È LA TUA VITA QUESTA QUA!

3 Posted by - 5 giugno 2017 - LAVORO

 

da leggere ascoltando Traccia una rotta, Airesis

Una giornata uggiosa ti fornisce tutta la carica necessaria per scrivere di occupazione. Quell’argomento astratto espresso in percentuali che spesso appare sulle prime pagine dei giornali, in crescita o in discesa a seconda del taglio politico del Vittorio Feltri di turno, che preferisce la provocazione alla politica, lo squallore al buon senso, quando si parla di temi così sentiti.

Di occupazione, quindi, o di fatica, direbbe un lavoratore. A maggior ragione se precario, cosciente della propria condizione e con l’occhio attento a vedere i diritti (?) abbastanza lontani per capire che la sua esperienza sta per terminare.

Stendo allora qualche riga sulla mia esperienza di lavoro finita – e finita male – per condividere delle riflessioni calzanti con quello che ci spetta – a noi portatori sani di precariato, disoccupazione, sfruttamento, ma anche disobbedienza, organizzazione, coscienza di classe e, perché no, lotta di classe. Roma, 2017, tu, prescelto fortunato per donare il tuo sudore (e le tue ossa invecchiate precocemente) a dei signorotti prepotenti, non puoi che aspirare ad un’unica certezza: testa bassa e lavorare! Altrimenti “ne prenderemo atto e alla fine del contratto va’ a casa!”.

Mi piace cominciare dalla risposta ricevuta dal direttore dell’azienda pubblica (ancora per poco) per cui ho lavorato fino a meno di un mese fa, perché è emblematica del rispetto che bisogna avere per certe figure, comunemente chiamate capi (qualcuno non ha vergogna di rivolgergli la parola con questo appellativo), pena l’estromissione dai giochi. Game over, insert coin. È vero, molti colleghi e colleghe hanno pagato la loro vivacità con l’allontanamento temporaneo e definitivo dall’azienda, non motivato o spesso motivato con una pacca sulla spalla e un augurio a ricevere una prossima chiamata. Altri più fortunati hanno baciato il gettone per continuare il gioco diversamente: da questa parte della barricata, organizzandosi con i propri simili (gli assunti a tempo determinato) e battendosi orgogliosi della propria condizione per fargliela pagare e raggiungere i miglioramenti minimi ma necessari a ricevere la spinta di cui sentivamo il bisogno per continuare. Perché sul posto di lavoro impari a non fermarti, a mettere in pratica quei principi basilari che rappresentano i pilastri della tua esistenza e quando ci si ritrova scaraventati in un mondo (che fai a presto a riconoscere), ricordi la solidarietà che hai portato a chi pativa certe condizioni di vita e lavoro (le tue stesse condizioni di vita e lavoro) e non ti tiri indietro cosciente di quello che si è e di quello che si potrà/dovrà essere. È la tua vita questa qua…

Se l’obbedienza è dignita, la libertà è una forma di disciplina.

Può capitare – e non l’avresti mai immaginato (ma solo perché siamo alle prime armi) – che in maniera diretta e non meno sfrontata ti arrivi un messaggio. Come un selcio nel bel mezzo della fronte: – “Com’è andata, tutto bene?” – “Sì, sì”. E senti ripetere lo stesso ritornello a disco rotto tutti i giorni, finché non decidi di affrontare a muso duro l’insulto e la faccia di cazzo che te lo ha lanciato: – “Qual è il problema?”. E giù giri di parole infiniti per comunicarti semplicemente che devi fare quello che qualcuno vorrebbe che facessi: lavorare. Sì, ma lavorare allungando gli orari, per due soldi che non sai se mai arriveranno (anche quando lo richiedi esplicitamente e formalmente dopo una mancanza) e rinunciando al tuo tempo e alle tue attività.

Dal momento in cui hai deciso di non farti spremere dall’azienda, i cani da guardia (o controllori) decidono la tua lenta fine durante le ore che dovrai passare chiuso in “ufficio”. Sì, un ufficio in cui la maggioranza dei tuoi colleghi più anziani zoppica e ha problemi legati ai tendini delle mani dovuti a quello che chiamiamo malattia professionale. A testa alta e con la postura indisposta a trattare, ma altrettanto non curante delle conseguenze, ho direttamente risposto che non c’era spazio per bandierine bianche issate al vento in segno di resa, e che la giornata lavorativa, per come la intendo io (e come legalmente – sai che ce ne facciamo poi della legalità?! – riconosciuto sul contratto), l’ho sempre portata a termine “facendomi il mazzo”.

La risposta dell’azienda, rappresentata dal caposquadra, si è esplicitata in un modo che potrebbe portare confusione nella testa dei più e che possiamo tradurre con un detto ancora molto in voga tipicamente applicabile a quella categoria di persone sicura di sé (senza poterselo permettere), che suscita tanto rifiuto agli occhi e alle arterie di noi piccoli uomini “stupidi”: fare lo scemo per non andare in guerra. Da quel momento in poi, l’atteggiamento irrispettoso nei confronti delle pecore nere (“continuate così!!”) dell’ufficio si è intensificato a tal punto da stabilire un cambio di rotta nella gestione della giornata lavorativa. Per tutti gli altri nessun cambiamento. Tale presa di posizione, apportata in un lavoro che prevede uno sforzo fisico ed intellettuale notevole, ha sfinito letteralmente corpo e mente degli interessati, che hanno fatto in modo di trarre il maggior giovamento dalla situazione: se mi cambi quotidianamente oggetto e soggetto dell’attività, io, per non saper né leggere né scrivere, rallento inevitabilmente la produttività richiesta. Così è stato e così deve essere.

Allo stesso modo, il comportamento nei confronti di chi, invece, mai ha osato contraddire le scelte dei “negrieri per sport” non ha subito cambiamenti perché mai ostacolato da parole e/o atteggiamenti che potessero far pensare a prese di posizione contrarie alla loro volontà, ma ciò è avvenuto – e avviene – solo in apparenza poiché lo sfruttamento è totale nel momento in cui da capi eccellenti ed efficienti quali sono, hanno saputo far rispettare la regolarità dell’attività stabilità continuando a fare buon viso a cattivo gioco giocando sulla fragilità di qualche collega.

Perché tutto è possibile e può capitare che un giorno l’azienda metta uno stop alle ore di straordinario per coloro che hanno sforato il limite massimo. Una boccata d’aria fresca e un ghigno di soddisfazione per chi vuole cambiare lo stato di cose esistente, disperazione per alcuni, impassibilità per i capi. Niente paura, signori, l’azienda ha bisogno di voi e siccome siete dei bravi lavoratori e non dite mai di no, vi permettiamo anche di lavorare gratis. Perché vergognarsi o farsi domande quando hai di fronte ciucci da lavoro che non vedono altro che la strada dritta che porta all’emancipazione? O al lavoro fisso? (?!) I miei colleghi prestano le proprie energie per un numero sproporzionato di ore in cambio di una paga irrisoria.

Le motivazioni sono da ricercare nelle loro stesse risposte a un tentativo di organizzazione per porre un piccolo argine alla macchina dello sfruttamento: “io non li considero miei nemici” – e grazie, ci andiamo pure a cena insieme -, “bisogna mettersi in mostra, così quando ci richiameranno avremo il posto fisso”, “no, lasciamo le cose come stanno”. Bene, capisco la paura di mettersi in gioco in un tentativo disperato di far valere la propria stanchezza e mancanza di rispetto subita, ma certe motivazioni sono davvero esilaranti alla luce di quello che si stabilisce in certi palazzi in cui delle persone decidono di che morte dobbiamo morire. Per delega ricevuta.

Sul significato di produttività

Secondo il Dizionario di Economia e Finanza della Treccani il termine produttività indica la

“Misura dell’efficienza del processo produttivo, data dal rapporto tra output e input (➔ fattore di produzione). Più in particolare, la p. del lavoro indica l’unità di prodotto per lavoratore (od ora lavorata); la p. del capitale si misura invece calcolando il rapporto tra output e capitale impiegato nella produzione; la p. multifattoriale, infine, è una misura che consente di tenere contemporaneamente in considerazione tutti i fattori di produzione che hanno contribuito a generare l’output osservato”.

Dobbiamo affidarci completamente ad esso ed agli addetti ai lavori per comprenderne il vero significato, quello che crediamo di conoscere. Succede poi che qualcuno, solitamente uno che ricopre un ruolo gerarchicamente più alto del tuo, tenti di sostituirsi ai cultori della disciplina economica e si arroghi la presunzione di insegnarti l’italiano, oltre che, in termini tecnici, come si svolge il lavoro per cui sei stato selezionato.

Secondo questi signori, la produttività è una “qualità” che appartiene sempre e solo al lavoratore che già sa di trovarsi a vivere un’esperienza punitiva e in quanto tale passibile di trasferimenti in altri uffici, anche della provincia. Perché tutto ciò che stabilisce un cambiamento più o meno temporaneo nella routine quotidiana ti viene presentato come nuova situazione decisa dall’alto, perché sei un lavoratore diligente e produttivo. Che più bravo di te non ce n’è.

Quindi, se dovesse capitarti di vedere le tue ore di straordinario esaurite e trovarti a lavorare fuori dall’orario consueto di lavoro senza ricevere il corrispettivo salariale, niente paura perché i tuoi capi avranno per te un occhio di riguardo. Sei tu il prescelto a prendere sulle spalle la dinastia dei lavoratori precari, sfruttati e sottopagati, l’ufficio sarà nelle tue mani e lavorerai sempre sotto casa. Per quelli più produttivi, invece, sono già stabiliti carichi di lavoro sempre differenti, grattacapi, cambi di zona giornalieri, trasferimenti.

In poche parole la tua sofferenza quotidiana per una situazione di instabilità concreta rimarrà tale finché si intenderà il lavoro come prestazione di energia secondo le regole del gioco di squadra, laddove i capi, a loro dire, sono tuoi colleghi, e il tuo sacrificio un aiuto a mandare avanti la baracca. Come un Atlante costretto a sorreggere la volta celeste, tu sei “invitato” – coattamente o per un senso di inferiorità assunto unilateralmente o indotto – a sorreggere il carico di lavoro di un’azienda che vuole solo fare profitto facendoti credere di essere qualcuno.

La mano che non colpisce difende

Quello che trovi quando entri per la prima volta in un ufficio del genere è calore, vicinanza, aiuto da parte dei più grandi – in termini anagrafici e di anzianità lavorativa – consigli, comprensione, complicità. Come un genitore, il collega più anziano ti accompagna a muovere i primi passi in un mondo ancora sconosciuto che sin dal primo momento non nasconde insidie. Infatti, come a un corso di formazione, ti istruiscono sui modi che i capi usano per pescarti nella rete della presa in giro. Perché di questo si tratta: a loro volta, i tuoi diretti superiori, hanno ricevuto istruzioni ben precise sulle parole da usare quando parlano con te, per farti fesso e tu, ingenuo, il più delle volte ingurgiti il “maccherone” e ti comporti di conseguenza. Succede sempre e non si scappa. In questo o in quell’altro ufficio i capisquadra ti ripeteranno le stesse identiche cose già sentite e sta a te, solo ed esclusivamente a te, tapparti le orecchie e percorrere la strada opposta.

Nel migliore dei casi riuscirai a vedere accontentate le tue richieste solo la prima volta. In alternativa, ti troverai chiuso all’angolino dall’avversario e senza spazi la lucidità diminuisce e il colpo del KO si avvicina.

Arrendersi prima che suoni il gong è una regola di ingaggio che dovremmo smettere di contemplare. Sparire ed apparire al momento opportuno, accettare e trarre ogni vantaggio dalla situazione, scappare via al suono della sirena sono le tre mosse che nel migliore dei casi ti salvano la vita da una situazione precaria come questa. Altrimenti…

Altrimenti…

Per molti giovani lavoratori il lavoro è un passaggio della vita inevitabile per definirsi emancipati, per vivere o sopravvivere, per avere la possibilità di affittare un appartamento o una stanza, per potersi permettere di bere una birra in più. Le basi teoriche di tale esperienza della nostra esistenza ci vengono trasmesse spesso da un’esperienza altrui, solitamente di uno o di entrambi i genitori, che da sempre vediamo tornare a casa sfiniti dopo una giornata intera di lavoro, compreso lo straordinario (tassato di più). Fatica, cresci i figli, consuma, ammalati, crepa (sul lavoro).

La mentalità che trent’anni fa i nostri genitori avevano del lavoro e della famiglia ci viene trasferita interamente, come iniettata nel nostro cervello, e ci proietta nella condizione di timorati di dio e del padrone. “Non litigare (coi capi)”, “comportati bene”, “fai lo straordinario che poi vedi a fine mese come ti fanno comodo due soldini in più” sono i soliti comandamenti a cui dobbiamo sottostare. Rappresentano i termini della tradizionale educazione al lavoro per avere successo nella vita, come uno scatto di anzianità e un avanzamento di carriera. Ma queste massime, nella mia breve esperienza della mia finora breve esistenza, suscitano in me solo riflessioni che solleticano la mia volontà (e potenzialmente quella di chiunque) di cambiare rotta.

In un ufficio di un’azienda semi-pubblica in cui mancano le condizioni base delle relazioni personali, in cui lo sfruttamento è il diritto massimo conseguito, in cui i rapporti coi capi ricordano il Ventennio fascista, la cura naturale è da ricercare da un’altra parte. Esempi di lavoratori di un quarto di secolo fa sono da scartare in toto per lasciar posto a una nuova mentalità figlia dei nostri tempi, di quel pensiero che abbiamo maturato nelle università quando parlavamo di Università-azienda (ora gli studenti medi sono costretti all’alternanza scuola-lavoro), quando giuravamo che mai e poi mai avremmo permesso a chicchessia di sfruttarci o di alzare la voce al nostro cospetto. Abbiamo imparato ad organizzarci per rendere la nostra vita migliore, senza rincorrere uno stipendio che è solo fumo negli occhi per noi e per i nostri colleghi più anziani che rincorrono lo straordinario a tutti i costi perché incapaci di lottare per un aumento salariale. Perché in questa fottuta città quello che guadagni è appena la metà di quello che ti servirebbe per campare. Pare chiaro che la loro funzionalità al sistema mina la possibilità di creazione di nuovi posti di lavoro concreti: ti permettono di fare lo straordinario perché non vogliono assumere mantenendo così posti vacanti coperti dal loro lavoro accessorio. Gli ammortizzatori sociali creano solamente più ore, più fatica, meno tempo per te.

La nostra mentalità deve andare nella direzione dell’organizzazione tra lavoratori per raggiungere obiettivi collettivamente condivisi, rifiutando l’individualismo e la paura. In assenza di precedenti anche gli scioperi futuri non si faranno perché “abbiamo già perso in partenza”.

È necessario tornare a riflettere insieme su quale sia la strada più giusta per convincere chi subisce tali trattamenti che si può cambiare, che la realtà che dobbiamo figurarci è un’altra, che possiamo permetterci un avanzamento della lotta e delle condizioni di vita.

Immaginate due gruppi di persone, immaginate una guerra: questo è il mondo del lavoro. E del lavoro a queste condizioni, non possiamo che intendere solo il conflitto.

Anè

Comments

comments