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ottobre 2017

RECENSIONI

“LA ISLA MÍNIMA” – di Alberto Rodríguez

Paesaggi vasti e semideserti di una natura che prende il sopravvento su tutto, soprattutto sulle persone. La pellicola è ambientata in un piccolo paese andaluso a Sud della Spagna, sulle rive del fiume Guadalquivir. Due sorelle di 15 e 16 anni scompaiono, una sera, alla fine della classica festa di paese. A risolvere il caso vengono chiamati da Madrid due poliziotti che fin da subito mostrano caratteristiche diverse tra loro. Pedro è un uomo razionale determinato a risolvere il caso e con le idee chiare su come svolgere il proprio lavoro e sulle modalità da adottare, allontanato da Madrid e trasferito in periferia a causa di una lettera di denuncia nei riguardi di un suo superiore legato al regime fascista di Franco. Juan è invece un poliziotto con molta più esperienza lavorativa ma di indole irascibile e spesso cruento nell’estorcere informazioni. All’apparenza è un uomo tranquillo ma coperto da un velo di mistero e si scoprirà avere un passato molto più torbido di quanto lui possa far credere.

Messe da parte le divergenze ideologiche, i due poliziotti iniziano ad indagare sulla scomparsa delle sorelle scontrandosi con l’ambiente che li circondano. La situazione socio economica del piccolo paese è drammatica; la maggior parte della popolazione vive di raccolto e di caccia illegale per poter sopravvivere. Dopo lunghe ricerche e con l’aiuto di una “medium” del paese ritrovano i corpi torturati, violentati e gettati nel fiume. Di lì a poco scopriranno che altre due ragazze, della stessa età delle due sorelle appena ritrovate, sono state uccise, massacrate e gettate nel fiume due anni addietro, sempre in corrispondenza della festa paesana.

Il caso si fa sempre più melmoso, come le paludi che circondano il piccolo paese dove il tempo sembra essersi fermato; tra risaie e paesaggi desolati i due poliziotti, decisi nel risolvere il caso, intraprendono lunghe indagini accurate fatte di interrogatori ai paesani omertosi e supposizioni spesso infondate. Grazie alle informazioni estorte spesso con i modi bruschi e violenti di Juan, poco condivisi da Pedro, i due riescono ad individuare dei tratti che accomunano gli omicidi delle ragazze: tutte volevano fuggire dal paese dove si sentivano strette e soggette a pettegolezzi e male lingue, volevano cercare un lavoro e creare altrove la loro vita; in più, tutte avevano una cosa in comune, Quin, un ragazzo giovane e intraprendente e fidanzato attualmente con una giovane ragazza, Marina. Quest’ultima, con l’aiuto della mamma delle due sorelle uccise e forse l’unica a contribuire alle indagini, rivela che aveva subito abusi e violenze: legata al letto e costretta a fare delle foto di nudo, con le quali sarebbe stata minacciata e umiliata in tutto il paese. Quin e una figura maschile misteriosa erano i protagonisti degli abusi e vessazioni nei confronti di Marina e, si scoprirà in seguito, delle altre ragazze trovate uccise. La svolta avviene quando Juan e Pedro scoprono che tutte le ragazze coinvolte erano in possesso di un volantino che pubblicizzava la possibilità di lavorare fuori da quel paese tanto odiato. I due poliziotti partono alla ricerca di colui che aveva dato alle giovani ragazze il volantino insieme ad una mera illusione di fuga. Scoprono che si tratta di un uomo che lavorava presso un hotel di Málaga, un certo Sebastián: non lavora più lì perché è stato cacciato e risulta ricercato da due anni. Così, grazie alla testimonianza della padrona della tenuta dove Quin portava le giovani ragazze e grazie alla testimonianza della giovane Marina, Juan e Pedro scoprono che il custode della tenuta è proprio quel Sebastián che stanno cercando ed è lui che, con l’aiuto di Quin, porta lì le ragazze, le violenta, le denuda, le scatta le foto e poi le uccide. I due poliziotti salgono in macchina e partono in un rocambolesco inseguimento di Sebastián tra paludi e stradine senza uscita, riuscendo a raggiungerlo ed infine ad ucciderlo. Nel bagagliaio della macchina viene ritrovata Marina, che viene portata in salvo da un destino brutalmente scritto.

È il 1980 e in Spagna si è appena conclusa la “transizione” politica: finita l’era del Regime franchista nel 1975, che ha lasciato strascichi di una forte depressione socio-culturale ed economica, di lì a poco (nel 1981) avverrà il tentativo di golpe da parte dell’esercito bloccato da re Juan Carlos che si schiererà a favore del Parlamento e della Costituzione “democratica”. Il paese è diviso a metà tra coloro che sono ancora legati al Regime franchista e coloro che auspicano l’inizio di una nuova era politica e democratica. Se i problemi erano presenti nella capitale, Madrid, a risentirne maggiormente erano i piccoli paesi di provincia come quello in cui viene ambientata la storia. Questo periodo di transizione non è presente in modo evidente nella pellicola ma fa da sottofondo, con i continui annunci di scioperi sentiti alla radio e alla televisione, le scritte di protesta contro Franco sui muri e gli scioperi dei braccianti che devono raccogliere il riso e lottare per un salario migliore e per la sconfitta del caporalato.

Il quadro dove viene ritratta la storia rappresenta, attraverso metafore e allegorie, il periodo storico di quel tempo: come la scelta di voler immergere il racconto in un paesino circondato da paludi, metafora di un Paese impantanato che fa fatica ad uscirne fuori, o attraverso i due protagonisti grazie ad un ritratto fatto di sfumature e per niente manicheo che ne fa il regista, e che andiamo ad analizzare nello specifico.

Pedro, un giovane poliziotto allontanato da Madrid a causa delle sue idee in contrasto con le politiche militari del tempo, rappresenta la Spagna che vuole rinascere e allontanarsi dalla mentalità di regime. Rappresentativa è la scena in cui i due poliziotti entrano nella stanza dell’albergo del paese in cui alloggeranno e Pedro nota sulla parete un crocefisso con attaccate le foto dei dittatori del XX secolo: con disprezzo lo toglie e lo chiude nel cassetto, segnale di voler chiudere con il passato.

Juan invece è un uomo di molta esperienza ma con un passato alle spalle oscuro e torbido: è un uomo che ama godersi ciò che lo circonda, svolge le indagini con acutezza rendendosi amichevole con gli abitanti del posto per instaurare rapporti di fiducia, risultando paradossalmente un personaggio empatico. Pedro, grazie a delle soffiate della stampa, scoprirà che Juan ha fatto parte della Gestapo di Franco: veniva chiamato “il corvo” perché famoso torturatore di dissidenti e colpevole di aver ucciso una giovane ragazza durante una manifestazione contro il Regime.

Il regista ha voluto affrontare anche il tema della figura femminile, raccontando di donne che vengono viste come oggetto in una società profondamente maschilista e patriarcale che si sente in diritto di usarle, sfruttarle e metterle da parte. Le figure femminili che vengono ritratte sono di donne omertose che hanno il timore di dire la loro per paura di scatenare l’ira di un marito autoritario o di un padre-padrone. Donne che hanno come unica via di fuga la morte.

È una pellicola che rispetta i canoni del thriller e del noir, un giallo che gioca di contrasti, rappresentati dai personaggi, dai luoghi e dalla messa in scena. Il buio pieno e la luce accecante, il poliziotto buono e quello cattivo, la figura della donna che se non è madre e moglie è donna da postriboli. È una pellicola che mette in luce i contrasti che caratterizzano la situazione di quell‘epoca ma che riflette anche su quella attuale. Toccando il problema della donna nella società rurale e cittadina, il lavoro dei braccianti e la forte disuguaglianza tra la metropoli e i piccoli paesi confinanti.

Circe

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INTERNAZIONALISMO

CI LASCIAMO O NON CI LASCIAMO? LA TENSIONE CRESCE IN CATALOGNA

Dopo il 1° ottobre, giorno in cui si è celebrato lo storico Referendum per l’autodeterminazione della Catalogna, segnato dalla feroce repressione dello Stato spagnolo e dalla resistenza e dall’esempio di dignità praticati da centinaia di migliaia di persone in difesa delle urne e dei collegi elettorali, la situazione ha visto un’escalation della tensione e il posizionamento di tutte le forze e soggetti politici. Per comprendere come si è agito sui vari livelli bisogna sviscerare, passo dopo passo, il ruolo che hanno giocato gli attori politici dalle istituzioni ai movimenti di base. (altro…)

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INTERNAZIONALISMO

KURDISTAN: NUOVI PASSAGGI TRA GUERRA E RIVOLUZIONE. UN'INTERVISTA CON LUIGI D'ALIFE

Il 17 ottobre Raqqa è stata liberata dalle SDF, la coalizione militare a guida kurda. Quasi contemporaneamente, in Iraq, un referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno (Başûr) provocava l’intervento militare di Baghdad nella regione. Di fronte a questi avvenimenti ed alla generale confusione che accompagna sistematicamente il corso della guerra in Siria, abbiamo creduto opportuno fare un po’ di chiarezza parlando con qualcuno che di Kurdistan se ne intende.

Abbiamo intervistato Luigi D’Alife, reporter e militante politico, autore del documentario Binxet, che nel corso degli ultimi anni ha potuto approfondire in diversi viaggi la conoscenza della rivoluzione kurda e vedere di persona il mutare del conflitto. (altro…)

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RIFLESSIONISUGGESTIONI

NON ROVINARE LA NOSTRA AMICIZIA PER CINQUE MINUTI

È strano pensare a come un uomo incredibilmente ricco e potente, abituato ad avere tutto quello che desidera (come donne bellissime e giovanissime ai suoi piedi) si trovi ora abbandonato da tutti, travolto dall’improvviso coraggio che sta animando quelle donne che lo hanno dovuto compiacere e che ne hanno subito il suo ricatto maschilista. Immagino un grande uomo disperato che non ha più quel sorriso beffardo di chi ha il mondo ai suoi piedi, ma la disperazione di un imperatore detronizzato rimasto solo nella stanza del potere.

Quello che fa ribrezzo è l’ipocrisia della corte corrotta che ha prosperato fino a quel momento grazie al potere di quell’uomo, e che ora si precipita a prenderne le distanze: si vogliono tutti lavare le mani, la rispettabile famiglia Obama, la democratica Hillary Clinton, i vari comitati, le varie aziende, i vari attori maschi increduli, proprio quel mondo che ha ignorato il sistema di potere che è sempre esistito ad Hollywood. (altro…)

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STORIE

AUTODIFESA NEL TERRITORIO: PRATICHE E VISIONI DAL BLACK PANTHER PARTY

1966. Oakland. Due giovani afroamericani: Bobby Seal e Huey P. Newton danno vita al Partito della Pantera Nera per l’Autodifesa. È il tempo del movimento contro la segregazione razziale, del Black Power, di King e Malcolm X. Sono i mesi in cui alla conquista dei diritti politici fa da contraltare la miseria dei ghetti. In cui il movimento pacifista perde slancio e i giovani proletari neri incendiano le periferie contro gli abusi polizieschi.

Ecco come l’autodifesa viene ad essere uno dei cardini principali del discorso politico del BPP; parlare di essa è un po’ come parlare dell’intera epopea delle Pantere.

Come ogni fenomeno politico, la Pantera non irrompe sulla scena dal nulla, è il frutto maturo di un lungo processo politico andato via via radicalizzandosi, in cui un’istanza “liberal” va indurendosi nello scontro contro un potere strutturalmente violento e razzista; allo stesso modo le istanze che pone sono il portato di esperienze collettive pregresse.

Quello dell’autodifesa è un concetto che prende forma all’interno del nazionalismo nero, che vede la popolazione afroamericana come nazione disgregata ed oppressa; la problematica strutturale dei ghetti, insieme alla repressione poliziesca e alla violenza razziale della middle class bianca che chiudono ogni margine di manovra ad un movimento pacifista come quello per i diritti civili, necessitano una risposta all’altezza: l’autodifesa, appunto.

Su questa doppia istanza, pragmatica e politica, i fondatori centrano l’attività del partito intendendo l’autodifesa come strumento d’organizzazione delle masse; nella suggestione primordiale di Newton:

quando i neri scelgono un proprio rappresentante, questo si trova in una posizione assurda perché non rappresenta alcun potere politico, […] l’unico modo per avere effettivamente peso è quello che è comunemente detto potere militare […]”.

Per Newton, il fucile è il megafono della gente nera.

Rispondendo quindi all’esigenza concreta delle masse di tutelarsi dalla brutalità poliziesca, il Black Panther attiva il proprio programma rivoluzionario catturando, in brevissimo tempo, la simpatia della larga maggioranza della popolazione dei ghetti e l’entusiasmo di moltissimi giovani entrati poi come effettivi nel partito.

È importante sottolineare che l’autodifesa armata era più un messaggio retorico verso l’esterno che una pratica effettiva messa in campo: lo sfoggio di armi, l’obbligo per i militanti di possederle e saperle maneggiare, i pattugliamenti di controllo della polizia, rientrava tutto, in modo chiaro e netto, all’interno dei limiti appunto della difesa e di parametri legali garantiti dalla costituzione americana ma alienati de facto alla componente nera.

Un elemento che dà allora forza e significato dirompenti all’autodifesa è il contesto generale in cui viene inserita; quella concezione nazionalista rivoluzionaria che il BPP traduce nel termine di Colonia Interna: la comunità nera viene ascritta all’innumerevole serie di colonie, più o meno esplicite, degli USA; pertanto il suo percorso di liberazione è interno al processo di liberazione ed autodeterminazione che scuoteva metà del globo dal giogo dell’imperialismo. La differenza però, tra il ghetto ed il Vietnam o la Korea, è che la colonia nera si trova all’interno del territorio e del sistema della macchina imperialista e dall’interno può concorrere ad incepparla e mandarla in frantumi.

Una politica armata ed una corretta concezione internazionalista ed antimperialista della lotta, unite alla spavalderia nell’essere rivendicate, fanno la forza del BPP nel momento di sua massima espansione e, contemporaneamente, il terrore della dirigenza yankee che scatenerà su di esso una repressione feroce e sproporzionata.

Una critica mossa in tempi non sospetti, che si rivelerà drammaticamente fondata, è quella di M. L. King secondo cui

“è pericoloso organizzare un movimento attorno all’autodifesa. La linea di demarcazione tra violenza difensiva e violenza aggressiva è molto sottile […] e le parole che arrivano ad orecchie non sofisticate possono essere interpretate come un invito all’aggressione.”

Nel momento del suo zenit, il BPP spese grandi energie a far fronte al problema interno di organizzazione e disciplina, purgandosi di elementi infiltrati (veri o presunti), teste calde ed incontrollabili. Allo stesso tempo però la retorica del partito si faceva sempre più violenta, trascendendo molto spesso i confini della difesa ed esasperando ancor di più una repressione già scatenata.

In linea generale, non si può certo dire che le Pantere siano state del tutto estranee da eccessi di zelo rivoluzionario, ma è anche placido affermare che la quasi totalità di scontri a fuoco che li ha visti protagonisti è attribuibile a provocazioni o aggressioni poliziesche.

Se l’elemento militare, che caratterizzò in questo senso l’attività del partito, fu il trampolino di lancio e lo scheletro della Pantera, c’è da dire che era anche destinato, in una seconda fase, ovvero quella della ritirata di fronte alla reazione, a farsi sempre più discreto e lasciar posto all’anima più politica: quella dei Programmi Sociali per il popolo volti a costruire infrastrutture di sopravvivenza che, se nell’immediato rispondevano ad esigenze concrete della gente (cibo, vestiti, istruzione, sanità), in prospettiva avrebbero garantito la sussistenza delle comunità nelle fasi imminenti della rivoluzione. Su questa linea vennero fondati il Free Food Program, il Centro sanitario del Popolo che garantiva assistenza gratuita ai proletari neri e le Scuole di Liberazione che assolvevano al compito di istruire la comunità nera su principi solidali e rivoluzionari.

È il momento della svolta intercomunitarista; ma l’autodifesa veniva meno nel momento dell’empasse più tragica ed i programmi sociali in vista della rivoluzione venivano incrementati nel momento in cui la rivoluzione stessa non era più che una mera illusione: strangolata dalla brutalità poliziesca, isolata da una stampa diffamatoria ed insidiata dal flagello dell’eroina (volutamente importata dall’FBI nei ghetti per freddare i bollori rivoluzionari).

Al fianco della controrivoluzione, un tempismo perverso disinnescò i due tratti più dirompenti del programma delle Pantere, facendo sì che invece di procedere parallelamente, l’uno cedesse il passo all’altro.

Oggi le visioni del BPP, ad oltre 40 anni dalla sua disfatta, rivelano la loro estrema attualità tra le fiamme dei riot e nella potenza delle manifestazioni del Black Lives Matter (detto per inciso: più simile al movimento per i diritti civili di M. L. King che alle tesi del BPP) che sono tornati a muovere le comunità afroamericane dai fatti di Ferguson1 ad oggi. Come allora, nei ghetti si continua a morire di droga, di fame e di polizia. Segno che la Pantera è stata battuta militarmente ma il suo spettro si aggira per le metropoli più vivo che mai.

Se si volesse cogliere ora l’ascia di guerra caduta dalle mani di questi combattenti, non dovremmo certo metterci, basco in testa e fucile alla mano, a pattugliare le strade dei quartieri, ma la ritroveremmo nella capacità d’organizzare le comunità sulla base dei loro bisogni concreti; non con spirito volontaristico del voler aiutare gli sfruttati ma con l’obiettivo ultimo sempre davanti agli occhi: sovvertire l’esistente, spezzare le sue catene. Finalizzare ogni sforzo alla realizzazione di un progetto complessivo, con un occhio all’immediato ed uno all’infinito.

Il senso ultimo dell’odissea delle Black Panthers è Seize the time: cogliere l’occasione!

Zero

1Ci si riferisce alla rivolta scoppiata il 10 agosto 2014, e proseguita diversi giorni, a Ferguson, sobborgo di Saint Louis, nello Stato del Missouri; tutto cominciò con la veglia funebre di Micheal Brown, 18enne ucciso con vari colpi di pistola sparati da un agente di polizia.

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INTERNAZIONALISMO

1° Ott: REFERENDUM IN CATALOGNA [diretta]

Aggiornamento finale

Quando il 1° ottobre è già terminato, vengono finalmente resi noti i dati ufficiali del Referendum: su 5.343.358 aventi diritto hanno votato 2.262.424 persone, pari a circa il 42 %. Di questi, 2.020.144 hanno votato Sì, il 90 %, e solo 176mila No, il 7,8 %.

Abbastanza chiaro il dato che emerge dalle votazioni, anche se è da rimarcare che, come riporta il Governo catalano, sono stati chiusi circa 400 seggi nell’arco della giornata e il clima di repressione, conclusosi con 844 feriti, ha sicuramente influito sull’affluenza.

A Referendum concluso bisognerà tirare le somme: 2 milioni di catalani hanno scelto di essere indipendenti e di creare una Repubblica. Il Presidente del governo Puigdemont aveva già affermato, nel corso della serata, che darà seguito al risultato delle votazioni e a quanto previsto nella Legge del Referendum approvata qualche settimana fa.

Il 1° ottobre è stata una giornata lunghissima e intensa. Martedì 3 la mobilitazione proseguirà con lo Sciopero generale cui hanno aderito anche le associazioni della cittadinanza Omnium e Assemblea Nazionale Catalana.

VISCA CATALUNYA LLIURE!

VIVA LA CATALOGNA LIBERA!

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Aggiornamento ore 21:30

Il presidente del governo spagnolo Mariano Rajoy ha annunciato in conferenza stampa che non è avvenuto alcun Referendum (“è stata solo una messinscena”), e ha rivendicato l’operato repressivo delle forze di polizia. Difatti il bilancio della giornata, al momento, parla solo di: 92 seggi chiusi, 320 seggi attaccati, 3 arresti, 761 feriti di cui 128 in ospedale e due in gravi condizioni. In Catalogna oggi c’è stata una messinscena.

Il governo catalano, dal canto suo, ha calcolato che si sono mobilitate circa 3 milioni di persone, anche se non corrispondano al numero esatto dei voti (a causa della repressione). L’affluenza è stimata attorno al 57 %. Non sarà possibile avere dati certi prima delle 22, quando probabilmente arriveranno i primi risultati dello scrutinio.

Da evidenziare che nessuno sta tornando a casa: sono ancora migliaia le persone che difendono i seggi e attendono di conoscere i risultati.

La solidarietà internazionalista ha mobilitato quasi 5mila persone a Madrid e almeno 3mila a Valencia.

Madrid, Puerta del Sol (foto da La Directa)

Valencia, foto da La Directa

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Aggiornamento ore 20:20

Secondo il Dipartimento della Salute catalano al momento si contano 761 persone ferite: di queste 128 hanno dovuto ricorrere alle cure in ospedale e due sarebbero gravi.

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Aggiornamento ore 19:55

Quando mancano pochi minuti alla chiusura dei seggi (alle 20), la notizia più importante viene dal Governo catalano: la Policia Nacional e la Guardia Civil sono riuscite a chiudere solamente 92 collegi dei 2315 totali, ovvero giusto un 4 %. In questo link una mappa interattiva che descrive la situazione dei seggi aperti (in verde) e chiusi (in rosso). Non vengono ancora rilasciati dati ufficiali dell’affluenza, anche se si vocifera che abbia raggiunto il 50 % nei seggi in cui tutto si è svolto senza incidenti e repressione.

La Generalitat e le organizzazioni indipendentiste hanno invitato la popolazione a resistere ancora in queste ore per portare a casa il risultato del Referendum: a questo proposito in molti municipi alcuni seggi sono già stati chiusi e le urne concentrate in quelli ancora aperti. In questo modo si cerca di raggruppare quante più persone possibile per resistere alle cariche della polizia spagnola.

Il numero dei feriti pare essere salito a 500, di cui alcuni gravi.

Questo è accaduto a Sabadell: i manifestanti hanno ricacciato indietro la Policia Nacional.

Nel frattempo, iniziano ad arrivare le prime critiche ufficiali alla repressione del governo Rajoy: il vicepresidente del Parlamento europeo Dimitris Papadimoulis ha definito l’operato della polizia spagnola come una vergogna per l’Europa. I primi ministri di Belgio, Slovenia, Scozia hanno condannato la repressione.

La partita di calcio tra Barcellona e Las Palmas si giocherà a porte chiuse: in un primo momento il Barcellona aveva deciso di non giocare come gesto di protesta verso la repressione, poi è ritornata sui suoi passi per evitare sanzioni. Alcuni membri del direttivo del Barça si sono dimessi per protesta.

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Aggiornamento ore 17:45:

Il governo catalano parla di 465 feriti in tutto il Paese fino ad ora (mentre il Ministro degli Interni spagnolo denuncia il ferimento di 9 agenti della Policia Nacional e 3 della Guardia Civil). Tra questi, un signore di circa 50 anni, a Lleida avrebbe subito un infarto durante le operazioni di sgombero di un seggio e sarebbe in gravi condizioni.

La dinamica è la stessa che va avanti da questa mattina: le forze d’occupazione spagnole individuano i seggi, arrivano in gran numero, caricano le persone riunite e portano via le urne. Al momento pare che i seggi chiusi siano circa 220, ma per la Generalitat si starebbe votando nel 72 % dei seggi previsti.

Secondo la Candidatura d’Unitat Popular, coalizione della sinistra anticapitalista, alle 13 si registrava quest’affluenza: a Berga il 43,57 %, a Mollerussa il 55 %, a Cervera il 45 %, a Llinars il 49,5 %, a Pobla de Segur il 52 %, a Sant Celoni il 45,1 %. Allo stesso tempo tutte le organizzazioni indipendentiste chiedono alla popolazione di rimanere ai seggi anche dopo aver votato per garantire un esito positivo del Referendum.

Si stanno verificando aggressioni da parte di fascisti spagnoli:

Aggressione a un giovane indipendentista in Plaça Catalunya

A Cornellà aggredito un ragazzo che stava andando a votare

La resistenza però continua forte e determinata e ha visto, in alcuni casi, fronteggiamenti tra la Policia Nacional e i pompieri; in rari casi, invece, la popolazione catalana risponde con rabbia alle aggressioni poliziesche.
La solidarietà internazionalista si sta muovendo: nello Stato spagnolo sono stati convocati presidi in almeno 30 città (singolare che gli spagnoli spalleggino i catalani che vogliono andarsene per non pagare le tasse allo Stato); in Italia, oltre al presidio di Napoli, tra poco ne comincerà un altro a Palermo (ore 18 al Consolato spagnolo); a Londra manifestazione a Piccadilly Circus; anche a Edimburgo centinaia di persone manifestano in favore del Referendum.

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Aggiornamento ore 14:30:

Non si può ancora quantificare l’incidenza dell’azione repressiva spagnola: è certo che in tanti seggi la Policia Nacional e la Guardia Civil hanno fatto irruzione sequestrando le urne, mentre in altri la resistenza popolare è riuscita a difendersi.

La Piattaforma “Som Defensores” parla di 60 feriti in tutta la Catalogna in seguito alle manganellate e ai colpi di fucile (con proiettili di gomma): alcuni di questi sarebbero gravi.

I fascisti spagnoli hanno provato a mobilitarsi, soprattutto a Barcellona: una grande mobilitazione di 60 persone, fermate dai Mossos d’Esquadra. Al corpo di polizia catalano, tra l’altro, era stato imposto di intervenire ai seggi, ma lo sta facendo in una misura alquanto blanda: si presentano in forze insufficienti, registrano l’impossibilità di operare e se ne vanno.

Ci sono lunghe file per votare perché il sistema elettronico di tanto in tanto si interrompe. Viene data precedenza ad anziani e disabili.

A L’Hospitalet poco fa varie camionette della Policia Nacional hanno caricato centinaia di persone ma non sono riuscite a entrare nel seggio.

Intanto in Italia qualcuno inizia ad organizzarsi per esprimere solidarietà al popolo catalano: a Napoli è stato convocato un presidio davanti al Consolato spagnolo dalle ore 17:30.

Come annunciato, in molti casi i pompieri si sono mobilitati per aiutare la popolazione nella difesa dei seggi.

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Il 1° ottobre finalmente è arrivato.

Dopo settimane di azioni repressive fatte di arresti di alte cariche del governo catalano, del sequestro dei suoi fondi e di milioni di schede elettorali, di perquisizioni, della chiusura di decine di siti indipendentisti, dell’invio di 10mila agenti delle truppe di occupazione spagnole.
Ma soprattutto dopo un’imponente mobilitazione popolare animata da ampi settori sociali come gli studenti, i lavoratori portuali, i pompieri, i contadini, i cittadini che vogliono semplicemente decidere il proprio presente e futuro. Una mobilitazione sorridente, allegra, priva di paura nei confronti dello Stato fascista spagnolo che oggi come cinquant’anni fa non si fa problemi a reprimere le istanze di un popolo “digno”.

Oggi è il giorno della rottura. E se in queste settimane è diventata via via più complicata l’esecuzione logistica del Referendum, comunque vada non finirà qui. Perché appunto oggi è il giorno della rottura e il popolo catalano, siamo convinti, andrà fino in fondo. Fino alla vittoria. Fino all’indipendenza.

Oggi Prometeo seguirà gli avvenimenti, cercherà di aggiornare con una sorta di diretta quanto accade dall’altro lato del Mediterraneo.

Serà un dia que durarà anys. Sarà un giorno che durerà anni.

Aggiornamento delle prime ore:

Nella notte un numero incalcolabile di persone ha dormito nei seggi per proteggerli da eventuali sgomberi forzati della polizia spagnola (in alcuni casi si sono visti anche dei trattori posti a difesa). A tarda notte si sono verificati attacchi isolati di gruppi di estrema destra ai seggi di Badalona, Castelldefels, L’Hospitalet e nel quartiere Nou Barris di Barcellona.

Dalle prime luci dell’alba di un giorno piovoso la popolazione catalana ha iniziato a mobilitarsi, andando a rinforzare le difese dei seggi.

Verso le 7:30 sono comparse le schede e le urne e quasi contemporaneamente iniziavano a muoversi mezzi della Policia Nacional e della Guardia Civil (dal porto di Barcellona ove erano alloggiati). La Generalitat (il governo catalano) ha annunciato il sistema elettronico di censo elettorale che permette la registrazione del voto: in questo modo si dà la possibilità di votare anche in altri seggi qualora nel proprio fosse impossibile e, allo stesso tempo, impedisce che si possa votare due volte.

Le votazioni hanno avuto inizio alle 9: con esso ha cominciato a scomparire il clima di generale tranquillità che ha caratterizzato le prime ore del giorno. Alle 9:40 viene diffusa la notizia della chiusura, ad opera della Guardia Civil, del sistema elettronico di voto, che però viene ripristinato dopo poco più di mezz’ora.

Cariche e requisizioni hanno iniziato a verificarsi in vari seggi di Barcellona e anche in altre città: la modalità della Policia Nacional e della Guardia Civil è di entrare nei seggi, requisire urne e schede e andare via; trovandosi davanti un muro di persone, le truppe d’occupazione hanno fatto uso di manganellate e fucili con proiettili di gomma. Un primo ferito grave si è registrato in una carica all’esterno della scuola Ramon Llull, nel quartiere Eixample di Barcellona: il ferito è in ospedale e attualmente sta subendo un’operazione chirurgica all’occhio.

Video de “La directa” del momento in cui viene ferito all’occhio un manifestante
Video di Catalan News della stessa carica

Al momento si ha notizia di attuazione repressiva nei seggi di: Baix Llobregat, Barcelonès, nel quartiere Eixample (Barcellona), alla scuola Sant Julià de Ramis di Girona, alla scuola Nostra Llar di Sabadell, a Lleida (dove in un seggio due urne sono state requisite mentre una salvata dalla popolazione), a Tortosa dove in seguito alle pesanti cariche si registrano circa 40 feriti (tutti lievi).

Nel quartiere del Raval (Barcellona) pare che le operazioni di voto si stiano svolgendo tranquillamente. Nella scuola Pins del Vallès de Sant Cugat del Vallès (poco fuori Barcellona), due agenti in borghese hanno provato a portare via le urne, ma gli è stato impedito da un centinaio di persone.

Il portavoce del governo catalano Jordi Turull ha condannato l’azione repressiva e chiesto le dimissioni del delegato del governo spagnolo in Catalogna (equivalente del Prefetto). Il Presidente Puigdemont ha definito vergognosa l’attuazione delle forze di polizia spagnole. Ada Colau, sindaca di Barcellona, da parte sua ha definito “codardo” il primo ministro Mariano Rajoy e ha chiesto che si dimetta.

Da Catalan News: la Policia Nacional sgombera le persone radunate davanti a un seggio
Irruzione della Policia Nacional in un seggio
Altro video della repressione ai seggi
Alcune foto:

La Policia Nacional che requisisce le urne

Foto da un seggio

L’immagine parla da sola

Una delle pallottole di “gomma” sparate dalla PN

Manifestante ferito




 
 

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