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aprile 2017

INTERNAZIONALISMO

Cosa succede in Venezuela?

Tra tentativi di golpe, guerra economica e manipolazione mediatica

Negli ultimi giorni il Venezuela è tornato nuovamente sotto l’attenzione dei media nostrani e internazionali, complice la crisi economica dovuta al calo del prezzo del petrolio (situazione in mutamento in seguito all’accordo raggiunto nel dicembre scorso tra i Paesi OPEC e non), e una guerra economica dichiarata al governo socialista dai settori imprenditoriali del Paese e dall’opposizione riunita nella MUD (Mesa1 de Unidad Democrática), coalizione dei principali partiti della destra conservatrice e liberista. (altro…)

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RIFLESSIONI

SANTA PALOMBA, PIANETA TERRA

L’area compresa tra la stazione di Pomezia e la zona industriale di Santa Palomba, già di per sé, non evoca pensieri festosi. Chi non la conosce può provare a chiudere gli occhi e immaginare il tragitto che molti operai a molti orari diversi percorrono ogni giorno a piedi: l’uscita dalla stazione con alle spalle la mega-fabbrica della Fiorucci e un’innaturale e inquietante puzza di carne lavorata. L’attraversamento del grosso parcheggio, spettrale quando è buio, pieno di fazzoletti e preservativi, dove i pendolari lasciano la macchina (Pomezia città dista vari chilometri dalla stazione). L’attraversamento dell’Ardeatina, una sorta di terno al lotto tra camion e auto che sfrecciano surfando sulle innumerevoli buche. Infine la zona industriale con il suo dedalo di vie e i capannoni tutti uguali che ti inghiottono per un tot di ore. Un panorama squallido e allo stesso tempo idealtipico, ci saranno centinaia di posti simili in Italia, a metà tra la periferia metropolitana e la provincia anonima e produttiva.

Questo viavai di sfruttati, come in una rappresentazione teatrale che si ripete ogni giorno, andando e tornando si imbatte in quella categoria di sfruttate che invece tendenzialmente trovi lì ferma, le stesse persone allo stesso posto, come se anche il bordo della strada fosse una postazione fissa in catena di montaggio, da cui non ti puoi allontanare neanche di un metro. Ragazze dell’Est Europa, perlopiù belle ma già sfiorite nonostante la giovanissima età. Le africane sono un po’ più nascoste, proprio nei dintorni della stazione. Loro invece sono proprio in bella vista sia di giorno che di notte, su un marciapiede lungo un rettilineo dell’Ardeatina, strada trafficatissima, la principale arteria della zona. Il contesto è quello tipico da cartolina del degrado: un marciapiede stretto, sporco e reso quasi impraticabile proprio dai mucchietti di cenere e cianfrusaglie lasciati dai roghi fatti dalle ragazze per scaldarsi, e dai chiodi arrugginiti, tantissimi, persi dalle assi di legno andate in fumo. Tutto intorno sterpaglie piene di ogni tipo di monnezza. Dietro, i capannoni della zona industriale. All’orizzonte, unica cosa che allieta la vista, i paesi dei Castelli Romani, che sembrano aggrapparsi alle colline per non cadere in quella sorta di girone infernale.

Dietro le spalle delle ragazze c’è una casa a due piani, un po’ diroccata a livello superficiale ma dall’aspetto solido, e con un giardino che se venisse curato sarebbe anche grazioso. Fino a qualche tempo fa era palesemente vuota, adesso invece brulica di vita: finestre aperte, panni stesi, anche qualche bambino che scorrazza, il cancello ridipinto. E spesso, parcheggiate fuori dal cancello e quindi sul bordo dell’Ardeatina, varie Bmw con targhe straniere. Uno sfoggio niente male. Interpelliamo un attimo il cittadino perbene e legalitario che ognuno di noi tiene segregato in un angolo della propria coscienza proprio per interpellarlo in casi simili: «Ma come è possibile tutto questo al bordo di una delle principali arterie dell’hinterland meridionale della Capitale? Basta che passi una volante per capire chi sono quelle ragazze e chi sono quei tizi con macchine costose che hanno creato questa situazione da “casa e bottega”, e porre fine alla situazione». Come sempre, il ragionamento del cittadino perbene è sciocco e superficiale. Evidentemente la sbirraglia di zona prende una bella “stecca” dai trafficanti, ed è una cosa vecchia come il mondo. Certo, ogni tanto ci sono periodi di maggiore discrezione, alcuni giorni le ragazze non ci sono, ma di norma gli affari procedono. Meglio per le ragazze non incappare anche nelle mani della legge, per quanto possibile. Per quanto riguarda i trafficanti, noialtri non siamo gente che invoca l’intervento dello Stato e la galera. Certo, nella scala dell’infamia umana sono ancora più in alto (o più in basso) degli sbirri stessi, ma sarà nostro compito trovare una soluzione anche per loro. Il nodo centrale del discorso resta quello per cui la prostituzione, anche e soprattutto quella così sporca e squallida delle strade di periferia, va avanti in modo galoppante e spesso esibito perché è un fondamentale nutrimento della società capitalista e patriarcale in cui siamo immersi.

Perché qui non stiamo certo nel dibattito femminista, pur interessante, sulla libertà di disporre del proprio corpo eventualmente anche come mezzo di sostentamento. Un dibattito che merita di essere approfondito a parte. Qui il discorso è un altro, perché nessuna persona sana di mente sceglierebbe di andare a esercitare la professione al bordo dell’Ardeatina nella zona industriale di Santa Palomba. Appare chiaro che stiamo parlando di uno dei gradini più bassi, se non il più basso, dello sfruttamento di un essere umano.

E qui interviene il discorso, che faccio da maschio, più soggettivo: quello sulla clientela. Lungi dal voler fare discorsi moralisti sull’opportunità o meno di fare sesso a pagamento, perché qui il tema è proprio un altro. Vedi queste ragazze vestite con il classico abbigliamento grottesco da carnevale sadomaso, e anche se da lontano le vedi improvvisare balletti alle macchine che passano, quando passi loro accanto non puoi non notare gli sguardi assenti, lontani, che non hanno nemmeno la forza di essere tristi. Ci leggi tutte le false promesse, le illusioni, e poi il calcio in culo che le ha buttate in mezzo a una strada, le notti al freddo, gli innumerevoli stupri subiti dagli aguzzini e quelli, a pagamento, dei clienti. E anche, con ogni probabilità, la somministrazione di qualche droga di pessima qualità. E il dubbio che salta alla mente è proprio di funzionalità fisica: come fai a eccitarti? In un parcheggio freddo e buio, nella tua macchina in compagnia di un essere umano vestito con l’abito di scena, che porta scritte in volto tutte le tragedie del mondo e vorrebbe essere ovunque tranne che lì con te. Il fatto che tanti maschi la ritengano una cosa desiderabile fa davvero pensare a quanto schifo faccia questa società non solo dal punto di vista dello sfruttamento economico, ma proprio da quello dei modelli di relazione sociale. Se preferisci spendere 30 euro per stare con una di queste disgraziate nel parcheggio della stazione di Pomezia invece che passare una serata con tua moglie, vogliamo buttare a mare questa schifezza della “famiglia tradizionale”? Lasciare mogli, mariti, fidanzati e reinventarsi qualcosa? Se un ragazzetto non è capace di provarci con una ragazza che gli piace, ma passa le giornate a stalkerare sconosciute sui social al grido di “cagna” e magari spende la paghetta sempre con le ragazze di Santa Palomba, vogliamo riconoscere che c’è un problema grosso? Che siamo inseriti in modelli sociali che in realtà la gente stessa non sopporta, se non grazie alla somministrazione di una serie di svaghi, ovviamente a pagamento e a danno di qualcuno?

Riguardo alle ragazze, la loro liberazione non può che passare dalla lotta di classe, sarà banale ma è così. Perché in una società così marcia, il fatto che magari un tipo coi soldi si innamori di te, ti riscatti e ti si sposi assomiglia più a una prigionia dorata che a una liberazione. Così come il fatto di “fare carriera” e diventare magari un “quadro intermedio” dell’organizzazione criminale, ad esempio una reclutatrice di ragazze, ti farà solo diventare una sfruttatrice a tua volta, e non una persona libera. La loro liberazione non potrà che percorrere la stessa strada di quella di tutte le altre persone che lavorano nei capannoni lì attorno, e che vendono a loro modo il proprio corpo e il proprio tempo, magari in modi appena più rassicuranti e meno scomodi e pericolosi. La società dello sfruttamento si nutre della carne del facchino, del grafico e della prostituta, salvarsi o riscattarsi ognuno per conto suo è impossibile. Poche centinaia di metri di strada a volte rappresentano interi mondi.

Oreste

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INTERNAZIONALISMO

CHE SUCCEDE IN ROJAVA: MECCANISMI DI AUTOGOVERNO

Rojava1, Siria del Nord.

Ultimamente si è parlato e scritto a fiumi, nel mondo, di questo spicchio di terra fino a pochi anni fa sconosciuto. È stata la difesa eroica di Kobanê contro le forze dell’ISIS a portare alla luce la situazione creatasi nella zona della Siria a maggioranza kurda: l’unico territorio astenutosi dalla guerra civile che imperversa nel Paese da ormai cinque anni e che, ponendo in essere una frattura rivoluzionaria, è diventato una punta di diamante nella lotta all’imperialismo oscurantista del Daesh. (altro…)

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INTERNAZIONALISMO

IL SULTANO E GABRIELE

Il sequestro di Gabriele Del Grande avviene nel contesto di una Turchia lanciata in una svolta dittatoriale interna e in un espansionismo bellico che dura ormai da anni. Un Paese in cui voci come la sua e quella di tanti altri vanno messe a tacere. Compito nostro è aiutare queste voci a risuonare e sostenere chi lotta per la libertà.

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INTERNAZIONALISMO

LA NASCITA DEL NAZIONALISMO BASCO

Dallo studio dei nazionalismi dell’Ottocento siamo stati abituati a pensare che nel continente europeo ogni nazione abbia ormai già raggiunto la propria istituzionalizzazione in Stato. Abitudine rafforzata dalla fine della storia di cui si parlò in seguito al crollo dell’Unione Sovietica e della Jugoslavia, crolli che avrebbero prodotto la nascita di tanti altri Stati. Dallo studio, invece, dei movimenti della decolonizzazione del Novecento siamo portati a pensare che le lotte per l’indipendenza nazionale avvenissero al di fuori del Vecchio Continente.

C’è, però, una fiammella che anima piccole porzioni di territorio europeo: è una fiamma che in alcuni casi rischia di spegnersi o soffre le intemperie, in altri invece si ravviva e diventa più forte. Catalogna, Scozia, Corsica, Galizia, Paesi Baschi. Di questi ultimi vogliamo parlare in questa trattazione.

L’esistenza del popolo basco è sconosciuta ai più. Altri, pochi, sanno qualcosa: per la maggioranza di questi i baschi sono spagnoli, ma separatisti. Oppure alcuni conoscono l’Athletic Bilbao, la maggiore squadra di calcio. O ancora, in generale, sono conosciuti esclusivamente per l’organizzazione armata ETA.

“La rozzezza poi e la ferocia di queste genti non procede soltanto dal loro costume di vivere sempre in guerra, ma sì anche dall’avere le abitazioni in luoghi gli uni dagli altri disgiunti gran tratto di navigazione o di via: il perché non potendo senza difficoltà ritrovarsi insieme, hanno abbandonato il vivere sociale e l’umanità”.

Strabone (64 a.C.-19 d.C.), Geografia, sui Vasconi e altri popoli vicini

Chi sono i baschi e dove vivono

Cominciamo proprio dall’inizio: il popolo basco pare non avere relazione con alcun popolo vivente oggi nel continente europeo. Relazioni di discendenza-parentela a livello etnico s’intende. Quasi tutti gli studiosi sono concordi nel dire che i baschi vivessero già nella penisola iberica al tempo della diffusione delle popolazioni indo-europee.

La lingua che parlano, euskara, è un mistero: alcuni affermano che abbia minuscole percentuali di somiglianza con dialetti berberi del Marocco oppure con lingue caucasiche; recentemente è stata avanzata l’ipotesi che derivi da una lingua parlata da una popolazione dell’attuale Ciad, Africa. L’unica cosa certa, però, è che ad oggi non si sappia nulla dell’albero genealogico né dell’euskara né del popolo basco.

Euskal Herria1 è il nome con cui i baschi chiamano la loro terra. Si compone di 7 province, 4 sotto occupazione dello Stato spagnolo, 3 sotto quello francese2. La parte sotto occupazione spagnola, corrispondendo al Sud, viene chiamata Hegoalde (che è come la chiameremo d’ora in avanti), mentre quella sotto occupazione francese Iparralde3. La popolazione conta 3 milioni di persone circa, di cui la maggior parte vivono in Hegoalde, e sole poche centinaia di migliaia nel Nord. L’area metropolitana di Bilbao, da sola, arriva a contare un terzo della popolazione basca.

Un po’ di storia

Nel corso dei secoli i baschi sono stati uniti solo per brevi periodi. Uno di questi è quello del Regno di Navarra, in epoca medievale (fino al ‘500), che è stato però costantemente sottoposto ad attacchi e conquiste da parte dei regni circostanti. Uno di questi diede vita alla storica battaglia del 15 agosto 778 d. C.: stiamo parlando di ciò che è conosciuto come la disfatta della retroguardia dell’esercito di Carlo Magno nei pressi di Roncisvalle (Orreaga in basco). O meglio, di ciò che viene raccontato come opera di orde di saraceni. In realtà furono le tribù basche a tendere l’imboscata all’esercito di Carlo Magno. Perché? Perché questi aveva tentato di conquistare Saragozza, dominata dagli arabi, non c’era riuscito e di ritorno in Francia pensò bene di devastare Iruñea, capitale dell’allora Ducato di Vasconia. Da qui, possiamo comprendere il giusto rodimento dei baschi che per rappresaglia tesero un’imboscata a Carlo Magno in un passo dei Pirenei e, narra la leggenda, uccisero anche il suo paladino Orlando.

Il Regno di Castiglia cominciò una progressiva conquista delle province basche della Biscaglia e dell’Araba a partire dall’anno 1000. Nel corso dei secoli successivi le sorti del Regno di Navarra furono altalenanti: nel 1512 tutte le province basche del Sud vennero conquistate dal Regno di Castiglia ed Aragona, che di lì a poco sarebbe diventato il fulcro del Regno di Spagna. Rimasero solo le 3 province a Nord unite sotto la Navarra, ma la loro sorte era segnata: nel 1610 furono definitivamente annesse al Regno di Francia.

I Fueros

Per capire meglio le relazioni tra i baschi e il loro oppressore principale, il Regno di Spagna, dobbiamo guardare all’istituto dei Fueros: si tratta di leggi consuetudinarie che la corona spagnola concedeva alle province basche in cambio di fedeltà. Leggi che di fatto garantivano un’autonomia: i baschi non avevano l’obbligo di prestare servizio militare; stabilivano essi stessi le tasse da corrispondere al Regno; stabilivano e gestivano le dogane interne; amministravano lo sviluppo della propria economia, del commercio e dell’agricoltura, principalmente incentrata sull’unità familiare del baserri4.

I Fueros caratterizzarono la specificità basca nel Regno di Spagna fino al 1876, anno in cui, con la sconfitta nella terza Guerra Carlista5, vennero definitivamente revocati.

Ottocento: industrializzazione, perdita dei Fueros, nascita del nazionalismo

Dalla metà dell’Ottocento alcune zone del Paese Basco furono interessate da una progressiva industrializzazione: una prima conseguenza fu l’immigrazione via via crescente di operai da varie parti dello Stato spagnolo; il settore agricolo entrò in crisi provocando migrazioni interne dalle campagne alle zone industriali. Tra queste, la più importante era la Margen Izquierda6 del fiume Nervión di Bilbao: in effetti sarà la zona industriale centrale per tutta la storia basca.

Nell’ottica di questa industrializzazione, e quindi di espansione del capitale, la cancellazione dei Fueros fu centrale poiché prevedevano una serie di limitazioni al commercio sia interno – con dazi e proibizione dei monopoli – sia esterno poiché di fatto impedivano gli scambi di materie prime e di prodotti. In questo si può dire che si ebbe una convergenza di interessi della corona e oligarchia spagnole e dell’alta borghesia basca: da un lato si recuperava un territorio da una situazione di autonomia e lo si omogeneizzava al resto dello Stato, dall’altro si ottenne la possibilità di commerciare senza limiti e di utilizzare quindi l’enorme mercato spagnolo per la vendita dei prodotti.

Proprio alla fine del secolo iniziò a farsi strada la voce del nazionalismo basco promosso da Sabino Arana: un nazionalismo inizialmente di stampo razzista (contro gli immigrati spagnoli), clericale, espressione della piccola borghesia possidente che vedeva scomparire le proprie possibilità di sviluppo e tradizioni. Un nazionalismo fondato più sull’elemento etnico che su quello linguistico e che portò alla nascita del Partito Nazionalista Basco7 nel 1895. La teoria di Sabino Arana si fondava, infatti, sulla riscoperta della razza basca, caratterizzata dalla massiccia presenza dell’elemento RH negativo nel gruppo sanguigno; inoltre, considerava basco non chi parlasse l’euskara, ma chi avesse almeno 8 cognomi autoctoni. La razza basca era anche cattolica professante: Sabino Arana cercava di evidenziare l’elemento religioso appunto per la definizione della nazione. C’è da dire, comunque, che con il passare del tempo lo stesso Arana si rese conto di quanto alcune sue proposizioni fossero fuori dalla realtà – come il gruppo sanguigno e i cognomi baschi – tanto da ammorbidire le proprie teorizzazioni.

Dopo soli due decenni, alla guida del PNV si pose l’alta borghesia basca: di conseguenza scomparve ogni velleità di progetto indipendentista e si definì una linea regionalista e autonomista che puntava più a curare gli interessi della classe dominante basca in accordo con quella spagnola che a rendere praticabili le esigenze della nazione basca.

A sinistra, invece, fu il Partito Socialista spagnolo8 a farsi portavoce della classe operaia: da un lato perché la maggior parte degli operai erano di origine spagnola, dall’altro perché il nazionalismo basco non aveva né la capacità né la voglia di mettere realmente in discussione l’ordinamento sociale.

Guerra Civile e nazionalismo di sinistra

Negli anni ’30 del Novecento, però, si fa largo una prima definizione di sinistra del nazionalismo grazie alla nascita dell’Azione Nazionalista Basca9: laica e progressista, guarda alle classi popolari, ma non si definisce né socialista né comunista.

Sempre in quegli anni, la Seconda Repubblica spagnola fa ben sperare: grazie al governo del Fronte Popolare viene approvato uno Statuto d’Autonomia per le province basche. Siamo però nel 1936, e il 18 luglio c’è la “sollevazione” militare franchista: lo Statuto viene prima rinviato, poi approvato ad ottobre ma circoscritto alla sola Biscaglia. Avvengono persino delle elezioni, in seguito alle quali verrà designato lehendakari10 José Antonio Agirre. Ma, dopo pochi mesi, il 19 giugno 1937 le truppe franchiste conquisteranno Bilbao.

La Guerra Civile ha significato, per il popolo basco, i bombardamenti di Gernika e Durango, migliaia di incarcerazioni, migliaia di fucilazioni, un numero spropositato di persone in fuga che saranno protagoniste della diaspora basca11. Più nel dettaglio, le province basche si trovarono divise dalla sollevazione militare franchista: l’Araba e la Navarra entrarono nel Fronte nazionalista (pur se la maggioranza della popolazione rimase fedele alla Repubblica), mentre Biscaglia e Gipuzkoa lottarono fino alla fine per la Repubblica e per il Fronte Popolare. Il governo basco istituì, inoltre, l’Euzko Gudarostea12, ovvero i battaglioni di difesa delle terre basche cui si unirono migliaia di combattenti.

I primi anni della dittatura franchista

I primi anni di dittatura sono durissimi: il regime vieta qualsiasi manifestazione, pubblica o privata, della lingua e cultura basche. Nega, in altre parole, l’essenza di un popolo. Impone la spagnolizzazione di nomi e cognomi, punisce gli alunni che a scuola si esprimono in basco, vengono segnalati alla polizia quanti lo parlano per strada. Questo regime repressivo porterà l’euskara sull’orlo dell’estinzione.

Dal punto di vista politico quasi nulla si muove: il governo di Agirre va in esilio in Belgio, spera in un intervento degli USA e delle potenze alleate nel corso della Seconda Guerra Mondiale che rovesci Franco e reistituisca la Repubblica. All’interno, il PNV mantiene ancora un’organizzazione clandestina formale, ma è totalmente inattiva.

In questo scenario il popolo basco sta per dire definitivamente addio alle proprie speranze non solo di indipendenza, ma addirittura di esistenza stessa in quanto popolo.

Sul finire degli anni ’50, però, un gruppo di giovani studenti decide che è arrivato il momento di agire…

Marc Légasse

Eusko Gudariak

Eusko Gudariak gara
Euskadi askatzeko,
gerturik daukagu odola
bere aldez emateko.

Irrintzi bat entzun da
mendi tontorrean
goazen gudari danok
Ikurriñan atzean!

Combattenti Baschi

Siamo Combattenti Baschi

per liberare Euskadi,

generoso è il sangue

che versiamo per essa.

Si sente un irrintzi13

dalla cima del monte:

Andiamo gudaris tutti

dietro l’Ikurriña14!

 

1 Herria significa “popolo”, ma anche “territorio”, “paese”. Euskal deriva da euskara, la lingua basca. Il significato di Euskal Herria potrebbe essere dunque “popolo che parla il basco” oppure “paese in cui si parla il basco”. Un basco (una persona) si traduce con euskaldun, che significa letteralmente “colui che tiene (parla) il basco”. Già da queste cose basilari vediamo lo stretto legame e identificazione del popolo basco con la lingua.

2Le 3 province sotto occupazione francese si chiamano Lapurdi, Zuberoa e Behe Nafarroa (Bassa Navarra). Le 4 sotto occupazione spagnola: Bizkaia (Biscaglia), Araba, Gipuzkoa, Nafarroa (Navarra). La capitale storica dei baschi è Iruñea (Pamplona), in Navarra. Attualmente la città più grande e importante sotto un profilo economico è Bilbao, in Biscaglia.

3Hego significa Sud, Ipar vuole dire Nord.

4Classico casale di campagna/montagna, cui corrispondeva un appezzamento di terra.

5Guerre di successione al trono di Spagna.

6In basco Ezkerraldea, significa “Riva sinistra” e comprende gli agglomerati urbani che si estendono dai confini della Bilbao propriamente detta. I centri più importanti sono Barakaldo, Sestao, Portugalete.

7Euzko Alderdi Jeltzalea, Partido Nacionalista Vasco. D’ora in avanti useremo la sigla PNV. Ad oggi, può essere definito come una sorta di Democrazia Cristiana basca, ma più progressista e antifascista di quella italiana. Come elettorato di riferimento ha tutta la borghesia e gran parte del ceto medio.

8Partido Socialista Obrero de España (d’ora in avanti PSOE), la cui sede basca venne inaugurata nel 1892.

9Eusko Abertzale Ekintza, Acción Nacionalista Vasca, d’ora in avanti ANV.

10Primo ministro.

11Su una popolazione all’epoca di 1.325.000 persone, le stime parlano di: 48mila morti, 87mila prigionieri, 150mila esiliati, 596mila sancionados.

12Fu il primo momento nella storia recente dei baschi in cui comparve la figura del gudari, il combattente. Successivamente, nella tradizione popolare i militanti di ETA verranno chiamati anch’essi gudari, a testimonianza del filo rosso che collega la resistenza durante la Guerra Civile e la lotta armata per l’indipendenza e il socialismo. Ad esempio, il Movimento di Liberazione Nazionale riconosce come proprio inno l’Eusko gudariak (combattenti baschi), di cui proponiamo testo e traduzione a fine articolo.

13Irrintzi significa grido. Nella tradizione popolare è, però, un grido particolare: è un antico modo utilizzato per comunicare sulle montagne, molto simile a quello di alcune popolazioni nordafricane. O per fare un paragone più semplice: al grido di Xena, la principessa-guerriera.

14Ikurra in basco vuol dire bandiera. L’Ikurriña è la bandiera basca, disegnata da Sabino Arana, con i colori rosso, verde, bianco.

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