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dicembre 2017

RIFLESSIONI

DEI DOMINI E LE LORO MACERIE

In un’isoletta nel mezzo dell’Oceano Pacifico, a oltre 2000 km dal più vicino continente, decine di migliaia di carcasse di albatros vengono filmate e fotografate per un semplice e terrificante motivo: sono piene di plastica. In quelle che erano le loro budella vengono ritrovati accendini, tappi di bottiglia, tubetti, perfettamente intatti e scoloriti tra scheletri e piume.

Dopo terribili agonie, quegli animali così lontani dalla vita umana sono morti per aver ingerito enormi quantità di plastica.

Si calcola che tra neanche trent’anni ci sarà più plastica che pesci negli oceani. Il 95% della plastica che usiamo viene gettato dopo averlo usato poche volte; e la plastica non solo è un derivato del petrolio, risorsa per cui si continuano a portare avanti spietate guerre imperialiste, ma spesso finisce nei mari dove viene ingerita da pesci, tartarughe e uccelli. Sì, un bel po’ di plastica ce la mangiamo anche noi quando mangiamo sushi o bastoncini Findus, ma il punto non è quello.

E il punto non è neanche l’inquinamento in sé, o il provocare dolore e morte a esseri estranei al consumismo, o l’etica vegana con la sua frequente dose di ipocrisia, ma quello che sta alla base di quanto accade almeno dall’Ottocento e che ha a che vedere con altri ambiti della vita umana: il dominio e lo sfruttamento.

Siamo abituati a pensare, noi compagne e compagni, che lo sfruttamento sia solo opera dell’uomo sull’uomo; lo sfruttamento della manodopera, lo sfruttamento dei lavoratori, lo sfruttamento della prostituzione. Posto che l’uomo ha sempre sfruttato altri uomini e altre donne quando si trovava in una posizione di potere, è dalla rivoluzione industriale in poi che questo tipo di sfruttamento ha assunto proporzioni di massa. Con una rapidità impressionante, l’industrializzazione ha travolto il mondo intero, portando a tutto quello che conosciamo e viviamo oggi. Dobbiamo sempre partire da lì, da quando l’idea di profitto a tutti i costi, principio economico ben noto alla borghesia europea da secoli, ha sfondato i confini del pensabile fino a diventare caposaldo indiscutibile delle nostre economie globali.

Ma una delle grandi trasformazioni innescate dalla rivoluzione industriale ha a che vedere con lo sfruttamento industriale della natura e degli animali. Non serve fare l’elenco delle indicibili sofferenze a cui sono costretti miliardi di animali negli allevamenti industriali, o delle devastanti conseguenze delle monoculture, o di come l’agrobusiness stia modificando i rapporti di forza nel mondo. E’ geopolitica, e noi la conosciamo. E poi abbiamo tutti Internet.

Il problema è che abbiamo inquadrato questo tipo di dominio dell’uomo all’interno del campo etico; le varie campagne mediatiche in difesa degli animali hanno puntato sulla pena, sulla pietas, sul senso di colpa. Imprese responsabili di devastazioni umane e ambientali enormi hanno cercato di ripulirsi perché l’essere green oggi ti fa vendere meglio, così metti a tacere tutti quei vegani benpensanti occidentali.

Ma allora perché tutto continua a peggiorare? Perché nonostante l’opinione pubblica mondiale sia a conoscenza di quanto dolore provoca non solo ai contadini indigeni ma anche ai pesci del mare, di quanto faccia male a consumare e buttare via, di quanto sia terribilmente colpevole per il suo stile di vita, niente cambia?

Questa è la stessa domanda per cui ci chiediamo perché continuino a morire centinaia di donne in Italia per mano di uomini possessivi e violenti, se ormai ne parliamo tutti di femminicidio. E per cui ci siamo chiesti per generazioni perché, nonostante l’evidenza dello sfruttamento inumano sulla pelle degli operai e dei minatori e delle prostitute, niente cambiasse davvero.

Sembra sempre che quello spettro non abbia mai spesso di aggirarsi inquieto nel mondo. Sembra anzi che facciamo di tutto per tenerlo in vita, ma perché non siamo capaci di arrivare mai al cuore della questione.

La devastazione ambientale della nostra epoca è, né più né meno, l’ennesima faccia della stessa medaglia. Lo sfruttamento per fare profitto.

Ma anche noi abbiamo interiorizzato l’idea per cui non sia poi così sbagliato sfruttare la natura, riempire le gabbie di esseri viventi e senzienti strappandogli il becco, lasciandoli esposti per tutta la vita a luci accecanti per farli crescere prima. Riempire di ormoni degli animali perché più sono grassi e più soldi fanno fare. E’ business. E’ capitalismo. Produrre plastica fino a farne soffocare miliardi di uccelli marini è una conseguenza del nostro sistema economico, e niente, niente può ridurre la portata di quanto stiamo contribuendo a fare fino a che non si sradicherà il principio di dominio che ha portato a questo e a tutto il resto.

E lo sanno bene tutti coloro che nella storia sono stati dall’altra parte della barricata: non sconfiggi il nemico fino a che non lo sconfiggi anche nei tuoi spazi, nei tuoi luoghi di vita e socialità. Come non sconfiggi il sessismo facendo qualche presentazione di libro, così non puoi limitarti (ammesso anche che lo facciamo!) a consumare meno plastica alle tue iniziative. Questi sono palliativi e noi li consideriamo moderati e fumo negli occhi.

E’ al cuore di questa gravissima odierna forma di sfruttamento che dobbiamo andare. Non solo perché siamo arrivati al punto di trattare degli essere viventi come merce da catena di montaggio (neanche Marx era riuscito ad immaginarlo!) ma perché questa volta il capitale sta sterminando qualcosa che non ha davvero il potere di lottare. E non per mancanza di coscienza di classe, ma per altri ovvi motivi.

Per molto tempo la battaglia ambientale è rimasta confinata ai salotti o all’associazionismo, ma ora dobbiamo davvero assumerci la responsabilità di questa nuova fase del dominio del capitale e della prevaricazione dello sfruttatore. Forse fino ad ora abbiamo sbagliato i termini del problema, ma continuare a ignorare quanto sta succedendo non ha giustificazione.

Ebe

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CONTRIBUTIFORMAZIONE

L'ECONOMIA NELLA CONOSCENZA: UN'ANALISI POLITICA DELLO SPAZIO EUROPEO DELL'ISTRUZIONE SUPERIORE

 

“Nelle fabbriche il capitale – come macchine ci usò.

Nelle sue scuole la morale – di chi comanda ci insegnò.”

(Internazionale di Franco Fortini)

Il saggio si struttura su tre diversi piani:

  • Inizialmente descriverò il processo di costruzione dello “Spazio Europeo dell’Istruzione Superiore”, partendo dalla Dichiarazione di Bologna del 1999 e toccando i punti focali dei successivi incontri internazionali;

  • Nel paragrafo seguente cercherò di evidenziare il portato politico di tali provvedimenti e come si possa analizzare alla luce delle ristrutturazioni del capitalismo neoliberale;

  • Nella seconda parte mostrerò come i punti analizzati precedentemente ci inducano a ripensare l’analisi dell’istituto scolastico compiuta dal sociologo francese Pierre Bourdieu alla luce dei cambiamenti accorsi e rifletterò sulla possibilità che l’Università possa tornare ad essere un soggetto centrale nel dibattito politico nazionale e internazionale.

Lo “Spazio Europeo dell’Istruzione Superiore” e il Processo di Bologna

Con la denominazione “Spazio Europeo dell’Istruzione Superiore” si intende un accordo intergovernativo di collaborazione tra vari Ministeri dell’Istruzione volto a rendere maggiormente comparabili e compatibili i sistemi d’istruzione superiore dei paesi afferenti. L’iniziativa parte dal cosiddetto “Processo di Bologna” del giugno 1999, un convegno tenutosi all’Università di Bologna in cui si sono incontrati i rappresentanti di 29 Paesi europei per fissare le basi programmatiche del provvedimento di riforma universitaria.

Nella Dichiarazione finale del Processo di Bologna vengono identificati otto punti principali su cui si struttura il piano di modifica del sistema universitario europeo:

  • creazione di uno “spazio di alta educazione”;

  • come obiettivo primario far sì che le università europee possano essere più competitive sul mercato internazionale;

  • l’adozione di un sistema di certificazioni – titoli – che possa essere esteso a tutti i Paesi e così incoraggiare la mobilità e le possibilità occupazionali dei lavoratori europei all’interno delle nazioni firmatarie;

  • l’adozione di un sistema formativo che preveda due diversi cicli: uno di primo livello della durata di almeno tre anni – Bachelor – e uno di specializzazione o secondo livello della durata generica di due anni – Master;

  • la strutturazione di un sistema di crediti universitari – sistema ECTS – che stabilisca una relazione quantitativa tra l’ammontare di ore di studio e la riuscita di un esame;

  • la promozione della mobilità di studenti, insegnanti e ricercatori;

  • l’implementazione di una serie di criteri e metodologie che possano certificare la qualità dell’insegnamento al di là delle differenze nazionali;

  • la promozione della “dimensione europea dell’istruzione superiore”, un concetto non meglio specificato.

La Dichiarazione di Bologna, come si può notare da questi punti centrali del programma, ha quindi come obiettivo primario quello di accrescere la competitività internazionale degli istituti europei di alta formazione. Perché questo sia possibile vengono previste una serie di riforme strutturali dei sistemi universitari nei vari Paesi, così da uniformare il sistema sia dal punto di vista dei titoli e delle certificazioni, ma anche rispetto al sistema di controllo a cui verranno sottoposte le singole Facoltà. L’organizzazione così prevista si avvicina molto, e in alcuni casi ne è la diretta estensione, a quella inglese, di cui riprende la divisione in due cicli del percorso di studio e, soprattutto, l’attenzione per il mercato del lavoro e le sue esigenze. Nella Dichiarazione di Parigi del 1998 che ha fissato i punti centrali poi discussi nell’incontro di Bologna l’anno successivo, i rappresentanti ministeriali presenti (Francia, Germania, Italia, Gran Bretagna) avevano rilevato la scarsa attrattiva che il sistema d’istruzione europeo aveva nei confronti degli studenti extracomunitari. A differenza dei Paesi anglofoni come Stati Uniti, Canada, Australia e, in parte, anche la Gran Bretagna, l’Europa si trovava svantaggiata in questo contesto, in parte a causa della questione linguistica ma soprattutto per la particolare offerta disciplinare delle sue Università. Furono probabilmente queste considerazioni che fecero sì che il modello di riforma universitaria su cui si orientarono i ministri presenti si avvicinasse così tanto al sistema britannico, preso come modello virtuoso di buona organizzazione.

Aumentare l’attrattiva del sistema universitario europeo in ottica economica fu uno dei punti chiave dell’incontro che si tenne nel marzo 2000 a Lisbona, dove i ministri europei arrivarono alla conclusione che il sistema europeo di istruzione superiore dovesse diventare maggiormente competitivo e dinamico per affrontare le dinamiche concorrenziali a livello globale. È chiaro come le dichiarazioni di Parigi, Lisbona e Bologna siano parte di un discorso più globale che si è sedimentato in quegli anni e che ancora oggi costituisce il nucleo fondante della politica europea sull’istruzione. Se dal Processo di Bologna non risulta così evidente, le Dichiarazioni di Parigi e Lisbona avanzano chiaramente l’idea che anche l’educazione debba essere considerata da un punto di vista economico, un bene commerciabile che deve essere standardizzato per valicare i confini nazionali e reso appetibile per attrarre gli investimenti stranieri – umani e non. Volendo fare un parallelismo, l’introduzione del sistema dei crediti universitari – Sistema ECTS (European Credit Transfer and Accumulation) – può essere considerato alla pari della diffusione della moneta unica: è stato implementata una struttura regolativa che, basandosi su un criterio matematico-quantitativo, può travalicare le differenze nazionali, superando in questo modo sia le difficoltà linguistiche che quelle inerenti ai diversi piani disciplinari. A differenza dell’Euro, il sistema di crediti – così come molti degli otto punti fissati a Bologna – non è stato introdotto contemporaneamente in tutti i Paesi aderenti, ma l’obiettivo del provvedimento risulta comunque chiaro: creare un mercato europeo dell’istruzione superiore per diventare maggiormente competitivi a livello globale e attrarre di conseguenza studenti stranieri – soprattutto dall’Asia – e finanziamenti per la ricerca.

Se questo può essere considerato come l’obiettivo principale di questo percorso, i numerosi incontri che sono susseguiti al Processo di Bologna, di cui l’ultimo si è tenuto a maggio 2015 in Armenia, sono invece serviti a definire la “posta in gioco” e, soprattutto “le regole del gioco”. Identificare un complesso di obiettivi e incoraggiare i governi nazionali a prendere provvedimenti per raggiungerli è stato uno dei traguardi più importanti degli incontri susseguitisi a Bologna, un potente meccanismo di coercizione in mano ai rappresentati dell’Unione Europea. È proprio su tali meccanismi di naturalizzazione del potere che bisogna concentrarci per disvelare quelle logiche occulte che vengono demistificate dietro a provvedimenti assunti come regola e perciò non contestabili.

La riforma universitaria in ottica neoliberale

Il contesto politico nel quale è stata formulata la Dichiarazione di Bologna e i successivi provvedimenti in ambito educativo europeo sono parte di un processo globale di ristrutturazione statale che vede il passaggio dallo Stato sociale ad un modello di organizzazione neoliberale. Il programma neoliberale ha come assioma centrale l’introduzione delle logiche del “libero” mercato all’interno di ogni ambito della vita pubblica, includendo quindi anche i provvedimenti di assistenza sociale e i cosiddetti pubblici servizi. Al di là di una disamina sul principio regolatore dell’economia neoliberale che non approfondiremo in questo saggio, quello che ci interessa rilevare è come due aspetti di tale visione si siano insinuati profondamente all’interno del campo educativo, determinandone quindi i cambiamenti che si sono prodotti negli ultimi anni. Vorremmo partire da due concetti messi in evidenza proprio dalla Dichiarazione di Bologna e evidenziati successivamente anche negli incontri successivi, ovvero l’idea di efficienza e di rendicontazione – efficiency & accountability.

L’idea di efficienza, tratta direttamente dal gergo economico come quella di rendicontazione, implica l’accettazione della logica costi-benefici come principio regolativo del bene pubblico: a fronte degli investimenti che vengono fatti nel settore educativo bisogna porre attenzione all’allocazione di tali risorse per evitare di perdere il denaro in settori considerati come non produttivi. Ancorato a tale concetto vi è quello di rendicontazione: per poter considerare quali settori hanno una bilancia dei pagamenti positiva bisogna poter controllare e calcolare quanto beneficio, in termini economici naturalmente, viene restituito alla collettività, privata o pubblica non importa in quanto si tende comunque a non distinguere tra le due connotazioni. Questi due concetti costituiscono l’asse portante della riforma universitaria europea, i punti focali che accostati a termini come “conoscenza”, “educazione” e “insegnamento” hanno creato quell’apparato ideologico che è punto di forza di tale riforma.

Quello che si è venuto a formare sotto l’egida neoliberale è un sistema egemonico che si basa su un assioma di razionalità strumentale, un sistema di razionalizzazione e omologazione che ha condotto alcuni autori in tempi recenti a parlare di “McDonaldizzazione della società”. Se prima tale sistema veniva applicato principalmente nel settore imprenditoriale privato, ora si è esteso anche a quello pubblico, senza per questo modificare i suoi principi chiave tra i quali: un ampio potere dei manager a cui seguono riorganizzazioni interne delle strutture decisionali in senso verticistico; una maggiore enfasi sul settore del marketing a fini produttivi; un’ottica aziendalistica che mira a razionalizzare gli assetti a fini di una maggiore produttività futura. Il fenomeno della valutazione universitaria1 rientra pienamente in questo sistema di riorganizzazione: la costruzione di classifiche basate su punti mai realmente discussi all’interno delle stesse istituzioni a cui vengono applicate coinvolge l’Università in quanto struttura statale, ma si ripercuote fino a influenzare il lavoro di ricercatori, personale docente e studenti stessi. Come si poterebbero considerare in altro modo i vari sistemi di classificazione che si basano sul numero di citazioni, sulle pubblicazioni in riviste più o meno riconosciute o sull’appartenenza o meno a dipartimenti o Facoltà di prestigio?

L’avvento di tali logiche all’interno dell’Università deve indurre comunque a riflettere sui meccanismi interni che la regolavano prima di questa “managerizzazione” forzata, soprattutto a fronte della risibile resistenza che tale processo di ristrutturazione ha incontrato. La logica dell’autocontrollo e autovalutazione che il sistema accademico aveva formalmente o informalmente costruito, tra cui il “giudizio fra pari”, non ha permesso di contrastare una dinamica che in breve tempo si è diffusa in tutti i settori interessati2. L’autonomia universitaria è stata difesa strenuamente dai rappresentanti del mondo universitario con la convinzione che potesse dotare gli istituti di alta educazione di quelle possibilità decisionali e di ricerca necessarie a crescere qualitativamente e quantitativamente. Questo discorso si è rivelato vincente da un certo punto di vista, ma non ha permesso, anche a fronte di quelle dinamiche interne che rivelavamo prima, di poter imporre una dialettica costruttiva nel momento in cui veniva attaccata l’accademia. Il sistema universitario – non esente già prima da critiche riguardo a questa chiusura elitista – ha visto minare alle basi il meccanismo di controllo che si era dato, spostato – ma non risolto – dalla figura professionale a quella manageriale. L’aspetto importante da rilevare è che questo “movimento” interno al campo non è giustificato da nessuna base – fattuale o logica che sia – che dimostri il valore positivo di tale provvedimento. Ci troviamo davanti non più a una ristrutturazione interna al campo accademico, ma a una forte ingerenza del campo economico dominante che impone la sua logica regolativa anche ai sottocampi dominati. Quello che era considerato un diritto riconosciuto legalmente ai cittadini – il diritto allo studio fino ai suoi massimi gradi – si è trasformato in un bene commercializzabile senza che a questo cambiamento si sia accompagnato un dibattito politico a livello nazionale o europeo.

  • 1In Italia la valutazione degli istituti universitari viene svolta dall’ANVUR (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca), istituita per decreto legge nel 2006. L’agenzia ha fatto richiesta di entrare nel ENQA (European Association of Quality Assurance), suo omologo europeo creato dopo il Processo di Bologna, ma dopo due anni di verifiche la domanda è stata rifiutata.

  • 2Il sistema del “giudizio fra pari” seppur diffuso informalmente in molte Università, non viene riconosciuto formalmente. Una delle poche a farlo è l’Università degli Studi della Tuscia all’Art.16 comma 5 del proprio Statuto interno che regola le modalità d’azione in caso di provvedimenti disciplinari contro personale docente.

Calvin

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RECENSIONI

PIERO BEVILACQUA: LA TERRA È FINITA!

Un breve saggio sulla storia della natura e delle sue manipolazioni da parte dell’uomo.

L’avanzare delle nostre civiltà coincide con un continuo e indiscriminato sfruttamento delle risorse del Pianeta: è grazie a un saccheggio e una manipolazione millenaria che l’umanità ha prosperato uscendo dalle caverne della preistoria per arrivare ai grattacieli odierni. Eppure di questo sfruttamento i libri di storia non parlano, è uno dei grandi rimossi storici su cui si fonda il pensiero economico che oggi domina l’esistente: la natura è stata considerata per millenni corpo inerte, materia prima, al limite paesaggio da ammirare. È nell’attualità che la Terra si pone drammaticamente come un attore vivo e primario, della storia come della vita: le catastrofi ambientali della società industriale, i cambiamenti climatici con le loro precipitazioni e i dispositivi di controllo della vita imposti da un inquinamento sempre più diffuso ci mettono oggi davanti all’evidenza che l’uomo non è più l’essere superiore. I deliri di onnipotenza, di progresso infinito, di dominio della natura crollano come castelli di carta davanti a questa nuova condizione: la Terra è un complesso sistema vivente e per tanto finito nella sua materialità, le ferite che le ha inflitto lo sviluppo umano rischiano di porre fine anche alla sua esistenza. A conti fatti il sogno del progresso si è rivelato un incubo.

Ecco la necessità, quindi, di una storia dell’ambiente che integri e completi quella dell’umanità: Bevilacqua avanza rapidamente dagli albori delle comunità umane alle prese col fuoco, attraversando l’epoca dell’agricoltura e dell’allevamento fino alla rivoluzione industriale, per giungere al contemporaneo turbo-capitalismo. In questo percorso mette in luce come l’esistenza stessa dell’uomo coincida, in certa misura, con una pressione sull’ambiente; ma è con l’avvento del capitale come motore sociale che si crea uno spartiacque: da un lato, una volontà cieca di dominio e sfruttamento sempre maggiori e, dall’altro, una potenza tecnica via via più implacabile hanno messo in atto forme di assoggettamento della natura senza precedenti per ampiezza e gravità. Il risultato di questo percorso storico è trovarsi oggi davanti ad un presente violentato da fenomeni di inquinamento, erosione e squilibrio sconosciuti nel passato e affrontare un futuro funestato dalla possibilità della catastrofe e dall’iniquità. La figura del profugo ambientale sfuggito ad un territorio non più vivibile, o del contadino proletarizzato ammassato nelle sterminate periferie delle megalopoli, o il monitoraggio continuo della qualità dell’aria delle città sono proiezioni vive di questo futuro non troppo lontano.

È evidente che questa sia ormai una consapevolezza diffusa a livello popolare quanto istituzionale, tanto da porsi come terreno di scontro della modernità: dai movimenti ambientalisti degli anni ’80 e ’90 si è passati a movimenti conflittuali; questi, più che porsi il problema di preservare l’ambiente, si pongono quello dell’abitabilità stessa del territorio davanti alla devastazione. Gli Stati nazionali, dal fondo del loro declino, sono costretti a interventi continui e sempre più incisivi per contenere l’impatto ambientale; il capitale si trova in una fase di guerra intestina tra le sue branche più distruttive e dissipative e quelle che invece spingono per una sua ristrutturazione più sostenibile, più green.

È questo il dato fondamentale che si può trarre da questo saggio: su questo crinale si gioca una delle partite più importanti e mistificate del nostro tempo. Sul campo di battaglia si contrappongono interessi e attori irriducibilmente antagonisti tra loro e la posta in gioco non sono più soltanto le condizioni di vita ma l’esistenza stessa della vita sulla Terra: una questione che chi decide di sfidare l’Impero difficilmente potrà eludere d’ora in poi.

Zero

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STORIE

DONNE E RIVOLUZIONE: IL CASO SOVIETICO

Nessuno Stato, nessuna legislazione democratica hanno fatto per la donna la metà di ciò che ha fatto il potere sovietico durante i suoi primi mesi di esistenza”.

Lenin

Il sistema patriarcale nel Novecento ha ricevuto duri scossoni. La modernizzazione in generale da una parte, e l’assalto del movimento eterogeneo delle donne dall’altro hanno destrutturato il dominio del pater familias nella società contemporanea.

Per la storiografia, l’avvento della donna come oggetto e soggetto della storia è già di per sé un sintomo della sua emancipazione. Da un punto di vista disciplinare, dunque, l’attenzione al mondo della donna è oggi ampio nei più disparati campi scientifico-accademici.

Russia, 1917. Quest’anno – 2017 – ricorre il centenario della “rivoluzione contro il Capitale” (Gramsci).

L’Unione Sovietica è stato un laboratorio, talvolta contraddittorio, di sperimentazione sociale e il caso della donna sovietica ci può aiutare, in qualche modo – da una angolatura particolare – a capire in che modo è cambiata la società russa dopo i tumulti dell’Ottobre rosso.

Specifichiamo che, dal momento che l’Unione Sovietica si è estesa dall’Europa fino alle propaggini orientali dell’Asia, arrivando a comprendere più di cento popoli diversi quanto a culture e religioni, in questo articolo ci limiteremo al solo caso della Russia sovietica. Mosca, in particolare, capitale dell’URSS, impose il suo modello. Insomma, l’ideale proposto era uno solo e la periferia finì poi per conformarsi ai dettami del centro.

Diciamo, in generale, che la Rivoluzione sovietica vedrà l’attuazione sistematica di un piano, voluto in primis da Lenin, di parificazione dei diritti degli uomini e delle donne e di integrazione sociale di queste ultime attraverso il lavoro e l’istruzione di massa.

Prima di parlare della donna sovietica, facciamo un passo indietro, partendo dalla Prima Guerra Mondiale. Cominciamo da un dato inconfutabile: il primo conflitto mondiale accelera l’evoluzione del ruolo della donna nella società che, in assenza degli uomini, dà prova della capacità in qualsiasi ambito della vita civile, sociale e materiale; purtroppo non ancora nel campo politico. Per esempio, si possono trovare foto in cui le donne guidano i tram in città perché gli uomini sono al fronte. Le donne entrano anche nell’amministrazione statale, sebbene i salari delle donne saranno sempre minori rispetto a quelli degli uomini. Tra il 1914 e il 1918 il lavoro femminile in Russia era aumentato dal 70 al 400 per cento, naturalmente a seconda dei settori (il più inflazionato era quello del tessile). Ciò dipendeva, come nel resto d’Europa, dal fatto che – lo ribadiamo – molti uomini erano stati chiamati al fronte.

[foto donne che guidano tram]

La posizione sociale della donna era dunque cambiata radicalmente in pochi anni.

Menscevichi e bolscevichi, le due storiche fazioni del partito socialdemocratico russo, avevano ormai iniziato – finalmente! – a prendere sul serio le donne come compagne di lotta.

Proprio l’8 marzo del ‘14 le donne, in forme autorganizzate e senza essere state guidate da alcuna organizzazione politica, scioperano e scendono in strada al grido di “pane e pace”. Nei giorni successivi gli scioperi si estesero ma ad esempio la “Pravda”, il quotidiano dei bolscevichi saluterà così la mobilitazione:

Il primo giorno della rivoluzione è la giornata della donna, il giorno dell’Internazionale delle lavoratrici. Onore alla donna! Nella giornata loro dedicata le donne sono state le prime a scendere nelle strade di Pietroburgo. A Mosca le donne sono entrate nelle caserme e hanno convinto i soldati a schierarsi a fianco della rivoluzione e i soldati le hanno seguite. Onore alla donna!”

[foto manifesto Urss – 8 marzo]

La prima metà del Novecento è dunque caratterizzata da un nuovo protagonismo della donna e da una graduale conquista concreta sul piano delle rivendicazioni politico-sindacali e dei diritti borghesi.

Alla voce “donna” dell’Enciclopedia del Novecento edita negli anni Settanta dalla Treccani, si riconosce che in Unione Sovietica sono cambiate un po’ di cose per quanto riguarda il ruolo sociale della donna. Dopo aver scritto, analizzando certi sondaggi, che gli interessi delle donne “non le spingono verso i campi tecnici”, si riconosce come l’URSS, invece, sia un “esempio rivelatore”, perché con una formazione appropriata è arrivata a formare mezzo milione di ingegneri donne.

In URSS si cercò, e su questo Lenin fu molto deciso, di diversificare al massimo gli studi femminili, in modo da non avere una concentrazione altissima di donne negli studi umanistici e poche presenze negli studi di scienze teoriche e applicate.

Sempre dalla Treccani, leggiamo che “nell’istruzione professionale e tecnica le ragazze sono ovunque nettamente svantaggiate, con l’eccezione dell’URSS e dei paesi dell’Est”.

L’Unione Sovietica raggiunse un primato nell’avere nel proprio tessuto sociale ingegneri donne, ma anche architetti donna, oppure donne con ruoli di alta responsabilità nel settore pubblico.

Tra le principali donne rivoluzionarie ricordiamo:

Aleksandra Kollontaj (1872-1952);

Nadežda Krupskaja (1869-1939), moglie di Lenin, nel 1900 pubblicò in Russia la prima opera in assoluto sulla questione delle donne lavoratrici e da allora non smise mai di occuparsi di questo tema.

Ines Armand (1874-1920), presidente della Conferenza internazionale delle donne comuniste.

Senza dimenticare Clara Zetkin (1857-1933, tedesca), che fu una delle principali organizzatrici del movimento delle donne socialiste tra Otto e Novecento. Conobbe Lenin e, dopo essere stata perseguitata dai nazisti, morì esule in Unione Sovietica.

[foto Kollontaj]

Aleksandra Kollontaj fu al centro del dibattito sulla donna e sulla famiglia nel primo decennio del potere sovietico. Proveniente da un’agiata famiglia borghese, decide di abbracciare il marxismo e di militare nelle fila del movimento operaio internazionale. Sarà lei il primo ministro donna della storia moderna, nonché prima ambasciatrice donna e membro del Comitato Centrale del partito bolscevico. Fu altresì lei a voler festeggiare l’8 marzo come giornata internazionale della donna.

Kollontaj ha una biografia politica molto interessante poiché dirigente bolscevica della prima ora; sarà lei ad intuire da subito – addirittura prima di Trotzkij – la china burocratica del modello sovietico e per rinnovare la politica bolscevica fonderà una sorta di frazione interna al partito bolscevico, denominata “Opposizione operaia”, in cui richiedeva un maggiore ruolo del soggetto operaio nella direzione dello Stato. Passato indenne il periodo stalinista grazie ad un compromesso con le politiche staliniane, la rivoluzionaria bolscevica morirà, ormai anziana. un anno prima di Stalin (1952).

Kollontaj scrisse nel 1918 il fondamentale La nuova morale e la classe operaia in cui si confronta con quello che era un tabù all’interno della stessa classe operaia: la morale sessuale. Con quest’opera, la dirigente bolscevica mise in discussione il dogma comunista secondo cui la liberazione della donna sarebbe giunta esclusivamente e automaticamente con i mutamenti economici. Nelle sue riflessioni si ricollegò a una tematica che in genere veniva attribuita al movimento femminista borghese, ovvero la questione dell’identità e della morale sessuale. Come possiamo vedere, seppur schematicamente, sono tutti temi che esploderanno con il femminismo degli anni Sessanta e Settanta. Difatti, Aleksandra Kollontaj sarà una delle autrici più lette dalle militanti femministe degli anni Settanta.

CODICE CIVILE (URSS, 1917)

Nel dicembre 1917 i bolscevichi e le bolsceviche vararono un decreto sull’uguaglianza della donna e il nuovo diritto di famiglia: fu abolito il matrimonio religioso, restava solo quello civile e veniva istituzionalizzato il divorzio, anche su richiesta di una sola delle parti. I figli, legittimi o meno, avevano ora tutti gli stessi diritti. La potestà maritale viene soppressa, il che significa che il marito non può più imporre alla moglie né il nome, né il domicilio, né la nazionalità.

Infine, e questo sarà uno dei punti su cui più insisterà la Kollontaj, viene garantito il congedo per maternità (pagato) e la protezione sul lavoro della donna.

Ancora, sull’interruzione di gravidanza: l’aborto viene completamente legalizzato senza restrizioni nel novembre 1920.

[manifesto sovietico]

Come si evince da questi dati sintetici, tale codice civile di famiglia fu davvero all’avanguardia mentre la donna occidentale era ancora oppressa. Per raggiungere alcuni di questi diritti, ad esempio, il nostro Paese dovrà aspettare fino alla metà degli anni Settanta.

Il codice è varato dai bolscevichi anche (e soprattutto) per aggredire certe strutture conservatrici e reazionarie che dominavano la cultura patriarcale russa, come ad esempio la Chiesa Ortodossa, ma anche la cultura contadina e quella islamica.

In realtà, la dirigenza sovietica forza molto la mano e ignora una maggioranza del Paese che rimane alla radice sessista e patriarcale. Bisogna forse partire da qui per procedere ad un’analisi aggiornata della società russa contemporanea, che vede drammatici rigurgiti sessisti e reazionari, nonché un nuovo, preoccupante attivismo della Chiesa Ortodossa.

Un altro capitolo del nuovo protagonismo della donna nella società sovietica è segnato dalla guerra civile tra Armata Rossa e Armate bianche controrivoluzionarie che vide le donne impegnate su più campi e a tutti i livelli sociali (medico, militare, politico-civile); di conseguenza, ciò innescò una mobilità sociale ed economica notevole.

Altro dato: con l’appoggio del Comitato Centrale del Partito, si organizzò nel novembre 1918 il I Congresso panrusso delle lavoratrici e delle contadine, cui avrebbero dovuto partecipare 300 delegate. In realtà si presentarono 1147 donne, elette in assemblee locali in rappresentanza di più di un milione di lavoratrici. Questo congresso stabilì che le donne dovevano avere una sezione organizzata, un apparato speciale all’interno del partito bolscevico.

È da tutti questi elementi che nasce e si sviluppa, grazie alla pubblicistica femminile, il mito della “donna nuova”, specchio del nuovo “uomo socialista”.

Anche nella letteratura sovietica si affermò la donna e l’antologia di una studiosa americana (Louise Luke, La donna marxista: varianti sovietiche) ce lo conferma, visto che riporta più di trenta opere di diverse autrici centrate sul tema della “donna nuova”.

Insomma, la donna come motore della Rivoluzione d’Ottobre perché “se la donna ha il diritto di salire sul patibolo, ha ugualmente il diritto di salire alla tribuna” (Olympe De Gouges).

[manifesto Rodchenko]

Ciceruacchio

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