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luglio 2017

FORMAZIONE

SPUNTI DI ANALISI PER UN DIBATTITO SULL'UNIVERSITÀ ATTUALE

Com’è l’Università in cui studiamo? Che tipo di sapere ci offre? E dal punto di vista economico, quali sono le spese cui l’Università pubblica ci costringe? E come si relaziona con il mondo al di là delle mura di cinta del campus o della cittadella: con il mondo del lavoro, con il sistema economico, sociale e politico in cui viviamo, che è, senza troppi giri di parole, il capitalismo? Sono temi e problemi ricorrenti nelle assemblee ormai da anni, abbiamo quindi sentito la necessità di affrontarli all’interno di un discorso complessivo. Un discorso nato a partire dalle nostre esperienze personali ma che vorremmo allargare, al di fuori dei collettivi, per avere un’idea più generale della situazione dell’Università pubblica. Le riflessioni che riportiamo qui di seguito non possono, quindi, rappresentare una fotografia dello stato attuale dell’Università nella sua interezza, ma possono essere spunti per ragionare sui problemi più ricorrenti e per suscitare un dibattito che porti ad un’analisi quanto più larga e comprensiva possibile della realtà odierna. (altro…)

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RIFLESSIONI

DOVE NASCONO L'AMORE E L'ODIO: GENOVA PER NOI

Nell’estate del 2001, la generazione di compagni a cui apparteniamo, quella per intenderci protagonista dei movimenti studenteschi del 2008 e del 2010, e adesso affaccendata nella difficile ricostruzione di una lotta di classe potente, era ancora piccola. Chi adesso ha tra i 25 e i 30 anni o poco più, ne aveva allora tra i 10 e i 15. Troppo piccoli non solo per esserci, ma anche per avere un’idea chiara degli accadimenti, delle cause, delle parti in gioco. Abbastanza grandi però per riuscircene a interessare, per capire in linea di massima quello che diceva il telegiornale o l’editoriale di un quotidiano, per impressionarsi vedendo immagini forti, per iniziare timidamente a confrontarsi a tavola con i parenti o a scuola con qualche coetaneo più “sveglio”. E in quell’età in cui ancora le giornate sono occupate in larga parte dalle partite di pallone ai giardini, o al limite dai primi videogame di qualità decente che qualche amico riusciva a procurarsi, di avvenimenti storici ve ne furono. In quell’estate stavamo ancora imparando a fare i conti con la nuova moneta che ci avevano appioppato in tasca, più veloci noi piccoli, confusi e macchinosi i grandi e i vecchi, che continueranno per anni a fare l’equivalenza dei prezzi con le “vecchie Lire”. Di certo, eravamo già abbastanza grandi per ricordare tuttora che, vecchia o nuova moneta, il nostro potere d’acquisto era parecchio superiore, che noi e la gente intorno a noi avevamo un tenore di vita che oggi ci sognamo, ma nonostante questo c’era chi aveva la lungimiranza di scendere in piazza per avvertire tutti del destino crudele che i padroni di tutto il mondo ci stavano preparando, azzeccandoci in pieno. Ma aver avuto ragione su tutta la linea è solo una beffa in più. E a proposito di eventi epocali, appena finita quell’estate, in un caldo e assolato pomeriggio di settembre ci incollammo tutti ai televisori con gli occhi sgranati guardando andare in fumo i simboli di quegli USA che avevamo sempre ritenuto un colosso inattaccabile. Fu un punto di svolta: l’inizio della guerra globale preventiva e dall’altra parte della minaccia terroristica costante con cui facciamo i conti ancora oggi. Facendo due conti al volo, in 16 anni ci siamo fatti sottrarre una quantità di ricchezza da un lato, e di libertà dall’altro, che fa paura. E questo è stato possibile anche perché, durante quell’estate, è successo anche qualcos’altro di epocale. Quella che, per noi, è stata una vera epifania, forse addirittura una seconda nascita, causata, come spesso accade in natura, da una morte.

Il punto qui non è fare un’analisi del movimento No Global, fin troppo sfaccettato forse anche per poter essere definito “movimento”. Dai salotti buoni della sinistra radical, a lotte sociali fortissime, serie e radicali, dai pacifisti alla teppa, c’era davvero di tutto. Quello che qui preme sottolineare è il clima sociale. Il fatto che in tutto il mondo l’opposizione al liberismo, alle logiche guerrafondaie, allo sfruttamento selvaggio, fosse forte, che un discorso anticapitalista fosse di fatto egemone nella società. Non nel senso che fosse maggioritario, ma che si imponeva, costringeva tutti a parlarne, a prendere in qualche modo posizione, a vedere in quelle maree umane che si palesavano in ogni angolo del mondo a contestare i vertici dei “Grandi”, spesso scontrandosi con la polizia, una speranza oppure una minaccia. E il clima che si costruì intorno al G8 di Genova fu davvero quello di una finalissima. Nostro malgrado, detto a posteriori. Perché se una finalissima la perdi, le conseguenze sono terribili, e non essendo quello un torneo sportivo, magari la logica della finalissima sarebbe stato meglio non sposarla. Ma tant’è. Nei mesi precedenti non si parlò d’altro. E noi, ragazzini che già coltivavano ambizioni da adulti, fummo assorbiti dal vortice, complice anche l’estate e quindi l’assenza sia della scuola che dello sport, che fosse praticato o visto da spettatori. Certo, non è che si giunse a formarsi opinioni di senso compiuto sui meccanismi economici della globalizzazione, sul dissesto idrogeologico causato dallo sfruttamento dei territori, o sul riscaldamento globale. Per quanto riguarda il sottoscritto, nemmeno a capire davvero se parteggiare per i manifestanti oppure no. Ma l’attesa era enorme, il disinteresse non era un’opzione ammissibile.

E poi tutto divenne più chiaro, quando finì il tempo dei discorsi e lo scorrere plastico degli eventi si palesò davanti ai nostri occhi, crudo e spietato. E le nostre vite cambiarono, per sempre. Perché dedicare la vita, o larga parte di essa, alla militanza politica, non è una scelta da poco. Magari da piccolo non te lo saresti mai immaginato. Certo, non è che dal giorno dopo ci si mise a volantinare in quartiere, o a fare il collettivo alle scuole medie. Ma la scintilla era scoccata, e non si tornava più indietro, si era diventati compagni. Negli anni seguenti sarebbero arrivate le fondamenta di tutto quanto: i libri letti, le teorizzazioni sentite e fatte, le spiegazioni dei più grandi, le esperienze concrete, le lotte organizzate dando il proprio contributo in prima persona. Ma in quei giorni di fine luglio emettemmo il primo vagito. Perché vedemmo di cosa è capace lo Stato per difendere le vite e gli interessi dei suoi uomini più potenti, e di conseguenza dei ricchi e dei padroni di tutto il mondo. Vedemmo, con occhi ancora innocenti, una violenza davvero efferata, premeditata, goduta e gustata da parte di ogni singolo pezzo di merda di celerino. Vedemmo, nella crudele sequenza del filmato preso dal vivo, la vita sprizzare nel fuoco della rivolta e un secondo dopo giacere a terra, con un buco poco sotto l’occhio. Sapemmo delle torture effettuate con soddisfazione e divertimento, a freddo, nelle caserme, e dell’Arancia Meccanica della Diaz.

E dall’altra parte, nonostante tutto, apprezzammo il coraggio e la dignità, che apparivano davvero enormi, sovrumani, di chi resisteva, non scappava, combatteva. E provammo simpatia, da subito, per chi affronta la piazza a testa alta, piuttosto che per chi si destreggia tra mille distinguo.

E capimmo che a questa gente, agli otto grandi, agli sbirri, e al sistema che rappresentavano e difendevano, non bastava augurare ogni male. Bisognava dare il proprio contributo per farglielo. Perché i Nostri erano in piazza e ci sarebbero tornati, e prima o poi ne avremmo viste di nuovo delle belle, e noi ci saremmo stati. Fare la rivoluzione e fargliele finalmente pagare tutte, nel nome di tutti gli sfruttati della storia. O se questo sarà impossibile, essere almeno una fastidiosa zanzara che turba il sonno dei potenti senza dare pace.

La figura di Carlo è stata oltraggiata dal nemico in ogni modo, e questo non può stupirci. Molto probabilmente è stata abusata anche da noi stessi, nel senso che trattarlo da eroe appare ingiusto sia verso di lui che verso la mentalità collettiva che dovremmo avere. Ma ce lo possiamo anche perdonare, almeno noi che ce la siamo vissuta in quel modo da adolescenti. Resta il fatto che quelle giornate, e la sua morte più di ogni altra cosa, ci hanno insegnato, o forse è meglio dire rivelato, qualcosa che nella vita è fondamentale: che bisogna amare con forza e odiare con ancora più forza. Amare i tuoi compagni di strada, fino all’estremo sacrificio, e odiare chi li mette in pericolo. Per sempre. E non è soltanto un ragionamento lucido e razionale, e neanche uno slancio morale o un qualcosa che a Carlo “gli promettiamo” o “gli giuriamo”. Semplicemente, è qualcosa che è entrato dentro di noi e non se ne andrà più.

Ciao Carlo

Oreste

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INTERNAZIONALISMO

LO SPETTRO DEL FASCISMO IN VENEZUELA

Era praticamente inevitabile che la crisi in Venezuela desse vita allo spettro del fascismo. Con 80 morti e incessanti scontri di piazza, con la nazione che si ritrova tra un’incerta burocrazia e un’opposizione della vecchia guarda, si sta ormai preparando il terreno all’ingresso di nuovi attori radicali.

Il 27 giugno la già critica situazione ha preso una nuova piega quando un elicottero dirottato della polizia è stato usato per attaccare diversi palazzi governativi. Il Ministero degli Interni e della Giustizia e la Corte Supera sono stati gli obiettivi di un attacco a base di granate che non ha provocato morti.

https://www.youtube.com/watch?v=OYgZxnGflOU  (altro…)

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RECENSIONI

SENZA PERDERE LA TENEREZZA: TAIBO E IL CHE

Si è molto sviluppato in me il senso del collettivo in contrapposizione al privato, sono sempre il solitario che ero, alla ricerca della mia strada senza l’aiuto di nessuno, ma adesso ho il senso del mio dovere storico. Non ho casa, né moglie, né figli, né genitori, né fratelli, i miei amici sono tali finché la pensano politicamente come me, e tuttavia sono felice, sento la presenza di qualcosa nella mia vita, non solo una grande forza interiore, che ho sempre sentito, ma anche una capacità di trasmetterla agli altri, e il fatalismo della mia missione mi toglie ogni timore.”

Ernesto Guevara – Lettera alla madre

Senza perdere la tenerezza: una biografia di mille pagine, un corredo fotografico di oltre duecento immagini, un uso delle fonti ricchissimo (solo la bibliografia di riferimento conta una lista di circa sessanta pagine, senza contare le innumerevoli interviste). In sintesi, un testo storico di prim’ordine.

Ma è davvero solo questo? No, di certo; Taibo ha passato anni e anni a raccogliere materiale sul Che e del Che, a studiarne la figura, le idee, la storia; Taibo ha interrogato a fondo il fantasma del Comandante, ne ha seguito i passi fino a farselo familiare, come un amico.

Il libro è il risultato di questa meravigliosa ricerca e parte da prima della nascita fino a dopo la morte di Ernesto Guevara de la Serna, il Che. I viaggi giovanili alla scoperta del continente latino americano, la prima esperienza in fatto di rivoluzioni (e di imperialismo yankee) nel Guatemala di Arbenz, la Rivoluzione cubana prima sulle montagne con un fucile in spalla e poi nei ministeri a costruire la nuova società; i viaggi diplomatici, le critiche al comunismo sovietico, la guerriglia fallita in Congo e quella, fatale, in Bolivia. Tutta la vita di quest’uomo trova la materia dell’inchiostro in una narrazione semplice e coinvolgente e attraverso la sua storia emerge la storia di tutto il Sud del mondo, specialmente quello americano, in un’epoca in cui la Rivoluzione era la parola d’ordine delle masse proletarie di ogni angolo del globo.

In fondo, oltre le vicende personali, è questo che crea un mito: la rarissima capacità di racchiudere in un corpo umano le aspirazioni, i sentimenti e le delusioni di un intero popolo; in questo caso del popolo dei dannati della Terra.

Non c’è dubbio che il Comandante Guevara sia uno dei personaggi fondamentali dell’epopea rivoluzionaria, tanto per le gesta quanto per il pensiero: come ebbe a dire Sartre, ricordandone la figura, “fu l’essere umano più completo del suo tempo, un uomo d’azione ma non un soldato, un pensatore eccezionale ma non un intellettuale, un militante che sacrificò affetti, vita e morte alla sua missione, ma che conservò sempre una forte umanità.

Come il titolo sembra suggerire, è proprio questa qualità che Taibo mette sotto i riflettori: l’umanità che mantenne per tutta la vita il Che è innanzitutto la via attraverso cui lo scrittore sottrae il mito dalle grinfie dell’abuso e lo riempe di senso, gli restituisce i suoi tratti di uomo, ne significa gesti e parole. L’immagine del Che ambasciatore, in visita in India, che addenta famelico un panino ci restituisce il senso di questo personaggio tanto quanto il suo sguardo strafottente alla giornalista americana Lisa Howard, o il suo viso sporco mentre guida un trattore nella zafra, il taglio della canna da zucchero.

Sembra banale, ma è proprio l’irriducibile umanità di questo personaggio a renderlo un rivoluzionario modello. Un’umanità, però, tutta politica, che non lascia scampo al desiderio individuale e si consegna mani e piedi al senso del proprio dovere rivoluzionario. Il Comandante che aveva sempre fretta, che non finiva mai di allacciarsi gli stivali, non risparmiava nulla di se stesso alla Rivoluzione: né tempo, né famiglia, né aspirazioni. È dunque l’umanità traducibile nella coerenza e sensibilità idealistica di un grande militante comunista dalla ferrea volontà. Questo per buona pace di chi vorrebbe farne un’icona di ribellismo aprioristico da stampare sulle t-shirt e per quella di chi vorrebbe farne sembrare le gesta semplice folklore storico di un’epoca ormai sbiadita, tanto tra i compagni “rottamatori” quanto tra i teologi della fine della storia.

La sensibilità di un individuo, se slegata dalle sue azioni, vale quanto uno sputo per terra. È quando si connette ad un principio rivoluzionario e al coraggio di tradurlo in pratica che diviene arma potente e monito per chi si vorrebbe libero.

Oltre il suo percorso storico, il Comandante Che Guevara è proprio questo: un esempio folgorante e irremovibile, che spazza via tutto il ciarpame di cui è stata coperta la sua immagine, per dire che ancora oggi è necessario, giusto e doveroso combattere il capitale, osare l’impossibile, vincere la Storia!

Zero

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CONTRIBUTIINTERNAZIONALISMO

I SEMI E LE MACERIE: UNA NUOVA PROPOSTA DAL MESSICO CHE RESISTE

Il Messico: un Paese attraversato da una dolorosa scia di sangue, nascosta dietro la facciata di una ridente cartolina caraibica o la foto di una maestosa piramide. Dietro l’immagine turistica, il potere politico e quello legato al crimine organizzato, fusi in un’assassina simbiosi, da almeno 10 anni continuano a portare avanti una guerra senza scrupoli contro la popolazione in generale e più sistematicamente contro i popoli indigeni e contro le donne (nella sola Ciudad Juarez ne scompare una a settimana e nell’hinterland di Città del Messico in questi mesi del 2017 già si sono registrati 258 femminicidi). Il saldo di questa guerra non dichiarata, dal 2006 a oggi, è di 170.000 morti ammazzati e circa 30.000 “desaparecidos”. Questi sono i numeri sconcertanti della dittatura neoliberista in Messico, cifre globalmente inferiori solo alla Siria e alla sua drammatica guerra.

La forma di governo che il Narco-Stato messicano impone è basata sulla connivenza completa fra partiti politici e cartelli mafiosi, a tutela degli interessi economici delle imprese multinazionali, impegnate a spolpare il sottosuolo (petrolio e minerali), il suolo (monocoltivi, legna, acqua ed energia elettrica) e la popolazione (come mano d’opera migrante, come esercito di riserva o come ornamenti folkloristici nelle destinazioni turistiche). Di solito si definisce questo tipo di economia d’assalto “capitalismo estrattivista”, basato nel furto violento e diretto delle materia prime e dei territori, con tutti i suoi abitanti e culture. I pistoleros mafiosi intervengono spesso nelle zone rurali per generare terrore e spopolare i luoghi che le imprese multinazionali hanno preso di mira, ne segue la militarizzazione e l’installazione del progetto economico previsto (una miniera o un giacimento petrolifero, per esempio). Si stima all’incirca che il 20 o il 30% del territorio messicano sia già stato dato in concessione a compagnie multinazionali, per l’“esplorazione” di possibili giacimenti o per l’impianto di grandi coltivazioni transgeniche. Parliamo di milioni di ettari, un’estensione nella sua totalità maggiore a quella della penisola italiana.

La cosiddetta guerra al narcotraffico, di cui ogni tanto si parla nei telegiornali europei (più per un morboso piacere del sangue che per fare reale informazione) non ha in realtà altro scopo che militarizzare ulteriormente i territori per meglio garantirne la devastazione e il saccheggio e l’annichilimento dell’intero tessuto sociale, il quale viene poi riplasmato sugli interessi del capitale stesso.

Allora come non parlare del popolo Coca di Jalisco, a cui l’imprenditore Guillermo Moreno ha già sottratto vari ettari di terra comunitaria? Come non parlare di ciò che sono stati costretti a subire i popoli Otomí Ñhañu, Ñathö, Hui hú, e Matlatzinca aggrediti dalla grande opera dell’autostrada Toluca-Naucalpan, giunta a sventrare terre e a distruggere case e luoghi sacri? Come non parlare dell’incedere dell’industria straniera mineraria ed eolica che nel sud di Veracruz pone a rischio l’esistenza stessa dei popoli Nahua e Popoluca, già assediati e stremati dal narcotraffico? E in Michoacán, a Ostula, Aguila e Cherán dove il narco e l’estrazione del ferro sono la ragione di morte per decine di contadini organizzati in difesa della propria terra? Per ogni territorio un progetto di saccheggio e morte, per ogni popolo indigeno una possibilità imminente di estinzione (attraverso l’assimilazione o lo sterminio).

Citiamo fra i tanti morti di questa guerra il compagno Rodrigo Guadalupe, ammazzato nel suo villaggio, Cruztón, in Chiapas, da un gruppo armato lo scorso 22 maggio, sotto una pioggia di proiettili che si è abbattuta sul presidio permanente a difesa dei terreni comunitari nei quali per giunta si trova proprio il cimitero. Allo stesso modo ricordiamo Jaime Lopez Hernández, dell’organizzazione OIDHO, nello Stato di Oaxaca, anche lui assassinato in un cimitero comunitario, dagli stessi interessi di mafiosi e capitalisti. Li citiamo, fra tanti, perché abbiamo potuto conoscere i loro occhi, le loro parole e i loro sogni di libertà: gli stessi nostri. Ma sono solo due delle 16.000 persone assassinate ogni anno in questa enorme macelleria a cielo aperto chiamata Messico.

La lista di infamie, saccheggi, sparizioni, stupri e omicidi potrebbe continuare all’infinito e peggiora vertiginosamente di giorno in giorno. “Tutto questo deve essere fermato, bisogna organizzarsi e prepararsi per resistere alla tormenta che ci viene addosso”, continuano a dirci le compagne e i compagni dell’Ejercito Zapatista de Liberación Nacional e del Congreso Nacional Indígena (CNI): molte organizzazioni politiche e comunitarie di questi popoli originari alle prese con la devastazione capitalista si ritrovano in una struttura nazionale, il CNI appunto, per condividere programmi di lotta, solidarizzare e trovare una formula per fare uscire il Messico dal sistema capitalista, mantenendosi in basso e a sinistra naturalmente. Inutile dire che all’interno del CNI (attivo dal 1996) gli zapatisti costituiscono una parte molto importante dell’ossatura, essendone tra l’altro i fondatori.

A ottobre del 2016, in occasione dei suoi vent’anni, si è aperta la prima sessione del V congresso del CNI con una dichiarazione, per bocca del Subcomandante Galeano, che è arrivata a spiazzare e provocare diverse reazioni. Il Congreso Nacional Indígena ha fatto partire una consultazione in ognuno dei suoi popoli per “smantellare dal basso il potere che ci impongono dall’alto e che ci offre un panorama di morte, violenza, spoliazione e distruzione“. Ci si è quindi dichiarati in assemblea permanente per far partire una serie di consulte finalizzate alla formazione di un Consiglio Indigeno di Governo (CIG) il cui proposito è esplicitamente quello di governare il Paese, con gli stessi principi e criteri che reggono il sistema autonomo zapatista in Chiapas. Una sorta di Giunta del Buon Governo, ma a livello nazionale.

Il Consiglio Indigeno di Governo, nominato il 28 maggio 2017 in un’assemblea in Chiapas con 1400 delegati di svariati popoli indigeni messicani, è un organo collettivo, formato da delegati provenienti dalle assemblee di ogni territorio, popolo e tribù che lo compongono e dovrà prendere in considerazione i popoli di tutto il Messico, indigeni e (successivamente anche) non indigeni e chiunque sia sfruttato, represso e emarginato. Si tratta di una proposta necessaria e di vitale importanza, attraverso la quale l’EZLN sta cercando di indirizzare il CNI verso un livello superiore di organizzazione che lo ponga come reale soggetto politico rivoluzionario all’interno del Paese. Una scelta necessaria e anche disperata, come lo fu quella armata del 1° gennaio del ’94. Oggi come allora sorge immediato il dovere di dire “BASTA!” visto che la guerra di oggi è per volume di fuoco, estensione geografica e numero di morti, decisivamente maggiore a quella di allora. La Comandancia zapatista ha lasciato intendere, vista la situazione, che questo Consiglio Indigeno di Governo potrebbe essere la ultima possibilità di cambiare il Paese attraverso la via pacifica.

C’è anche un’altra parte di questa proposta, poi ratificata in accordo con la plenaria della seconda sessione del V congresso del CNI tenutasi nel caracol di Oventik il primo gennaio 2017, che ha fatto molto discutere; il Consiglio Indigeno di Governo sarà rappresentato da una portavoce, “una donna indigena del CNI, di sangue indigeno e che conosca la propria cultura” e “che sarà candidata indipendente alla presidenza del Messico per le elezioni del 2018.È la parte più mediatica di tutta la proposta, quella che ha anche permesso di rompere il muro di silenzio attorno allo zapatismo, strategia usata dal potere negli ultimi 15 anni per isolare l’EZLN. Con una “cannonata” di questo tipo tutti i partiti, i mass media e le altre organizzazioni hanno dovuto rispondere e prendere posizione: ciò ha fatto in modo che i detrattori dell’EZLN aprissero bocca per dimostrare quanto, a dir loro, il CNI si lascerebbe pilotare dagli zapatisti, come se i popoli indigeni fossero un gregge di pecore sempre prone e pronte a seguire il pastore; solito cliché razzista sempre in voga da destra e, sfortunatamente, anche a sinistra. Altri, meno attenti alle complesse tematiche messicane, hanno gridato al tradimento, giudicando la questione elettorale in estrema contraddizione con la tradizione politica dell’EZLN.

In realtà gli zapatisti continueranno a non presentarsi alle elezioni e a non votare, neppure per la candidata del CNI, come dichiarato in un lungo comunicato del 17 novembre 2016, dove ribadiscono il loro rifiuto al potere, dando però appoggio pieno, politico, logistico ed economico all’iniziativa del CNI. La portavoce del Consiglio Indigeno di Governo, nonostante la confusione intorno al tema, non è zapatista: si tratta di María de Jesús Patricio Martínez ed è una compagna – medica erborista – appartenente al popolo Nahuatl di Jalisco, nominata nella scorsa e partecipatissima assemblea di maggio (con 1400 delegati, come già menzionato).

L’EZLN e il CNI sono perfettamente consapevoli che il terreno elettorale è insidioso quanto strutturalmente infame, si basa sulla sopraffazione, sul calcolo politico e sulla frode ed è per questo che sanno benissimo che nel 2018 non vinceranno alle elezioni e tantomeno interessa loro. La vera sfida politica è che il Consiglio Indigeno di Governo continui ad andare avanti al di là dei risultati elettorali del 2018, mantenendosi come una struttura di governo autonoma nazionale, così come lo sono le Giunte del Buon Governo nelle zone liberate del Chiapas. La candidatura della portavoce del Consiglio Indigeno di Governo vuole provare a colpire la classe politica dove gli fa più male, serve a fare da trait d’union all’interno del CNI e anche a generare una sorta di censimento per vedere le forze su cui si può potenzialmente contare a livello nazionale. Non secondaria è la questione della repressione: gli attacchi nei confronti delle comunità aderenti al CNI si stanno facendo sempre più frequenti, e una partecipazione alla campagna elettorale sarà utile nel rompere il silenzio mediatico riguardo ogni denuncia per arrivare a quanta più gente possibile, riproponendo con vigore la questione indigena nell’agenda nazionale. È doveroso sottolineare che il CNI e l’EZLN non stanno creando nessun partito o struttura elettorale parallela (con deputati e amministratori locali); stanno cercando invece di organizzare una nuova articolazione sociale che possa destabilizzare e distruggere l’ammuffito sistema politico messicano.

La parte principale della proposta dunque, a parte quella più prettamente strategica della partecipazione alle elezioni, continua a essere la creazione di questa federazione di autonomie che è il Consiglio Indigeno di Governo. Qualora questo laboratorio di autogoverno nazionale avesse successo potrebbe quest’ultimo anche configurarsi come una forza suscettibile di riconoscimento politico a livello internazionale, capace di stabilire relazioni con rappresentanze politiche di altre geografie per dissuadere una possibile invasione militare da parte degli Stati Uniti o una qualsiasi altra operazione di matrice imperialista.

È un’offensiva, un contrattacco che pretende di colpire la politica di sopra. Bisogna agire subito, attaccare adesso prima che sia troppo tardi e bisogna farlo insieme. La tormenta è già qui, è arrivata e si fa sempre più burrascosa, l’EZLN e il CNI hanno tratto il loro dado: “Invitiamo i popoli originari di questo Paese, i collettivi della Sexta, i lavoratori e le lavoratrici, i fronti e i comitati in lotta dalla campagna e dalle città, la comunità studentesca, intellettuale, artistica e scientifica, la società civile non organizzata e tutte le persone di buon cuore a serrare i ranghi e passare all’offensiva, a smantellare il potere in alto e a ricostituirci non più solo come popoli, ma come un Paese, in basso e a sinistra, a unirci in un’unica organizzazione in cui la dignità sia la nostra ultima parola e la nostra prima azione. Vi invitiamo a organizzarci e fermare questa guerra, a non avere paura di costruirci e seminare sulle rovine lasciate dal capitalismo.

Nodo Solidale

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