TRA MUTUALISMO E IPOTESI RIVOLUZIONARIE

1 Posted by - 4 maggio 2017 - EDITORIALI, RIFLESSIONI

Esperienze autogestite e pratiche mutualistiche sono, ad oggi, uno dei contributi più consistenti che il movimento italiano è riuscito a sviluppare in questi ultimi decenni.

Palestre ed ambulatori popolari, doposcuola, corsi di italiano o lingue, supporto legale per la casa o per i migranti, fino ad esperienze di lavoro collettivo come officine popolari o cooperative agricole; tutto ciò è patrimonio comune che ci permette di sperimentare negli ambiti più disparati. Di più: si sono dimostrate, forse, il miglior aggregante sociale tra tutte le pratiche che riusciamo a mettere in campo.

Nella maggior parte dei casi, però, all’aggregazione non è corrisposto un adeguato avanzamento politico né un incremento della coscienza di classe. Questo perché troppo spesso i piani sociale e politico vengono erroneamente confusi o sovrapposti, ci sono molte realtà di compagni che hanno un ottimo intervento sociale sul loro territorio ma uno scarsissimo potenziale politico e mobilitativo a disposizione. Aiutare o aiutarsi per spirito di solidarietà è giusto e necessario ma non è ciò che ci rende rivoluzionari, così come una pratica gratuita ed orizzontale non è sovversiva in quanto tale o perché ci sottrae dalle logiche atomizzanti e sfruttatrici del capitale. La politica (come capacità di interpretazione ed azione sulla realtà) non è filantropismo esattamente come sottrazione non significa attacco!

Dobbiamo essere consapevoli che queste esperienze sono una scuola di formazione per chi le vive e contribuiscono quindi alla direzione che prendono da essa possibili militanti: possono strutturarsi politicamente, inseguire chimere o allontanarsi del tutto; rappresentano inoltre una dimostrazione empirica che una società comunista è non solo possibile ma anche auspicabile e funzionante e si costituiscono come una sperimentazione embrionale di questa stessa società: ci forniscono, cioè, una piccola idea di come possa nel concreto funzionare il “sol dell’avvenire” e ci permettono di cogliere i nostri errori e correggerli strada facendo. Se siamo coscienti di queste fondamentali funzioni allora le dotiamo del loro senso ultimo: armi per la lotta!

Ma non basta, dobbiamo sapere esattamente come utilizzare le nostre armi perché ci siano utili: dobbiamo mettere a punto il nostro piano! È qui che entra in gioco il vero problema: per sapere come utilizzare certe pratiche e munirle di senso politico occorre dotarci di una strategia di medio/lungo termine che ci permetta innanzitutto di capire chi siamo e cosa vogliamo, senza più limitarci al piano di contrasto di ciò che non accettiamo, ma passando ad un piano propositivo di ciò che vogliamo realizzare; porci obbiettivi e tattiche per raggiungerli.

In breve (ed in modo brutalmente semplicistico), per avere un’idea di massima, potremmo dire che siamo comunisti, vogliamo fare la Rivoluzione e lotteremo con ogni mezzo necessario per renderla possibile.

In una prospettiva di lungo termine che ci vede impegnati in una lotta via via più dura, le pratiche mutualistiche, che oggi ci forniscono un agente aggregante ed un laboratorio di formazione, devono essere interpretate come infrastrutture di resistenza, ovvero i mezzi che ci permettono di sostenere lo scontro per tutta la sua durata, garantendoci quella profondità strategica necessaria a chi si appresta ad attaccare il nemico.

Per chiarire: una rete di orti urbani non può servire solo ad insegnare a qualcuno come si coltivano i pomodori o a rendere più “naturale” l’ambiente in cui viviamo; deve, ad esempio, garantire l’approvvigionamento per degli operai in sciopero e le loro famiglie di modo che non debbano cessare la lotta per timore della penuria. Un ambulatorio popolare oltre a fornire prestazioni mediche al popolo laddove lo Stato non se ne fa più carico, deve organizzare gli utenti contro lo smantellamento della Sanità pubblica. Una scuola di italiano per immigrati non deve solo insegnare la lingua: deve informare sui diritti e le possibilità di vita e di lotta di un soggetto estremamente ricattabile. Questi sono solo alcuni esempi pratici di come debba essere intesa una pratica mutualistica: al bisogno dell’immediato corrisponde una necessità del futuro.

Ora, se queste sono le nostre infrastrutture di resistenza, quali sono i nostri strumenti d’assalto? Sono le vertenze sul lavoro e gli scioperi per il salario, i picchetti antisfratto e l’occupazione di case, i blocchi contro le devastazioni ambientali e i comitati contro le speculazioni; tutte quelle pratiche di per sé vertenziali e parziali ma che ci permettono di affondare la lama della lotta nella carne viva delle contraddizioni del capitale. Connettere questi due tipi di pratiche in un unico fronte di lotta, supportato ovviamente da una strategia complessiva, ci offre la possibilità di combattere il sistema a 360 gradi, accumulando man mano sempre più forza e mezzi; all’avanzamento della lotta deve corrispondere la nostra capacità di riempire lo spazio conquistato con un’alternativa immediata.

Una delle problematiche più frequenti che ci si è posti in vari circoli è: come uscire dall’isolamento quasi cronico in cui si trovano i rivoluzionari rispetto alla propria classe? Come sfondare questo muro d’indifferenza partendo da ciò che abbiamo costruito nel tempo e che ci contraddistingue?

In estrema sintesi, per rispondere a queste domande, sono determinanti due fattori: la capacità di connettere tutte le pratiche di cui si può disporre ed una strategia forte e di lungo termine che le doti di significato.

George L. Jackson scriveva che le comuni si sarebbero costruite con “l’opuscolo in una mano e il fucile nell’altra”. Noi possiamo arricchire quest’immagine con un martello serrato tra i denti. L’opuscolo per studiare ed evolverci, il fucile per attaccare e difenderci dal nemico, il martello per costruire l’autonomia della nostra classe!

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