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giugno 2017

LAVORO

SCIOPERO! APPUNTI DAL MONDO DEL LAVORO

Parlare di lavoro, oggi, appare una necessità sempre più urgente. Da sempre contraddizione centrale attraverso cui si muovono sia le aspirazioni dei rivoluzionari che le speranze della gente comune di avere una vita quanto meno dignitosa, un ragionamento sul conflitto tra capitale e lavoro sembra invece oggi essere evitato accuratamente proprio dalle giovani generazioni di compagni. È chiaro che ogni discorso su lavoro, salario e sfruttamento debba avere come terreno di partenza l’analisi delle dinamiche economiche globali, oltre che delle riforme liberiste attuate dai propri governi nazionali negli ultimi decenni. Persone più grandi, preparate e specializzate di noi già lo fanno meglio di quanto potremmo farlo noi, ma ci ripromettiamo sia di cimentarci in prima persona, sia di dare spazio a documenti di analisi vera e propria.

Ci interessa però in primis dare vita a una sezione in cui abbiano spazio le esperienze “nostre”. Perché il lavoro e il non lavoro sono tematiche a cui nessuno sfugge, e negli ultimi tempi, diciamo gli anni ’10, quelli in cui la gente della nostra età ha iniziato a lavorare o a cercare inutilmente lavoro, si stanno abbattendo sulla nostra quotidianità i rapidissimi cambiamenti che si sono succeduti in pochi anni. La crisi economica strutturale che non accenna a finire e le riforme di scuola, università e mondo del lavoro ci hanno fatti precipitare nell’epoca del lavoro gratuito o clamorosamente sottopagato, basato sul concetto di stage, di tirocinio, di “fare esperienza”, del “fare curriculum”, che ormai sembra diventare come una versione negativa dell’utopia di Galeano, quella che ogni passo in avanti che fai si allontana di un passo, ma che serve a continuare a camminare, e in questo caso, a continuare a farsi sfruttare.

Gli under 35 sono seriamente in difficoltà quando si parla di lavoro. Perché di fatto non ci sono modelli desiderabili, ed è anche normale che in una società capitalista non ci siano modelli di lavoro salariato desiderabili. Il ritorno indietro a un posto fisso, ovvero a seppellirsi per 40 anni nella stessa fabbrica o nello stesso ufficio, con gli stessi orari e gli stessi pochi colleghi, al servizio sempre di un padrone o dello Stato, non appare certo un orizzonte ottimale, e ciò è comprensibile. Anzi, grandi ed eroiche lotte furono fatte proprio per liberarsi da quel modello. Il problema è che queste battaglie furono perse, e adesso ci troviamo in una situazione indiscutibilmente peggiore, sia a livello salariale che esistenziale: la precarietà più selvaggia. Una precarietà che sembra non lasciare alcuno spazio alla sperimentazione di nuove forme di lotta, o almeno fino ad ora chi ha provato a inventarsi qualcosa a riguardo non ne ha tirato fuori granché. Se guardiamo alle lotte nel lavoro, gli unici spiragli sembrano esserci proprio laddove esiste ancora un qualcosa di simile all’operaio massa, come nella logistica o nella grande distribuzione. Oppure nelle lotte, ormai del tutto difensive e di retroguardia (ma non per questo meno giuste), per salvare il posto di lavoro dalla delocalizzazione nei settori dell’automobile e dell’industria pesante.

Nei giovani militanti (ma anche in molti meno giovani) si nota molto la tendenza a provare in tutti i modi a ricavarsi una nicchia più lontana possibile dal lavoro salariato, in cui guadagnarsi in qualche modo da vivere con forme più mutualistiche. Intento umanamente del tutto comprensibile, ma che non può risolvere il problema, anzi nasconde in sé il terribile spettro dell’auto-sfruttamento. A volte si arriva addirittura a comportamenti, di fatto, mentalmente dissociati, come andare a fare “le lotte degli altri” senza fare quelle che riguardano la propria condizione. Si lavorano le proprie ore senza fiatare, e poi si va ai cancelli di qualche fabbrica in sciopero. Cosa umanamente anche lodevole, ma che non può portare nulla di buono dal punto di vista della crescita della lotta di classe. Così come sono del tutto vuote le rivendicazioni di reddito slegate da qualsiasi forma di lotta, e non è un caso che il tema del reddito di cittadinanza sia sventolato a livello mainstream ormai soltanto da un movimento reazionario come il 5 Stelle. Ed è sicuramente consolatorio, ma altrettanto perdente, pensare di aggirare il problema concentrandosi solo sulla lotta “territoriale” e sulla riappropriazione di reddito: due aspetti fondamentali ma assolutamente non sufficienti.

La classe dominante ci mantiene poveri e soggiogati tramite la relazione subordinata di lavoro, tramite le catene del lavoro salariato (e ormai nemmeno più salariato, siamo tornati alla schiavitù, magari anche a chi costruiva le Piramidi in Egitto dicevano che “faceva curriculum”). Se vogliamo sconfiggerla e non solo ricavarci delle piccole nicchie di pace, dobbiamo tornare ad affrontarla su quel terreno.

Per questo vogliamo iniziare un percorso di autoinchiesta, raccontando le nostre esperienze di lavoro nel mondo attuale, la nostra quotidianità di sfruttati, provando a individuare le cose che ci danno più fastidio, che danno più fastidio ai nostri colleghi, gli elementi in cui il padrone potrebbe essere più debole e quindi su cui si potrebbe attaccare. Un percorso che raccolga anche le testimonianze di chi ci legge. Perché un’efficace azione concreta non può che partire dalla sintesi tra una corretta analisi delle dinamiche macroeconomiche e la fisicità urgente dei nostri bisogni. Coraggio compa’. Siamo ai tempi del lavoro gratuito: davvero, oggi più che mai, non abbiamo altro da perdere se non le nostre catene.

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CONTRIBUTIMETROPOLI vs TERRITORI

UN' EMERGENZA ABITATIVA CHE DURA DA SESSANT'ANNI:LE LOTTE DI IERI E OGGI VOL.2

 Nei primi anni Ottanta, si disgregava progressivamente la solidarietà di una classe che faceva sempre più fatica a riconoscersi come gruppo con medesimi interessi e analoghe condizioni materiali. Gli operai perdevano il proprio ruolo di avanguardia politica in un processo collettivo rivoluzionario. Iniziava ad assumere centralità un ceto intermedio di impiegati, commercianti e piccoli imprenditori.

Se gli anni Ottanta sono stati gli anni della cassa integrazione e dei licenziamenti di massa, gli anni Novanta e Duemila diventano gli anni della precarietà di massa. I salari reali diminuiscono e si moltiplicano le forme di lavoro atipiche che non garantiscono una continuità di reddito nel tempo. All’inizio degli anni Duemila, si percorre una fase di espansione della base occupazionale e di riduzione della disoccupazione; ma le condizioni dei lavoratori peggiorarono drasticamente: diminuiscono i salari reali e, quindi, il potere d’acquisto, aumenta l’instabilità lavorativa, si diffonde il fenomeno della sottoccupazione e dei working poori. Per incoraggiare l’occupabilità della popolazione attiva e stimolare le assunzioni da parte delle aziende vengono attuate politiche di flessibilità numerica in entrata, attraverso l’introduzione di contratti a tempo determinato, e in uscita, attraverso l’eliminazione o l’ammorbidimento delle tutele contro il licenziamento. Si realizzano politiche di flessibilità organizzativa attraverso l’esternalizzazione di parte dell’attività produttive: si moltiplicano le cooperative che non rispettano minimamente le condizioni contrattuali previste dal CCNL. I contratti flessibili si sostituiscono progressivamente alla vecchia forma a tempo pieno e indeterminato, rendendo precari e instabili i percorsi lavorativi ed esistenziali. Il Pacchetto Treu del 1997 e legge Biagi del 2003 codificano e regolano queste nuove forme contrattuali.

Per quanto riguarda la questione abitativa, ripercorrendo storicamente la curva del mercato immobiliare, dei consumi e dei redditiii, si osserva che nel decennio Sessanta i redditi hanno avuto un incremento del cinquanta per cento, mentre gli affitti e i consumi sono aumentati solo di un quarto percentuale; nel decennio Settanta la quota di proprietari di case superava il cinquanta per cento della popolazione e le famiglie riuscivano a mantenere un costante accumulo di denaro. Dalla fine degli anni Settanta e per tutti gli anni Ottanta, l’inflazione ha causato un innalzamento degli affitti e dei consumi; solo due strumenti legislativi, l’equo canoneiii e la scala mobileiv (entrambi aboliti negli anni Novanta), hanno salvaguardato i risparmi di lavoratori e famiglie.

La logica “investi sul mattone” per proteggere i risparmi dall’inflazione è stata propagandata chiaramente; la casa è passata ad essere da bene d’uso a un bene d’investimento e una fonte di reddito per moltissime famiglie. Dalla seconda metà degli anni Novanta e per tutto il primo decennio Duemila, i costi per i consumi e il mantenimento dell’abitazione iniziano ad incidere eccessivamente sul reddito delle famiglie. I proprietari di case diventano il 70% della popolazione residente; ma in verità aumentano i proprietari di mutui perché solo attraverso l’indebitamento si è in grado di acquistare un alloggio. Dal 2005, per la prima volta, la curva dei costi per l’abitazione supera quella dei redditi. Il processo di cartolarizzazione e vendita del patrimonio pubblico e il processo di liberalizzazione del mercato degli affitti aggravano ulteriormente la situazione. Con la crisi finanziaria legata principalmente allo scoppio della bolla immobiliare, l’abitazione rappresenta un simbolo di status sociale e un bene di lusso per gli esclusi dal mercato.

Negli ultimi due decenni, i prezzi delle abitazioni sono cresciuti in modo inversamente proporzionale al numero di alloggi popolari. Stando ai dati pubblicati da Federcasa, in totale si contano meno di un milione di alloggi di edilizia residenziale pubblica, di cui circa 800 mila gestite dalle Aziende Casa (ex IACP); dopo il processo di dismissione avviato con la legge 560 del 1993, l’offerta è calata del 22%. Il ricavato dalle vendite – lontano dai prezzi di mercato – non è stato sufficiente a costruire nemmeno un terzo del patrimonio venduto. Anche l’offerta residenziale destinata ad alcune categorie di lavoratori (Poste, Ferrovie, etc.), le case degli Enti previdenziali (INPS, ex INPDAP) e delle compagnie assicurative hanno subito un graduale e massiccio processo di cartolarizzazione e dismissione. La Riforma Dini del 1995 (legge n. 335), la legge del 2001 recante disposizioni in materia di privatizzazione e valorizzazione del patrimonio immobiliare pubblico (legge n. 410), la finanziaria del 2003 che permetteva la vendita del patrimonio di Regioni, Comuni ed Enti locali hanno ulteriormente affermato il concetto di “fare cassa” per il risanamento del debito pubblico. Infine, la legge che disciplina le locazioni e il rilascio degli immobili a uso abitativo (legge n. 431 del 1998) completa la liberalizzazione del mercato delle locazioni e alimenta dinamiche d’innalzamento degli affittiv.

Queste scelte chiaramente di natura politica hanno generato processi di impoverimento e aumento del disagio abitativo sia in termini di aggravamento dell’incidenza dei costi sul reddito (negli ultimi dieci anni, il costo generale della casa è cresciuto del 77% per chi si trova in affitto e del 24% per chi ha la proprietà; le retribuzioni, invece, sono cresciute solo del 18%) sia in termini di espulsione da aree e quartieri per le famiglie che non hanno potuto acquistare gli alloggi in vendita o pagare i crescenti canoni di affitto.

Per questi motivi, l’emergenza abitativa è riesplosa con tutta la sua dirompenza. Si è sottovalutato il problema per lungo tempo perché si è pensato che riguardasse fasce ridotte della popolazione.

A fronte di un surplus di 5,6 milioni di case vuote e un invenduto di 540 mila unitàvi, il numero di persone che perdono casa sono in costante crescita. Come si osserva dai grafici, negli ultimi vent’anni sono aumentate le richieste di esecuzione soprattutto per un’impossibilità a sostenere i costi dell’affitto; si tratta di “morosi incolpevoli”, secondo una definizione introdotta proprio negli ultimi anni.

A Roma, in particolare, il mercato immobiliare presenta i costi più elevati: l’affitto di una stanza si aggira intorno ai 450 eurovii al mese, i canoni medi delle abitazioni (arredate) al libero mercato stanno intorno ai 727 euro al mese per un monolocale, 850 euro per un bilocale, 1.042 euro per un trilocale e 1.023 euro per un quadrilocaleviii. Dal 2007 a oggi si registra una variazione percentuale del +42% di sfratti emessi e del +37% di sfratti eseguiti con l’intervento della forza pubblica.

Ultimi dati disponibili, nel 2015 è stato emesso uno sfratto ogni 399 nuclei familiari, ma molte grandi città presentano una situazione peggiore della media nazionale: Roma con uno sfratto ogni 272 famiglie, Genova 1/317, Firenze 1/323, Palermo 1/324, Napoli 1/335, Verona 1/353, Milano 1/357 e Bologna 1/696.ix

Per questo motivo, sono riesplose le iniziative antisfratto e le occupazioni di immobili in tutta Italia. A Roma, in particolare, si contano oltre sessanta occupazioni a scopo abitativo e una decina di progetti di autorecupero. Ma in verità il numero è sottostimato perché sfuggono dal conteggio palazzine occupate indipendentemente dai movimenti di lotta per la casa e le occupazioni di singoli appartamenti di enti pubblici lasciati invenduti o di alloggi popolari.

Proprio il successo e l’espandersi di queste iniziative organizzate ha avuto però come effetto negativo la reazione dura da parte dello Stato, con forme di repressione volte a negare la legittimità di tali azioni. L’ultimo provvedimento legislativo, conosciuto con il nome di “Piano casa Lupix, rappresenta un dispositivo di controllo perché prevede disposizioni che favoriscono la dismissione del patrimonio residenziale pubblico (art. 3) e il contrasto alle occupazioni abusive d’immobili (art. 5).

Questo provvedimento impedisce a chiunque occupi un edificio di chiedere la residenza e l’allacciamento a pubblici servizi: energia elettrica, gas, servizi idrici e telefonia fissa. Inoltre dispone che gli occupanti abusivi di edifici pubblici non possono partecipare alle procedure di assegnazione di questi alloggi per i cinque anni successivi (art. 5, comma 1-bis). All’acuirsi dell’emergenza abitativa, dunque, si risponde con un irrigidimento legislativo che ha pesanti conseguenze e ricadute sull’esercizio di alcuni diritti. Impedire di chiedere la residenza anagrafica comporta diverse negazioni: l’iscrizione al Servizio Sanitario Regionale che garantisce l’assistenza sanitaria (assistenza medica e pediatrica, farmaceutica, specialistica ambulatoriale, ospedaliera, domiciliare e consultoriale); l’accesso alle prestazioni socio-assistenziali; l’accesso al sistema scolastico; per i cittadini italiani, l’iscrizione nelle liste elettorali del comune e l’esercizio del diritto di voto; per le persone rifugiate e immigrate, ostacola la possibilità di rilascio del permesso di soggiorno o l’acquisizione della cittadinanza.

Questo provvedimento genera una zona del non essere e dell’esclusione perché, di fatto, discrimina e rende illegali le persone che occupano casa per necessità. Colpisce senza pietà chi si attiva e reagisce ai pesanti attacchi di un ceto politico disponibile unicamente a seguire e applicare politiche neo-liberiste.

Ma perché negli ultimissimi anni le lotte non portano a vittorie reali?

La difficoltà sta nel fatto che, a differenza dei decenni passati, non c’è una base sociale coese e consapevole. Molte persone non hanno una precisa collocazione di classe e una chiara visione dei propri interessi. Anche nei quartieri più periferici, molte famiglie si riconoscono e si identificano come proprietari di case. Il fatto che l’emergenza abitativa colpisce sempre più persone (ad esempio il proprio vicino di casa, un parente, un amico, un collega), vedere eseguiti sempre più sfratti per le vie dei propri quartieri, la difficoltà a pagare le bollette sono questioni rilegate a “problema privato”. Le colpe vengono scaricate su chi subisce e non sui veri responsabili del problema: amministrazioni locali, Governo e Stato. Spesso si generano guerre tra poveri; la destra cavalca il problema degli sfratti per mettere contro proletari italiani e proletari di origine straniera.

Come si può uscire da questo impasse? Come ricreare dei veri rapporti di forza? Come riuscire a legittimare pratiche di autorganizzazione e di resistenza messe in campo dal basso?

In questa fase storica, a queste domande non corrispondono adeguate risposte. È importante il lavoro capillare nei quartieri per diffondere l’idea che non è giusto risolvere privatamente problemi generati da fattori di natura sociale ed economica; che la lotta e la resistenza paga; che l’unione e la solidarietà, al di là dell’appartenenza nazionale, sono gli unici fattori che possono riuscire a contrastare i dispositivi di controllo e repressione esercitati dai poteri politici ed economici.

Chiara D.

i Pugliese, E., Rebeggiani, E. (2004). Occupazione e disoccupazione in Italia. Dal dopoguerra ai giorni nostri. Roma: Edizioni Lavoro.

ii Cresme – Riusa (2012). Il mercato immobiliare in Italia e nelle città. Estratto da <www.ordinearchitetti.mi.it/download/file/11106>.

iii L’equo canone è uno strumento di politica abitativa che prevede la determinazione dell’ammontare massimo del canone di locazione non sulla base dai prezzi di mercato e dalla libera contrattazione delle parti, ma sulla base delle condizioni dell’alloggio. La legge del 1978 prevedeva che l’affitto e il subaffitto di un’abitazione non potesse superare il 3,85% del valore locativo dell’immobile.

iv Strumento di politica economica finalizzato a mantenere costante il potere d’acquisto, indicizzando i salari all’aumento dei prezzi.

v Graziani, A. (2005), Disagio abitativo e nuove povertà. Firenze: Alinea.

vi Fonte: censimento 2011.

vii Elaborazione dati provenienti dal sito <www.easystanza.it>.

viii Fonte dati Nomisma.

ix Ministero degli Interni (2015). Gli sfratti in Italia: andamento delle procedure di rilascio di immobili ad uso abitativo. In < http://ucs.interno.gov.it/ucs/contenuti/168224.htm>.

x D.L. n. 47/2014, poi convertito con modifiche dalla L. n. 80/2014.

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EDITORIALI

CADONO LE STELLE, TUTTI GIU' PER TERRA

Cadono le stelle è il caso di dire. Con la notevole inflessione del movimento pentastellato alle amministrative, torna in auge la vecchia rivalità elettorale tra PD e centro-destra che era stata messa da parte da nuove e rinsavite correnti. Il M5S che a seguito del fallimento e di un’instabilità che li vede protagonisti nell’ultimo periodo, torna alla carica lanciando dichiarazioni che lasciano intuire delle prevedibili alleanze.

Il crollo del Movimento sta avvenendo in modo lento ma visibile agli occhi dei più attenti, dalla cacciata di presunti cavalli da corsa a fallimentari gestioni di giunte comunali. L’Appendino dopo i fatti avvenuti a Piazza San Carlo a Torino durante la finale di Champions, si è giustificata esordendo che il Comune non c’entrava nulla e che il ‘mostro mediatico’ è stato creato come complotto per colpire la sua giunta. Certo di complotto non si può parlare dato che la gestione di eventi pubblici è competenza del Prefetto, non della giunta. Pizzarotti, dopo aver abbandonato il Movimento, corre da solo per vincere a Parma. Fino ad arrivare alla gestione della città di Roma con la sindaca Virginia Raggi: una città troppo complessa per essere gestita da soggetti incompetenti e facilmente manipolabili da lobby di costruttori e troppo “ingenui” per non sapere come funzionano certi meccanismi di potere.

In tutti questi mesi, purtroppo, abbiamo visto nei sondaggi un aumento della fiducia verso il Movimento che sentendosi appoggiato dai cittadini ha rilasciato, il più delle volte, dichiarazioni contrastanti con il programma politico con il quale si era presentato. Vedi le questioni rifiuti, trasporto pubblico, vaccini e via dicendo. La sconfitta delle amministrative è stato un duro colpo, amministrative che hanno visto la presenza di centinaia di liste civiche, finte o autentiche che siano, dietro le quali si sono nascosti i partiti come PD e centro-destra; l’unica a vincere da sola è stata la Lega che con il suo nome conquista una decina di comuni. In un piccolo comune in provincia di Mantova ecco che nella lista appare sulla scheda il simbolo del fascio littorio, la cui capolista e candidata sindaco è una ragazza di 20 anni che nel suo programma politico rimanda ai valori del fascismo. Il M5S scompare anche nei piccoli comuni dove poteva avere una minima probabilità di vittoria.

Come dopo ogni sconfitta c’è l’elaborazione del lutto, che però il Movimento non sta affrontando nel migliore dei modi, rilasciando dichiarazioni che fanno pensare a svolte a destra. L’ultima è stata la dichiarazione sull’emergenza migranti partita da un post, estratto dalla lettera che la Sindaca di Roma ha scritto con destinatario il Viminale, nella quale parla della città di “Roma come una pentola a pressione” e chiede al Prefetto di “limitare il flusso di migranti in città con misure ancora più restrittive”, dichiarazioni che vengono subito appoggiate dal presidente della Camera Di Maio che parla di “emergenza e incompetenza da parte del ministro Minniti” e incalza: “l’Ue deve tener conto che l’Italia non potrà farsi carico per sempre dell’emergenza del flusso migratorio perché la priorità l’hanno i cittadini Italiani”, e afferma la necessità di applicare quelle misure restrittive che la legge Minniti-Orlando prevede.

Insomma, un Movimento che prima era pro-accoglienza e predisposto alla creazione di soluzioni alternative per far sì che la gestione dei migranti non danneggiasse i migranti in primis e le città, ora quegli stessi migranti sono diventanti il problema da debellare e il pretesto per tornare alla carica in vista delle prossime elezioni. Questo tipo di dichiarazioni suonano familiari; della parola migranti chi ci si è riempito la bocca e ne ha fatto slogan da campagna elettorale è stato Salvini con l’aspetto della nuova Lega. Qualcosa non torna: un movimento che fino a una settimana fa faceva dell’accoglienza e del rispetto per i diritti umani la sua bandiera, ora si trova a cavalcare la stessa onda del leader del carroccio. La Raggi ha parlato di emergenza migranti a Roma, un po’ come l’emergenza rifiuti, incitando il Prefetto a trovare soluzioni al più presto perché la città non riesce a contenerli e a gestirli, e una delle soluzioni è rimandarli al mittente. Dichiarazioni che hanno avuto l’appoggio dei fascisti di Casapound: bizzarro, in quanto da quando la giunta Raggi si è insediata al Campidoglio le ha sempre mosso critiche. Altra dichiarazione che li accomuna è il rastrellamento, come direbbe Salvini, dei campi Rom, che incidono sul decoro urbano e occupano spazi che potrebbero essere utili a qualche costruttore per portare avanti la gentrificazione insensata che sta dilagando in città. Non ultima la discussione e approvazione al Senato dello Ius Soli, diritto di cittadinanza, che ha visto il M5S astenersi dal voto e uscire al momento della discussione e Casapound all’esterno che protestava arrivando a “tafferugli” con le forze dell’ordine. Lo Ius Soli prevede che i bambini nati in Italia da genitori stranieri potranno avere il diritto di cittadinanza al raggiungimento della maggiore età e solo se uno dei genitori possiede il permesso di soggiorno da almeno 5 anni. Una legge che fa storcere il naso a entrambe la fazioni.

Sorge spontanea una riflessione: dal momento che il M5S ha avuto la prova con le amministrative che senza un programma politico concreto e alleanze strategiche non va avanti, è probabile che cerchi in tutti i modi di affiancarsi a quello che al momento è più vicino alla loro linea di pensiero ovvero la Lega e che si allei cercando di sconfiggere il nemico comune (il centro-destra e PD)?

Con queste ultime elezioni emerge un dato concreto visibile, sono tornate dagli inferi le due grandi coalizioni di centro-sinistra e centro-destra e questo porterebbe all’esclusione dei pentastellati e della Lega che vedendosi sole a condividere le stesse linee politiche potrebbero allearsi. Di conseguenza, però, essendo il M5S un melting pot di pensieri e correnti potrebbe perdersi qualcuno per strada che non sarebbe d’accordo con tale svolta; in più tanti degli elettori che hanno votato il movimento sono persone di sinistra che si sono sentiti abbandonati dal proprio partito e che hanno visto una speranza nel “nuovo che avanza”. Un’alleanza che potrebbe intimorire PD e Centro destra i quali potrebbero, a loro volta, pensare ad un’alleanza tra loro contro il nemico comune.

Per ora quello che salta all’occhio dagli ultimi sondaggi è una ripresa della vecchia guardia partitica che rimanda alla mente i soliti slogan e le solite dichiarazioni da coniugi in crisi.

Tuttavia, bisogna scindere una brutta tornata elettorale dalla fine di un ciclo. Può darsi che il Movimento, poco radicato nei territori, poco legato alla società civile e alla borghesia, sia stato ritenuto poco adatto alla guida di realtà piccole. Ma potrebbe rifarsi della débacle alle prossime politiche. Gli elettori che ieri hanno rifiutato l’idea di un’amministrazione pentastellata potrebbero riporre fiducia, nuovamente, nella proposta politica della “rivolta anti-casta” facendone il depositario del voto di protesta.

Ad oggi, quel che possiamo ipotizzare, è che il M5S, per anni “terzo incomodo” nella pantomima bipolare che propone alternanza di partiti ed identità di programmi, inquilino chiassoso del Parlamento e spauracchio mediatico, sia ridotto sulla difensiva. Costretto ad urlare slogan tanto facili quanto xenofobi per recuperare terreno. Quel che possiamo dare per certo è il trionfo di una politica istituzionale asfittica, dove retori mediocri si atteggiano a grandi oratori, ed esecutori di ordini di Confindustria e Bruxelles si propongono come riformatori, mentre non fanno altro che riprodurre le più squallide pantomime clientelari.

Se il voto di delega è un canovaccio liso, questi pagliacci tristi ne sono gli stanchi interpreti. Possa per le strade nascere un nuovo protagonismo, la cui forma e contenuto siano il senso di responsabilità piena e collettiva. Facciamoci sotto, occhio agli spacciatori, occhio agli zuccherini.

Prometeo

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EDITORIALI

PSICOSI COLLETTIVE E COSCIENZE SPORCHE: COSA CI DICE PIAZZA SAN CARLO

Immaginate la vostra squadra in finale di Champion’s League, che gioca contro il Real Madrid. Immaginate una piazza colma. I megaschermi la illuminano con le immagini della partita, immaginate la folla vestita con quei colori che sono anche i vostri, mentre condividete con essa quelle emozioni che sono anche le vostre. Immaginate la gioia repressa per un traguardo che sta ad un passo da voi, una gioia che aspetta solo di essere liberata. Poi il panico. Ecco: piazza San Carlo a Torino, la sera del 3 giugno 2017.

Non si è capito se sia stato un petardo, una transenna caduta, una vetrina rotta o chissà cosa. Quel che è certo è che migliaia di persone hanno cominciato a correre e a calpestarsi, a cercare non si sa dove una via di fuga da non si sa che. Più di millecinquecento feriti, otto dei quali gravi, uno di questi è un bambino che, per due giorni ha rischiato la vita. Qualche vecchio juventino parla dell’Heysel, e viene da credergli, immaginando il dolore che quell’esperienza significa. Dopo giorni di indagini la polizia e gli inquirenti faticano a trovare la causa del panico, di quella fuga precipitosa che le immagini di quella sera ci hanno descritto. Avevano in mente l’eco di Parigi, di Manchester, di Londra: lo spettro del terrorismo poco ci manca facesse più morti del terrorismo stesso.

Il giorno dopo tutte le maggiori testate giornalistiche portavano in prima pagina i fatti di Torino, oscurati solo dall’attentato che, quasi contemporaneamente, era avvenuto vicino al London Bridge. L’ansia di trovare un colpevole rende qualsiasi testimonianza magicamente attendibile: il petardo, l’automobile lanciata sulla piazza, il cedimento di un megaschermo, un jihadista confuso tra la folla che ha iniziato ad urlare minacciando persone. Ecco, ad un certo punto i giornali sembrano quasi averlo individuato il jihadista: è li, ad un angolo della piazza, con lo zaino sulle spalle e le braccia larghe, in una posizione che “evoca quella di un kamikaze”. Il jihadista per caso si presenterà poco dopo in questura, insieme alla sua compagna, spaventato e scosso, a spiegare che le braccia larghe servivano ad intimare “calma” alla folla impazzita. Qualunque cosa sia successa in piazza egli ne è estraneo.
Il giorno dopo ancora, lunedì 5, “La Repubblica” insiste: in piazza c’erano un centinaio di ultras diffidati a dirigere la situazione. Viene da chiedersi: quale situazione? Cosa dirigevano? Chi erano (proprio nel senso di nomi e cognomi) e cosa hanno fatto, materialmente? Il giornale più autorevole d’Italia si astiene dal comunicarlo. Il martedì l’episodio è relegato alla cronaca locale, dove si punta il dito sull’organizzazione della giunta Appendino e si fanno mielosi resoconti sui salvatori del bimbo di otto anni, ormai stabile e fuori pericolo.

La buttiamo lì: a Torino non è successo niente. Sì, certo, la paura, i feriti, un bambino in condizioni gravi, ma non è successo niente, materialmente. Soprattutto nulla di nuovo. Eppure da quel marasma, e dalla cagnara che ha provocato, riusciamo a tirar fuori degli spunti di riflessione.

La paura – “La paura genera paura / la paura genera paura: ti blocca!” recitava Ferretti in una canzone dei CSI. L’Europa, è il caso di dirselo, è tornata ad essere un campo di battaglia. Il teatro di una guerra subdola, sporca. Partorita dal suo stesso ventre e che di esso banchetta. Un tumore di cellule impazzite difficile da sradicare. Capita sempre più spesso di sentire di attentanti, sanguinosi e allucinanti, nel cuore del continente che si professa accogliente e multietnico. Assistiamo impotenti allo strazio del sangue e alla routine del cordoglio. È normale avere paura. È normale che in una situazione tranquilla, di festa, come può essere quella della visione collettiva di una partita la “voce” di un terrorista in giro per la piazza possa avere conseguenze devastanti. La detonazione della paura repressa. La paura di un qualcosa non vero, ma verosimile.

Enduring feardom – A seguito di ogni attentato il galateo prevede dei rituali precisi: uno dei passaggi obbligati è quello dei politici che dicono che non bisogna farsi intimidire dai terroristi, non dargliela vinta. La realtà è che siamo quotidianamente terrorizzati dall’allarmismo e dal clamore sul pericolo islamico, pompato a mille da giornali e talk-show. Un pericolo drammaticamente reale, ma la cui percezione viene distorta ed ingrandita esageratamente, fino a farla sembrare incombente quando non lo è. Nel balletto delle etichette intercambiabili dei nostri giornalisti – dove “immigrato”, “clandestino”, “musulmano” e “terrorista” vengono usati quasi fossero sinonimi – cresce rigogliosa la paura del vicino, l’insicurezza che spinge a svuotare le metro, a guardare con sospetto chi si professa musulmano. Ogni giorno veniamo riempiti di messaggi, di “notizie”, che ci parlano della pericolosità dell’altro, che c’insegnano la diffidenza verso di esso: un flusso mediatico nel quale è lo stereotipo, la percezione drogata e distorta, a sopraffare la realtà. Ci viene dipinto un mondo di costante pericolo, provocato da un nemico oscuro che si nasconde ovunque, impalpabile e nebuloso come i mostri d’infanzia. Ma in grado di suscitare fobie che fanno più di millecinquecento feriti. Sempre i giornali, sempre i mezzi d’informazione hanno preferito dare in pasto al giustizialismo mediatico un ragazzo che cercava di tranquillizzare la folla impaurita, inventando pose equivoche. Persa anche quella strada, smentita dalla dura realtà, non è rimasto che battere la sempreverde pista degli ultras: capro espiatorio facile e indifendibile, spauracchio utile per tutte le stagioni. Secondo “la Repubblica” dirigevano, ma cosa non è dato sapere. E soprattutto quale collegamento ci fosse fra la loro presenza in piazza e l’esplosione della paura non è specificato, ma sottinteso, suggerito con il solo citarli. Un’accusa velata che contrasta con le norme del buon senso, in cui prima di puntare il dito bisogna informarsi, analizzare, circostanziare. Ricordatevi di loro quando vi parleranno di fake news. Perché riflettere, indagare le cause profonde della paura, quando si può puntare tutto su delle vittime sacrificali, crocefisse oggi e dimenticate domani? Perché non provare a ragionare buttando acqua sul fuoco, anziché la solita benzina?

Il dito, la luna e gli stolti – C’è da dire, però, che se il nostro obiettivo è quello di sconfiggere i terroristi non lasciandoci terrorizzare allora lo stiamo mancando alla grande. Ci giustifica il fatto che una normalità fatta di centri commerciali, trepperdue, muri puliti, contratti a termine, bacheche social come unico protagonismo politico e vicini di casa da “buongiorno e buonasera” sono degli idoli ben poco seducenti ai quali votarsi. Se c’è una colpa che può essere imputata a chi era in quella piazza è proprio quella di essersi dimostrato non in grado di gestire una situazione tanto assurda quanto normale (perché, ricordiamo, non è successo nulla). La sicurezza della linearità, l’estraneità all’imprevisto, a quelle che possiamo definire “dinamiche di piazza”, è il sintomo di una distanza enorme dalla vita comunitaria e dai suoi inciampi. L’estraneità dal mondo, la delega, il feticcio securitario, l’anestesia dallo stare insieme, dal condividere momenti collettivi con tutti i loro carichi di incognite. Probabilmente è proprio l’assenza di quest’anestesia, l’abitudine alle situazioni collettive, che ha fornito agli ultras juventini presenti in piazza la freddezza necessaria a non farsi prendere dal panico. Il ministro Minniti, subito dopo il delirio torinese, ha comunicato che per i grandi eventi verrà sempre garantita la “massima sicurezza”: è davvero questa la protezione, la sicurezza ovattata e deresponsabilizzante di cui abbiamo bisogno?

I lupi e gli agnelli – Il jihadismo uccide. Ai concerti per adolescenti a Manchester, mentre facciamo check-in a Bruxelles, mentre beviamo una birra in un pub vicino Southwark, mentre chiacchieriamo a Parigi: siamo bersagli. Non è una bella situazione. L’Italia, graziata finora, non continuerà ad avere in eterno questo privilegio. Guardiamoci in faccia: siamo sulla lista. Non sappiamo dove, né quando, ma saremo colpiti. Quello che sappiamo è che i meccanismi che generano questa violenza sono tutti nostri, tutti interni alla cultura e alla società europea, per quanto gli esecutori degli attentati si professino musulmani. Si nutrono dell’odio che le guerre di noi occidentali hanno portato in Medio Oriente, in Africa, in Asia, di emarginazione sociale, crescono nelle periferie, come fiori innaffiati dall’abitudine del sospetto immotivato, della paura che spinge a chiudersi in casa e rimpiangere città e quartieri abitati da onesti italiani: tempi e luoghi che non sono mai esistiti, se non nei racconti da romanzetto dei talk-show condotti da simil-giornalisti in cui parlano solo politici razzisti. Chi sono i nostri nemici: i razzisti d’accatto? I giornalisti che vendono pornografia della paura? Certamente. Ma anche chi è talmente pazzo da sacrificarsi in nome di un ideale malato, di una religione di cui in fondo non sa nulla, e in cui manco crede. Se i primi sono letame, i secondi sono le piante malate e velenose ch’essi concimano. Poniamoci la domanda: come possiamo fermarli, finché siamo in tempo? Siamo sicuri di voler continuare a scappare?

Prometeo

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LAVORO

È LA TUA VITA QUESTA QUA!

 

da leggere ascoltando Traccia una rotta, Airesis

Una giornata uggiosa ti fornisce tutta la carica necessaria per scrivere di occupazione. Quell’argomento astratto espresso in percentuali che spesso appare sulle prime pagine dei giornali, in crescita o in discesa a seconda del taglio politico del Vittorio Feltri di turno, che preferisce la provocazione alla politica, lo squallore al buon senso, quando si parla di temi così sentiti.

Di occupazione, quindi, o di fatica, direbbe un lavoratore. A maggior ragione se precario, cosciente della propria condizione e con l’occhio attento a vedere i diritti (?) abbastanza lontani per capire che la sua esperienza sta per terminare.

Stendo allora qualche riga sulla mia esperienza di lavoro finita – e finita male – per condividere delle riflessioni calzanti con quello che ci spetta – a noi portatori sani di precariato, disoccupazione, sfruttamento, ma anche disobbedienza, organizzazione, coscienza di classe e, perché no, lotta di classe. Roma, 2017, tu, prescelto fortunato per donare il tuo sudore (e le tue ossa invecchiate precocemente) a dei signorotti prepotenti, non puoi che aspirare ad un’unica certezza: testa bassa e lavorare! Altrimenti “ne prenderemo atto e alla fine del contratto va’ a casa!”.

Mi piace cominciare dalla risposta ricevuta dal direttore dell’azienda pubblica (ancora per poco) per cui ho lavorato fino a meno di un mese fa, perché è emblematica del rispetto che bisogna avere per certe figure, comunemente chiamate capi (qualcuno non ha vergogna di rivolgergli la parola con questo appellativo), pena l’estromissione dai giochi. Game over, insert coin. È vero, molti colleghi e colleghe hanno pagato la loro vivacità con l’allontanamento temporaneo e definitivo dall’azienda, non motivato o spesso motivato con una pacca sulla spalla e un augurio a ricevere una prossima chiamata. Altri più fortunati hanno baciato il gettone per continuare il gioco diversamente: da questa parte della barricata, organizzandosi con i propri simili (gli assunti a tempo determinato) e battendosi orgogliosi della propria condizione per fargliela pagare e raggiungere i miglioramenti minimi ma necessari a ricevere la spinta di cui sentivamo il bisogno per continuare. Perché sul posto di lavoro impari a non fermarti, a mettere in pratica quei principi basilari che rappresentano i pilastri della tua esistenza e quando ci si ritrova scaraventati in un mondo (che fai a presto a riconoscere), ricordi la solidarietà che hai portato a chi pativa certe condizioni di vita e lavoro (le tue stesse condizioni di vita e lavoro) e non ti tiri indietro cosciente di quello che si è e di quello che si potrà/dovrà essere. È la tua vita questa qua…

Se l’obbedienza è dignita, la libertà è una forma di disciplina.

Può capitare – e non l’avresti mai immaginato (ma solo perché siamo alle prime armi) – che in maniera diretta e non meno sfrontata ti arrivi un messaggio. Come un selcio nel bel mezzo della fronte: – “Com’è andata, tutto bene?” – “Sì, sì”. E senti ripetere lo stesso ritornello a disco rotto tutti i giorni, finché non decidi di affrontare a muso duro l’insulto e la faccia di cazzo che te lo ha lanciato: – “Qual è il problema?”. E giù giri di parole infiniti per comunicarti semplicemente che devi fare quello che qualcuno vorrebbe che facessi: lavorare. Sì, ma lavorare allungando gli orari, per due soldi che non sai se mai arriveranno (anche quando lo richiedi esplicitamente e formalmente dopo una mancanza) e rinunciando al tuo tempo e alle tue attività.

Dal momento in cui hai deciso di non farti spremere dall’azienda, i cani da guardia (o controllori) decidono la tua lenta fine durante le ore che dovrai passare chiuso in “ufficio”. Sì, un ufficio in cui la maggioranza dei tuoi colleghi più anziani zoppica e ha problemi legati ai tendini delle mani dovuti a quello che chiamiamo malattia professionale. A testa alta e con la postura indisposta a trattare, ma altrettanto non curante delle conseguenze, ho direttamente risposto che non c’era spazio per bandierine bianche issate al vento in segno di resa, e che la giornata lavorativa, per come la intendo io (e come legalmente – sai che ce ne facciamo poi della legalità?! – riconosciuto sul contratto), l’ho sempre portata a termine “facendomi il mazzo”.

La risposta dell’azienda, rappresentata dal caposquadra, si è esplicitata in un modo che potrebbe portare confusione nella testa dei più e che possiamo tradurre con un detto ancora molto in voga tipicamente applicabile a quella categoria di persone sicura di sé (senza poterselo permettere), che suscita tanto rifiuto agli occhi e alle arterie di noi piccoli uomini “stupidi”: fare lo scemo per non andare in guerra. Da quel momento in poi, l’atteggiamento irrispettoso nei confronti delle pecore nere (“continuate così!!”) dell’ufficio si è intensificato a tal punto da stabilire un cambio di rotta nella gestione della giornata lavorativa. Per tutti gli altri nessun cambiamento. Tale presa di posizione, apportata in un lavoro che prevede uno sforzo fisico ed intellettuale notevole, ha sfinito letteralmente corpo e mente degli interessati, che hanno fatto in modo di trarre il maggior giovamento dalla situazione: se mi cambi quotidianamente oggetto e soggetto dell’attività, io, per non saper né leggere né scrivere, rallento inevitabilmente la produttività richiesta. Così è stato e così deve essere.

Allo stesso modo, il comportamento nei confronti di chi, invece, mai ha osato contraddire le scelte dei “negrieri per sport” non ha subito cambiamenti perché mai ostacolato da parole e/o atteggiamenti che potessero far pensare a prese di posizione contrarie alla loro volontà, ma ciò è avvenuto – e avviene – solo in apparenza poiché lo sfruttamento è totale nel momento in cui da capi eccellenti ed efficienti quali sono, hanno saputo far rispettare la regolarità dell’attività stabilità continuando a fare buon viso a cattivo gioco giocando sulla fragilità di qualche collega.

Perché tutto è possibile e può capitare che un giorno l’azienda metta uno stop alle ore di straordinario per coloro che hanno sforato il limite massimo. Una boccata d’aria fresca e un ghigno di soddisfazione per chi vuole cambiare lo stato di cose esistente, disperazione per alcuni, impassibilità per i capi. Niente paura, signori, l’azienda ha bisogno di voi e siccome siete dei bravi lavoratori e non dite mai di no, vi permettiamo anche di lavorare gratis. Perché vergognarsi o farsi domande quando hai di fronte ciucci da lavoro che non vedono altro che la strada dritta che porta all’emancipazione? O al lavoro fisso? (?!) I miei colleghi prestano le proprie energie per un numero sproporzionato di ore in cambio di una paga irrisoria.

Le motivazioni sono da ricercare nelle loro stesse risposte a un tentativo di organizzazione per porre un piccolo argine alla macchina dello sfruttamento: “io non li considero miei nemici” – e grazie, ci andiamo pure a cena insieme -, “bisogna mettersi in mostra, così quando ci richiameranno avremo il posto fisso”, “no, lasciamo le cose come stanno”. Bene, capisco la paura di mettersi in gioco in un tentativo disperato di far valere la propria stanchezza e mancanza di rispetto subita, ma certe motivazioni sono davvero esilaranti alla luce di quello che si stabilisce in certi palazzi in cui delle persone decidono di che morte dobbiamo morire. Per delega ricevuta.

Sul significato di produttività

Secondo il Dizionario di Economia e Finanza della Treccani il termine produttività indica la

“Misura dell’efficienza del processo produttivo, data dal rapporto tra output e input (➔ fattore di produzione). Più in particolare, la p. del lavoro indica l’unità di prodotto per lavoratore (od ora lavorata); la p. del capitale si misura invece calcolando il rapporto tra output e capitale impiegato nella produzione; la p. multifattoriale, infine, è una misura che consente di tenere contemporaneamente in considerazione tutti i fattori di produzione che hanno contribuito a generare l’output osservato”.

Dobbiamo affidarci completamente ad esso ed agli addetti ai lavori per comprenderne il vero significato, quello che crediamo di conoscere. Succede poi che qualcuno, solitamente uno che ricopre un ruolo gerarchicamente più alto del tuo, tenti di sostituirsi ai cultori della disciplina economica e si arroghi la presunzione di insegnarti l’italiano, oltre che, in termini tecnici, come si svolge il lavoro per cui sei stato selezionato.

Secondo questi signori, la produttività è una “qualità” che appartiene sempre e solo al lavoratore che già sa di trovarsi a vivere un’esperienza punitiva e in quanto tale passibile di trasferimenti in altri uffici, anche della provincia. Perché tutto ciò che stabilisce un cambiamento più o meno temporaneo nella routine quotidiana ti viene presentato come nuova situazione decisa dall’alto, perché sei un lavoratore diligente e produttivo. Che più bravo di te non ce n’è.

Quindi, se dovesse capitarti di vedere le tue ore di straordinario esaurite e trovarti a lavorare fuori dall’orario consueto di lavoro senza ricevere il corrispettivo salariale, niente paura perché i tuoi capi avranno per te un occhio di riguardo. Sei tu il prescelto a prendere sulle spalle la dinastia dei lavoratori precari, sfruttati e sottopagati, l’ufficio sarà nelle tue mani e lavorerai sempre sotto casa. Per quelli più produttivi, invece, sono già stabiliti carichi di lavoro sempre differenti, grattacapi, cambi di zona giornalieri, trasferimenti.

In poche parole la tua sofferenza quotidiana per una situazione di instabilità concreta rimarrà tale finché si intenderà il lavoro come prestazione di energia secondo le regole del gioco di squadra, laddove i capi, a loro dire, sono tuoi colleghi, e il tuo sacrificio un aiuto a mandare avanti la baracca. Come un Atlante costretto a sorreggere la volta celeste, tu sei “invitato” – coattamente o per un senso di inferiorità assunto unilateralmente o indotto – a sorreggere il carico di lavoro di un’azienda che vuole solo fare profitto facendoti credere di essere qualcuno.

La mano che non colpisce difende

Quello che trovi quando entri per la prima volta in un ufficio del genere è calore, vicinanza, aiuto da parte dei più grandi – in termini anagrafici e di anzianità lavorativa – consigli, comprensione, complicità. Come un genitore, il collega più anziano ti accompagna a muovere i primi passi in un mondo ancora sconosciuto che sin dal primo momento non nasconde insidie. Infatti, come a un corso di formazione, ti istruiscono sui modi che i capi usano per pescarti nella rete della presa in giro. Perché di questo si tratta: a loro volta, i tuoi diretti superiori, hanno ricevuto istruzioni ben precise sulle parole da usare quando parlano con te, per farti fesso e tu, ingenuo, il più delle volte ingurgiti il “maccherone” e ti comporti di conseguenza. Succede sempre e non si scappa. In questo o in quell’altro ufficio i capisquadra ti ripeteranno le stesse identiche cose già sentite e sta a te, solo ed esclusivamente a te, tapparti le orecchie e percorrere la strada opposta.

Nel migliore dei casi riuscirai a vedere accontentate le tue richieste solo la prima volta. In alternativa, ti troverai chiuso all’angolino dall’avversario e senza spazi la lucidità diminuisce e il colpo del KO si avvicina.

Arrendersi prima che suoni il gong è una regola di ingaggio che dovremmo smettere di contemplare. Sparire ed apparire al momento opportuno, accettare e trarre ogni vantaggio dalla situazione, scappare via al suono della sirena sono le tre mosse che nel migliore dei casi ti salvano la vita da una situazione precaria come questa. Altrimenti…

Altrimenti…

Per molti giovani lavoratori il lavoro è un passaggio della vita inevitabile per definirsi emancipati, per vivere o sopravvivere, per avere la possibilità di affittare un appartamento o una stanza, per potersi permettere di bere una birra in più. Le basi teoriche di tale esperienza della nostra esistenza ci vengono trasmesse spesso da un’esperienza altrui, solitamente di uno o di entrambi i genitori, che da sempre vediamo tornare a casa sfiniti dopo una giornata intera di lavoro, compreso lo straordinario (tassato di più). Fatica, cresci i figli, consuma, ammalati, crepa (sul lavoro).

La mentalità che trent’anni fa i nostri genitori avevano del lavoro e della famiglia ci viene trasferita interamente, come iniettata nel nostro cervello, e ci proietta nella condizione di timorati di dio e del padrone. “Non litigare (coi capi)”, “comportati bene”, “fai lo straordinario che poi vedi a fine mese come ti fanno comodo due soldini in più” sono i soliti comandamenti a cui dobbiamo sottostare. Rappresentano i termini della tradizionale educazione al lavoro per avere successo nella vita, come uno scatto di anzianità e un avanzamento di carriera. Ma queste massime, nella mia breve esperienza della mia finora breve esistenza, suscitano in me solo riflessioni che solleticano la mia volontà (e potenzialmente quella di chiunque) di cambiare rotta.

In un ufficio di un’azienda semi-pubblica in cui mancano le condizioni base delle relazioni personali, in cui lo sfruttamento è il diritto massimo conseguito, in cui i rapporti coi capi ricordano il Ventennio fascista, la cura naturale è da ricercare da un’altra parte. Esempi di lavoratori di un quarto di secolo fa sono da scartare in toto per lasciar posto a una nuova mentalità figlia dei nostri tempi, di quel pensiero che abbiamo maturato nelle università quando parlavamo di Università-azienda (ora gli studenti medi sono costretti all’alternanza scuola-lavoro), quando giuravamo che mai e poi mai avremmo permesso a chicchessia di sfruttarci o di alzare la voce al nostro cospetto. Abbiamo imparato ad organizzarci per rendere la nostra vita migliore, senza rincorrere uno stipendio che è solo fumo negli occhi per noi e per i nostri colleghi più anziani che rincorrono lo straordinario a tutti i costi perché incapaci di lottare per un aumento salariale. Perché in questa fottuta città quello che guadagni è appena la metà di quello che ti servirebbe per campare. Pare chiaro che la loro funzionalità al sistema mina la possibilità di creazione di nuovi posti di lavoro concreti: ti permettono di fare lo straordinario perché non vogliono assumere mantenendo così posti vacanti coperti dal loro lavoro accessorio. Gli ammortizzatori sociali creano solamente più ore, più fatica, meno tempo per te.

La nostra mentalità deve andare nella direzione dell’organizzazione tra lavoratori per raggiungere obiettivi collettivamente condivisi, rifiutando l’individualismo e la paura. In assenza di precedenti anche gli scioperi futuri non si faranno perché “abbiamo già perso in partenza”.

È necessario tornare a riflettere insieme su quale sia la strada più giusta per convincere chi subisce tali trattamenti che si può cambiare, che la realtà che dobbiamo figurarci è un’altra, che possiamo permetterci un avanzamento della lotta e delle condizioni di vita.

Immaginate due gruppi di persone, immaginate una guerra: questo è il mondo del lavoro. E del lavoro a queste condizioni, non possiamo che intendere solo il conflitto.

Anè

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INTERNAZIONALISMO

INTERNAZIONALISMO, ANTIFASCISMO E SOLIDARIETÀ INTERVISTA DAL DONBASS

Nell’aprile 2014, in seguito alla natura sempre più apertamente autoritaria, liberista e pilotata della rivolta di Euromaidan (e del regime che ne è scaturito) in Ucraina ed ampiamente propagandata dai media mainstream, le popolazioni del Donbass (zona orientale, russofila e di tradizione operaia e mineraria) hanno dichiarato l’indipendenza della propria zona e costituito le due Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk. Ne è seguita una guerra civile ancora in corso che ha visto da un lato l’esercito ucraino coadiuvato da milizie neonaziste e aiuti NATO e UE, dall’altro le popolazioni locali organizzate in milizie autonome e supportate da volontari da tutta Europa, specialmente dal mondo russofono, con l’aiuto logistico della Russia. Se quello che si è creato non è una frattura rivoluzionaria netta, di certo si assiste ad una forte resistenza popolare partecipata da attori politicamente molto eterogenei, spesso antagonisti tra loro.

Tra le varie forze in campo c’è la Brigata Prizrak (fantasma), una milizia comunista che ha saputo aggregare tra le proprie fila diversi militanti antifascisti dal mondo ed ha costituito un’unità militare composta di soli internazionali: la InterUnit.

Essendo, quello dei combattenti internazionali, un tema abbastanza inedito e che però contrassegna i conflitti dell’ultimo periodo, abbiamo pensato di intervistare Nemo, combattente italiano della InterUnit. Quella che segue è l’intervista che ci ha concesso giusto poche settimane prima che la stessa InterUnit annunciasse il suo ritiro dal fronte in seguito agli accordi di pace di Minsk, che prevedono l’abbandono delle ostilità da parte dei militari stranieri (qui il comunicato ufficiale).

La Brigata Prizrak è quella più attivamente supportata, qui in Italia, dal movimento antagonista. Puoi brevemente raccontarci la sua storia e la sua attuale situazione?

La Prizrak nasce nel maggio del 2014 nei momenti più caldi dell’insurrezione, grazie alle capacità organizzative e al carisma del Comandante Mozgovoy. In quella fase si andavano formando molti gruppi armati, più o meno spontanei, che trovavano nelle miniere i propri soldati e nelle caserme dell’esercito ucraino le proprie armi.

L’intuizione di Mozgovoy fu quella di creare un contenitore di variegate forze anti-sistema che volevano realmente dare una risposta alla richiesta di cambiamento del popolo del Donbass. Per questo, fin dal primissimo momento, vi fu la presenza di combattenti provenienti dal territorio dell’ex Unione Sovietica e dall’Europa occidentale. In quella prima fase assai dinamica vennero anche imbarcati alcuni elementi ambigui, in quanto i Dughinisti1 (ancora) provano incessantemente a infiltrare questa realtà.

Verso la fine del 2014 si unì alla Prizrak un gruppo di comunisti russi che si inquadrò nell’unità 404 (che poi diverrà DKO): il comandante era Arkadic e il commissario politico Alexey Markov, alias Dobri.

Nel febbraio 2015 la Prizrak ha un ruolo determinante per la storica vittoria di Delbastevo.

Il 23 maggio 2015 viene assassinato Mozgovoy, episodio su cui ancora non si è riusciti a far luce. A quel punto la guida della Prizrak passa in mano ai comunisti che avevano raggiunto i posti chiave all’interno della Brigata, grazie alla loro serietà, efficienza e impeccabile metodo di lavoro. Dal punto di vista politico questo è uno degli aspetti più interessanti: la Prizrak non è una Brigata comunista, bensì una Brigata in cui i comunisti hanno fatto egemonia. Per questo in molti la considerano come un caso di studio.

Nel gennaio 2016 la Prizrak si ridimensiona e diventa un battaglione2, avviando un percorso d’integrazione totale nelle Forze Armate della Repubblica Popolare di Lugansk, gestendo il settore di fronte nel distretto di Kirovsk.

È dall’autunno del 2015 che esiste la InterUnit all’interno della Prizrak. Puoi dirci qual è stato il processo che ha portato alla sua formazione, quale il suo ruolo? È nata per sistematizzare una presenza già affermata dei compagni “internazionali” o proprio per favorire il loro impiego?

InterUnit è stato il culmine di un percorso politico sviluppatosi in tutta Europa con le campagne di solidarietà con la Resistenza del Donbass. Diverse strutture hanno convenuto sulla necessità di provare a ricomporre la scollatura tra sfera politica e militare. La formula che si è deciso di adoperare era quella della lotta antifascista sul modello spagnolo degli anni ’30.

Non tutti i combattenti stranieri della Prizrak hanno aderito ad InterUnit, ma solo i più politicizzati e motivati. Pur non effettuando selezioni di carattere fisico (in una guerra c’è sempre posto per tutti), siamo sempre stati molto rigidi su altri aspetti: addestramento, disciplina, lavoro politico (aggiuntivo al lavoro normale e non sostitutivo), ecc. Quindi, benché ci fosse bisogno di porre ordine tra gli internazionalisti, il vero motivo è stato la volontà di qualificare il contributo che questi potevano offrire: per l’attività militare e per quella politica, per la propaganda, per la formazione, ecc.

La Prizrak è la milizia più schierata in senso comunista ed è facile intuire che i volontari dall’estero siano militanti politicizzati. Più nel dettaglio, quali sono il profilo generale e i moventi dei combattenti della InterUnit?

La InterUnit è un gruppo antifascista, vi hanno militato circa 30 combattenti provenienti da Europa, Sud America e Asia. Di questi cinque erano semplici antifascisti, tre anarchici e il resto comunisti. Due soltanto sono state le donne che vi hanno aderito. La maggior parte dei membri non avevano un’esperienza militare, quattro avevano un’esperienza militare professionale, tre erano veterani di altri conflitti.

La maggior parte di noi era motivata da puro antifascismo, anche se non mancava tra le nostre fila chi amava il mondo russo.

Tra i combattenti della Prizrak ci siamo sempre distinti (salvo rari casi, prontamente rimossi) per determinazione e serietà. Quest’ultima è da non confondersi con la disciplina: ci teniamo a sottolineare che noi siamo per una disciplina critica. Per noi il buon combattente non è uno che ripete sempre “signorsì”, ma uno che sappia apportare un contributo ai processi.

Noi ci consideriamo combattenti e non soldati.

Salvo gli ultimi due mesi di vita (in cui doveva gestire la transizione), InterUnit è sempre stata in prima linea e la maggior parte dei suoi membri non ha mai preso riposi. Solo una forte motivazione politica spinge a fare questo tipo di sacrifici.

Esistono altre unità internazionali in Donbass o una presenza meno organizzata di combattenti dall’estero? Se sì, parliamo di militanti, ex-militari o che tipo di soggetti?

Premesso che in Donbass combattono dei gruppi formati esclusivamente da russi e che alcuni di loro si considerano organizzazioni internazionaliste, qui ci sono stati almeno 4 gruppi combattenti provenienti dall’Europa Occidentale. Due di questi erano di matrice nazbol3 (uno a Donetsk e l’altro a Lugansk) di cui uno esprimeva un buon potenziale militare. Un altro gruppo di stranieri, operante a Donetsk, era parte dell’esercito regolare e vi facevano parte ottimi soldati e infine c’era appunto la InterUnit.

Quasi tutti i membri di questa erano militanti anche nei propri Paesi di origine e hanno inteso questa esperienza come qualificazione della propria esperienza politica.

Vi sono diverse decine di occidentali che combattono nelle file della Resistenza ma integrati in gruppi locali.

Sappiamo con certezza che appartenenti a gruppi neonazisti e neofascisti da più parti d’Europa si sono impegnati tra le fila di Kiev, ad esempio nel battaglione Azov. Più raramente (ed in modo meno sistematico) abbiamo avuto notizia di soggetti dal passato politico per lo meno ambiguo combattere per il Donbass. Sembra allora che questa tendenza internazionalista non sia esclusivo appannaggio dei compagni e ricorda in un certo modo le dinamiche della guerra civile spagnola: come ti spieghi questa rinascita dell’internazionalismo militante?

Nelle file della Resistenza del Donbass militano anche dei gruppi fascisti che rappresentavano (dati del 2015) il 2% dei combattenti. Molti dei fascisti che si conoscono in Europa non sono dei combattenti, ma attori di propaganda e questo spiega la loro sovraesposizione mediatica.

La mia personale lettura sul risorgere dell’impegno militare internazionale dei compagni e dei fascisti vede tra i due fenomeni enormi distinguo ma anche delle motivazioni comuni.

Tutti gli antagonismi sono frustrati dal disastro politico nostrano (inteso anche a livello europeo), la nostra generazione conosce la lotta, ma non la vittoria. Da almeno 20 anni a questa parte nessun movimento sociale ha conseguito vere vittorie, ad eccezione di quelle sul piano difensivo. Oramai la politica è spesso ridotta alla difesa delle conquiste delle generazioni precedenti, non c’è quasi più nulla di propositivo.

Inoltre, è chiaro che se vuoi colpire letalmente devi mirare al cuore. Le lotte nazionali quasi mai arrivano a mettere in programma un cambiamento reale dello stato di cose esistente. Quindi chi è motivato dalla volontà di cambiare davvero il corso della storia preferisce andare in qualche posto in cui “si fa sul serio”.

Queste valutazioni sono di carattere generale e si possono ben adattare a prescindere dall’orientamento ideologico.

Essendo forte il movente politico alla base della InterUnit, come si concepisce quest’esperienza in relazione alle altre esperienze di lotta nel mondo? Esiste un legame ideologico o anche materiale con le altre lotte (mi riferisco ad esempio a situazioni come l’International Freedom Batalion in Rojava, il movimento No Tav in Valsusa o quello contro la Loi Travail in Francia)?

La repressione è sempre in agguato. Quindi noi ci siamo guardati bene dallo stringere espliciti legami di organicità con movimenti di lotta in Europa poiché avremmo potuto comprometterli. Ma questo non prescinde da un riconoscimento reciproco.

Diverso il discorso per quel che riguarda gli scenari extraeuropei. Quasi tutti noi avevamo rapporti o quanto meno eletto a referente per il Kurdistan il PKK, ma la situazione locale era in continuo movimento ed evoluzione e noi non avevamo modo di seguirla (in prima linea non c’è internet, se si eccettua la connessione mobile appena sufficiente per le chat). Quindi non abbiamo coltivato il rapporto con i compagni kurdi.

In Sud America il legame ideologico più stretto è con le FARC-EP delle quali abbiamo seguito e sostenuto tutto il processo di pace e con cui c’è stato uno scambio politico.

Uno dei primi casi di combattenti internazionali giunto alle cronache riguardava dei compagni spagnoli tratti in arresto appena rientrati proprio dal Donbass con l’accusa di essere dei Foreign Fighters. Come pensi si approccino gli Stati europei, e soprattutto i loro apparati repressivi, nei confronti di queste figure in un certo modo inedite ai nostri giorni?

Il caso dello Stato spagnolo è particolare: lì la magistratura realizzò due eclatanti autogol con un’azione sola. Il primo è sul piano della visibilità: prima di quegli arresti quasi nessuno parlava della mobilitazione internazionalista, ma con la repressione è giunta alla ribalta nell’agenda politica. Il secondo è sul piano tecnico-legale: l’accusa era di aver compromesso la neutralità dello Stato spagnolo, ma la magistratura aveva deciso di arrestare solo i compagni che lottarono per il Donbass e non i fascisti che lo facevano per Kiev. In questo modo, quindi, ha dimostrato che la supposta neutralità in realtà non esisteva.

Pochi osservatori hanno notato che in poche settimane alcune decine di Stati in ogni parte del Pianeta hanno varato norme analoghe sui cosiddetti Foreign Fighters, quindi a mio avviso questo potrebbe significare che qualcuno abbia imposto questa legge a tutti gli altri. Per chi non l’avesse ancora chiaro, questo episodio spiega bene come funzionino le dinamiche interne e i rapporti di forza internazionali.

Se si attiverà la repressione nei nostri confronti al momento non posso saperlo: chi lotta non si spaventa certo di questo.

La crisi ucraina ha anche una specificità ulteriore: è stato avviato un Processo di Pace internazionale che ha portato alla firma dei cosiddetti “Accordi di Minsk”. Questi, al punto 5, prevedono l’amnistia per tutti i combattenti. Non penso che la magistratura italiana si voglia (o possa) andare ad intromettere nella trattativa di un accordo di pace internazionale.

Lo Stato teme i rivoluzionari, ma talvolta preferisce non perseguitarli, in modo da non dargli visibilità e non rafforzare i movimenti. In caso di attacco repressivo, la solidarietà ricompatta e rivitalizza i movimenti: la necessità spinge a soprassedere alle divergenze tattiche. Da diversi decenni lo Stato ha fatto un lavoro certosino per frammentare i movimenti, ora non vuole compromettere questo sforzo per qualche romantico combattente internazionalista.

Quali prospettive vedi per la InterUnit e per l’internazionalismo militante nel prossimo futuro?

InterUnit sta sospendendo le attività militari nel Donbass. Gli Accordi di Minsk al momento sono l’unico tentativo serio di trovare una soluzione diplomatica alla crisi. Per quanto non ci piaccia questa possibilità, ci rimettiamo alla volontà popolare che richiede a gran voce la fine del conflitto. Noi non vogliamo assolutamente ostacolare il percorso che il popolo sceglierà. Si tenga presente che il punto 10 dell’accordo prevede l’allontanamento di tutte le formazioni militari straniere. Stiamo agendo di conseguenza.

Questo non vuol dire che InterUnit si estinguerà, perché la sua accumulazione si inserisce nel solco delle lotte popolari e ne è diventata parte integrante. Al momento non sappiamo cosa faremo, se cambieremo scenario, se ci rivolgeremo solo alla sfera politica tralasciando quella militare, o altro.

In Europa c’è una lunga fase di stagnazione politica, i movimenti non riescono ad esprimere molto d’incisivo e gli obiettivi raramente vengono raggiunti. Io credo che la lotta internazionalista possa essere una grande palestra per i militanti e un laboratorio politico, sia internazionale che locale. Sul piano internazionale è scontato, ma io invito a porre l’attenzione sull’egregio lavoro che hanno fatto in questi anni i compagni impegnati su questi temi. Uno dei migliori casi di movimento unitario degli ultimi anni. Sicuramente un qualcosa da cui tutta la sinistra può trarre un utile insegnamento da replicare poi per le politiche interne.

Cosa pensi dovrebbero fare i compagni “a casa” per sostenere esperienze come la vostra? Cosa possono trarre dalla vostra lotta?

Lo scambio è reciproco. Per noi la cosa più importante è sempre stata quella di far conoscere questa esperienza nel mondo occidentale. Ma costruendo il movimento di sostegno i compagni si sono cimentati in un’esperienza unitaria, un grande sforzo di ricomposizione che ha portato i suoi benefici anche su altri fronti dello scontro politico italiano.

Hai un messaggio, da parte della InterUnit, da mandare all’Italia?

Ci stanno facendo credere che non sia più il tempo per la lotta, ma solo perché la temono più di ogni altra cosa. Per loro è più facile disinnescarci che combatterci. Per noi limitarci alla difesa di qualche vecchia conquista non può essere abbastanza, ci porterà all’estinzione. Dobbiamo passare al contrattacco e costruire un mondo nuovo. Questa piccola esperienza delle Repubbliche Popolari ci dimostra che è ancora possibile, si può lottare e si può vincere.

Zero

1 Da Aleksandr Dughin, filosofo russo di estrema destra, fautore della costruzione di un vasto impero euroasiatico, teorico di riferimento per neonazisti e rossobruni.

2 Formazione di 500/1000 effettivi che, unita ad altri battaglioni, forma una Brigata, ndr.

3 Nazbol: nazionalisti-bolscevichi. Formazione rossobruna di origine russa, si rifà alle teorie di Dughin, che ne è stato il fondatore e primo presidente prima di lasciarla per spostarsi ancora più a destra verso posizioni apertamente neonaziste.

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