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maggio 2017

STORIE

LAS PATRONAS CONTRA LA BESTIA

In alcuni Paesi dell’America Latina si aggira la Bestia. No, non è figura mitologica o un personaggio delle fiabe che incute timore e fascino. La Bestia in questione fa parte del mondo reale ed ogni anno miete migliaia di vittime. La Bestia è un treno merci che attraversa i Paesi del nord del Sud America per giungere negli Stati Uniti; trasporta tutti beni che riguardano il primo settore dell’economia, ortaggi, frutta, grano e minerali.

Migliaia di guatemaltechi, honduregni, messicani, salvadoregni e cubani ogni giorno salgono sulla Bestia, che percorre all’incirca 5.000 km di strada, attaccati ad essa come mosche sul dorso di un bufalo, per scappare dalla povertà e dalla guerra dei cartelli della droga per trovare fortuna e salvezza negli Stati Uniti.

Intere famiglie intraprendono questo viaggio estenuante illegalmente da un capo all’altro del Messico senza sapere se giungeranno sani e salvi alla meta. Per loro rappresenta l’unica speranza e l’unico modo per non essere fermati dai controlli dei funzionari dell’immigrazione e dalle forze armate territoriali e statali. I migranti che ogni anno salgono sulla bestia sono centinaia di migliaia di vittime e purtroppo non tutti riescono a sopravvivere. Sono appollaiati sul tetto di ogni vagone, alcuni di loro si nascondono tra un convoglio e l’altro per non essere scoperti, molte volte si addormentano e come il treno prende una curva vengono sbalzati fuori dai binari rimanendo spesso mutilati – infatti alcuni Messicani vengono riconosciuti come invalidi della bestia – altri invece non ce la fanno e la Bestia li divora.

Quando la Bestia attraversa il povero villaggio di Veracruz, in Messico, avviene un fatto straordinario che va al di là di qualsiasi racconto mitologico o fantastico perché si tratta di un piccolo miracolo di umanità. Circa 22 anni fa, due sorelle, mentre passavano di lì dopo aver fatto la spesa per la colazione da dare alle loro famiglie, ad un certo punto sentono, quasi più forte dello sferragliare del treno, delle grida di persone che urlavano “madre tenemos hambre” (mamma abbiamo fame), loro istintivamente lanciano il sacchetto con quel poco che avevano sul tetto del treno per sfamare almeno due delle migliaia di migranti che si trovavano sulla Bestia.

Questo piccolo gesto ha dato vita ad una catena di solidarietà da parte di tutti gli abitanti del villaggio di Veracruz che da 22 anni, a proprie spese, preparano ogni giorno un sacchetto con razioni di cibo e acqua da lanciare ai migranti che vengono trasportati dalla Bestia. Ogni giorno, uomini e donne, al momento del passaggio del treno, si affacciano per cercare di lanciare i sacchetti di cibo ai migranti. Il loro lancio sembra quasi una disciplina olimpica, sono diventate espertissime e non sbagliano mai un lancio. Vengono chiamate “Las Patronas”, il nome viene dal villaggio da cui provengono e il significato in italiano, facilmente intuibile, è molto evocativo: le Sante Patrone. Hanno iniziato questo atto di solidarietà nel 1995 completamente da sole, da un po’ di anni vengono aiutate dalle ONG internazionali e sono state riconosciute come le guardiane dei migranti.

In questo villaggio di umanità e solidarietà, le sue donne sono state protagoniste di un documentario – “Llévate mis amores” (Porta con te i miei amori) del 2014 diretto da Arturo González Villaseñor – che ha vinto importanti premi come la seconda edizione del Concorso Internazionale di Film-Documentari su Migrazione ed Esuli (Ceme-Doc). Purtroppo il documentario è difficile da reperire, ma su internet si trovano moltissimi video che testimoniano e mostrano l’amore di queste donne nell’aiutare i migranti in difficoltà.

La storia de Las Patronas dovrebbe essere conosciuta in tutto il mondo, uscire dagli Stati dell’America Latina per affacciarsi ai Paesi occidentali, affinché ne prendano l’esempio. Pensate, queste donne aiutano persone che non hanno mai visto e che non rivedranno mai e sono disposte a cedere quei pochi viveri che hanno per sfamare almeno una piccola parte di loro. In un periodo in cui le politiche sui flussi migratori si fanno sempre più rigide e il tema dell’accoglienza è ormai argomento ostico, vedi la nuova politica a riguardo dell’attuale governo Trump negli Usa e in alcuni Paesi d’Europa, tra i quali il nostro con la recente approvazione della legge Minniti-Orlando. Dove si costruiscono muri e si firmano ordini esecutivi di espulsione immediata, dove la paura del diverso oscura i reali problemi che affliggono i nostri territori, questa storia potrebbe risultare anacronistica o, peggio, fantasiosa.

Nell’epoca in cui le barriere del pregiudizio e del razzismo la fanno da padrona, capitanati da una demagogia disarmante sia della classe politica che dei comuni cittadini, riscontriamo, invece, che un piccolo villaggio riesce a buttarle giù grazie ad un gratuito atto d’amore e accoglienza pur essendo, quest’ultima, di passaggio.

Circe

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METROPOLI vs TERRITORI

LE ISTITUZIONI CHIUDONO, LA COMUNITÀ RIAPRE – Sul Campo di calcio di Villa Gordiani

Villa Gordiani è un quartiere che si sviluppa ai lati di via Prenestina, nel quadrante di Roma Est. Prende il nome dall’omonimo Parco, istituito negli anni ’30 del secolo scorso e ricco di frammenti archeologici. Una parte significativa è composta da case popolari costruite principalmente negli anni ’50. Negli stessi anni in cui queste venivano costruite vedeva la luce anche un campo di calcio all’interno del Parco. Un campo che, in questi decenni, ha ospitato centinaia, forse migliaia di partite che attiravano ogni domenica tanti abitanti del quartiere. Impossibile calcolare quanti ragazzi abbiano calpestato la terra di quel rettangolo. Ci hanno giocato squadre non gloriose dal punto di vista dei meriti sportivi, ma sicuramente importanti in quanto punto di riferimento in un quartiere periferico i cui unici luoghi di socialità erano la piazzetta, i muretti, i cortili dei lotti delle case popolari.

Oggi l’amministrazione municipale si è messa in testa di smantellare il campo, farlo diventare “area verde” e, al posto della casetta dei vecchi custodi, istituire un Centro documentale. La direttiva è dell’8 maggio scorso. Per le sorti alterne di questi ultimi anni, rimandiamo – per sinteticità – all’articolo apparso su Romatoday qualche giorno fa, mentre su alcuni passaggi degli ultimi due anni è bene fare un po’ di chiarezza, perché è stato detto tanto sul campo: che era abbandonato, che così non serve a nulla, che i progetti di riqualificazione costano troppo, e bla bla bla. Perché se qualcuno, dalla propria tastiera o dalla poltrona politica su cui siede o sedeva, parla, o meglio blatera, nel frattempo ci sono tanti e tante che hanno agito, si sono rimboccati le maniche, sporcati fisicamente le mani, fatti un culo così. Ed è bene ristabilire un ordine di rispetto e credibilità che non si guadagna col parlare ma con l’impegno concreto.

Quasi due anni fa cominciammo a riunirci fra compagni del Collettivo Promakos, ragazzi del quartiere e studenti medi di zona per dar vita ad un progetto sociale di costruzione di una squadra di calcio popolare di Villa Gordiani. Potevamo muoverci, appunto, su un retroterra che aveva già conosciuto una squadra di quartiere, quindi decidemmo di dare al progetto il nome di Riportiamo il calcio a Villa Gordiani. Abbiamo passato molto tempo a discutere, a confrontarci su cosa voglia dire, per noi, calcio popolare. Poi abbiamo iniziato a spostarci su un livello comunicativo e pratico, fatto di striscionate, volantini, tazebao, per provare a sensibilizzare un quartiere sicuramente bendisposto ma assopito nella routine della vita di periferia.

Le prime iniziative pubbliche sono di poco più di un anno fa: andavamo dentro il Parco, disegnavamo un campetto, mettevamo due porticine e coinvolgevamo i bambini che si aggiravano nei dintorni. E contemporaneamente volantinavamo e parlavamo con i genitori e con gli “avventori” del Parco. Un giorno d’aprile, poi, abbiamo organizzato anche un dibattito sul calcio e uno spettacolino teatrale. Sempre dentro il Parco, ma fuori dal Campo.

Iniziativa del 16 aprile 2016

A giugno-luglio abbiamo pensato che le proiezioni degli Europei potessero essere un ottimo momento di aggregazione e socialità per il quartiere: i risultati sono andati oltre ogni più rosea previsione, visto che ad ogni partita dell’Italia possiamo dire, senza rischio di azzardo, che fossero presenti quasi 300 persone. Riunite per vedere insieme la partita nel Parco del proprio quartiere. Con la finale abbiamo provato a fare un passo ulteriore: abbiamo riaperto il Campo, ne abbiamo pulito una parte e fatto la proiezione. “Pulire una parte” significava “deforestare” da piante alte quanto noi; fare la proiezione significava autorganizzarsi in tutto e per tutto, dal telo, al proiettore, al generatore, alle casse, all’antenna. Un lavoro difficile, ma che svolto collettivamente ci ha reso felici dei risultati che abbiamo raggiunto.

10 luglio 2016: proiezione della finale degli Europei dentro il Campo

In autunno abbiamo continuato a pulire di tanto in tanto il campo senza però proporre iniziative pubbliche: diciamo che autunno e inverno non sono proprio favorevoli in termini climatici alle iniziative all’aperto. Ci siamo però concentrati sull’organizzazione di una giornata, la domenica di Carnevale, molto riuscita: giochi per i bambini, torneo di calcetto, pranzo sociale, musica, decine di persone. In quell’occasione eravamo riusciti a pulire gran parte del campo: certo, non a fondo, ma comunque fruibile.

Ad aprile ritorniamo a pulire il campo: è diventato una distesa di papaveri. Tutto molto bello, se non fosse per la beffa che al di là della recinzione non ci sia nemmeno un papavero. E soprattutto quello è un Campo di calcio, non un tipico quadretto olandese. Ci mettiamo d’impegno, raccogliamo il sostegno e l’aiuto di altre persone del quartiere, liberiamo una metà: ci serviva per ricominciare, il 7 maggio, con i tornei di calcetto. E così avrebbe dovuto essere, in condizioni normali, anche per domenica 21.

Una delle tante giornate di pulizia del Campo

In questi quasi due anni avremmo potuto fare di più e non vogliamo nasconderci dietro un dito: abbiamo avuto difficoltà organizzative, principalmente dettate dai numeri, dagli impegni, dal fatto che ognuno di noi oltre ad una vita privata conduce anche lotte in altri ambiti e temi. L’impegno che abbiamo messo è stato tanto, forse abbiamo avuto qualche mancanza, magari anche fatto degli errori, ma ad aprile scorso avevamo deciso di dare una svolta e produrre l’accelerazione giusta che ci portasse ad iscrivere la nascente squadra al prossimo campionato di Terza categoria. E in realtà riuscire a fare questo non è un problema insormontabile: la registrazione dell’Asd è alle porte e per raggiungere la cifra necessaria all’iscrizione e a tutte le altre spese stiamo per lanciare una campagna di raccolta fondi. Ci basta accelerare e abbiamo tutte le capacità per farlo.

La grande incognita è sempre stata sul Campo: a gennaio andammo a parlare con l’assessora a Cultura e Sport del V Municipio. Ci aveva assicurato che l’amministrazione avrebbe prodotto un bando per l’assegnazione. Allo stesso tempo, alcune uscite informali ci avevano infuso il sospetto della volontà di smantellare il Campo. In risposta abbiamo delineato alcuni punti su cui strutturare una raccolta firme che, al momento, conta su centinaia di sottoscrizioni.

La decisione del Municipio è folle per vari motivi: per smantellare il campo, gli spogliatoi e ristrutturare la casetta per trasformarla in centro documentale, servono gli stessi soldi che potrebbero essere utilizzati per mantenere e ripristinare una struttura sportiva già esistente. Inoltre, viviamo in un Paese che sullo sport e sull’accessibilità a esso non ci crede e non ci punta: le strutture sportive sono sempre di meno, quelle di proprietà pubblica vengono abbandonate e lasciate all’incuria, si fanno strada quelle private. In altre parole, anche sul tema sportivo e calcistico c’è un devastante disimpegno pubblico, mentre rimangono e avanzano solo le società sportive che devono lucrare e fare profitti. Il capitalismo italiano applicato allo sport. Se guardiamo a Villa Gordiani nello specifico, l’esempio è ancor più emblematico: la struttura pubblica è abbandonata, e centri ricettivi sono quelle 2 o 3 società sportive che chiedono centinaia di euro ogni anno per iscrivere un bambino alla scuola calcio, che hanno disponibilità di campi e campetti da affittare a pagamento. Un quartiere, quindi, dove il calcio è quasi completamente mercificato. Se non consideriamo i ragazzi che giocano in piazzetta. E questa scelta municipale suona anche come beffa per chi sta cominciando a rivendicare con forza una soluzione a problemi comuni e diffusi: le case popolari sono fatiscenti e le manutenzioni non vengono fatte; non che questo dipenda dall’amministrazione municipale, ma se questa avesse a cuore i problemi reali farebbe qualcosa in tal senso. Villa Gordiani è invasa, già adesso e come ogni anno, dagli scarafaggi, il Parco anche dai topi: si vuole smantellare un campo per trasformarlo in area verde, ma il resto dell’area verde su cui sorge non vede alcuna manutenzione, così come il quartiere è abbandonato a se stesso. Altre strutture che offrono servizi al quartiere sono sotto sgombero o a rischio chiusura.

Questo è il quadro di desertificazione entro cui iscrivere la decisione di smantellamento del Campo: è il quadro classico dei quartieri popolari romani, in cui i servizi mancano, i rifiuti vengono raccolti molto meno spesso dei quartieri ricchi, in cui mancano luoghi di socialità che non siano commercializzati, in cui lo Stato si palesa solo per togliere, mai per dare. Problemi piccoli, problemi grandi. Sommati creano esasperazione.

Dicevamo che Villa Gordiani è un quartiere assopito: negli ultimi tempi, però, si sta risvegliando grazie alla lotta contro gli sgomberi delle case popolari che vede la partecipazione di decine di persone. Oggi la sfida deve muovere contemporaneamente su piani diversi: bisogna difendere quel minimo che abbiamo e passare al contrattacco. Dobbiamo lavorare affinché il quartiere torni ad essere una comunità che unifica i diversi problemi e istanze in una rivendicazione complessiva.

Il progetto proposto da Riportiamo il calcio a Villa Gordiani può svolgere una funzione fondamentale: si inserisce nel solco della critica dal basso al calcio moderno, nella proposta di uno sport basato sull’aggregazione e la solidarietà contro la mercificazione imperante, nella diffusione di squadre popolari su tutto il territorio nazionale. In questo senso la lotta per il Campo di calcio non è solo difensiva, non è il classico “NO” per cui i movimenti vengono spesso criticati. È un NO che rafforza un SI. È negare per proporre. È la difesa di un minimo già esistente necessaria per la costruzione di qualcosa di concreto.

Non sarà facile, perché se fino a poco tempo fa potevamo chiedere l’assegnazione del Campo ad un’amministrazione sorda e incapace, oggi siamo costretti a difendere quello stesso Campo da un’amministrazione nemica delle istanze del quartiere. Vincere è d’obbligo: per farlo abbiamo bisogno del sostegno e della mobilitazione degli abitanti di Villa Gordiani e della solidarietà delle persone e dei compagni degli altri quartieri della zona.

IL QUARTIERE HA BISOGNO DEL CAMPO

IL CAMPO HA BISOGNO DEL QUARTIERE!

Riportiamo il calcio a Villa Gordiani

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RECENSIONI

CHIAMARLO AMORE NON SI PUÒ

Ci sono libri che smuovono qualcosa e che vorresti che tutti leggessero subito. E non solo i tuoi amici, conoscenti e familiari, ma vorresti andare in giro e darlo a tutte le ragazze che conosci e non conosci, agli adolescenti maschi che non si rendono conto del problema.

Chiamarlo amore non si può è una raccolta di 23 racconti scritti da autrici italiane e pubblicato nel 2013 da una casa editrice foggiana, Matilda editrice, molto impegnata nella prevenzione della violenza di genere e nell’educazione alla differenza.

Ogni racconto ti colpisce dentro perché parla di violenza sulle donne in vari modi: c’è la bambina che parla col cadavere della madre appena trucidada dal padre violento, c’è la ragazzina stuprata dal branco e quella in fuga con la madre, c’è quella chiamata puttana da tutti perché ha rifiutato un ragazzo carino e c’è quella studiosa con le scarpe da ginnastica che si trasforma in una bambolina provocante per volere del fidanzato. In ogni racconto c’è una donna tormentata che a volte resiste, raramente si ribella, spesso non sa che fare e purtroppo nella maggior parte di casi inizia a interiorizzare, a crederci che sì, è davvero lei a sbagliare, ad avere qualcosa che non va, e si costringe a subire anche se in cuor suo sa che non è giusto, nascondendo i lividi con foulard colorati e occhiali da sole.

E tu sei come uno spettatore muto, sgomento che ogni poche pagine si immerge in una qualsiasi fatto di cronaca come se ti calassi in tutte quelle orribili storie che senti in tv e le vedi da vicino per poi andartene via e entrare di nuovo in un’altra casa, in un’altra storia crudele e ingiusta.

E’ lì che questo libro ti fa capire, se ce ne fosse mai il bisogno, che da qualche parte bisogna agire immediatamente; non c’è disegno di legge da aspettare o finanziamenti da ricevere nel frattempo perché lo capisci leggendo che è un fatto di cultura. Di stereotipi, di quotidianità, di circoli viziosi da spezzare prima di tutto nel tuo quotidiano.

All’inizio mi sembravano storie esagerate. Poi mi sono resa conto che molte di quelle cose le ho subite io stessa, molte altre le ho conosciute indirettamente, e la totalità sono parte della mia giornata come donna. Ho pensato che ovunque succede che ci sia una prevaricazione da parte di un uomo, di un gruppo di compagni, di un maschio qualsiasi che ti invade in qualche modo e che subiamo un giudizio continuo, per ogni cosa che facciamo. Ho capito che non possiamo più riempirci la bocca di belle parole e grandi propositi finché non riusciamo a riconoscere, ognuno di noi, che il circolo della violenza e degli stereotipi di genere parte anche da noi. C’è una ragazzina del racconto che capisce che è ora di fare qualcosa subito, perché vede il fratello diventare come il padre violento.

I libri aiutano a riconoscere che non sei solo, che qualcosa succede anche a te, ti aiutano a mettere meglio a fuoco e a riflettere. Spero che questi racconti passino di mano in mano e che facciano partire prima che un dibattito magari buonista e banale un dialogo interiore e la presa di coscienza che abbiamo tutti bisogno di liberarci da qualcosa per avere un mondo davvero libero.

Nota finale: insieme al libro viene regalata una scatola di DISAMOREX, un finto farmaco che ha l’obiettivo di “essere un salvavita per le donne vittime di una qualche forma di violenza che si configura nel rapporto di coppia (psicologica, verbale, fisica, sessuale) con un’attenzione particolare ai rapporti fra adolescenti.”

Ebe

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INTERNAZIONALISMO

ETA E IL MOVIMENTO DI LIBERAZIONE NAZIONALE BASCO

“Oh, noi
che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza,
noi non si potè essere gentili.
Ma voi, quando sarà venuta l’ora
che all’uomo un aiuto sia l’uomo,
pensate a noi
con indulgenza”.

Bertolt Brecht, A coloro che verranno, 1938

 

Dalla nascita di ETA all’uccisione di Carrero Blanco

Nel corso degli anni Cinquanta, un gruppo di studenti – riuniti sotto la sigla EGI1 – comincia a riflettere, formarsi, discutere della nazione basca: fa ancora parte delle giovanili del PNV, ma nonostante provi a chiedere un intervento, il lehendakari Agirre non vuole far nulla. Questo gruppo, stanco dell’immobilismo darà vita, il 31 luglio 1959, a ETA2, una nuova organizzazione che si definisce movimento di liberazione nazionale. I primi anni di vita sono caratterizzati principalmente da azioni di propaganda, come la distribuzione di volantini o l’esposizione della ikurriña, ovviamente illegale al tempo. Nonostante fin da subito sia presente un gruppo dedicato alle azioni militari, non si può parlare di vera e propria lotta armata: l’azione più eclatante, peraltro non riuscita, avviene il 18 luglio 1961 con il tentativo di deragliamento di un treno carico di falangisti diretti a Donostia per le celebrazioni del sollevamento militare del 1936. La repressione che si scatenerà sarà spropositata: circa 200 arresti in tutte le province. Questa prima ondata repressiva inaugurerà l’esilio di tantissimi militanti in Iparralde (il Nord). (altro…)

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RIFLESSIONI

VOTA ARTURO! VOTA ARTURO! VOTA ARTURO!

È nato un nuovo movimento, si chiama “Movimento Arturo” ed è il nuovo fenomeno virale e virtuale del momento. Per chi non ne fosse a conoscenza il Movimento Arturo nasce per gioco dall’idea del fumettista Makkox, uno dei protagonisti di Gazebo, programma ormai cult del palinsesto di Rai 3 che va in onda tutti i giorni alle ore 20.10, nota fascia oraria con il massimo di ascolti della rete. Per chi non è avvezzo al tubo catodico, un programma dove si approfondisce, in modo in realtà abbastanza serio ma con toni scanzonati, l’attualità politica, specie tramite l’analisi dell’utilizzo dei social network. A volte tutto ciò è intervallato da brevi documentari di pregevole fattura, in particolare sull’argomento delle migrazioni.

Ma torniamo ad Arturo, nome suggerito proprio da Makkox alla nuova ala scissionista del PD nel caso avesse voluto darsi un abito un po’ più vicino alla quotidianità della gente comune, e non il solito cervellotico nome da professionisti della politica. Come sappiamo la nuova formazione ha optato infine per il nome Articolo 1, per l’appunto. Il team di Gazebo ha lanciato la sfida a quest’ultimo dichiarando che Arturo avrebbe raggiunto in breve tempo un numero superiore di followers su Twitter, e così è stato: il movimento “fake” di sinistra nato per gioco ha di gran lunga superato l’ala scissionista Articolo 1.

Da questo momento “Arturo” è diventato un fenomeno virale, e in pochi giorni si sono venute a creare piccole cellule di simpatizzanti del movimento su tutto il territorio nazionale fino ad arrivare a superare i confini, diventando internazionale. Pian piano si sono create, sempre tramite la creazione di account Twitter o Facebook e la relativa attività di post, costole collaterali come “Arture”, la voce delle donne del movimento che rivendica la propria rappresentatività all’interno del nuovo soggetto politico e il “Movimento Arturo Giovani”, per passare poi all’internazionalismo con “Revolucion Arturo”, succursale argentina del movimento.

Arturo con il passare del tempo sembra mettere vere e proprie radici ed è così che prosegue l’esperimento: i protagonisti di Gazebo decidono di seguire l’iter politico del PD, le primarie. Ecco che parte la macchina che fino a quel momento si era palesata solo come un qualcosa di virtuale e goliardico: in alcuni casi addirittura i gruppi di sostenitori del movimento iniziano a trasformare il fenomeno virtuale in concretezza, dando vita a episodi che alludono a una militanza attiva, benché sempre ammantata di scherzo. Creano un giornale, magliette, pseudo campagne sul web, ma si producono anche in alcuni casi in volantinaggi e banchetti. In qualche modo intorno al movimento si crea un alone di realtà e credibilità e le primarie vedono una partecipazione effettiva quantificabile in migliaia, forse decine di migliaia di persone. I candidati sono i principali volti del programma, Diego Bianchi “Zoro”, Makkox e Andrea Salerno e lo spoglio delle urne è avvenuto in questi giorni, ma non si sa ancora quale di loro sarà il candidato eletto.

Il processo è quello tipico dei mezzi di comunicazione di massa, i quali mettono in piedi un vero e proprio percorso autonomo di esaltazione o esasperazione di fatti di cronaca o notizie. Questo processo creativo riesce ad influenzare l’opinione pubblica, facilmente portata a credere a tutto quello che i media veicolano tanto da ritrovarsi sempre più spesso a vivere e agire in una realtà, di fatto, parallela. Questo fenomeno comunicativo emerge da un legame sinergico tra il mezzo televisivo, nello specifico, e i telespettatori. Il caso di Arturo è emblematico, in un periodo in cui la credibilità della classe politica diminuisce di giorno in giorno e l’opinione pubblica, in questo caso per lo più di sinistra e attenta ai temi sociali, sente di non essere più rappresentata. Il senso di appartenenza a un qualcosa di reale viene sempre meno, si tende ad aggrapparsi a fenomeni virtuali e solo apparentemente reali, addirittura come in questo caso nati per scherzo e andati ben al di là delle intenzioni degli stessi ideatori.

“La comunicazione è un complesso intreccio di elementi culturali e intellettuali che struttura i modi in cui il nostro tempo si rapporta a se stesso. Capire la comunicazione vuol dire comprendere molto di più. Risposta apparente alle laceranti separazioni tra sé e gli altri, tra privato e pubblico, tra pensiero interiore e parole esterne, la nozione spiega le nostre strane esistenze a questo punto della storia. Essa è un ricettacolo nel quale sembrano riversarsi la maggior parte delle nostre speranze e paure.”

John Durham Paters, 1999

Il fenomeno Arturo suggerisce molte possibili analisi sull’attuale pervasività dei messaggi e sulle forme di “partecipazione” che transitano sui social network (e sulla “buona vecchia” televisione, va detto) e ci fa porre delle domande alle quali sarà difficile dare delle risposte. In primis ci conferma che una fascia ampia di popolazione, anche quella attenta ai temi politici, ha ormai perso completamente la fiducia nella classe politica, non riconoscendo più un’appartenenza a qualsivoglia partito, ma preferendo piuttosto seguire, finanche in modo serio e “militante”, i messaggi lanciati da una trasmissione che, pur offrendo spesso servizi giornalistici di alto livello, rimane principalmente comica. Arturo non ha un programma politico o uno statuto, ogni corrente collaterale ne ha sancito uno, rispecchiando i bisogni o la vena satirica dei singoli fautori. È un movimento nato in modo spontaneo dal web che ha messo in moto una vera e propria campagna politica arrivando a rendere il tutto “quasi vero”. Il discorso diventa ancor più tristemente serio se si pensa, come è spontaneo e normale fare, al M5S, nato in un modo considerato altrettanto bizzarro secondo i canoni tradizionali, ma ormai, ahinoi, indiscutibilmente “vero”.

Il punto su cui riflettere non è la nascita o meno di un nuovo movimento, data la quantità spropositata di formazioni, grandi o piccole e più o meno effimere; il punto è il perché questo fenomeno abbia attirato così tanto una fetta di opinione pubblica, senz’altro di idee progressiste e tolleranti, portando addirittura ad accenni di mobilitazione, cosa che sappiamo quanto fatica ad avvenire riguardo a fatti reali che ci riguardano da vicino. La classe politica ha fallito, e su questo non c’è alcun dubbio, ma sicuramente in molto di ciò che facciamo abbiamo fallito anche noi, nel momento in cui all’enorme sbattersi quotidiano non segue mai una simile ondata contagiosa di entusiasmo popolare, fosse anche di puro sostegno sul web. Nel caso specifico il pubblico televisivo è diventato elettorato perché si è riconosciuto e si è sentito parte di questo fenomeno, spostandosi dal web alla televisione fino ad arrivare per le strade con la copiosa partecipazione ai seggi fantoccio per l’elezione del segretario del “partito fake”.

Di sicuro emerge un fatto preoccupante: il predominio della dimensione social nelle relazioni umane dei nostri giorni regala l’illusione che in qualche modo tutto questo sia davvero una forma di attivismo, di partecipazione alla vita politica tout court. Si arriva al paradosso di dedicare del tempo, e qui interviene il concetto di militanza, al preparare uno sketch da far girare sul web, e non passa neanche nell’anticamera del cervello di promuovere un comitato nel proprio quartiere che inizi a occuparsi nel concreto della vita quotidiana. Si sente però anche, e questo è bene tenerlo presente, un diffuso bisogno di grandi entità collettive in cui riconoscersi, cosa che di questi tempi è lontana dalle corde dei “movimenti sociali”.

Tutto sommato dobbiamo ringraziare l’estro degli autori di Gazebo che, partendo da presupposti tutt’altro che seri, hanno scoperchiato una sorta di Vaso di Pandora ponendoci di fronte ad un ampio problema di identità e di non-consapevolezza politica, ma anche a un diffuso bisogno di ritrovare quell’identità e quella consapevolezza in forma collettiva. Ai tempi di Zuckerberg però, e questo è un problema in più, altrimenti forse potremmo davvero dire “W Arturo”.

Oreste&Circe

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RIFLESSIONI

APPUNTI DALL'ERA DEL NULLA

Siamo i figli di mezzo della storia, non abbiamo né uno scopo né un posto. Non abbiamo la Grande Guerra né la Grande Depressione. La nostra grande guerra è quella spirituale, la nostra grande depressione è la nostra vita. Siamo cresciuti con la televisione che ci ha convinti che un giorno saremmo diventati miliardari, miti del cinema, rock star. Ma non è così. E lentamente lo stiamo imparando. E ne abbiamo veramente le palle piene!”
Fight Club, 1999

Contorni sfumati e sapore di plastica. Frammenti di vite accelerate, in fondo, talmente simili da essere interscambiabili.

Il frame di un video mandato in loop per dieci ore. Una serata alterata da droga e alcol in mezzo a conoscenti sconosciuti. Un selfie nel cesso con l’addominale in vista. Le domande di rito per una scopata dell’intensità di una sega. Il mondo visto dallo specchio deformante del social network. Una rissa fuori dal locale per un bicchiere rovesciato.

Una serie di immagini donateci dal nostro presente frustrato e frustrante. Momenti di un tempo tenuto insieme dalla strutturale assenza di senso: proprio questo sembra essere il battito profondo di un’epoca segnata dalla miseria e dalla catastrofe. Ciò che è successo a culture e comunità sparse per il globo sotto l’incedere del capitalismo è oggi diventata una sindrome cronica dell’individuo.

Il mantra produci-consuma-crepa ha invaso ogni angolo della vita: abbaglia il consumatore con i suoi giochini luccicanti sempre nuovi, con le sue offerte sempre rinnovate di divertimento e superfluo benessere e in cambio si prende la vita, la incatena ad un posto di produzione o la getta tra gli scarti, continuando a ripetere che puoi avere tutto. Basta pagarlo.

Per indagare a fondo quest’abisso che è l’esperienza esistenziale occidentale oggi, non basterebbero oceani d’inchiostro e decenni di ricerca e distacco scientifico. Sappiamo però molto bene cos’è quel disagio che stringe alla gola le nostre generazioni. Ne siamo osservatori partecipanti da quando abbiamo emesso il primo vagito. Quando si sentono analisti, cervelloni e critici enunciare che il problema dei giovani (se proprio si voglia dare ancora credito alla stronzata del “disagio giovanile”) siano la droga, la violenza, l’assenza di rapporti umani ci viene da ridere. Sono i problemi questi? No. Sono i sintomi al massimo, o le panacee più precisamente.

La tendenza autodistruttiva dell’animale metropolitano è il suo mantra salvifico, la sua preghiera che lo dota di senso riempiendo per un momento la voragine che cova dentro il petto; l’animale metropolitano consuma il suo tempo come le sostanze, consuma se stesso come le sue relazioni in una coazione a ripetere demenziale, perché fondamentalmente non sa fare altro. È stato educato e programmato a desiderare e consumare.

Molti fanno della vita senza freni una bandiera, uno status quo di cui compiacersi: rivendicano il proprio incedere temporale di aperitivi-feste-after da catena di montaggio gioiosa come rivalsa su un mondo che ci vorrebbe freddi e tristi. Eppure quanti ammettono limpidamente l’ansia che li rode dentro quando la musica e le luci sono spente e la cocaina in corpo s’affievolisce? I minuti di paranoia che s’impongono odiosi tra il fine-serata e il sonno sono forse il momento rivelatore più comprensibile in cui ci appare chiara tutta la miseria di questo tempo e del come lo attraversiamo. Un’epifania triste da consumare in ultimo atto, da soli.

Chi si sia mai approcciato al tema carcere avrà ben presente che l’autolesionismo, al netto delle sue definizioni e implicazioni cliniche, è l’esternazione di tutte quelle pulsioni negative dalla rabbia all’odio, dall’ansia alla frustrazione che, non trovando un obbiettivo contro cui scagliarle, si ritorcono contro se stessi pur di farle fluire all’esterno.

Sempre in tema carcerario, chi è stato detenuto nel periodo delle rivolte ricorda bene come la lotta contro la galera, l’evasione come progetto costante fossero oltre che una pratica politica e resistenziale ben definita, anche e soprattutto un antidoto forte all’annichilimento della persona, all’abbrutimento e all’autolesionismo imposto dalla costrizione: un imporre la propria umanità contro il Nulla.

Negazione dell’imposizione carceraria come pratica politica collettiva, negazione della propria soggettivazione quale recluso come catarsi spirituale personale.

Il parallelismo tra fuori dal carcere e dentro il carcere può forse illuminare il lettore su quale sia la pulsione di un militante politico ad inoltrarsi in un campo che si potrebbe dire Esistenzialista.

Parliamoci onestamente: se qualcuno si mette in testa di sfidare il presente e di rischiare tutto o quasi nel gioco dell’insurrezione non è soltanto per bisogno materiale o coscienza sociale.

In fondo c’è sempre, anche quando negata a sé stessi, una rivolta contro noi stessi quale immagine del mondo deprimente che ci circonda. Vi è un rifiuto intimo e forte di quest’esistenza senza senso che noi per primi perpetriamo come ci è stato insegnato.

Anche quando ci poniamo e autodefiniamo rivoluzionari, non stentiamo a proseguire in un consumo squallido della nostra esperienza di vita. Consumiamo la relazione con i nostri compagni nell’esclusivo momento politico, sia esso lo scontro o l’assemblea, o nella scopata senza passione che ci spacciamo ancora per comunismo degli affetti quando, come ben lo ha definito qualcuno, sarebbe meglio chiamarlo liberismo degli affetti. Consumiamo il nostro dialogo in una battaglia dialettica tra chi ha più nozioni o carisma. Viviamo la nostra militanza come un abito che ci identifica ma di cui ci possiamo sostanzialmente disfare quando cessa di appagarci.

Vogliamo davvero definirci rivoluzionari? Vogliamo davvero distruggere questo mondo-sistema fin nelle sue fondamenta? Allora come cogliamo i terreni dello scontro vertenziale, come interpretiamo l’evolversi materiale delle contraddizioni locali o globali, dobbiamo cogliere anche il dato intimo della sfida, la sua dimensione esistenziale e filosofica. Dobbiamo inseguire e pugnalare questo mondo fin dentro di noi. Altrimenti di poco differiremo da uno zelante parrocchiano.

Prendiamo coscienza di quell’istinto alla rivolta contro noi stessi che ci alberga dentro, non esitiamo ad ammazzare e gettare al ciglio della strada lo sterile animale metropolitano che siamo.

Se la malattia mentale di questo tempo è l’assenza di senso, il vuoto dell’anima, allora la cura sta nell’incendiare le nostre passioni sovversive, nello scegliere di stringere le nostre vite in una complicità tutta umana che si fa politica nello scontro con la disgregazione imperante.

Dotare di senso il nostro tempo significa riempirlo con la costruzione della nostra persona assieme al suo ambiente, significa vivere coscientemente e intensamente ogni momento dell’agire quotidiano come fosse parte integrante della lotta.

Parafrasando, farsi militante rivoluzionario significa anzitutto assegnarsi una felicità difficile ma immediata.

Chi scrive non ci ha mai capito un cazzo di calcio ma ha sempre apprezzato la Curva, e non tanto per il suo carattere muscolare e violento ma per l’intuizione felicissima del vivere collettivamente la passione comune, ancora di più per aver sistematizzato la cifra etica di quest’intuizione: coerenza e mentalità!

Questo a noi oggi sembra mancare: la mentalità, la lente valoriale con cui si interpreta il rapporto con l’esistente; tutte le pratiche e visioni che essa comporta ci dotano di quella forza spirituale che nessuna campagna o slogan – per quanto entusiasmanti – possono darci. La coerenza: la costante e stretta adesione ai principi professati ci pone in sostanziale alterità rispetto al Nulla che ci assedia.

È giunto il momento di strappare il velo di Maya, svelare il trucco. È ora di guardare in faccia le macerie della nostra epoca in tutto il loro dramma, di prendere coraggio e cercare, tra queste macerie, i germogli di una nuova vita, il senso di un nuovo Tempo.

A noi non fanno paura le macerie, perché portiamo un mondo nuovo nei nostri cuori. Questo mondo sta crescendo in questo istante…”
Buenaventura Durruti, 1937

Zero

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INTERNAZIONALISMO

UNA BANDIERA CHIAMATA SOLIDARIETÀ: UN'INTERVISTA AGLI INTERNAZIONALISTI IN ROJAVA

Quella che segue è un’intervista che ci ha rilasciato un compagno internazionalista attualmente impegnato nella guerra in Siria al fianco della Rivoluzione Confederale. Con lui abbiamo provato a delineare un po’ gli ultimi sviluppi di questa lotta e cercato di mettere in luce il fenomeno, inedito per i nostri giorni, dell’internazionalismo militante che sempre più sta coinvolgendo soggetti e strutture che lottano per un cambiamento dell’esistente.

Ciao, voi fate parte dell’Antifa Internationalist Tabur, una formazione internazionalista combattente. Potete raccontarci un po’ la storia di questo gruppo? Come e quando è nato, su quali basi si è costituito, in che attività è attualmente impegnato?

Ciao. Innanzitutto noi facciamo parte dell’AIT, la parola tabur in curdo vuol dire unità o battaglione.

È una formazione internazionalista nata ufficialmente, in origine da pochi compagni, il 20 novembre scorso; la data scelta non è affatto casuale: é un omaggio alla figura del grande rivoluzionario Buenaventura Durruti nell’anniversario della sua morte, il 20 novembre 1937, durante la rivoluzione spagnola.

Le basi ideologiche su cui si è aggregata sono quelle dell’antifascismo, dell’antisessimo, dell’antiautoritarismo ed ovviamente dell’anticapitalismo. Su questo minimo comune denominatore il gruppo è andato via via aumentando i suoi effettivi, segno che le scommesse ed il lavoro che abbiamo fatto sta dando i suoi frutti. L’idea all’origine era quella di essere un punto di riferimento in Rojava per tutti i compagni internazionalisti che venivano unendosi alle YPG/YPJ; per tutte quelle persone che condividono con noi i principi di cui sopra ed anche per quelle che, con meno esperienza politica, abbiano voglia di sperimentarsi nella lotta, evolversi e crescere con noi.

Il battaglione ha partecipato in gennaio alle battaglie sui fronti tra Membij e Al-bab, difendendo il fronte da attacchi esterni, mentre dentro la città di Al-bab la lotta tra esercito turco e ISIS si risolveva con la fuga concordata di quest’ultimi.

Attualmente siamo impegnati nell’operazione Raqqa; siamo ora rientrati dopo due settimane dalle azioni cui abbiamo partecipato per la liberazione della cittadina di Al-Kamarah ad est di Raqqa. Quando non siamo impegnati in nessun fronte, viviamo nella Nokta (base in curdo) in cui le giornate passano tra i vari parxwarde: gli addestramenti militari e ideologici, ma anche lo sport, i giochi, lo stare insieme per divertirsi e per confrontarsi politicamente con gli altri compagni.

Non siete l’unico gruppo di volontari internazionali sul campo; si è visto prima il Lions of Rojava, successivamente l’International Freedom Battalion e molto recentemente l’International Revolutionary People Guerrilla Forces. Quali sono i rapporti politici e organizzativi tra le varie formazioni? C’è un rapporto gerarchico tra esse, di coordinamento orizzontale o di semplice autonomia? Invece qual’è il rapporto rispetto alle YPG/YPJ e le SDF?

No, non siamo assolutamente l’unico gruppo del genere; intanto ti correggo sui Lions of Rojava, che non era un battaglione inquadrato ma un gruppo di collegamento logistico tra lo YPG e gli internazionali, questo da circa un anno non esiste più.

Con gli altri gruppi che hai nominato, l’IFB e l’IRPGF, agiamo ovviamente in coordinazione, tanto per la propaganda quanto per le questioni pratiche. Non c’è affatto un rapporto gerarchico tra di esse; anche perché l’IFB è un gruppo formato da varie realtà anarchiche e comuniste di varie parti del mondo, l’IRPGF è invece dichiaratamente anarchico; ci unisce un fondamento ideologico comune e l’internazionalismo militante.

Nessuna formazione è di per se autonoma ma agiamo tutti in coordinazione; detto ciò, alcuni gruppi come il nostro hanno deciso di entrare organicamente, in quanto Tabur, all’interno dello YPG e delle SDF.

Questa dell’AIT è stata una scelta dettata dalla volontà, già esplicata, di essere un punto di riferimento per gli internazionalisti proprio all’interno dello YPG

C’è stata una sorta di evoluzione nella partecipazione di volontari al fronte: inizialmente si erano viste figure provenienti dal mondo militare, spinte più da una sorta di avventurismo; ora si è giunti ad una situazione in cui gli internazionali sono soprattutto compagni antifascisti che si impegnano nella lotta. Come interpreti questa tendenza all’internazionalismo militante degli ultimi anni?

Negli ultimi anni e soprattutto negli ultimi mesi c’è stata effettivamente un’evoluzione dei volontari accorsi a supportare il Rojava: all’inizio della guerra era presente quella sorta di avventurismo che dite, venivano molti ex militari o fanatici della guerra; oggi invece c’è stato un vero è proprio cambio di rotta; conosco anche ex soldati che hanno lasciato l’esercito e che non sono affatto degli esaltati ma vengono a dare il loro contributo qui come fanno molti compagni e antifascisti. Questo cambio di tendenza in parte è opera di quei compagni che negli anni passati sono venuti in Kurdistan per fare informazione e propaganda su ciò che realmente è la rivoluzione confederale; una rivoluzione portata sotto gli occhi del mondo dall’eroica resistenza di Kobane, che ha messo in luce l’importanza di questa lotta iniziata ufficialmente il 19 luglio del 2012 ma che affonda le sue radici molto più indietro nel passato. Quindi è grazie al lavoro svolto precedentemente dai compagni che vediamo, nell’ultimo anno, l’afflusso di molti volontari nelle fila dello YPG.

Anche gli apparati repressivi degli stati occidentali si sono accorti di questa tendenza internazionalista; si è iniziato a parlare di foreign fighters e di arresti per chi va a combattere all’estero nelle formazioni rivoluzionarie. Quale credi sarà l’atteggiamento degli stati verso questo fenomeno?

Come sempre, gli apparati repressivi d’occidente sono molto attenti a ciò che succede all’interno dei movimenti; c’è da dire che è proprio negli ultimi anni, con l’emergere del fenomeno della solidarietà internazionalista, che hanno iniziato a parlare di foreign fighters: un’etichetta che rifiutiamo perché indicavaoriginariamente chi partiva per andare a combattere nell’ISIS. In Europa gli stati che più si sono distinti per la persecuzione dell’internazionalismo sono ad oggi Spagna e Belgio con l’arresto di molti compagni e compagne tornati da qui.

In Italia si è iniziato a discutere di ciò intorno a settembre, parlando di chi viene a combattere come di terroristi, quando sappiamo che il terrorismo vero è quello di chi fomenta la guerra e di chi compie stragi in Europa come in Siria e dovunque; fino ad ora non c’è stato nessun caso di persecuzione giudiziaria verso gli internazionalisti, in primis perché non vi è ancora nessuna legge che vieti esplicitamente quest’attività ma anche perché è una tesi insostenibile in un processo: come si fa ad accusare una persona di terrorismo quando questa viene qui a combattere l’ISIS e difendere i popoli del nord della Siria proprio dal terrorismo?

Ovviamente il futuro su questo frangente è imprevedibile ed è difficile coglierne le eventuali evoluzioni; possiamo dire intanto che per quanto siano rari ed improbabili i provvedimenti penali, in alcuni stati sono già in atto tentativi di divisione del movimento internazionalista con la classica divisione tra buoni e cattivi che agisce differenziando chi viene a combattere con alle spalle una storia di militanza politica e chi ci viene scevro da un certo background. Finora si è sempre rifiutata con forza questa divisione in quanto chi viene qui lo fa per supportare una rivoluzione e difendere un popolo, e questo lo rende a tutti gli effetti un compagno a prescindere da un qualsiasi “curriculum”.

A chi osserva dalle nostre latitudini è difficile farsi un quadro chiaro della situazione; sono molti gli attori che partecipano, tanto sul campo quanto nella diplomazia internazionale, e lo scenario è assai complesso. Voi avete partecipato da poco alla liberazione di Al-Karamah, nel quadro della campagna per Raqqa.

Cosa potete dirci riguardo alla situazione attuale e alle prospettive di questa guerra di resistenza?

A chi osserva da Occidente quanto avviene qui, ovviamente le notizie arrivano molto annebbiate e confuse, complice l’informazione scorretta e parziale portata avanti dai media mainstream. Pensiamo poi ad i poteri forti in gioco sul campo siriano e basta citare stati come gli USA, la Russia, la Turchia, l’Iran o gli Hezbolla libanesi: ognuno di questi gioca le sue carte a proprio favore, con strategie diverse e spesso opposte che però sono sempre in contrasto con le volontà e i bisogni del popolo siriano e della rivoluzione confederale. L’operazione di Raqqa che va avanti senza soste da novembre, di cui la liberazione di Al-Karamah è stato un piccolo passaggio, è stata avviata anche nel tentativo di unire i vari popoli dell’area in questa lotta: l’obbiettivo principale è certo la liberazione della città e delle zone limitrofe, ma porta con sé questa speranza più grande; basti pensare che dall’inizio dell’operazione più di 5000 arabi si sono uniti alle SDF e allo YPG/YPJ o hanno partecipato con le proprie brigate, assieme a curdi,turchi, turkmeni, armeni e assiri.

Anche nei villaggi liberati sul percorso si è avuta un’ottima risposta dei locali che hanno creato consigli popolari in supporto a questa campagna. È inoltre la partecipazione attiva delle donne che gioca un ruolo fondamentale: se pensiamo ad un villaggio sperduto dove regnano assoluti il maschilismo ed il patriarcato e la rivoluzione si presenta con le donne in prima fila che talvolta dirigono personalmente le operazioni militari, agli occhi di queste persone è un fatto che porta con sè un fortissimo messaggio rivoluzionario.

Per il futuro è difficile fare previsioni ma quello che i compagni e le compagne stanno facendo oggi è gettare dei semi con la speranza che sboccino poi in fiori; è grazie all’impegno, ai sacrifici e alla costanza di questi combattenti se già oggi possiamo vederne i primi frutti; poi è ovvio che i risultati ad esempio dell’operazione Raqqa non si raccoglieranno nel giro di mesi ma di anni. Se questa rivoluzione vincerà, e per ora sta vincendo, sarà certo per il sacrificio dei molti compagni ma anche per il supporto internazionale che può e deve ricevere.

La rivoluzione confederale è strettamente oggi legata alla guerra di resistenza contro ISIS, cosa potete dirci del rapporto tra questi due fattori? Cosa credete sia necessario al successo di questa rivoluzione?

La rivoluzione è nata ufficialmente nel luglio del 2012 con la dichiarazione della Carta del Rojava, quindi ben prima dell’arrivo di ISIS, Al-Nusra e degli altri gruppi islamisti, in questo senso la rivoluzione è un processo indipendente dalla guerra. Poi è stata da conosciuta nel corso del conflitto grazie a Kobane; la guerra però è un deficit che frena l’avanzata rivoluzionaria portandosi dietro anche la chiusura delle frontiere, ad esempio ad est dal Kurdistan iracheno guidato da Barzani e a nord dalla Turchia. La guerra è purtroppo un mezzo necessario per difendersi dal nemico e permettere ai popoli della regione di vivere in libertà, uguaglianza e reciproca tolleranza.

Alla vittoria del Rojava è necessaria la partecipazione attiva di tutti e tutte nel portare avanti questo esperimento ed un lavoro capillare e forte nella società civile; in questo gli schemi ideologici sono difficili spesso da mettere in pratica dopo anni di regime di Assad e dopo che il capitalismo ha invaso pesantemente le vite, il lavoro è quindi ancora molto da fare e richiede impegno e dialogo continui.

Come pensate che possano contribuire i compagni ed i solidali all’estero per supportare attivamente questo processo rivoluzionario? Cosa possono apprendere da esperienze come la rivoluzione curda e la vostra azione internazionalista?

I solidali dall’estero possono supportare in molti modi, innanzitutto con l’informazione reale su ciò che avviene qui o sostenendo economicamente. Si può apprendere molto da quest’esperienza: innanzitutto il dialogo tra le varie etnie o le varie scuole politiche; poi questo processo non è partito dal nulla ma da anni ed anni di duro lavoro, di critica e soprattutto autocritica per analizzare gli errori passati e come non ripeterli, l’adattare alla realtà le nostre idee senza che siano semplici pretese ideologiche.

L’assenza di dialogo, di autocritica, di analisi, di volontà di cogliere le occasioni sono tutti deficit che i movimenti occidentali oggi scontano e che sono di ostacolo al loro avanzamento e che potrebbero cogliere da qui.

Noi siamo venuti qui per supportare l’azione dei popoli qui presenti e combattere l’ISIS; in occasione del Newroz del 21 marzo abbiamo scritto un appello all’unità di tutte le formazioni rivoluzionarie ad unirsi in questa lotta cercando di rompere confini e barriere. Purtroppo in Europa c’è una forte crisi ideologica, di cui noi stessi siamo parte. La nostra azione internazionalista vuole essere un passo avanti in questo senso, vuole essere uno stimolo per tutti coloro che lottano affinché si creino reti di supporto ovunque, che possano cambiare davvero l’esistente.

Per chiudere, volete mandare un messaggio a chi legge dall’Italia?

Sono state molte le critiche ricevute dalla rivoluzione qui in Rojava; ci mancherebbe altro, le critiche sono fatte per migliorare, confrontarsi e crescere insieme. Purtroppo però in Italia si cade spesso in polemiche sterili assolutamente non costruttive e fini a se stesse, senza cercare di costruire un dialogo. Quello che noi diciamo è che comprendiamo tutti i dubbi circa questa rivoluzione, ma siamo consapevoli anche della mancanza di informazione che ci circonda ed invitiamo quindi ad informarsi bene su ciò che avviene qui e di mettersi in gioco per avanzare ed evolversi e cambiare insieme a noi, ai curdi, agli arabi, ai circassi ed a tutti i popoli che lottano al nostro fianco.

Zero

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EDITORIALI

TRA MUTUALISMO E IPOTESI RIVOLUZIONARIE

Esperienze autogestite e pratiche mutualistiche sono, ad oggi, uno dei contributi più consistenti che il movimento italiano è riuscito a sviluppare in questi ultimi decenni.

Palestre ed ambulatori popolari, doposcuola, corsi di italiano o lingue, supporto legale per la casa o per i migranti, fino ad esperienze di lavoro collettivo come officine popolari o cooperative agricole; tutto ciò è patrimonio comune che ci permette di sperimentare negli ambiti più disparati. Di più: si sono dimostrate, forse, il miglior aggregante sociale tra tutte le pratiche che riusciamo a mettere in campo.

Nella maggior parte dei casi, però, all’aggregazione non è corrisposto un adeguato avanzamento politico né un incremento della coscienza di classe. Questo perché troppo spesso i piani sociale e politico vengono erroneamente confusi o sovrapposti, ci sono molte realtà di compagni che hanno un ottimo intervento sociale sul loro territorio ma uno scarsissimo potenziale politico e mobilitativo a disposizione. Aiutare o aiutarsi per spirito di solidarietà è giusto e necessario ma non è ciò che ci rende rivoluzionari, così come una pratica gratuita ed orizzontale non è sovversiva in quanto tale o perché ci sottrae dalle logiche atomizzanti e sfruttatrici del capitale. La politica (come capacità di interpretazione ed azione sulla realtà) non è filantropismo esattamente come sottrazione non significa attacco!

Dobbiamo essere consapevoli che queste esperienze sono una scuola di formazione per chi le vive e contribuiscono quindi alla direzione che prendono da essa possibili militanti: possono strutturarsi politicamente, inseguire chimere o allontanarsi del tutto; rappresentano inoltre una dimostrazione empirica che una società comunista è non solo possibile ma anche auspicabile e funzionante e si costituiscono come una sperimentazione embrionale di questa stessa società: ci forniscono, cioè, una piccola idea di come possa nel concreto funzionare il “sol dell’avvenire” e ci permettono di cogliere i nostri errori e correggerli strada facendo. Se siamo coscienti di queste fondamentali funzioni allora le dotiamo del loro senso ultimo: armi per la lotta!

Ma non basta, dobbiamo sapere esattamente come utilizzare le nostre armi perché ci siano utili: dobbiamo mettere a punto il nostro piano! È qui che entra in gioco il vero problema: per sapere come utilizzare certe pratiche e munirle di senso politico occorre dotarci di una strategia di medio/lungo termine che ci permetta innanzitutto di capire chi siamo e cosa vogliamo, senza più limitarci al piano di contrasto di ciò che non accettiamo, ma passando ad un piano propositivo di ciò che vogliamo realizzare; porci obbiettivi e tattiche per raggiungerli.

In breve (ed in modo brutalmente semplicistico), per avere un’idea di massima, potremmo dire che siamo comunisti, vogliamo fare la Rivoluzione e lotteremo con ogni mezzo necessario per renderla possibile.

In una prospettiva di lungo termine che ci vede impegnati in una lotta via via più dura, le pratiche mutualistiche, che oggi ci forniscono un agente aggregante ed un laboratorio di formazione, devono essere interpretate come infrastrutture di resistenza, ovvero i mezzi che ci permettono di sostenere lo scontro per tutta la sua durata, garantendoci quella profondità strategica necessaria a chi si appresta ad attaccare il nemico.

Per chiarire: una rete di orti urbani non può servire solo ad insegnare a qualcuno come si coltivano i pomodori o a rendere più “naturale” l’ambiente in cui viviamo; deve, ad esempio, garantire l’approvvigionamento per degli operai in sciopero e le loro famiglie di modo che non debbano cessare la lotta per timore della penuria. Un ambulatorio popolare oltre a fornire prestazioni mediche al popolo laddove lo Stato non se ne fa più carico, deve organizzare gli utenti contro lo smantellamento della Sanità pubblica. Una scuola di italiano per immigrati non deve solo insegnare la lingua: deve informare sui diritti e le possibilità di vita e di lotta di un soggetto estremamente ricattabile. Questi sono solo alcuni esempi pratici di come debba essere intesa una pratica mutualistica: al bisogno dell’immediato corrisponde una necessità del futuro.

Ora, se queste sono le nostre infrastrutture di resistenza, quali sono i nostri strumenti d’assalto? Sono le vertenze sul lavoro e gli scioperi per il salario, i picchetti antisfratto e l’occupazione di case, i blocchi contro le devastazioni ambientali e i comitati contro le speculazioni; tutte quelle pratiche di per sé vertenziali e parziali ma che ci permettono di affondare la lama della lotta nella carne viva delle contraddizioni del capitale. Connettere questi due tipi di pratiche in un unico fronte di lotta, supportato ovviamente da una strategia complessiva, ci offre la possibilità di combattere il sistema a 360 gradi, accumulando man mano sempre più forza e mezzi; all’avanzamento della lotta deve corrispondere la nostra capacità di riempire lo spazio conquistato con un’alternativa immediata.

Una delle problematiche più frequenti che ci si è posti in vari circoli è: come uscire dall’isolamento quasi cronico in cui si trovano i rivoluzionari rispetto alla propria classe? Come sfondare questo muro d’indifferenza partendo da ciò che abbiamo costruito nel tempo e che ci contraddistingue?

In estrema sintesi, per rispondere a queste domande, sono determinanti due fattori: la capacità di connettere tutte le pratiche di cui si può disporre ed una strategia forte e di lungo termine che le doti di significato.

George L. Jackson scriveva che le comuni si sarebbero costruite con “l’opuscolo in una mano e il fucile nell’altra”. Noi possiamo arricchire quest’immagine con un martello serrato tra i denti. L’opuscolo per studiare ed evolverci, il fucile per attaccare e difenderci dal nemico, il martello per costruire l’autonomia della nostra classe!

Prometeo

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FORMAZIONE

CHE CENTO FIORI NASCANO

Analisi delle riforme universitarie negli ultimi 25 anni

Dopo l’imponente movimento dell’Onda e le sue propaggini che hanno reso possibile una giornata storica come quella del 14 dicembre 2010, il mondo della formazione, e soprattutto l’Università, ha vissuto un momento non solo di riflusso, ma anche di crisi costante e crescente dei movimenti e della partecipazione. Come analizzare dunque la situazione attuale e riconquistare ancor prima che un futuro, il presente della nostra Università? (altro…)

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