CAMMINARE DOMANDANDO: panoramiche dall’EZLN

2 Posted by - 13 aprile 2017 - CONTRIBUTI, INTERNAZIONALISMO

Quello che da sempre più stupisce dell’Ejército Zapatista de Liberación Nacional (d’ora in avanti EZLN), rispetto alle guerriglie classiche del ‘900, è la sincera capacità di mettersi in discussione, di rielaborare il proprio discorso e cammino politico a seconda delle fasi e degli interlocutori con cui si trova a interagire, mantenendo però sempre una solida coerenza di principi.

Lo si vede da subito: da quel 17 novembre del 1983 quando sei militanti delle Fuerzas de Liberación Nacional (FLN) si recano nel profondo Sud della nazione con lo scopo di innescare un fuoco guevarista in Chiapas, lo Stato più povero del Messico. Questo primo nucleo di compagni, con un’impostazione marxista e convinti nel dover “proletarizzare i poveri indios del Sud del mondo”, si ritrovano invece a confrontarsi e a scontrarsi, in termini dialettici, con comunità indigene autoctone che si sono affermate come reale soggetto politico in resistenza da oltre 500 anni: contro il colonialismo spagnolo prima, contro il neoliberismo poi. Si viene a creare quindi una sorta di sincretismo, una commistione tra queste due realtà che porterà alla nascita, appunto, dell’EZLN. Un progetto rivoluzionario che lavorerà in clandestinità per dieci lunghi anni vedendo costantemente ingrossare le proprie fila tra le popolazioni indigene del Sud-Est messicano, sfruttate e vessate da secoli di ingiustizie e di sopraffazioni.

In concomitanza con l’entrata in vigore del NAFTA1, l’EZLN esce alla luce del sole con l’insurrezione armata del 1° gennaio del 1994, occupando diversi capoluoghi municipali del Chiapas e dichiarando guerra allo Stato messicano. La reazione del governo ultraliberista di Salinas de Gortari è ovviamente spietata, inviando migliaia di militari in Chiapas e seminando il terrore all’interno dei villaggi indigeni.

Con la Prima Dichiarazione della Selva Lacandona, l’EZLN invita l’intero popolo del Messico a prendere le armi e a seguirli fino alla capitale per destituire il potere da 70 anni in mano al Partido Revolucionario Institucional (PRI), partito di Stato. Si apre però uno scenario inaspettato: la società civile appoggia in massa gli zapatisti, ma non prende le armi e spinge, attraverso manifestazioni oceaniche, affinché si arrivi a un cessate il fuoco per fermare i massacri dell’esercito messicano nei villaggi e si gettino le basi per gli accordi di pace. Il governo si vede costretto a trattare. L’EZLN, a sua volta, comprende che ormai i tempi sono cambiati, che la società civile non è più disposta a prolungate guerre civili e che urge la necessità di mettersi in ascolto e di trovare nuove strade di coinvolgimento con i movimenti non armati. Ciò porterà gli zapatisti a formulare una serie di proposte politiche che si susseguiranno nel corso degli anni, miranti non solo alla sovversione dello stato di cose presenti in Messico, ma a costruire ponti con popoli e movimenti lontani per cambiare il mondo.

Nel ’96 si conclude la prima trattativa tra gli zapatisti e il governo messicano, in quelli che saranno conosciuti come gli Accordi di San Andrés, concernenti modifiche costituzionali in materia di autonomia indigena. Il governo firma gli accordi, ma non li rispetta. Di conseguenza, gli zapatisti chiuderanno ogni tipo di rapporto non solo con il governo, ma con ogni tipo di partito politico e istituzione: l’autonomia non si chiede, ma la si strappa e la si costruisce giorno per giorno nella lotta al capitalismo, in basso e a sinistra!

Nel 2003 si giunge ad una svolta: la parte militare dell’EZLN che amministrava i territori liberati con l’insurrezione del ’94 ripiega – senza mai deporre le armi – su un ruolo puramente difensivo, proteggendo le comunità e l’autonomia. Da questo momento saranno i militanti base dell’organizzazione, le Basi d’Appoggio dell’EZLN, a essere chiamati alla gestione diretta della propria vita ed in maniera collettiva. Avviene quindi una separazione netta tra la parte militare, con la sua gerarchia e il verticismo intrinseco delle operazioni di guerra, e una parte civile, che si autogoverna attraverso un complesso sistema assembleare che tende il più possibile alla gestione orizzontale della vita comune.

Il territorio delle comunità zapatiste si divide in cinque zone, ognuna di queste coordinata da un Caracol2. I Caracol divengono i centri politico-amministrativi nei quali risiede la Giunta del Buon Governo, eletta a rotazione ogni tre anni tra le Basi d’Appoggio di tutte le comunità di zona, e principale strumento politico attraverso il quale la società zapatista si autogoverna. Il compito della Giunta del Buon Governo è quello di risolvere a livello regionale i problemi posti dalle comunità e di mettere in pratica ciò che le assemblee comunitarie hanno decretato per consenso. Per questo all’ingresso di ogni Caracol campeggia la scritta: “Aqui manda el pueblo y el gobierno obedece3; una pratica – quella di comandare e di obbedire simultaneamente – che è sviluppata con il fine di annullare la millenaria divisione tra la funzione del “comandare” (da sempre assegnata a una piccola élite di soggetti) e la funzione dell’“obbedire” (destinata a tutto il popolo). A partire da questa divisione, i neozapatisti cambiano radicalmente la visione del comando e dell’obbedienza e invertono la relazione tra i due: nei Caracol e nelle comunità è il popolo che comanda su se stesso, attraverso l’intermediazione di un piccolo gruppo che è chiamato esclusivamente a implementare il rispetto e la realizzazione degli ordini del popolo. È il consenso del popolo, quindi, che costituisce l’unica fonte di autorità legittima: nullum imperium sine pacto4. In questo modo, la funzione del comando è privata di tutta la sua forza repressiva e la funzione dell’obbedienza è privata di tutta la sua passività. Comandare e obbedire diventano, così, strumenti di autodisciplina. Un’autodisciplina e un autogoverno stabiliti esclusivamente dal popolo che diviene sovrano unico e assoluto: concetto che richiama le teorie di Jean-Jacques Rousseau.

Ogni risoluzione messa in atto dalle Giunte del Buon Governo deve essere quindi approvata in tutti i livelli decisionali precedenti: nelle assemblee municipali e in ogni singola assemblea comunitaria e locale, essendo così discussa e tendenzialmente approvata all’unanimità.

Con il passare degli anni quasi ogni comunità (termine con cui in Messico si sottolinea la dimensione collettiva della vita in un villaggio) si è dotata di una scuola autonoma e di una clinica autonoma o casa di salute, nelle quali viene costantemente esercitato un sapere libero e alternativo a quello imposto dal governo federale, improntato sulla mercificazione e sul razzismo. Man mano che si implementa la relazione con la solidarietà internazionale, le comunità zapatiste si dotano di strumentazioni sempre più avanzate, come laboratori di comunicazione e mediattivismo, cooperative di trasporto e di produzione agricola biologica.

I percorsi dell’autonomia non si cristallizzano mai in unico modus operandi definitivo e centralizzato, infatti mutano di Caracol in Caracol a seconda delle esigenze e delle necessità espresse a livello regionale. Si tratta di un cammino in continua sperimentazione, un laboratorio politico che si va perfezionando a partire dagli errori e dalle sfide quotidiane da affrontare.

I neozapatisti continuano intanto a lanciare proposte politiche alla società civile, a chi giorno per giorno si organizza per sconfiggere il neoliberismo.

Sono gli anni bui dei presidenti Fox e Calderón, ma al di là dell’oscuramento mediatico, dei continui attacchi portati avanti dal governo e da gruppi di paramilitari prezzolati, i neozapatisti continuano a resistere e combattere, a influenzare lotte e movimenti per creare lacci e corrispondenze per uscire dal capitalismo in basso e a sinistra, secondo i principi della Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona. Tali principi vengono rafforzati nel movimento della Sexta, una proposta politica in cui si delinea la nuova fase dell’organizzazione. L’esempio per eccellenza di questa nuova fase è forse quello dell’Escuelita zapatista, un piccolo corso di libertà in stile indigeno e contadino. Si tratta del primo incontro internazionale che non si tiene nei Caracol tra gli applausi alla Comandancia General, ma direttamente all’interno dei villaggi e a stretto contatto con le Basi d’Appoggio dell’EZLN, i reali artefici dell’altro mondo possibile.

Nell’estate del 2014 avviene la “morte” simbolica del Subcomandante Marcos, fino ad allora portavoce ufficiale dell’organizzazione. Marcos (già ormai affiancato dal Subcomandante Moisés), muore per volere collettivo rinascendo con un ruolo ridimensionato come Subcomandante Galeano: questi prende il nome da un compagno zapatista (maestro dell’Escuelita) assassinato qualche mese prima mentre difendeva il caracol de La Realidad da un attacco di paramilitari.

Con questa “morte” si ha, quindi, una minimizzazione del leader carismatico, con l’evaporazione di quel “volto” pubblico creato a uso e consumo di una società incapace di guardare al di là della pipa e del passamontagna. Marcos era in fondo questo: uno spettro, un trucco di magia, uno specchietto per le allodole per governi e giornalisti. Ed è proprio questo passaggio, questa strepitosa tensione all’abolizione del personaggio di riferimento che si evince dai corsi dell’escuelita. È arrivato ormai il momento di guardare ai risultati reali di un’autonomia che continua a provocare, a stupire, a destabilizzare. È il momento di analizzare a fondo un’esperienza che dall’altra parte del mondo continua a scuotere le nostre coscienze. Tutto ciò e molto altro lo ritroviamo tra le righe di un testo, il resoconto di un seminario che l’EZLN ha tenuto nel Cideci Unitierra5 a San Cristobal de las Casas dal titolo Il pensiero critico contro l’idra capitalista. Un testo che si fa dolore e rabbia di chi, dal proprio avamposto di vedetta, scruta la tormenta imminente delle fondamenta del mondo. Si impone l’imperativo categorico di tornare ad analizzare il presente, i cambiamenti strutturali che assume il capitale e l’urgenza di trovare le modalità adeguate di un contrattacco sempre più necessario. Questo ci chiedono, mostrando quella che è la loro risposta – mai dogmatica – nel lontano Sud-Est messicano. Quasi a dire: noi pensiamo e stiamo facendo questo. Voi?

Nodo Solidale

1North American Free Trade Agreement, trattato di libero commercio tra Canada, Stati Uniti e Messico.

2In castigliano caracol significa chiocciola.

3Letteralmente: “qui comanda il popolo e il governo obbedisce”.

4Dal latino: “Non esiste autorità senza consenso pattuito”.

5Centro Indígena de Capacitación Integral – Universidad de la Tierra.

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