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settembre 2017

INTERNAZIONALISMO

CATALOGNA: DOPO IL COLPO DI STATO PROSEGUE LA MOBILITAZIONE POPOLARE

Un resoconto del Colpo di Stato

Mercoledì 20 settembre, a Barcellona e nel resto della Catalogna, si è vissuta una giornata intensa, piena di tensione e incertezza, ma anche di fraternità e speranza. Il giorno è cominciato con la notizia che la Guardia Civil – in un’operazione denominata “Anubi”, il dio egizio dei morti – stava perquisendo varie sedi del governo catalano (affari sociali, economia e finanza, affari esteri, amministrazione pubblica) e alcune imprese private e fondazioni legate all’indipendentismo e, contemporaneamente, stava arrestando delle alte cariche del Governo catalano. La reazione nelle reti sociali è stata immediata e migliaia di persone si sono mobilitate fin dalle prime ore: la città di Barcellona è stata inondata da numerosi presidi davanti alle sedi occupate dalla polizia e hanno iniziato a diffondersi le chiamate alla disobbedienza, allo sciopero generale e la rivendicazione che le strade sono del popolo.

Più tardi, mentre la maggioranza della gente si era concentrata nei punti in cui la Guardia Civil faceva perquisizioni, è giunta la notizia di agenti incappucciati e in antisommossa della Policia Nacional che tentavano di entrare, senza alcun ordine giudiziario, nella sede della Candidatura d’Unitat Popular (CUP): un’azione che è sembrata assomigliare più ad una provocazione per generare scontri che ad un ordine espresso di un procuratore per cercare materiale e disarticolare la realizzazione del referendum. Ancora una volta la cittadinanza ha risposto e, in pochi minuti, la sede nazionale della CUP è stata circondata da più di mille persone con l’obiettivo di impedire la perquisizione illegale.

Nel resto dello Stato spagnolo, mentre i partiti costituzionalisti (Partido Popular, Partido Socialista, Ciudadanos) serravano le fila e davano appoggio incondizionato all’operazione di giudici e polizia, le strade iniziavano a ruggire. In più di 40 città sono stati convocati presidi di solidarietà (mappa interattiva: http://www.publico.es/pages/mapa-convocatorias-protesta-detencion-14-cargos-generalitat.html) nei quali migliaia di persone hanno mostrato appoggio ai catalani e ripudiato lo stato di polizia che il governo spagnolo ha deciso di imporre in Catalogna per frenare con la forza la celebrazione del referendum.

Nella tarda mattinata, nel pomeriggio e fino a sera si sono moltiplicati i presidi, le mobilitazioni e le dimostrazioni di forza popolare in tutta Barcellona e nella maggioranza dei paesi catalani. Dopo più di 8 ore di assedio della polizia, si è riusciti a evitare la perquisizione della sede della CUP, e la Policia Nacional se n’è dovuta andare a mani vuote tra le grida di vittoria dei manifestanti. Anche nelle altre sedi sottoposte a perquisizione, la mobilitazione è proseguita per ore, soprattutto al Dipartimento di Economia e nella Rambla Catalunya (in pieno centro città) dove decine di migliaia di persone hanno resistito fino a notte.

Alcune considerazioni del giorno dopo

Terminate queste 24 ore frenetiche di repressione e proteste per strada, una volta visto che l’unica proposta politica in grado di fare il governo spagnolo e i tre principali partiti politici è quella della mano dura, si è reso palese come l’escalation di tensione sia solo iniziata e difficilmente si potrà tornare indietro. L’altro ieri è stata oltrepassata una linea rossa e il risultato è che, per la prima volta, molte delle persone che fino ad ora si erano mantenute equidistanti o addirittura indifferenti rispetto al processo indipendentista, si sono posizionate a favore della realizzazione del Referendum, non come modo per ottenere l’indipendenza, ma come una questione di difesa delle libertà, dei diritti civili e contro l’uso indiscriminato della forza da parte di uno Stato spagnolo che pare stia iniziando a perdere la partita politica.

Nonostante il fatto che le azioni giudiziarie e poliziesche abbiano smantellato gran parte dell’infrastruttura necessaria per la realizzazione del Referendum – sequestrando lettere di convocazione ai seggi, 10 milioni di schede elettorali e i movimenti economici del governo catalano – bisogna considerare che la cittadinanza ha cambiato modo di pensare e il cammino iniziato mercoledì, prima o poi, porterà a una rottura, al di là del fatto che si possa votare o no il 1° ottobre. Bisogna anche dare uno sguardo alla stampa internazionale di ieri mattina – al contrario della stampa spagnola che ha serrato le fila attorno al governo non dando spazio alle mobilitazioni popolari – per vedere che il discorso “è un affare interno dello Stato spagnolo” è scomparso e si è cominciato a parlare di conflitto aperto in cui la maggioranza della cittadinanza si è già posizionata. Qualsiasi cosa accada il 1° ottobre, la battaglia tra legalità e legittimità comincia a pendere a favore del popolo catalano.

Allo stesso tempo, l’operazione repressiva di mercoledì va analizzata sotto un altro aspetto: i tribunali e la polizia spagnoli sono entrati a gamba tesa sulla legittimità e la legalità delle istituzioni catalane che, sì, dipendono dalla legalità spagnola, ma hanno anche una propria autonomia. Da questo punto di vista, il governo spagnolo ha voluto, nei fatti, smantellare quest’autonomia, imponendo alle istituzioni catalane la propria legalità. E questo può far pensare a una sorta di colpo di Stato “indiretto”: è anche in questo senso che la giornata di mercoledì significa aver oltrepassato la linea rossa.

La mobilitazione prosegue

Ieri, però, il popolo catalano non ha mostrato né stanchezza, né paura, né di essere scoraggiato. Dalla mattina decine di migliaia di studenti in tutta la Catalogna hanno bloccato le lezioni e sono partiti da scuole e università per occupare le strade delle proprie città. All’Università Autonoma di Barcellona migliaia di persone hanno partecipato ad un’iniziativa in cui anche il mondo della formazione catalano ha dimostrato di volersi impegnare per rendere possibili il referendum e l’indipendenza.

La mobilitazione davanti al Tribunal Superior de Justicia in solidarietà con gli arrestati del 20 settembre è cominciata alle 12 di ieri mattina ed ha assunto carattere permanente: varie migliaia di persone sono state presenti durante tutta la giornata e molte hanno passato lì la notte. Dalle 9 di questa mattina è in corso invece una manifestazione alla Ciutat de Justicia in appoggio ai detenuti che saranno sottoposti a giudizio.

Il fronte di lotta si è allargato anche ai lavoratori portuali di Barcellona, gli estibadors: nella giornata di ieri hanno attraccato, infatti, alcune navi da crociera noleggiate dal governo spagnolo per far alloggiare poliziotti e guardia civil inviati in Catalogna per le operazioni repressive. Ma 4mila lavoratori portuali, riuniti in assemblea, hanno dichiarato che non effettueranno lavori di carico e scarico e di rifornimento per coloro che sono venuti a reprimere le libertà fondamentali del popolo catalano.

Il calcio moderno non è da meno: una delle notizie che forse più risalto ha avuto è quella del FC Barcelona che, tramite una nota, si schiera contro la repressione spagnola e promette di dare un proprio contributo alla mobilitazione catalana.

La notte appena terminata è stata la seconda consecutiva che ha visto – in ogni quartiere di Barcellona e nella maggior parte dei paesi della Catalogna – le “caceloradas”1 e mobilitazioni popolari per attacchinare i manifesti della campagna del referendum, sfidando le autorità che fino ad oggi hanno proibito qualsiasi azione di invito alla partecipazione al 1° ottobre.

Nel frattempo, si attendono gli esiti della riunione partecipata da numerose sigle sindacali il cui ordine del giorno era la convocazione di uno Sciopero generale contro la repressione spagnola e in favore del diritto all’autodeterminazione. Alcuni sindacati hanno già inviato il preavviso di sciopero per la settimana che va dal 3 al 9 ottobre (prima non sarebbe possibile a causa di restrizioni legali).

Per finire, se il Presidente del Governo spagnolo Mariano Rajoy, poche ore dopo l’operazione repressiva, aveva chiesto al Presidente catalano Carles Puigdemont di rinunciare al Referendum del 1° ottobre perché “ancora in tempo per evitare mali peggiori”, quest’ultimo ha ribadito ieri, con fermezza, l’intenzione di andare avanti e non farsi intimorire dalle pratiche antidemocratiche dello Stato spagnolo. Inoltre, ha chiesto alla cittadinanza di continuare a mobilitarsi per rendere possibile il Referendum. In serata, infine, il Governo catalano ha pubblicato la lista dei seggi elettorali, a dimostrazione che non saranno la Policia Nacional e la Guardia Civil spagnole a fermare le volontà della grande maggioranza della società catalana.

VISCA CATALUNYA LLIURE!

VIVA LA CATALOGNA LIBERA!

Jaume Compte

1Manifestazioni rumorose a base di pentole e mestoli: molto diffuse in America Latina, si erano viste immagini simili durante la rivolta di Gezi Park a Istanbul nel 2013.

 

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INTERNAZIONALISMO

LA REPRESSIONE SPAGNOLA SI FA DURA: IL POPOLO CATALANO OCCUPA LE STRADE

Dal momento in cui il Parlamento catalano ha convocato il Referendum, il Governo spagnolo ha incominciato a preparare un’offensiva poliziesca e giudiziaria – in una parola repressiva – per tentare di fermare la celebrazione della consultazione del prossimo 1° ottobre.

Solo 24 ore dopo l’approvazione delle leggi che regolano la convocazione del Referendum, il Tribunale Costituzionale (spagnolo) si è incaricato di sospenderle e la Procura ha avvisato il Governo e i sindaci catalani che qualsiasi atto in favore della consultazione sarà perseguito giudiziariamente; di conseguenza sono stati convocati i capi della polizia catalana e delle polizie municipali per dargli istruzioni su come far rispettare gli ordini della Procura. Inoltre, sono stati inviati più di 4mila agenti della Guardia Civil e della Policia Nacional da tutto lo Stato per iniziare l’offensiva.

Il giorno seguente la convocazione, più di 700 sindaci dei 900 comuni catalani hanno firmato il proprio impegno per mettere a disposizione i locali municipali per il Referendum  A questo link segue una mappa interattiva   . Solamente i sindaci del PSOE (Partito Socialista spagnolo) hanno negato la concessione dei locali, assieme all’unico comune amministrato dal Partido Popular. Nonostante alcune perplessità e reticenze, la sindaca di Barcellona, Ada Colau1 alla fine ha deciso di aiutare la Generalitat2 mettendo a disposizione numerosi locali per le votazioni.

La risposta della Procura spagnola è stata quella di chiamare a dichiarare in qualità di imputati tutti i sindaci che si sono mostrati a favore del Referendum come collaboratori necessari. Bisogna tenere in considerazione che le pene che possono essere richieste arrivano a più di 10 anni di carcere in caso l’accusa fosse di “sedizione”.

In questi ultimi 15 giorni si sono verificate perquisizioni in più di dieci tipografie, con le quali la Guardia Civil cercava cartelli, schede e propaganda elettorale: il risultato è stato il sequestro di più di 1 milione di cartelli di convocazione del Referendum. Ieri 19 settembre è stato il turno di un’impresa di logistica da cui sono state sequestrate più di 40mila lettere che erano dirette alle persone incaricate di stare nei seggi elettorali.

Centinaia di persone concentrate ieri a Terrassa per difendere l’impresa di logistica.

Oggi, invece, è il giorno in cui l’operazione si è fatta più incisiva e grave: la Guardia Civil è entrata in numerose sedi del Governo catalano (Dipartimento delle Finanze, dell’Economia, l’Agenzia Tributaria, degli Affari Esteri, ecc.). Al momento si ha notizia di 42 perquisizioni totali e 16 arresti tra cariche non elettive e alti funzionari di questi Dipartimenti.

Alcune delle sedi Istituzionali catalane perquisite oggi dalla Guardia Civil.

La reazione popolare in occasione di tutte le perquisizioni delle tipografie e nella sede della logistica è stata quella di concentrarsi per protestare. Oggi il popolo catalano sta scendendo in masse nelle strade per tentare di sabotare l’azione poliziesca. Nel frattempo, i sindacati hanno cominciato a parlare della convocazione di uno Sciopero generale.

Tutto è ancora molto fresco ed indefinito e dobbiamo vedere come si svilupperà la situazione, però c’è tutta l’impressione che accadrà qualcosa di veramente grosso.

I seguenti link possono essere utilizzati da chi ha un minimo di conoscenza del catalano o dello spagnolo, o comunque, vuole sforzarsi e cercare di capire. Da parte nostra, continueremo ad aggiornare sulla situazione.

http://www.ccma.cat/324/

http://www.elnacional.cat/es

Aggiornamento 13:30: agenti incappucciati della Policia Nacional stanno circondando la sede della Candidatura d’Unitat Popular (coalizione della sinistra radicale).

Jaume Compte

1 Eletta con la lista Barcelona en Comú, coalizione di Podemos e ICV, vecchio riferimento dei comunisti spagnoli in Catalogna.

2 L’istituzione catalana che raggruppa Parlamento, Governo e Presidente della Comunità Autonoma.

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INTERNAZIONALISMO

LA MOBILITAZIONE POPOLARE IMPONE: REFERENDUM PER L'INDIPENDENZA!

Il 1° ottobre prossimo si celebrerà il Referendum per l’indipendenza della Catalogna: crediamo che sia un avvenimento di portata storica, soprattutto in questa fase in cui, in Europa, risulta molto difficile per i movimenti popolari dettare l’agenda politica e riuscire a imporre le proprie istanze. In Catalogna, invece, sta avvenenendo proprio questo.

Abbiamo chiesto ad un compagno e amico di Barcellona di darci un contributo alla discussione, raccontandoci alcuni passaggi fondamentali del processo indipendentista. In queste settimane, inoltre, cercheremo di fornire degli aggiornamenti e di seguire gli sviluppi della situazione che, fra mobilitazione popolare e repressione spagnola, è già molto calda.

I Paesi Catalani (Països Catalans) sono un insieme di territori formato da un’unità geografica, storica, culturale e linguistica. Sono situati nella fascia mediterranea della Penisola Iberica e sono divisi tra lo Stato francese – nel Dipartimento dei Pirenei Orientali – e lo Stato spagnolo – divisi amministrativamente nelle comunità autonome del Paese Valenciano (País Valencià), le Isole Baleari (Illes Balears), Catalogna (Catalunya) e un lembo di Aragona. Quest’insieme territoriale storico, che ha la sua origine nel Medio Evo – in un momento in cui facevano parte della Corona aragonese ma come regni indipendenti amministrativamente – ha saputo mantenere una lingua comune, il catalano, che oggi è parlato da più di 11 milioni di persone, e delle radici culturali collettive che gli hanno permesso, nonostante l’incedere dei tempi e la separazione amministrativa, di essere simbolicamente unito e allo stesso tempo molto differente dal resto degli Stati francese e spagnolo. Tuttavia, pur con l’esistenza di questa realtà unitaria simbolica tra tutti i territori, ogni unità amministrativa ha avuto una propria evoluzione, distinta a livello politico e per quanto riguarda i movimenti sociali: per questo, al giorno d’oggi, il Principato di Catalogna – che forma l’attuale Comunità Autonoma di Catalogna – è l’unico territorio in grado di dar vita a un processo che lo guidi fino all’indipendenza.

Nella seduta dello scorso 6 settembre il Parlamento catalano ha approvato con 72 voti a favore, 11 astensioni e senza voti contrari, la convocazione di un referendum sull’autodeterminazione della Catalogna che avrà luogo il prossimo 1° ottobre. Con questo movimento politico, dotato di grande rilevanza simbolica, si è raggiunto l’ultimo passo per fare ciò che una gran parte della società catalana ha chiesto negli ultimi sei anni, da quando cioè è cominciato quello che si conosce come il Processo d’indipendenza della Catalogna.

Per capire da dove viene tutto questo dobbiamo tornare al 10 luglio 2010. Quel giorno, e per la prima volta nella storia della città di Barcellona, ci fu una manifestazione con più di un milione di persone (1,5 milioni secondo gli organizzatori), convocata con lo slogan “Siamo una nazione. Noi decidiamo”. Quella manifestazione non era una marcia per chiedere l’indipendenza, ma si protestava contro una sentenza della Corte Costituzionale spagnola che aveva dichiarato incostituzionale una riforma dell’Estatut d’Autonomia (sorta di costituzione di cui sono dotate molte delle comunità autonome dello Stato spagnolo) che era stata votata e approvata dai catalani in un referendum del 2006 e che era stata osteggiata dal Partido Popular con un ricorso alla Corte. Sette anni fa l’indipendenza della Catalogna non aveva la stessa forza di oggi: si stima infatti che solamente il 10% dei catalani desiderava l’indipendenza all’inizio del XXI secolo. Nelle Diada – Giornata Nazionale della Catalogna che si tiene ogni 11 settembre – celebrate prima di questa sentenza della Corte Costituzionale non si radunavano più di 10.000 persone per le strade di Barcellona. Ma dopo quella sentenza il numero di partecipanti dell’11 settembre e il numero di persone che si dichiaravano indipendentiste cominciarono a crescere in modo esponenziale. La manifestazione nella Diada del 2010 (quindi due mesi dopo) raggiunse di nuovo una partecipazione storica con più di un milione e mezzo di persone: per la prima volta si chiedeva alle istituzioni spagnole non più solo rispetto per il popolo catalano, ma anche il diritto di decidere e il diritto di esercitare l’autodeterminazione. I sondaggi di opinione mostrarono come, in pochi mesi, il numero di catalani che consideravano l’indipendenza come il cammino da percorrere per la Catalogna si moltiplicò, arrivando quasi alla metà della popolazione.

Da quel momento ebbe inizio un’accelerazione degli eventi: tutte le manifestazioni e le esibizioni di forza popolare convocate dalle associazioni soberaniste1 ottennero enorme partecipazione, con centinaia di migliaia, anzi milioni di catalani mobilitati incondizionatamente. Politicamente ciò portò al fatto che nelle ultime due elezioni del Parlamento di Catalogna, per la prima volta nella storia dalla Transizione democratica del 1975-1978, i partiti indipendentisti raggiungessero la maggioranza dei parlamentari. Anche le elezioni locali che sono state celebrate da allora, nel 2011 e nel 2015, hanno dato ogni volta più forza ai partiti indipendentisti, che si sono poi costituiti nell’Associazione dei Comuni per l’Indipendenza (AMI) formata oggi da 787 dei 948 comuni catalani.

Per capire quanto sta succedendo adesso con la convocazione del Referendum, si deve considerare che il movimento per l’indipendenza emerso dal processo storico che ha avuto inizio intorno al 2010 è stato sostanzialmente un movimento popolare, e i partiti politici hanno dovuto rimettersi al passo della mobilitazione della cittadinanza. Questo movimento è stato condotto al livello “di strada” da due organizzazioni: Omnium Cultural, un’organizzazione culturale protagonista della difesa della cultura e lingua catalane cominciata negli ultimi anni della dittatura e proseguita nella fase democratica. e l’Assemblea Nazionale Catalana, creata come coordinamento a livello nazionale di assemblee e punti di resistenza in ciascuno dei comuni e quartieri catalani. Queste due entità sono responsabili dell’organizzazione delle manifestazioni che sono state la spina dorsale del processo: la forza principale di questo movimento è stata infatti la mobilitazione popolare, e le centinaia di migliaia di persone che sono scese in piazza per chiedere il diritto di voto, il diritto di scegliere e il diritto di essere indipendenti, sono state la pressione vera e principale grazie alla quale i partiti politici non hanno potuto retrocedere dal processo indipendentista in questi anni. Le manifestazioni, in questo periodo, sono state molteplici: sono nate le Consulte Popolari sull’indipendenza della Catalogna (dal 2009 al 2011) organizzate da organismi civici e dei comuni con maggioranza politica indipendentista; si è dato vita alla Via Catalana, una catena umana che ha coperto 400 chilometri da un capo all’altro del Paese l’11 settembre 2013, con circa 1,6 milioni di partecipanti; quando nel 2014 1,8 milioni di persone disegnarono con i propri corpi una V per le strade di Barcellona.

Queste manifestazioni di massa hanno portato il governo catalano, formato da partiti politici la cui tabella di marcia prevedeva già delle tappe per raggiungere il Referendum, a legiferare in materia di consultazioni pubbliche al fine di convocare una consultazione non vincolante il 9 novembre 2014: un referendum senza validità politica, ma che serviva a calcolare la reale forza dell’indipendentismo. In quell’occasione partecipò un totale di 2.344.828 persone, circa il 55% dell’elettorato: di queste l’80% disse che la Catalogna doveva diventare uno Stato e che questo Stato doveva essere indipendente. Questo voto, benché non a carattere vincolante, fu un altro segno della forza dell’indipendentismo catalano e costrinse i partiti politici indipendentisti a presentarsi alle ultime elezioni per il Parlamento catalano, tenute il 27 settembre 2015, con l’impegno di convocare, durante questa legislatura, un referendum legale e vincolante. Quelle elezioni diedero la maggioranza ai partiti pro-indipendenza (72 seggi su 135) che da quel momento iniziarono a lavorare per rispettare gli impegni presi con la popolazione catalana.

Secondo gli ultimi sondaggi, mentre i sostenitori dell’indipendenza della Catalogna non raggiungono il 50% (sarebbero vicini al 45%), i sostenitori della celebrazione di un referendum legale e vincolante superano l’80% della popolazione: è su questa base di sostegno popolare al referendum che i partiti politici e il Parlamento Catalano hanno condotto il Process fino ad oggi.

Nel corso di questi anni il governo catalano ha tentato varie volte di ottenere un accordo per il referendum con lo Stato spagnolo, allo stesso modo in cui è avvenuto in Quebec o nel 2014 in Scozia, ma il rifiuto del governo spagnolo è sempre stato brusco. Il governo del Partito Popolare, appoggiato sul tema dal Partito Socialista, considera illegale e incostituzionale qualsiasi referendum che pone la rottura dell’unità dello Stato spagnolo2. Anche le proposte di Podemos di riformare la Costituzione per permettere un referendum concordato hanno ricevuto il netto rifiuto da questi due partiti politici. Al momento, quindi, la situazione è complicata poiché, anche se il Referendum è stato convocato dal Parlamento catalano legittimamente eletto dal popolo attraverso regolari elezioni democratiche, si scontra con la legge e la Costituzione spagnole che non permettono, appunto, la rottura dell’unità del Paese. Pertanto, anche se il governo catalano considera le leggi approvate dal Parlamento della Catalogna completamente valide per avallare il Referendum, in realtà siamo di fronte ad uno scontro di legalità, in quanto l’Estatut che regola l’autonomia catalana e lo stesso Parlamento catalano dipendono direttamente dalla legalità spagnola. Di conseguenza, il Referendum convocato per il 1° ottobre è diventata una battaglia tra legalità e legittimità: tra la legalità della Costituzione spagnola e le leggi dello Stato e la legittimità del Parlamento scelto dal popolo della Catalogna con l’impegno della celebrazione del Referendum.

In queste settimane il governo spagnolo sta facendo ampio uso di leggi e azioni giudiziarie per cercare di frenare un processo che è stato spinto dal basso, mentre il governo catalano è costretto a seguire la volontà del suo popolo e a convocare un referendum rivendicato per anni. Chi vincerà questa sfida? Potremo scoprirlo solamente il prossimo 1° ottobre.

1Dal concetto politico di soberanismo, sovranità, che sta caratterizzando in questi anni i movimenti indipendentisti basco e catalano. Da non confondere con la deriva reazionaria dei partiti di destra di molti Paesi europei.

2In base all’art. 2 della Costituzione spagnola che recita così: “La Costituzione si basa sulla indissolubile unità della Nazione spagnola, patria comune e indivisibile di tutti gli spagnoli, e riconosce e garantisce il diritto alla autonomia delle nazionalità e regioni che la compongono e la solidarietà fra tutte le medesime”.

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RIFLESSIONISUGGESTIONI

IL PAESE DEGLI STUPRI

Non è facile scrivere ancora di omicidi, stupri e persecuzioni quotidiane in un mondo in cui si legge di tutto e si sa ogni cosa ma si finisce poi per provare un senso di nausea e impotenza e si guarda dall’altra parte.
E così si va avanti, una morte di qua, un commento razzista di là, il coro cresce e si autoalimenta e tutti noi ci sfoghiamo sulla tastiera, tutti arrabbiati e intristiti, accusando chi il sistema culturale, chi la politica, chi la polizia o l’immigrato di turno, chi ovviamente la sgualdrina provocante.. Ma poi?
Rimaniamo come sconvolti, in attesa del prossimo omicidio o dell’ennesima violenza notturna. Giorno dopo giorno si consumano eventi gravissimi nel nostro Paese; e poco importa, alla fine, se la ragazzina è stata violentata da un branco di brufolosi insicuri o da un gruppo di marocchini cocainomani, tanto l’età è la stessa. O se è stato il rispettabile uomo in divisa con l’americana o lo straccione che violenta la vecchietta al parco. Fa male, ogni volta e a prescindere dai dettagli e dai carnefici, perché quello che fa male è che sai che succederà di nuovo, e molto presto.
Davvero, c’è così differenza tra il minorenne che uccide la sua ragazza di 16 anni e la donna adulta suicida perché uno suo video porno è diventato virale e lei non ha sopportato la vergogna? Qual è il punto: è la donna vittima o l’uomo carnefice a costituire il problema?
Lo sono entrambi. O meglio, sono entrambi inesistenti, ma perfettamente complementari e indispensabili per la narrazione di chi ci fa la guerra. Inesistenti perché chi stupra non è un mostro, ma semplicemente un uomo in una società patriarcale e capitalista; complementari perché così, ancora una volta, la donna è trasformata nel negativo di un uomo: se lui è un mostro orribile, lei è una vittima indifesa; funzionali perché questa narrazione è perfetta per sorreggere il patriarcato su cui le nostre istituzioni si fondano, dirette o meno che siano da donne. Andando alla radice: è il patriarcato stesso il padre degli stupri.

1) L’uomo carnefice. Prendiamo gli ultimi casi noti di stupratori/assassini: sessantenne siciliano bastona la moglie che finisce in ospedale; gruppo di nordafricani stupra una donna e una trans su una spiaggia; diciassettenne uccide in Salento la ragazzina di 16 con cui stava e la nasconde sotto i sassi; due carabinieri in servizio violentano due studentesse ubriache; bengalese violenta turista nel centro di Roma; bambino rivela alla nonna che è stato il padre a dare fuoco alla mamma, uccidendola, per venti euro..
È ovvio che è un problema culturale: l’uomo non sa accettare che la donna sia un essere libero, libera anche di essere infedele o di ubriacarsi e girare mezza nuda in strada, di rifarsi una vita con un altro o di volersene andare di casa.
Il ragazzo (a noi non importa la nazionalità) vuole vedere solo ragazze fighe e provocanti, le vuole avere davanti agli occhi per il suo piacere e le ciccione sfigate manco le ritiene femmine (e le bullizza a scuola insieme alle secchione frigide); le vuole commentare, toccare, trattare come ha visto fare e le vuole, in fondo, dominare. E in questo il problema culturale diventa a pieno titolo imposizione materiale, concreta.
All’uomo non piace il rifiuto, la risposta volgare, non gli piace che gli si rida in faccia perché ha detto una cosa ridicola (“Abbbbella, che te farei…..”, “Che vuoi sfigato!?”, “Ma vaffanculo, troia lesbica!!”); non vuole che balli con lui e poi balli con un altro, non vuole che decidi tu sulle cose, che ci ripensi, non vuole che ti impicci nei cazzi suoi; non vuole che lo fai arrabbiare quando è nervoso, non vuole che ti metti a piangere perché è nervoso e urla; non vuole che guidi tu perché guida lui, non ti lascia parlare, se ti riempie di regali non gli piace che li rifiuti (“ma che cazzo vuoi allora!?!?”) e non vuole che gli passi davanti agli occhi in quel modo provocante e poi ti lamenti se l’hai provocato…
Non vuole che se fai l’amante gli rompi il cazzo perché lasci la famiglia; non vuole che tu lavori e lui no. Non vuole che stai senza velo perché gli occhi degli altri ti si appiccicherebbero addosso e non va bene, e non vuole che cresci in Italia e pretendi di fare la troietta come le altre; non vuole che conosci donne italiane, stattene in casa e cucina i piatti tradizionali e cresci i figli, e dai sfornane qualcun altro di figlio che tanto solo a quello servi.
Fa veramente fatica ad avere capi-donna, ministri-donna, e considera i gay almeno un gradino sotto di loro (quelli più aperti), e le lesbiche se sono belle le immagina in un video porno e se sono brutte gli fanno schifo.
Spero che ogni uomo che legga abbia la decenza di chiedersi se qualcosa lo sta sbagliando anche lui, perché ci siamo tutti dentro sta merda.

2) La donna vittima. Sul Messaggero di ieri (13 settembre), quotidiano dalla nota sensibilità intellettuale e di genere, hanno pubblicato una mappa coi quartieri di Roma “a rischio stupro”, corredato da intervista ad una poliziotta specializzata in stupri (?). Tralasciando la mappa, perché è ridicolo suggerire alle donne dove andare e non andare la notte, è interessante l’intervista alla sbirra. La signora in divisa ricorda l’importanza di fare attenzione, di non salire in macchina di sconosciuti, di non dare confidenza, di iniziare a correre se ti rendi conto che stanno per stuprarti, chiamare la polizia, e poi (udite, udite!) una volta arrivata al commissariato “la poverina” non si deve nemmeno lavare i denti perché ogni indizio è importante. L’illuminante intervista si chiude con un’analisi sociologica: le tocca ammettere che di solito sono gli italiani a stuprare in strada, e non sono i reietti – come potresti pensare tu lettore del Messaggero – ma anche gente che sembrava per bene!
Se la donna stuprata è vittima, ora lo è due volte. Perché, come ricorda la poliziotta, tanto è inutile cercare di difendersi perché l’uomo è più forte. Può solo sperare che da quelle parti passi qualche angelo o, ancora meglio, una pattuglia della polizia.
Ci sarebbe tanto da dire, e di sicuro non è il Messaggero a dover capire cosa va fatto; è sempre stata l’autorganizzazione e l’autodifesa delle donne, la loro presa di coscienza e la solidarietà a cambiare le cose. Delle volte sono serviti gesti estremi e coraggiosi di donne che hanno alzato la voce invece di scaricarsi la app anti-stupro, e guarda caso sono solo queste le cose che possono farci uscire dal becero patriarcato maschilista in cui ci troviamo, e non la lunga, tragica e insopportabile lista di omicidi cui ci stiamo abituando.
Perché nessun cambiamento culturale è mai passato solo per il laboratorio di genere in classe, o per la legge sullo stalking, e non basta neanche disegnare i nomi delle morte sui muri o colorare di rosa qualche schermata facebook. Di fronte ad un problema così concreto e urgente bisogna ribellarsi ed è più facile di quanto sembri perché tutte siamo vittime in qualche modo, e la lista di prevaricazioni è lunga prima di arrivare allo stupro e alla morte. C’è molto altro che dobbiamo combattere prima, sempre, continuamente, riscoprendo non solo la dignità che ci tolgono molti uomini ma anche la solidarietà che unisce chi sta dalla stessa parte.
Non sono parole vuote. Ogni donna e ogni ragazza sa benissimo come si manifesta quella violenza che purtroppo a volte diventa cronaca nera. È la battutina, lo sguardo, ma è soprattutto quello che abbiamo smesso di fare per paura; ci continuano a dire di non comportarci in un certo modo perché poi ci stuprano, e piano piano interiorizziamo tutto e stiamo attente a come ci vestiamo, alla strada migliore da fare, a uscire sempre in compagnia, a non metterci i tacchi se poi rischiamo le molestie, a vestirci da suorette per andare al lavoro, e competere per un uomo, a giustificare un comportamento violento dentro la coppia, a subire e sperare che… sperare che non succeda a noi.
Noemi, sedicenne ammazzata pochi giorni fa, tornava a casa con i lividi prima di essere uccisa, e la madre si era già rivolta alla Procura per i minori; non può essere un tribunale o un commissariato e salvarci, dobbiamo ribaltare tutto da sole.

Ebe

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INTERNAZIONALISMO

AIUTIAMOLI A CASA LORO! – Una storia di cooperazione internazionale, esperimenti sociali e colonialismo di nuova generazione

Nel dibattito che si sviluppa attorno al tema dell’immigrazione occupa uno spazio significativo un insieme di proposte riassumibili in quattro parole: aiutiamoli a casa loro.
Da un lato c’è chi declina questo slogan in termini direttamente coloniali: le varie invasioni, guerre, deposizioni di “dittatori” a cui si è assistito e si assiste tutt’ora sono sempre accompagnate da una retorica civilizzatrice e liberatrice. È facile incontrare persone che ritengono opportuno occupare i porti libici o perlomeno collaborare con le autorità locali per fermare l’invasione. Non a caso recentemente è stato siglato l’accordo Italia-Libia sulla gestione dei flussi migratori che si configura come un trattato d’intesa per una cooperazione essenzialmente militare tra i due Paesi.
Gran parte dei critici di tali soluzioni ritengono d’altro canto ragionevole pensare che i flussi si regolino creando condizioni di vita accettabili e dignitose nei Paesi dai quali gli immigrati partono. Questo discorso vale per l’Africa così come per l’Occidente: solamente dall’Italia partono ogni anno 250mila lavoratori e lavoratrici, giovani o meno, in cerca di sogni da realizzare ma soprattutto di possibilità da cogliere, oppure spesso per mera sopravvivenza.
La questione è certamente più complessa e va affrontata in un’ottica internazionalista, che guardi allo sviluppo autonomo e alla liberazione dai bisogni di ogni essere umano, ribaltando i termini in cui è posta, cioè rifiutando il retaggio coloniale del discorso e ponendo l’attenzione sui potenziali e sui processi che questa genera. In parole più chiare, l’unico modo efficace che hanno gli sfruttati per aiutarsi concretamente è conoscere il mondo in cui vivono e organizzarsi per cambiarlo.
Come spesso avviene, quando si guarda oltre la cortina fumogena della propaganda e dell’ideologia e si analizza la realtà si scoprono fenomeni interessanti e si svela il significato recondito e reale delle parole: un buon esempio è dato dalla storia che segue.

Dal 2008 ad oggi il network internazionale di scuole “Bridge International Academies” (BIA) ha educato più di centomila bambini in oltre 500 scuole di Kenya, Uganda, Liberia, Nigeria, India. Il BIA è un’organizzazione for-profit, nata con lo scopo di fornire educazione primaria sostenibile ed accessibile alle famiglie povere, attraverso l’uso di strumenti tecnologici e modelli educativi innovativi ed efficienti. Nella lista dei suoi finanziatori spiccano le fondazioni di Bill Gates e Mark Zuckerberg, la Banca Mondiale, il gigante dell’educazione e dell’editoria Pearson e altri fondi simili, il Dipartimento per lo Sviluppo Internazionale del Regno Unito. Le scuole del BIA sono private e low cost, funzionano secondo un modello organizzativo altamente standardizzato e controllato che permette un forte contenimento dei costi ed un’alta efficienza – e quindi la possibilità di essere riprodotto su scale maggiori – e seguono un modello educativo e pedagogico di estrazione anglo-sassone basato su educazione scritta e test (che misurano lo stato e l’efficienza del percorso d’insegnamento/apprendimento) che vanta notevoli risultati statistici e riconoscimenti internazionali, in particolare dal mondo della grande finanza. I programmi del BIA, espliciti e dichiarati, sono di arrivare a qualche decina di milioni di studenti, e di farlo col sostegno e la partnership dei governi dei Paesi coinvolti e delle istituzioni internazionali.

Fin qui, qualcuno potrebbe dire: nulla di male. E, almeno a metà, avrebbe ragione. L’alfabetizzazione e l’educazione di base devono essere garantite a chiunque e questo principio non deve rimanere una dichiarazione d’intenti ma deve essere messo in pratica, in un modo o nell’altro, anche laddove il sistema d’istruzione pubblico è evidentemente lacunoso ed inefficace. Se ad esempio, come pare essere, in Liberia il governo non riesce ad offrire da sé un’istruzione di qualità alla sua popolazione, è giusto che qualcuno se ne occupi e che offra la sua competenza per aiutarli a farlo. A questo dovrebbero servire, nel discorso generale, i fondi destinati alla cooperazione e allo sviluppo internazionali. Ma torniamo al nostro racconto.

“Se entrate nello stesso momento, in un giorno qualsiasi, in una qualsiasi scuola del BIA, probabilmente sentirete l’insegnante sottolineare la stessa parola, nello stesso modo, con gli stessi accenti!”
Questo, all’incirca, uno degli slogan con cui si presenta pubblicamente questo progetto che, almeno per i primi otto anni di vita, ha trovato favore e sostegno diffusi. Partendo da qualche scuola in Kenya nel 2008 si è velocemente diffuso fino ad arrivare in Liberia dove ha stretto un accordo di partnership strategica con il governo per far fronte al tragico stato del suo sistema educativo.
Una BIA è una scuola dell’infanzia o una primaria che funziona con un processo altamente automatizzato. I docenti vengono formati con un corso di sei settimane, viene loro fornito un tablet sul quale ricevono giornalmente le lezioni da leggere in classe, con precise indicazioni sullo svolgimento integrale delle stesse, comprese le accentazioni e i ritmi della lettura. Gli alunni pagano rette che oscillano tra i 6 e i 20 dollari al mese a seconda del servizio ricevuto e ricevono anch’essi un supporto tecnologico (tablet o smartphone) col quale partecipare alla lezione. Le lezioni vengono elaborate da esperti statunitensi secondo schemi d’apprendimento standardizzati e monitorate costantemente. Inoltre il dirigente scolastico viene dotato di una sorta di “centralina” (un programma installato sul proprio smartphone) dalla quale controlla continuamente il tutto, compresi ad esempio i dati e le statistiche sull’assenteismo degli insegnanti o sui “traguardi formativi” raggiunti dai piccoli alunni. Secondo gli inventori e i sostenitori di tale modello in questo modo si riesce a garantire formazione di qualità a tutti quelli che altrimenti non l’avrebbero.

Sull’efficacia dei modelli educativi c’è molto da dire: innanzitutto le scuole di pensiero in questo ambito sono variegate e spesso contrastanti e in Europa (probabilmente anche negli USA) quella attualmente più accreditata promuove il superamento dei meccanismi verticali e individua la partecipazione, il coinvolgimento, lo stimolo all’interazione e alla socialità come strumenti cardine, soprattutto nelle fasi iniziali del processo di formazione. D’altra parte non è esattamente questo il luogo per discuterne in modo approfondito.
In ogni caso è interessante notare come sei settimane (ma anche sei mesi) di formazione, in assenza di un percorso formativo e un meccanismo pubblico di selezione, siano ridicole per un insegnante e come una scuola in cui non sono previste le domande a chi insegna sia perlomeno discutibile. Inoltre stabilire che 6 dollari al mese sono sostenibili, a priori, per le famiglie significa non tener conto dei contesti, e soprattutto destinare risorse verso tali progetti inevitabilmente porta a sottrarle all’impegno imprescindibile che lo Stato dovrebbe avere nel fornire formazione per tutti. Queste ed altre sono le critiche che le Nazioni Unite, per voce del Comitato per i Diritti dell’Infanzia, hanno mosso nel corso del 2016-2017 al BIA e al suo progetto in Liberia, portando alla parziale sospensione dello stesso. Anche in Kenya ed in Uganda il progetto ha incontrato ostacoli e resistenze in questo periodo. In Uganda una sessantina di scuole ed asili sono stati chiusi per ragioni educative ed igienico-sanitarie, in Kenya è iniziata una forte lotta da parte di comitati di insegnanti e genitori che protestavano per le condizioni degli arredi e degli spazi scolastici, la qualità dell’istruzione, la bassa paga degli insegnanti e degli altri operatori. Infatti, nonostante la BIA si faccia vanto di dare lavoro a chi non ce l’ha, con sei settimane di formazione, le voci di insegnanti che hanno manifestato perplessità rispetto al sistema educativo proposto non hanno tardato a farsi sentire. I sindacati, prima quelli kenyoti poi anche alcuni internazionali, hanno denunciato pubblicamente la BIA per violazioni contrattuali, accusandola di fare dumping salariale e minare alla base il funzionamento del sistema d’istruzione. Le lotte di insegnanti e famiglie si sono poi estese ad Uganda e Liberia, portando a risultati parziali. A seguito di queste lotte le Nazioni Unite si sono mosse, anche facendo pressioni sul Dipartimento inglese di Sviluppo Estero. Tra le varie accuse mosse alla BIA vi è anche quella di avere intimidito, tramite minacce legali e non solo, alcuni leader sindacali.

Tutto questo avveniva tra il 2016 e il 2017: un racconto più dettagliato si trova su Internazionale, The Guardian, Quartz, insieme a dichiarazioni, lettere e comunicati dei vari attori coinvolti. Oggi la lotta è aperta ed è in corso una campagna internazionale di denuncia.

In questa storia non ci sono armi, non ci sono caschi blu, bombe e genocidi e neanche occupazioni di territori altrui. C’è molto peggio. L’Occidente, il civilissimo Occidente, punta direttamente al futuro, alle nuove generazioni. Ci sono luoghi dove i bambini delle famiglie povere possono ricevere un’educazione qualitativamente inferiore, a patto che questa gli fornisca gli strumenti minimi per poter esser inseriti nei processi di produzione, misurati e canonizzati da qualche pensatoio liberista. Luoghi dove si sperimentano processi educativi alienanti per chi studia e chi lavora, che puntano ad affiancare o meglio a sostituire quelli pubblici. Allo stesso tempo è da ricordare, però, che vi sono nel mondo Paesi poveri che assicurano istruzione gratuita, universale e di qualità e contemporaneamente retribuzioni e status adeguati ai lavoratori della formazione, da Cuba alla più controversa Corea del Nord.

Voci accreditate da chi sta partecipando alla campagna globale contro il BIA propongono poi una lettura ulteriore, inquietante ma interessante. Se lo si guarda dalla giusta prospettiva il BIA sta provando a fare un enorme esperimento sociale, i cui attori sono le fasce più povere delle popolazioni di alcuni Paesi africani ed asiatici. Si stanno chiedendo se è possibile realizzare un sistema educativo privato che raggiunga due obiettivi: il primo è fornire competenze minime funzionali all’inserimento e alla messa a lavoro nella società “occidentalizzata” a fasce della popolazione altrimenti escluse; il secondo è fare tutto questo abbattendo i costi del personale, in questo caso gli insegnanti, ridotti a semi-automi. Una volta che l’esperimento darà gli esiti voluti il modello potrebbe essere esportato in Europa, affiancando il progressivo depauperamento del settore pubblico. A vederlo bene il modello BIA non si discosta troppo dall’Invalsi, dalla retorica delle competenze e dell’efficienza tecnologica che spopola tra i nostri recenti ministri dell’Istruzione.
Ai discorsi apocalittici e complottisti va sempre fatta la tara: questa non è la storia della multinazionale cattiva che trama per conquistare il mondo, ma la semplice, atroce, violenta realtà dell’imperialismo e dei suoi grandi attori ai quali abbiamo da opporre nient’altro che la forza dell’organizzazione internazionale degli sfruttati.

http://www.right-to-education.org/resource/bridge-vs-reality-study-bridge-international-academies-profit-schooling-kenya

Nota a margine:
Questa ricerca è stata condotta esclusivamente su articoli in lingua inglese e su testate anglo-sassoni (se si escludono wikipedia e Internazionale, che comunque rimane una traduzione). Per scelta obbligata, dato che pare non esistere nulla di scritto in italiano in merito. Questo la dice lunga sullo stato dell’informazione nel nostro Paese. In particolare, rispetto a come certe questioni vengono raccontate, tra i nostri media e quelli inglesi/statunitensi (almeno alcuni) c’è un abisso per quanto riguarda la ricchezza e l’uso di fonti dirette ed indirette, la cura dei dettagli, lo stile rigoroso, asciutto, ricco di informazioni.

Fonti: http://www.bridge-international.com, www.theguardian.com, www.internazionale.it, https:qz.com, www.wikipedia.it

Prospero

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RIFLESSIONISUGGESTIONI

MA QUALE INVASIONE… FERMIAMO LA FUGA!

D’estate, come di consueto, il tema dell’immigrazione conquista ancora più posizioni nel dibattito pubblico, e al contempo indietreggia ulteriormente di qualche passo il livello di competenza e serietà con cui si affronta la questione. Negli anni passati si parlava soprattutto di aumenti degli sbarchi, ma quest’anno in territorio libico e in alcuni dei paesi di origine le partenze sono state rese molto più difficili, con la coercizione di forze militari e paramilitari e la regIa politica dei nostri governi. Il dibattito da ombrellone nell’opinione pubblica italiana si è quindi concentrato sulla trita e ritrita questione dell’“invasione”, dei vari centri abitati piccoli o grandi che sostengono di “non poter più sostenere altri arrivi”, fino ad arrivare alla geniale idea di sgomberare un enorme palazzo occupato da 4 anni da centinaia di richiedenti asilo eritrei e somali a piazza Indipendenza, a due passi dalla stazione Termini. Un evento gravissimo e drammatico, che però ha avuto dei risvolti importanti che non ci possono lasciare indifferenti. Innanzitutto il caos politico e concettuale in cui si sono auto-gettati PD e Movimento 5 stelle, che inseguono nella loro propaganda la destra più becera, ma poi restano schiacciati dalle proprie stesse contraddizioni alla prova dei fatti. Anche perché si trattava di richiedenti asilo, ai quali, stando ai trattati internazionali, una casa gliela deve dare lo Stato, il quale quindi doveva solo ringraziarli di averci pensato da soli ad occuparsela, altro che sgombero. La retorica legalitaria e questurina della “guerra agli abusivi” funziona per raccattare qualche titolo sui giornali e contendere qualche voto alla destra, ma all’atto pratico crea enormi problemi, a partire dall’aver lasciato per strada, invece che dentro un palazzo, centinaia di persone, per poi rincarare la dose con le selvagge cariche di pochi giorni fa, che hanno fatto esplodere un autentico bubbone all’interno dell’“intellighenzia” (verrebbe da ridere) della presunta sinistra italiana. Che senso hanno scene come queste? Non è meglio lasciare la gente dentro i palazzi occupati piuttosto che scatenare la guerriglia urbana? Addirittura il “fascista del decoro” Minniti arriva ad ipotizzare di utilizzare beni confiscati alla mafia per tamponare l’emergenza abitativa. Ovvio che alle promesse di personaggi del genere diamo il giusto credito, ma se ciò accadesse anche una sola volta, sarebbe la riprova che i rapporti di forza possono costringere anche i governi peggiori ad attuare misure socialmente sensate. Il punto è sempre lo stesso: è necessario costringerli a farlo. La destra, dal canto suo, ha gioco più facile e continua semplicemente a vomitare odio e a fomentare la guerra tra poveri, che però è un’arma a doppio taglio, come sta sperimentando sulla propria pelle, a suon di bastonate, la destra suprematista americana.
Veniamo a noi: la vicenda di piazza Indipendenza ha ridato fiato anche al nostro punto di vista, quello della solidarietà di classe, anche perché le forze politiche istituzionali continuano in una rincorsa a destra che lascia tantissimo terreno per argomenti radicalmente opposti. Una grande manifestazione ha sfilato per le vie di Roma e continuano assemblee pubbliche, momenti di confronto e prese di parola da parte delle realtà “di movimento” in senso lato. In un contesto del genere, e con il futuro difficile che abbiamo davanti in termini di agibilità politica, appare però fondamentale trovare l’angolazione giusta dalla quale affrontare il tema delle migrazioni e scardinare convinzioni largamente diffuse tra la popolazione, ma basate sui contenuti nulli della propaganda mediatica. Questa angolazione non può che partire da valutazioni materialiste, e un dato su tutti non può più essere ignorato: il nostro è un paese di emigrazione molto più che di immigrazione. I dati del 2016 parlano di 180mila arrivi e 250mila partenze di italiani verso altri paesi. E non per una vacanza o un erasmus, ma per rimanerci. Nella stragrande maggioranza dei casi, a fare lavori umili, non certo a fare tutti quanti i ricercatori nei laboratori del Cern di Ginevra. La retorica dei “ragazzi che cercano fortuna all’estero”, dei “cervelli in fuga”, viene ancora usata ma fa acqua da tutte le parti.
E quindi, se vogliamo tornare a essere efficaci, a parlare alla maggioranza delle persone e farci capire, va bene continuare a contrastare il razzismo e la guerra tra poveri strada per strada, ma dobbiamo rivolgerci in modo convincente anche agli sfruttati nati e cresciuti qui. Prima che emigrino, o che si facciano trascinare dal disagio e dalla propaganda razzista.
La narrazione pubblica è importante, fondamentale in un periodo come questo, di fake news e di licenza di sparare qualunque minchiata. E non significa solo ciò che si scrive sui social, ma ciò che si risponde sull’autobus all’idiota che fa discorsi razzisti, ciò che si dice nelle assemblee di quartiere, che si argomenta a cena con parenti qualunquisti. E ciò che si propone di fare sul terreno della lotta.
In poche parole, la nostra attenzione non può essere rivolta solo ai migranti. Perché un paese da cui emigrano 250mila persone all’anno (Istat) ha tantissimi altri problemi, che come antagonisti, o meglio come rivoluzionari, non possiamo ignorare o sottovalutare. La solidarietà umana e politica, la mano tesa verso chi è in estrema difficoltà, non deve mai mancare, e su questo ci siamo. Ma il discorso politico deve iniziare a essere più coraggioso, e a usare i numeri, non è possibile che ci riduciamo a essere semplicemente dei missionari che invitano alla bontà e alla tolleranza verso gli ultimi. Bontà e tolleranza un cazzo. Il fatto che i nostri amici, i nostri cugini, i nostri compagni se ne vadano altrove invece che provare a strappare qualcosa di meglio qui, nella loro terra, è un fatto sanguinosamente doloroso, che grida vendetta, e che ha dei responsabili. Perché noi che ancora proviamo a starci in Italia lo sappiamo come funziona: alternanza scuola-lavoro, stage e tirocini gratuiti, mesi o anni con paghe da fame prima di arrivare a uno stipendio decente (ovvero in grado di coprire le spese e nulla più), servizi sociali assenti, prospettiva di vivere con i genitori o se va bene con 4 coinquilini fino a 40 anni. Una vita di merda. Che fa venire voglia di emigrare. In alcuni casi anche di uccidersi. E, sarà un discorso cinico, ma i numeri di chi sta messo così sono infinitamente più alti di quelli dei migranti. Se non riusciamo a parlargli è colpa nostra. Se diamo l’impressione di curarci solo di un’esigua minoranza, vuol dire che abbiamo un problema. Non facciamoci trascinare dalla retorica dei razzisti, che concentrano tutto su una singola questione per buttarla in caciara, e quindi attaccano a testa bassa il migrante. Noi non dobbiamo solo difendere il migrante, dobbiamo riprenderci gli autoctoni. Evitare che emigrino, o che si facciano mangiare il cervello dalla propaganda. Cominciando davvero a non essere timidi quando sentiamo i discorsi di merda al lavoro, a scuola, sull’autobus. A dire che non te la puoi prendere con l’immigrato quando tuo nipote fa la stessa sua vita a Londra, dove lava i piatti in uno scantinato. E che a fare quella vita ce l’hanno costretto i padroni e i politici italiani.
Oltre al discorso, ovviamente, c’è l’azione, e lì il terreno si complica, ma le possibilità ci sono. È fondamentale che si individuino terreni di lotta che interessino le masse, la maggioranza delle persone. Perché una lotta non la si fa per convinzione etica. O meglio, la fa solo chi parte da un forte convincimento ideologico, ma sarà sempre un’esigua minoranza. La lotta parte dai bisogni, da ciò che brucia sulla pelle di ognuno. Non possiamo quindi sperare che la lotta per i diritti dei migranti venga attivamente abbracciata da chissà quanta gente. E poi, noi rifiutiamo le frontiere e le divisioni tra persone basate sull’etnia e la provenienza geografica. E preferiamo di conseguenza parlare di sfruttati, non di migranti. Dobbiamo far dimenticare agli autoctoni le inutili polemiche da talk show non tanto prendendo parte anche noi a quelle polemiche, ma proponendo la lotta di classe. Un inizio, ma è solo un esempio tra tanti, potrebbe essere una lotta dura contro l’alternanza scuola-lavoro, condotta da studenti, genitori e docenti (quindi potenzialmente tantissima gente) rifiutando in toto di prestarsi a un simile scempio, che è il simbolo più alto della barbarie a cui ci ha portato la nostra classe politica e imprenditoriale, un vero e proprio ritorno allo sfruttamento del lavoro minorile, che per di più peggiora le condizioni di tutti i lavoratori.
Non serve che diventino tutti antirazzisti, non serve un convincimento ideologico da missionari: serve far luce sulle dinamiche di classe e individuare dei nemici. Perché i tempi sono duri, e in tempi simili le masse hanno bisogno di nemici. Sarà bene che iniziamo ad indicarglieli noi, altrimenti potremmo finire per diventarlo noi, e sarebbe la più grande delle sconfitte. Noi buoni non lo siamo stati mai, perché dovremmo cominciare proprio ora?

ORESTE

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