescita collettiva, in cui la separazione di ruoli tra insegnante/allenatore e allievo/giocatore si fa più sfumata. Far tornare reale l’accessibilità allo sport ha permesso in questi anni un’aggregazione davvero significativa attorno a tali progetti, soprattutto negli strati proletari dei quartieri metropolitani e delle città di provincia: come dire, quando si centra l’obiettivo e si individua bene il bisogno, il riscontro positivo non manca, lezione valida anche per tutti gli ambiti non sportivi.

Conseguenza diretta di questo modello organizzativo è la responsabilizzazione di chi vi partecipa, nell’ottica di superare lo schema dell’utente che usufruisce di un servizio: siamo molto abituati infatti al meccanismo “io pago, tu fai questo di lavoro quindi mi insegni e mi gestisci le infrastrutture”; è il mondo in cui ci hanno costretti a crescere. Dopo anni di crisi economica questo mondo mostra delle crepe, ed oggi abbiamo l’occasione per un cambio di mentalità che vada verso quello che un vecchio barbuto sintetizzava efficacemente con “da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”. È evidente che non tutti saranno in grado o avranno voglia di insegnare muay thai o di fare il mister di una squadra, ma tutti siamo in grado di spazzare per terra, lavare le divise, fare i turni al bar o in cucina alle feste di autofinanziamento. Questo vuol dire poter smettere di pagare 60 euro al mese e pagarne invece 15, o addirittura niente. E soprattutto, di sentirsi davvero parte di qualcosa, invece che clienti costretti a misurare in denaro qualsiasi prestazione.

Tutti questi aspetti sono contornati dall’universo di valori umani e politici che collettivamente si vogliono preservare e promuovere. E i paletti di base, come è normale che sia, vanno per esclusione e prevedono il prefisso “anti-”. L’antirazzismo è un aspetto che si fa strada con totale naturalezza all’interno dei progetti popolari; casomai diventa una questione dolorosa quando si compete con realtà sportive “normali”, e gli episodi brutti in tal senso non sono mancati. Leggermente più complesso è forse il discorso sull’antifascismo: partendo dal presupposto che non può esserci spazio alcuno per fascisti nella partecipazione a tali progetti, né alcun riconoscimento dei loro scimmiottamenti di progetti “popolari” che altro non sono che circoli privati, la questione sta, tutt’al più, nel come si declina il concetto di antifascismo in un progetto sportivo. Chi scrive non auspica affatto una deriva per cui tali progetti diventino il circolo ricreativo degli antifascisti militanti, che sbattono costantemente in faccia al mondo i loro simboli e guardano in cagnesco chiunque non abbia un purissimo pedigree di compagno. Non è un dito puntato contro nessuno, solo la volontà di sottolineare un rischio che si può correre. La via più corretta sembrerebbe quella di far vivere l’antifascismo nei comportamenti quotidiani, nel rifiuto della sopraffazione e del profitto e nella vigilanza contro eventuali tentativi di strumentalizzazione. Se fare un passo indietro a livello di estetica può aiutare a farne dieci in avanti in termini di riuscita del progetto, probabilmente il gioco vale la candela.

Altra grande questione è quella dell’antisessismo, e viaggia su più binari. Innanzitutto ce n’è uno “interno”, perché anche negli ambienti per così dire “di movimento” si è ben lontani dall’aver sviluppato seri anticorpi al sessismo, per quanto ci siano esempi validissimi di impegno in tal senso, come ad esempio la rete di palestre che danno vita a GASP (Giornate Antisessiste dello Sport Popolare). Oltre a ciò, i progetti popolari sono per ora una goccia in un mare, quello dello sport italiano, di un’arretratezza culturale drammatica, in cui i massimi vertici delle Federazioni sportive possono permettersi di esprimersi come un vecchio ubriacone al bar senza che ciò scateni altro che timidi e quasi divertiti rimproveri. Per non parlare delle condizioni materiali ed economiche in cui è costretto a barcamenarsi lo sport femminile. O anche della stessa rigida e onnicomprensiva suddivisione dello sport in “maschile” e “femminile”, presa come un dogma assoluto ma su cui invece si può riflettere, e molto. Insomma, su questo terreno la proposta “popolare” ha una strada più impervia davanti a sé, sia per il deserto che ha intorno, sia perché deve combattere anche al proprio interno.

Veniamo infine alla questione più specificamente politica. Perché anche se tutto quello che è stato sopra descritto si realizzasse, ciò ancora non basterebbe. Potremo avere squadre che continuano a scalare campionati e classifiche, e palestre che sfornano autentici campioni. Potremo affinare l’autogestione dei progetti portandola a livelli avanzatissimi. Potremo portare alti i nostri valori in giro e fungere da contagio, veder nascere nuovi progetti. E, per carità, sarebbe già tantissimo. Ma il tutto sarebbe una grande e bella nicchia, una riserva indiana, anche se arredata di tutto punto. La chiave che invece può scardinare molti meccanismi, manco a dirlo, è quella della lotta. Scagliare la potenza di questi progetti contro i meccanismi con cui è governato il mondo dello sport dilettantistico, così come contro la speculazione che regna sui nostri territori e ci mette davanti ostacoli continui. Molte realtà si sono già trovate a combattere a livello locale contro incuria istituzionale, costi eccessivi, meccanismi clientelari. E più si avanzerà, più toccherà farsi largo nel fango.

Per sintetizzarla in un solo esempio, non serve solo offrire la possibilità di fare sport gratis, ma anche pretendere che questo avvenga negli impianti del Comune.

Essere esempio sul campo, e proposta conflittuale fuori.

Oreste

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