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novembre 2017

RECENSIONI

POPULISMO 2.0

In un caldo pomeriggio domenicale di maggio finiva la stagione regolamentare di Lega Pro. Raidue decideva, in aperta polemica col buonsenso, di ignorare il fatto e lasciare spazio alle notizie di costume parlando dell’elezione di Emmanuel Macron all’Eliseo. Le immagini in diretta mostravano strette di mano, sorrisi e tricolori ondeggianti di felicità. Nello studio una giornalista con forte accento francese parlava della vittoria dell’enfant prodige contro i “populismi di destra e di sinistra”. Di destra e di sinistra. “E congiunzione”, specificherebbe un bravo studente delle elementari. Alle immagini di vittoria di Macron si alternavano le immagini dei volti tristi e tirati degli esponenti del Front National, Marine Le Pen su tutti. Il Fronte era ad un passo dal colpo storico, un risultato che avrebbe premiato la decennale fatica della Le Pen, che aveva spogliato l’antico partito del padre dai folkloristici accenti antisemiti, profondamente razzisti, cattolici e nostalgici, per rivestirlo di temi nuovi, di un nuovo nazionalismo, sociale e antieuropeista. Ma l’esperimento della Le Pen, coraggioso e di destra, viene bollato come dalla giornalista come “populista” ed accomunato a quello “di sinistra”, come se quest’aggettivo fosse sufficiente ad abbattere le differenze ideologiche, fossero anche quelle fondamentali come quelle tra destra e sinistra.


Cos’è il populismo? Prova a spiegarlo Marco Revelli in “Populismo 2.0”, libro uscito quest’anno per Einaudi. Revelli rivisita ed analizza in brevi ma esaustivi capitoli le grandi sorprese della politica internazionale di questi ultimi due anni, cominciando da quello più recente per risalire, poi, indietro nel tempo, tentando così di dare una fisionomia dei movimenti politici che vengono normalmente definiti “populisti” nei paesi occidentali. I primi casi analizzati sono la vittoria di Donald Trump e del fonte del “Leave” nel referendum sulla Brexit. In entrambi i casi si assiste a fenomeni che hanno in comune il fatto di essere stati assolutamente imprevisti. L’analisi del voto che ha portato “The Donald” alla stanza ovale si focalizza su come questo fosse diffuso praticamente ovunque, ma trovasse una particolare intensità nelle zone della così detta Rust Belt, la zona dei grandi laghi e del Midwest, un tempo sede di fabbriche ed industrie (e quindi di working class tradizionalmente orientata al voto democratico) abbandonata e condannata alla decadenza dagli ultimi dieci anni di crisi economica. È stato un voto popolare e di protesta, quindi, a portare Trump alla Casa Bianca, mentre la descrizione mainstream del Maschio WASP fascistoide impaurito dalla (ipotetica) svolta progressista della Clinton lascia parecchie lacune. È stato piuttosto il voto delle fasce sofferenti, o che si sentono impoverite dagli anni di crisi. Lo stesso tipo di voto che ha portato al sorprendente esito della Brexit. A proposito del quale Revelli racconta un aneddoto tanto divertente quanto indicativo: a ridosso del voto i bookmakers indicavano come poche ma grosse cifre fossero state puntate sul “Remain”, mentre la grande maggioranza delle piccole giocate fosse stata fatta sul “Leave”. Insomma: i pochi che avevano grandi somme da spendere, i più ricchi, avevano puntato forte sulla scelta europeista, la massa dei meno abbienti aveva puntato il poco che poteva sull’exit. Forse sarebbe bastato guardare quei dati per mettere in dubbio che l’esito del referendum fosse scontato.

Quelli che Revelli indica come i tratti caratteristici del nuovo populismo sono, appunto, il dilagante successo tra le fasce più povere e impoverite di Paesi in cui le fila della vecchia classe media si sono assottigliate sempre di più, la lotta contro delle élite sentite distanti, soverchianti, estranee e nemiche di quel popolo che pure dicono di rappresentare. È infatti questo sentimento di unità e di comunanza interna delle singole nazioni, popoli che si autodescrivono come puri e incorrotti, lavoratori e vessati, in cui la xenofobia ha un peso spesso forte pur non costituendone un valore fondamentale (“Io non sono razzista, ma…”) che costituisce il dato essenziale del nuovo populismo. Caratterizzato anche dal fatto di sentirsi rappresentati in questa lotta da persone ricche e di successo, teoricamente appartenenti a quella stessa élite contro cui ci si sta ribellando: gli esempi di Trump negli Stati Uniti, di Johnson e Farage nel Regno Unito sono perfetti in questo senso. Ma non bastano a descrivere in pieno il fenomeno, come dimostrano i successi del Front National in Francia e di Alternative fur Deutschland in Germania.

L’impressione è, comunque, di trovarsi di fronte ad un fenomeno talmente complesso e sfaccettato da essere quasi impossibile da definire compiutamente. Un po’ come se, descritti gli occhi, il naso e la bocca di qualcuno si trovasse difficile descriverne il volto nel suo complesso. Cos’è il populismo? Esiste un populismo di destra e di sinistra? E se esistono i populismi va da sé che esistano anche gli establishment contro cui questi si schierano. Sembra quasi che, nell’epoca della post-ideologia, abbandonati gli schematismi desueti della lotta di classe, la dicotomia sia proprio tra lo schieramento populista, trasversale, ed un altro difficile da nominare ma che negli USA può essere identificato con tutto quell’apparato politico spazzato via da Trump, dai suoi milioni e dai suoi modi da redneck, mentre in Europa si può identificare nel campo europeista. Il paragrafo dedicato all’esperimento renziano illumina qualcosa che viene definito “populismo dall’alto”. Il giovane attivo e intraprendente fiorentino, in maniche di camicia rimboccate prometteva riforme e rosei sviluppi europei in un’Italia libera da una classe politica che lui stesso si apprestava a rottamare. Smaltita la sbornia degli entusiasmi iniziali sappiamo che quella prima avventura è finita con il fallimento dei referendum di dicembre del 2016.

Perché se la destra scopre la <<classe operaia>>vuol dire che qualcosa si è rotto. In profondità. Nella classe operaia, primo luogo. Nella destra, anche. E soprattutto nella sinistra. Vuol dire che la sinistra ha lasciato il campo.”

Effettivamente, lasciando da parte tentativi di analisi post ideologici che ben poco hanno a che fare con la realtà si può dire che, in questo breve passaggio Revelli centri il cuore del problema, in ogni caso uno dei sui aspetti più importanti, cioè l’abbandono dell’arena politica da parte della sinistra istituzionale e partitica. Evitando di soffermarci su Syriza e Podemos (movimenti tacciati anch’essi di populismo) ci si può ritrovare stranamente sorpresi dai toni delle dichiarazioni di Farage in solidarietà della Grecia piegata dall’austerity europea, o dalle sfaccettature del voto operaio con cui viene premiato il Front National. Probabilmente la chiave di lettura è tutta lì: esiste da decenni una destra sociale, con i suoi temi e le sue battaglie, che ha avuto vaste praterie da percorrere nel momento in cui la sinistra (quella dei partiti, s’intende) ha smesso di fare discorsi sociali. Pur con la chiave in mano, la porta sembra difficile da scassinare.
Nel frattempo la lettura del libro di Revelli può essere un modo utile per ingannare l’attesa.

Jacques Bonhomme

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RIFLESSIONI

DI STUPRI, DI DEGRADO E DI MARGINALITÀ

Telegiornale dell’ora di pranzo: notizia di un ennesimo stupro di due ragazzine da parte di due ragazzi Rom. Il tono? Sempre quello da tragedia accompagnato da particolari scabrosi, come se dovessero per forza far salire quell’insieme di disgusto e interesse malato che sembra piacere tanto. Sì, è proprio quello che vogliono fare e chi se ne frega se si parla di persone: l’importante è fare notizia, e in sé e per sé la notizia non serve minimamente a parlare dello stupro, delle cause culturali e materiali che sono alla base di qualsiasi forma di violenza di genere o delle possibili soluzioni a tutto ciò. No, non è questo che interessa. Il sottotitolo della notizia potrebbe essere: “Degrado, cattivo uso dei social, campi rom e immigrazione mettono in serio pericolo le nostre donne”. È sempre la stessa storia trita e ritrita che però sembra non stancare mai: quella tanto decantata opinione pubblica che è subito pronta a riempirsi la bocca famelica delle parole dei mezzi di comunicazione.

Uno stupro è l’occasione perfetta per dire ciò che conviene alla classe dirigente, per mettere in luce qualcosa e adombrarne altre e allora ecco che il giornalista, con il suo tono contrito, dichiara il quartiere Collatino – periferia Est di Roma – uno dei più pericolosi della Capitale, dove il degrado la fa da padrone e la sicurezza – si legga controllo sociale – è scarsa.

Seguiamo però passo passo la notizia, le parole usate, ciò che trapela tra le trame del racconto.

Per prima arriva l’identificazione del quartiere dove si è consumato lo stupro: la periferia. Non importa quanto più o meno vicino al centro sia quel quartiere, quale sia il suo tessuto sociale o il livello economico di chi lo abita; periferia è sempre estrema, marginale, sempre un altrove rispetto a ciò che è normale. Va da sé che normali siano il centro o quartieri non periferici; qui si intende periferico in senso simbolico, nei termini in cui la periferia non è determinata dalla collocazione spaziale lontana dal centro amministrativo e culturale, ma piuttosto da un’insieme di immaginari che la fanno individuare in un determinato luogo. Quando si dice periferia è immediata l’associazione con qualcosa di marginale, di non controllato, dove al potere Statale si sostituisce un potere d’ordine diverso, si potrebbe dire delinquenziale, dove gli scorci sono vie merlati da alti palazzi, piastrellati di strade dissestate, macchiate da aree interstiziali vuote e pericolose. Nella nostra mente si fanno spazio immagini di vite vissute al limite della povertà, della legalità, della normalità appunto. Vite passive, incapaci di migliorarsi e di migliorare lo spazio che attraversano, oggetti e mai soggetti. La periferia non è mai vista – e non si vuole che essa stessa si veda – come soggetto, perché il suo potenziale distruttivo dell’ordine delle cose spaventa e non deve manifestarsi pena il collasso o il compromesso. Che si mantengano allora strati sociali nella loro situazione attuale, che li si nutra di notizie preconfezionate, che si dica loro che è colpa del degrado o degli immigrati, così che il vero nemico possa rimanere al caldo delle sue quattro mura. La somma di questi elementi porta a pensare che sia ovvio che in un quartiere periferico avvengano degli stupri.

Con il concetto di periferia va a braccetto il degrado: questo fantastico, fantasioso degrado che ormai viene sventolato ogni volta che ce n’è occasione, una sorta di barattolo dove si può infilare tutto per non guardare i veri problemi. Guardare al degrado invece che ai casi particolari è un po’ come guardare il dito invece che la luna. Cos’è il degrado? È tutto e niente: è il barbone che dorme in stazione, il rom, è la prostituta sotto casa e i ratti che banchettano tra i cassonetti (cumuli di immondizia non mancano mai nelle periferie), è il pazzo che parla da solo o le giovani ubriache fuori dal pub, sono gli atti “vandalici” dei writers e la rivolta degli abitanti delle case popolari. È tutto ciò che non risponde alle norme di decoro della classe dirigente, alla tranquillità, alla produttività, al rispetto delle regole.

Tornando al servizio del telegiornale, dopo aver descritto come è avvenuto lo stupro si passa alle interviste, e qui l’asino cade con tutto il carretto e pure con il carrettiere: qual è la risposta più ovvia al degrado? Il controllo. Sono gli abitanti stessi che chiedono più sicurezza, più presenza delle forze dell’ordine, senza capire che più controllo non vuol dire quartieri migliori. Più controllo e meno rom, meno immigrati, perché lo sbocco di queste notizie è spesso e tristemente il razzismo. Facile come bere un bicchiere d’acqua è dire “è colpa sua”, del diverso da me: se le cose vanno male, ben più difficile è individuare il vero nemico.

Infine il servizio termina con la specifica che gli stupri si sono verificati mesi prima, ma che le ragazze erano state minacciate e, impaurite, hanno aspettato fino ad ora per denunciare, come se il tempo intercorso tra il fatto e la denuncia debba essere giustificato.

Questo è solo un esempio tra i tanti servizi e articoli che i media di massa diffondono riguardo alla violenza di genere, ma vi è in tutti un filo condutture: quello che parte dalla periferia, passa per il degrado e le migrazioni ed arriva fino alla tanto agognata sicurezza nei quartieri, alla difesa delle “nostre donne”. Quanto pericolose sono tutte queste affermazioni. Tutto è fatto per non risolvere niente. Invece di autorganizzarsi nei quartieri per migliorare qualcosa, per difendersi dagli attacchi delle istituzioni, si trova un nemico facilmente individuabile: lo straniero e/o il degrado. Invece di insegnare sin da piccoli alle bambine l’autodifesa e l’autodeterminazione e ai bambini la parità e il rispetto1, si individuano nella periferia e, ancora una volta, nel degrado e nel migrante la causa degli stupri. Non è nell’interesse della classe dirigente risolvere i reali problemi: piuttosto lo è quello di mantenere lo stato di cose esattamente così com’è.

Le soluzioni sono proposte in continuazione, ma l’interesse istituzionale è altrove: sulle quote rosa e sulla giornata contro la violenza sulle donne (tanto il giorno dopo torna tutto come prima), sulle pubblicità progresso, sui matrimoni gay, mai sull’educazione.

Non si stupra perché si è immigrati, si stupra perché gli uomini sono figli di una cultura patriarcale, perché le condizioni materiali spesso non favoriscono la crescita culturale e personale o il miglioramento.

Nel discorso dei media, che poi è il discorso istituzionale, tutto appare come prestabilito: una sorta di destino cosmico che fa sembrare le cose statiche, immutabili ed eterne. È tutto funzionale affinché niente cambi. Le periferie sono e saranno sempre le discariche umane della società: chi ci vive sembra essere lì sulla base di una volontà superiore, e ovviamente metafisica; le donne continueranno ad essere stuprate almeno che lo Stato non le protegga, almeno che non sguinzagli i suoi cani in ogni via. Che poi questi cani siano uomini e di che specie – quindi pericolosi come tanti altri – non ha importanza, come non ha importanza il loro reale ruolo lì, al margine. Il degrado rimarrà per molto un concetto in voga per racchiudere tutto ciò che si vuole bollare come negativo ed antisociale: gli stranieri, le prostitute, i drogati, gli antagonisti ne saranno i produttori finché ciò farà comodo al discorso egemonico.

A questo punto dobbiamo prendere corda e sasso, legarceli al collo e scegliere un bel ponte da cui buttarci? No. Tutto questo rimarrà così finché si continuerà a chiedere a chi rappresenta il sistema – il quale vuole che tutto rimanga uguale – di risolvere i problemi. Niente muterà finché gli e le abitanti dei quartieri “periferici” non capiranno che non si vive passivamente lo spazio che si attraversa, ma che lo si plasma e lo si deve plasmare in base alle proprie necessità, che il colore della pelle, la religione o la lingua non sono caratteri di un nemico, che le donne possono difendersi da sole, senza l’aiuto di uomini e polizia, che non sono vittime sacrificali, pure vestali di delicato cristallo, ma persone complete e del tutto in grado di affrontare il mondo.

Se le cose stanno così non c’è bisogno di cercare il nemico sulla Luna o su Marte, perché il nemico è proprio lì, qualche km più in là oltre il muro del centro, dietro le porte delle banche, delle borse e delle sedi d’azienda.

Non si vive in periferia perché vi si è caduti da una nuvola: si vive in periferia perché in questa società polarizzata esistono i ricchi ed esistono i poveri, esistono i centri ed esistono le periferie, il margine e l’interno.

MALA SANGRE

1 Non il rispetto da galantuomini, ché quello è figlio dello stesso padre dello stupro, ma quello che viene dal riconoscimento dell’altro o dell’altra come un proprio pari, come un altro essere umano

(altro…)

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METROPOLI vs TERRITORI

COSA SUCCEDE AD OSTIA? – Cortocircuito tra politica, sociale e mondo mediatico.

Dopo mesi di commissariamento per mafia, a Ostia (X Municipio di Roma) si è votato per le amministrative, e si rivoterà il 19 novembre. Al ballottaggio sono andate Giuliana Di Pillo (Movimento 5 Stelle) e Monica Picca (candidata di Fratelli d’Italia, sostenuta da Forza Italia e Noi con Salvini). Non è questa la sede per un’analisi del voto, nonostante il quadro sia decisamente interessante: i pentastellati sono primi ma perdono oltre la metà dei voti (rispetto al 2016), il Pd riesce – nonostante gli scandali di “Mafia Capitale” – a mantenersi come secondo partito (13,7 %); il centro-destra unito ruggisce e raggiunge il ballottaggio, insidiando la candidata grillina. A seguire, nel gioco elettorale, la lista di un ex prete (responsabile della Caritas locale) a rappresentare una sinistra clerico-borghese sempre più in crisi d’identità e, infine, le frattaglie autonomiste raccolte sotto la bandiera di un imprenditore locale (Bozzi).

Ma ciò che ha fatto straparlare i giornali e le tv locali e nazionali sono due dati: l’astensionismo e l’exploit di Casapound. A votare è andato infatti solo il 36 % degli aventi diritto (67mila su 185mila circa, appena un elettore su tre); di questi votanti, più del 2 % ha deciso di annullare la scheda o votare scheda bianca. Il partito fascista Casapound ha invece triplicato i propri consensi, passando dai circa 2mila voti del 2016 (elezioni comunali) ai quasi 5mila di oggi; i “fascisti del terzo millennio” hanno raggiunto il 9 % dei voti grazie anche all’appoggio di due “liste civiche” (Assotutela e Cittadini per il X Municipio).

Fin qui, la cronaca politico-elettorale. La politica lidense si è arricchita in questi ultimi giorni di un fatto eclatante: un giornalista della (brutta) trasmissione “Nemo” di Rai2 stava intervistando Roberto Spada, membro della nota famiglia criminale di Ostia, sull’appoggio – espresso tramite un post su Facebook – che quest’ultimo ha dato a Luca Marsella, candidato di Casapound alle elezioni e noto ducetto del Litorale. Provocato e infastidito dalle domande, Roberto Spada ha colpito il giornalista con una violenta testata rompendogli il setto nasale. Non pago, Spada ha inseguito il giornalista e il cameraman prendendoli a manganellate. Una brutta scena, senz’altro, che però non scandalizza chi vive le periferie, dove certi conti si regolano, qualora provocati, anche con azioni “muscolari” dominate dai rapporti di forza.

All’aggressione è seguita la condanna di tutto il mondo politico e istituzionale, nonché quello giornalistico, con in primis personaggi che hanno contribuito (e contribuiscono) a legittimare nel dibattito pubblico formazioni fasciste come Casapound e Forza Nuova (Formigli, Mentana, Parenzo, ma la lista potrebbe allungarsi). Proprio il giornalista aggredito ad Ostia, Daniele Piervincenzi, si era reso protagonista di un servizio acritico su Castellino, Boccacci & co. Potremmo sentenziare: “Il fascismo dà, il fascismo toglie”.

Ieri, giovedì 9 novembre, Roberto Spada è stato prelevato dalla sua abitazione e posto in stato di fermo dai Carabinieri. È stato possibile effettuare l’operazione poliziesca solamente dando al capo d’imputazione (lesioni aggravate) l’aggravante di aver agito in un contesto mafioso.

Sulla connivenza tra Casapound e il “clan” Spada si è ormai scritto e detto molto. Basti qui ripetere che si tratta di un’alleanza tattica. Casapound non pesta i piedi alla famiglia Spada, anzi: se capita, organizzano anche iniziative congiunte e tutto finisce a tarallucci e vino, con qualche foto sorridente e con dei “like” sui social. Difatti, Casapound ad Ostia non ha mai parlato di usura (storico cavallo di battaglia della destra) e mafia, in un territorio infiltrato non solo dalla famiglia Spada, ma anche da famiglie che portano famigerati nomi come Fasciani e Triassi. Roberto Spada, fratello del celebre Carmine (detto “Romoletto”) intanto ha assicurato piena agibilità ai fascisti nel quartiere di Ostia Nuova, continuando a portare avanti indisturbato quello strano welfare criminale che molti proletari conoscono vivendo le contraddizioni della vita quotidiana.

Ciò su cui bisogna riflettere è però fino a quando Casapound vorrà mantenere tale “alleanza”, che comunque un pacchetto di voti alle urne lo ha certamente portato1. Nella conferenza stampa di Casapound convocata ieri si è notato un non-equilibrio tra Luca Marsella (il ducetto di Ostia) e Simone Di Stefano (leader nazionale di Casapound). Marsella – assieme alla “compagna” di vita Carlotta Chiaraluce – ha cercato di difendere Roberto Spada con tutti i mezzi retorici possibili; Di Stefano è sembrato invece più preoccupato. C’è da difendere l’onore, su scala nazionale, del partito dei “fascisti del terzo millennio”. La connivenza tra fascismo e mafia potrebbe indebolire Casapound. Ma qui torniamo sui dati elettorali: Casapound ha sbandierato come “vittoria” questo ultimo risultato elettorale, ma il 9 % dei voti in un municipio dove ha votato poco più del 36 per cento, è pur sempre una vittoria di Pirro. Davvero Casapound può diventare una forza nazionale in grado di entrare in Parlamento? Su questo rimaniamo scettici, mentre invece la stampa continua a gonfiare il fenomeno e accordagli credibilità e legittimità. Lo sdoganamento fascista ha assunto infatti una precisa strategia mediatica che li dipinge come gli unici in grado di rappresentare un’alternativa al degrado delle periferie. E quindi giù con la retorica dei “bravi ragazzi”.

Ostia e il suo entroterra sono stati prosciugati, in questi ultimi anni di commissariamento, fino a diventare un deserto (politico e istituzionale): malaffare e corruzione dilaganti, imprenditori balneari sempre più avidi di potere e sfruttamento, assenza di referenti politici. A corollario, viene evocato il “vuoto dello Stato”. Lo Stato è invece presente con le sue volontarie deficienze, con le sue incapacità, con la sua corruzione, talvolta con la sua repressione.

Le compagne e i compagni si sono piano piano ritirati dal territorio di Ostia, e non è questa la sede per analizzarne le cause. Anche i partiti della cosiddetta “sinistra radicale”, un tempo presenti sul territorio, sono ormai agonizzanti, tanto che Rifondazione Comunista ha fornito il proprio sostegno ad una lista capeggiata da un sacerdote premuroso di ricordare la sua vita da “prete di strada”.

Qualcuno-a sta provando a far ripartire un discorso ricominciando a immaginare un Municipio diverso, anche se è difficile “eleggere le lotte” quando esse sono assenti e l’astensionismo è il partito di maggioranza assoluta.

Intanto, per sabato 11 novembre, ad una settimana dal ballottaggio, è stato convocato da Laboratorio Civico X (la lista capeggiata dal prete De Donno) un corteo per le strade di Ostia con l’iniziale slogan di “Fermiamo la mafia – Stop ai clan”, in seguito modificato in “Fermiamo la violenza fascista e mafiosa”. Al corteo si è aggiunto poi il sostegno della stessa amministrazione comunale al grido di “Uniti per la legalità”, fornendo così un assist elettorale alla candidata grillina in corsa al ballottaggio.

Le periferie sono grandi, terribili e complicate. Ogni azione lanciata sulla sua complessità può svegliare echi inaspettati. Il celebre aforisma di Mao ha sempre la capacità di risollevare il morale: “Grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è dunque eccellente”. Per il momento, il cielo del cervello ci impone solo il tempo delicato dell’analisi.

1L’analisi dei flussi elettorali nelle sezioni di Ostia Nuova conferma il trend di un travaso di voti dal Movimento Cinque Stelle a Casapound rispetto alle ultime elezioni comunali (dove però non si votò al Municipio X, allora commissariato per mafia). Ma Ostia Nuova non è il solo quartiere popolare e proletario in cui Casapound è andato bene: punte del 20% si sono toccate anche nel quartiere di San Giorgio (Acilia), dove Casapound ha chiuso la propria campagna elettorale. Viceversa, i camerati del terzo millennio sono andati molto bene anche in quartieri borghesi come Casal Palocco e Infernetto (dove Casapound ha portato avanti la lotta per la chiusura di un centro d’accoglienza per migranti).

Ciceruacchio

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RIFLESSIONI

LA DISFATTA DEL CINEMA DI ROMA

Erano gli anni ’60 quando la città di Roma era la Hollywood di Italia: in quegli anni, grazie al fiorente cinema, Roma era al centro dell’attenzione di tutti, del mondo. Erano gli anni del boom economico, l’espansione della classe media, il dilagare delle periferie “povere ma belle”; erano gli anni in cui il cinema raccontava tutto questo, erano gli anni del Neorealismo. Venivano raccontate storie di vita quotidiana, di “ragazzi di vita”, di borgate, di amori, di delusioni, di lavoro, di povertà. Roma in quegli anni era tutto questo e lo è tuttora.

Di quello splendore ora rimane solo un pallido ricordo.

Le mani sulla città” che un tempo si muovevano in modo silenzioso, subdolo e discreto ora arraffano alla luce del sole, sono diventate la norma e si vestono da eventi culturali/istituzionali, specchio per le allodole per cittadini ormai stanchi che si aggrappano ad essi per sentirsi parte di un qualcosa.

Dal 26 Ottobre al 5 Novembre si è svolta la Festa del Cinema di Roma presso l’Auditorium Parco della Musica. La manifestazione è organizzata dalla Fondazione cinema per Roma, costituita dai soci fondatori Roma Capitale, Regione Lazio, Provincia di Roma, Camera di commercio, Fondazione musica per Roma. È un evento voluto fortemente dalla giunta veltroniana che al tempo governava la città e che improntò la sua campagna elettorale sulla promozione di eventi e nel riportare la città di Roma ad essere centro nevralgico della cultura.Quest’evento per 12 anni ha portato introiti alle casse del Comune, grazie all’aiuto dei fondi delle banche (nell’ultima edizione maggior sponsor è stata la BNL). Ma quest’anno ai film in concorso, se non al nuovo di Paolo Genovese, è dato poco risalto. Intorno alla Festa è stata costruita una pubblicità mediatica eccessiva per un evento che non sembra aver raggiunto lo scopo che si era prefissato: ovvero la promozione di film nazionali e internazionali. Alla Festa del Cinema possono partecipare tutti: gli accreditati che, a seconda che siano studenti o professionisti, pagano un quantum per ricevere un badge che gli permette di accedere agli eventi e alle proiezioni per tutta la durata della Festa. E poi c’è “il pubblico” ovvero coloro che comprano i biglietti quotidianamente per partecipare a ogni singola proiezione o incontro con gli ospiti nazionali e internazionali che calcano il red carpet. Detta così, sembrerebbe che gli accreditati fruiscano di maggiori agevolazioni, di una via preferenziale per accedere alle varie iniziative. Appunto: sembra. In questi giorni, infatti, davanti alle sale si sono viste file interminabili di accreditati che per ore hanno atteso, spesso invano, di entrare per assistere alle prime dei film. Ma non sono stati i soli sfortunati: anche chi aveva il biglietto singolo è rimasto fuori la porta, per il semplice motivo che per il pubblico sono stati emessi e venduti più biglietti di quanti fossero i posti realmente a disposizione. All’incontro con il regista David Lynch si è evidenziata palesemente tale incongruenza e disorganizzazione (per non dire truffa): dopo ore interminabili di fila non tutti sono riusciti ad entrate nella sala, sia gli accreditati che chi disponeva del biglietto. L’incontro con Lynch si è svolto presso una delle sale più grandi dell’Auditorium con una capienza di 1200 posti a sedere, dei quali più di 1000 sono stati venduti al pubblico. Per questo motivo buona parte degli accreditati e del pubblico pagante è rimasta bloccata dal cordone della sicurezza vedendo, così, svanire la speranza e la voglia di assistere ad un qualcosa che aspettavano da tempo e che, per gli accreditati, poteva essere funzionale ed utile alla propria carriera professionale. È ovvio che si tratti di un’operazione di puro mercato: all’organizzazione per gonfiare le proprie tasche è convenuto molto vendere i biglietti singoli degli eventi infischiandosene se poi tutti potessero o meno riuscire a parteciparvi (molti sono rimasti fuori con il biglietto pagato in mano). Stessa sorte, forse peggiore, per gli accreditati che oltre a motivare la richiesta d’accredito hanno dovuto pagarne il rispettivo contributo. L’organizzazione, alle sacrosante proteste, ha virato subito e in maniera maldestra il problema, dando la colpa al pubblico pagante responsabile di non aver letto attentamente il regolamento della Festa. Sono risultate inutili le ulteriori richieste di informazioni riguardo l’eventuale rimborso. Come succede in questi casi, i tanti esclusi dalla partecipazione all’evento se la sono presa con la sicurezza considerata poco professionale nel gestire il tutto. Una security, è bene dirlo, fatta di ragazzi che per 10 giorni di fila hanno lavorato 12 ore al giorno in piedi e sotto pagati, e che si sono fatti carico della disorganizzazione dei loro capi. Una Festa che ha esaltato la kermesse di stelle cadenti, di meteore e soubrette paillettate che sperano nella visibilità mediatica per poter essere un giorno le vere protagoniste di quel tappeto. Una festa di lustrini e imbolsite signore che hanno mostrato esageratamente sfarzi e pellicce: la passerella dell’esaltazione della superficialità dello spettacolo più bieco, una bella vetrina con al suo interno prodotti vecchi e scadenti. C’è da riconoscere che i film presentati nella sezione Alice nella città, che è la sezione autonoma e parallela che affianca la Festa del Cinema e che cura gli eventi rivolti al settore giovani/educational, ha presentato delle proiezioni interessanti che si spera possano essere veicolate negli istituti di formazione e non vengano dimenticate. La città di Roma ancora una volta ha perso un’occasione: quella di riprendersi dal tracollo culturale subito in questi ultimi anni. Poteva essere un’opportunità per ritornare, anche se a fatica, ad essere la capitale della cultura e dello spettacolo, quello sano, quello intelligente. Un’altra occasione mancata, e in un periodo in cui ci si annunciano stanziamenti di fondi per promuovere la cultura, l’innovazione e la sensibilizzazione delle nuove generazioni su temi di estrema attualità, affrontati da pellicole contemporanee e non. Ma all’interno di questo scintillante e faraonico spot istituzionale di tutto questo non s’è trovato traccia. Tutto questo brutto “teatrino” avvalora ancor più l’importanza dei festival del cinema indipendenti, che promuovono cultura indipendente, si autofinanziano con il sistema del crowdfunding e in cui si dà risalto al cinema e alla funzione sociale che questo può avere. Anche l’aspetto organizzativo funziona decisamente meglio di qualsiasi altro evento istituzionale, perché è assente l’aspetto più bieco della gerarchia burocratica che si evidenzia con l’esercizio del “potere” e dello sfruttamento.

Se l’organizzazione di un evento istituzionale/culturale come questo, della durata di 10 giorni, non è andato per il meglio pur essendosi svolto in un posto chiuso e rivolto ad un numero limitato di persone, c’è da chiedersi come sarebbe andata a finire se si fosse deciso di far svolgere le Olimpiadi in questa città.

Circe

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