Cosa succede in Venezuela?

5 Posted by - 28 aprile 2017 - INTERNAZIONALISMO

Tra tentativi di golpe, guerra economica e manipolazione mediatica

Negli ultimi giorni il Venezuela è tornato nuovamente sotto l’attenzione dei media nostrani e internazionali, complice la crisi economica dovuta al calo del prezzo del petrolio (situazione in mutamento in seguito all’accordo raggiunto nel dicembre scorso tra i Paesi OPEC e non), e una guerra economica dichiarata al governo socialista dai settori imprenditoriali del Paese e dall’opposizione riunita nella MUD (Mesa1 de Unidad Democrática), coalizione dei principali partiti della destra conservatrice e liberista.

Conquistata la maggioranza all’Assemblea Nazionale nelle elezioni legislative del dicembre 2015, la MUD, per bocca dell’allora presidente del parlamento Henry Ramos Allup, promise di porre fine entro sei mesi al governo del PSUV (Partito Socialista Unido de Venezuela) guidato da Nicolás Maduro.

In che modo l’opposizione ha provato a tener fede alle proprie promesse?

Innanzitutto attraverso un sabotaggio economico; la distribuzione e la produzione dei principali beni di prima necessità sono gestiti per l’80% da imprese private, come la monopolista Polar, di proprietà di Lorenzo Mendoza (considerato per anni dalla rivista Forbes tra gli uomini più ricchi del mondo e terzo uomo più ricco del Venezuela con un patrimonio di quasi 2 miliardi di dollari). In alcuni casi la produzione dei beni di prima necessità è stata ridotta, ma nella maggior parte dei casi questi beni vengono semplicemente nascosti in grossi magazzini, per essere poi rivenduti in un secondo momento nel mercato nero a prezzi maggiorati. Obiettivo di questa strategia messa in campo dalle grandi imprese private è quello di causare una carenza dei beni di prima necessità in modo da esasperare la popolazione obbligandola a lunghe ed estenuanti code fuori dai supermercati, negozi sussidiati o dai centri di distribuzione gestiti dal governo, situazione questa che più volte si è conclusa in veri e propri saccheggi. Frequenti sono poi i ritrovamenti da parte delle autorità di tonnellate di beni alimentari o di altro genere nascosti, come fu per il ritrovamento di interi depositi di medicine salvavita ormai scadute o di migliaia di giocattoli per bambini nascosti a ridosso delle festività natalizie.

La guerra economica assume anche altre forme dando vita a un gigantesco fenomeno di trasferimento illecito di denaro tramite la frontiera con la Colombia, che ha costretto il governo a chiudere la frontiera e ritirare la banconota da 100 bolivares (la moneta con il taglio più alto) rimasta in circolazione e sostituirla con sei nuove banconote.

Geraldina Colotti giornalista de “Il Manifesto” in un articolo del 21 dicembre 2016 spiega chiaramente la situazione:

La misura è stata presa perché, secondo la Banca centrale del Venezuela (Bcv), stava per arrivare un altro attacco destabilizzante alla moneta in occasione delle feste natalizie. Su un totale di 611.000 milioni di banconote da 100, emesse dalla Bcv a partire dal 2008 (data dell’ultima riconversione monetaria), ne era rimasto in circolazione solo il 5%. Il resto era finito nell’economia illegale, prevalentemente nel traffico di benzina e alimenti oltrefrontiera e in quello dei dollari al nero. Le banconote da 100 erano anche molto richieste perché facilmente trasformabili in dollari falsi.

Possibile che una banconota pari a meno di un centesimo di dollaro (al cambio illegale, dettato dal sito Dolartoday) fosse così richiesta? Gran parte del business deriva dalle leggi colombiane che, in forza di uno speciale decreto, consentono l’equivalenza delle monete con i Paesi limitrofi alla frontiera e un cambio del peso colombiano estremamente vantaggioso nella banca centrale di Bogotà. […] Così, i trafficanti compravano le banconote da 100 bolivar pagandole di più, sapendo di poter intascare somme di molto superiori in pesos per poi riconvertirli in dollari con i quali accrescere il mercato nero di benzina e alimenti sussidiati, sottratti ai consumi dei settori popolari venezuelani.

[…] Le autorità hanno comunicato di aver ripreso il 70% delle banconote non reperibili sul mercato legale. Ovviamente, i disagi non sono mancati. In Venezuela, oltre il 75% della popolazione si serve delle carte di credito, ma il resto non ha conto in banca e usa il contante”2.

A livello macro-economico invece un altro metodo di destabilizzazione politica è messo in atto dalle maggiori agenzie internazionali di rating3 (le tristemente note “società indipendenti” come Standard & Poor’s, Fitch, Moody’s, ecc.) declassando il Paese e influenzandone all’istante l’andamento dei titoli sia in Borsa che sul mercato obbligazionario. Ciò avviene in particolare ogni qualvolta il governo annunci nuove manovre economiche come quella del settembre 2014, con cui il Presidente Maduro annunciò “una rivoluzione economica e produttiva nel Paese oltre alla modernizzazione dello Stato”; o come quando nel novembre del 2016 iniziarono i dialoghi di pace tra il governo e l’opposizione con la mediazione del Vaticano e dell’Unasur4. Quando invece furono le destre a vincere le elezioni, stranamente le agenzie di rating considerarono prontamente allontanato il rischio di default. Curiosamente però, dal 2014 a oggi, più del 90% dei detentori del debito pubblico ha deciso di non vendere i propri titoli.

Ma se gli atti di sabotaggio e la guerra economica non bastano a minare l’appoggio della maggioranza della popolazione nei confronti del governo (qui uno studio dell’istituto di ricerche e sondaggi Hinterlaces), è soprattutto attraverso una martellante campagna di disinformazione mediatica che si cerca di trasmettere nell’opinione pubblica mondiale l’idea di un Paese allo stremo accompagnato da una repressione militare tipica delle peggiori dittature dell’America Latina. Nel nostro Paese a far da megafono alla destra golpista troviamo in prima fila Repubblica – ma anche Il Fatto Quotidiano e Limes non sono da meno – per mano del noto scribacchino Omero Ciai (i cui articoli sono per lo più scopiazzati da altri media internazionali la cui fonte di riferimento sono i quotidiani della destra venezuelana), sempre puntuale nel mistificare la realtà quando si tratta dei governi di sinistra dell’America Latina o di nasconderla come nel caso della manifestazione a sostegno della Rivoluzione Bolivariana svoltasi mercoledì 19 aprile a Caracas, che ha portato in piazza milioni di persone contro le poche migliaia dell’opposizione.

Sono diversi i video e le immagini di protesta che ci arrivano dal Venezuela: giovani bardati con magliette o con le maschere di Guy Fawkes che si scontrano con la polizia e richiamano le proteste di qualche anno fa degli studenti cileni; rischiano di portarci a solidarizzare, istintivamente, con le loro richieste di un cambio di governo a fronte del fallimento dell’esperienza bolivariana.

 

Ma chi sono i leader dell’opposizione che guidano le proteste anti-Maduro?

Alcuni golpisti annunciano in televisione il tentativo di abbattere il governo di Hugo Chavez nel 2002.

Uno degli esponenti di spicco dell’opposizione è Henrique Capriles (a destra nella foto), governatore del ricco Stato di Miranda, con una lunga carriera politica alle spalle, leader co-fondatore del partito Primero Justicia, accusato recentemente da un’inchiesta del Wall Street Journal di essere coinvolto nello scandalo Odebrecht. Famoso per il suo coinvolgimento nel tentato golpe al legittimo presidente Chavez nel 2002. Lo stesso giorno in cui Chavez venne sequestrato, Capriles prendeva parte all’assalto dell’ambasciata cubana tagliandole le provviste di acqua ed elettricità, distruggendo le macchine parcheggiate fuori e impedendo all’ambasciatore cubano che si trovava all’interno di uscire.

Julio Borges (dei tre cerchiati in rosso nella foto, quello a sinistra), attuale presidente dell’Assemblea Nazionale del Venezuela e co-fondatore del partito Primero Justicia, prima forza politica all’interno della MUD, coinvolto in atti di corruzione e finanziamento illecito sin dalla sua fondazione. Già attivo nell’organizzazione del golpe del 2002, è accusato dal Generale di Brigata Oswaldo Hernández Sánchez (arrestato nell’aprile del 2014 per aver incitato gli ufficiali dell’aviazione a sollevarsi contro il governo di Nicolás Maduro) di aver disposto i punti tattici che avrebbero dovuti essere bombardati durante un nuovo fallito tentativo di golpe nel 2015.

Leopoldo Lopez (è quello al centro), leader del partito di “centro-sinistra” Voluntad Popular, è un economista laureato ad Harvard, in carcere dal 2015 con l’accusa di istigazione a delinquere con finalità golpiste, è accusato degli scontri di piazza del 2014 che causarono la morte di 43 persone, per lo più agenti delle forze dell’ordine e militanti socialisti. Nonostante i tentativi della stampa di nascondere il suo passato attivismo politico, Leopoldo Lopez è un affermato golpista: partecipò infatti al golpe del 2002 guidando la marcia dell’opposizione contro il Palacio de Miraflores, residenza ufficiale del Presidente della Repubblica. Quando insieme ai cospiratori anti-chavisti credettero che con il sequestro di Chavez il golpe fosse riuscito, Lopez partecipò attivamente all’arresto dell’allora ministro dell’interno e giustizia Ramón Rodríguez Chacín.

Antonio Ledezma, ex sindaco di Caracas e leader del partito socialdemocratico Alianza Bravo Pueblo, ebbe un ruolo fondamentale nell’organizzare lo sciopero della compagnia petrolifera PDVSA, durante il tentativo di golpe del 2002; sciopero che venne convocato non dai sindacati dei lavoratori ma dall’organizzazione di rappresentanza dei dirigenti della compagnia (la Fedecámaras). Viene arrestato nel 2015 con l’accusa di aver pianificato un golpe contro il presidente Maduro, che prevedeva il bombardamento dei palazzi di governo e la sede del canale Telesur.

Qual è invece la composizione sociale delle manifestazioni anti-Maduro?

Oltre ad avere una buona conoscenza della complessa situazione in Venezuela e del contesto latinoamericano, utile a capire la composizione delle piazze può essere anche la semplice visione e analisi di foto e video che troviamo in rete (girati soprattutto dai media di destra) e cogliere degli elementi semplici quanto eloquenti, come le dichiarazioni degli intervistati o i volti dei presenti: molti dei partecipanti e degli intervistati sono per lo più bianchi di discendenza europea, che rappresentano le ricche élite del Paese; curioso per una piazza che si presenta come rappresentante della maggioranza dei venezuelani, dove invece l’80% della popolazione è meticcia o nera, categorie etniche che compongono storicamente le classi sociali più povere.

Manifestanti dell’opposizione anti-Maduro

Questo non significa che persone appartenenti agli strati sociali più poveri non siano presenti nelle proteste degli ultimi giorni, complice la situazione di caos, corruzione e le difficoltà economiche degli ultimi anni; allo stesso modo diverse sono le persone pagate dalla MUD per commettere omicidi e alimentare la violenza durante le proteste. L’ultimo caso è quello di un giovane che ha ammesso di aver ricevuto 300 mila bolivares (circa 75 dollari) per dare fuoco a beni pubblici e compiere atti di vandalismo (in questo video la confessione). Ogni volta che diventa pubblico un caso simile, l’opposizione accusa il governo di aver torturato o negato i principali diritti a queste persone, salvo poi essere puntualmente smentita.

Dovrebbero farci riflettere anche gli obiettivi presi di mira dai manifestanti: è di pochi giorni fa la notizia di un attacco all’ospedale pediatrico che porta il nome dell’ex Presidente Hugo Chavez, preso d’assalto mentre vi erano ricoverati 54 bambini, trasferiti prontamente presso un’altra struttura ospedaliera.

Mentre sono salite a 24 le vittime dall’inizio del mese, i media mainstream e l’opposizione continuano ad accusare il governo e la polizia della responsabilità dei morti. Nella conta dei morti i media riportano anche i casi di 3 persone decedute in situazioni non correlate con le proteste di piazza, così come avvenuto nel caso di un’anziana di 87 anni morta per un’emorragia cerebrale. Tv e giornali riportavano la notizia bufala secondo cui l’anziana era morta a causa dei gas lacrimogeni sparati dalla polizia: notizia smentita dalla figlia Almerys Mendible, costretta a spostare in un altro luogo i funerali della madre per evitare le riprese delle telecamere.

Evidenziata in giallo la bufala dell’anziana morta a causa dei gas lacrimogeni

 

La realtà è ben diversa da quella che ci viene raccontata: mentre 2 delle 21 vittime risultano effettivamente essere morte per mano della polizia durante gli scontri di piazza (16 sono gli agenti indagati e in custodia cautelare), il resto delle vittime sono persone morte a causa delle violenze di piazza messe in atto dall’opposizione. Ultimo il caso di una donna, Almelina Carrillo, morta dopo essere stata colpita da una bottiglia ghiacciata lanciata da un palazzo mentre manifestava a sostegno del governo.

Al processo bolivariano si possono e si devono fare molte critiche, purché siano critiche che mirano a migliorarlo e a consolidarlo, non a distruggerlo.

Tra i maggiori errori della Rivoluzione è stato sicuramente il non aver approfittato a suo tempo delle entrate derivanti dall’esportazione del petrolio per industrializzare e diversificare la struttura produttiva dello Stato, così da liberarlo dalla dipendenza del petrolio stesso.

Il non aver saputo porre freno alla corruzione dilagante nella burocrazia amministrativa e governativa e l’aver creato una borghesia bolivariana, motivi che si aggiungono ai malumori vissuti oggi dalla popolazione.

Il non aver accelerato il processo di transizione dell’attuale struttura governativa verso la proprietà sociale dei mezzi di produzione, espropriando ancor di più le grandi imprese e fomentando allo stesso tempo l’autogestione da parte dei lavoratori.

Di fronte a delle esperienze complesse come quelle in atto da alcuni anni in Sudamerica, abbiamo il dovere morale e politico di sottolinearne gli errori, a patto però che la critica sia fondata, rigorosa e intellettualmente onesta.

In conclusione, abbiamo da un lato un processo che per quanto contraddittorio ha rotto gli schemi, guarda agli interessi del popolo e alla giustizia sociale e rappresenta una corrente contraria all’attuale ordine mondiale neoliberista; dall’altro un ritorno al passato e a un modello economico che produce sfruttamento e povertà per molti a beneficio di pochi.

El Chuncho

1 Mesa significa tavolo.

2 G. Colotti, Venezuela, la guerra dei soldi, 21.12.2016, Il Manifesto.

3 È la valutazione di affidabilità di società e imprese.

4 Unión de Naciones Suramericanas, Unione delle Nazioni Sudamericane.

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