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CONTRIBUTIFORMAZIONE

ECONOMIA NELLA CONOSCENZA: PER UN RIPENSAMENTO DELLA CRITICA SCOLASTICA DI PIERRE BOURDIEU

Partendo dai temi trattati nella prima parte del saggio vorremmo ora evidenziare come, a nostro avviso, si possa rileggere l’opera del sociologo francese Pierre Bourdieu sulla scuola alla luce dei cambiamenti accorsi dopo il Processo di Bologna. Inizialmente vorremmo riportare brevemente l’analisi della riproduzione scolastica avanzata da Bourdieu insieme a Jean-Claude Passeron, per poi riprendere gli elementi sottolineati nei paragrafi precedenti e, in conclusione, vedere se e in quali termini possiamo parlare di un “nuovo sistema di violenza simbolica”.

La riflessione dei due sociologi sul valore distintivo del sapere e sul ruolo dell’intellettuale comincia negli anni sessanta con la pubblicazione di un’inchiesta sugli studenti delle Grandes Écoles, I delfini edito nel 1964, e La riproduzione uscito nel 1970. Questi testi minano direttamente l’asse portante dell’ideologia democratica sulla scuola secondo il quale il percorso d’istruzione promuove la mobilità sociale degli individui, spiegando come, suo malgrado, il sistema educativo contribuisce a riprodurre la struttura di classe esistente. In altri termini la scuola, invece di appianare le differenze di classe grazie all’azione pedagogica, favorisce gli studenti e le studentesse che possono vantare un capitale culturale maggiore derivato dalla tradizione famigliare. La cultura “prescrive leggi o regole, e in rapporto a queste leggi o a queste regole ci sono alcuni che risultano più adatti o adattabili, e altri meno”. È in questo senso che Bourdieu introduce il concetto di violenza simbolica, per sottolineare come questa forma particolare di cultura imposta come universale e quindi legittimata socialmente, sia in realtà frutto delle disposizioni particolari della classe dominante. Attraverso questa forma di violenza inconscia l’individuo subisce

“l’inculcazione di forme mentali, di strutture mentali arbitrarie, storiche – l’inculcazione che plasma, in qualche modo, gli spiriti e che li rende, poi, disponibili ad effetti di imposizione fondati sulla riattivazione di queste categorie. […] In fondo la violenza simbolica è una violenza che potremmo chiamare cognitiva: è una violenza che può funzionare solo appoggiandosi sulle strutture cognitive di chi la subisce”.

Questo sistema di potere arbitrario riproduce i rapporti di forza esistenti in quanto ricalca nella sua operatività le strutture di dominio ad esso soggiacenti. L’istituto scolastico, apparentemente fondato sul principio del merito individuale, è invece l’apparato fondamentale che rimarca la classificazione sociale basata sull’appartenenza famigliare. Il valore sociale dell’individuo viene sancito dalla scuola che, per i principi ordinativi che abbiamo delineato, tenderà da una parte a favorire gli studenti appartenenti alla classi sociali benestanti e dall’altra a promuovere gli studenti che si modulano sui valori imposti dall’autorità pedagogica, ovvero quelli delle classi dominanti.

Riprendendo i termini del discorso che abbiamo introdotto nel nostro contributo vorremmo qui sottolineare come il processo di riforma del sistema universitario europeo abbia influito su questa particolare dinamica descritta da Pierre Bourdieu. Senza voler considerare altri aspetti forse sottovalutati dal sociologo francese, quali l’importanza progressiva che ha assunto la cultura mediatica e informatica a scapito di quella scolastica o l’esasperazione della società dei consumi già evidenziata da Jean Baudrillard, crediamo che il Processo di Bologna sia esemplificativo in quanto punto d’arrivo di un percorso storico di riforma dell’istituto scolastico cominciato con i movimenti di protesta degli anni Sessanta e Settanta. La svalutazione progressiva che la cultura, o meglio il processo di acculturazione, ha subito negli ultimi decenni ha gettato le basi ideologiche e fattuali per una rimodulazione del valore della sanzione scolastica. Se, come abbiamo descritto nei paragrafi precedenti, il meccanismo di riproduzione sociale determinato dalla scuola era necessario in quanto modellava gli studenti in una gerarchia e classificazione sociale funzionale al sistema produttivo, ora i termini sembrano invertiti. Non è più la scuola ma bensì il campo economico, in quanto campo dominante, a determinare il valore sociale dell’individuo. Il sistema produttivo è divenuto così pervicace nella struttura sociale che non ha più bisogno di ricercare una legittimazione, che sia esplicita o implicita, passando per il percorso pedagogico. La razionalità strumentale del pensiero neoliberale ha pervaso gli ambiti del vivere sociale introducendo criteri classificatori derivati dalla tradizione economica negli ambienti e apparati più diversi. Rispetto al campo accademico abbiamo cercato di definire questo spostamento valoriale analizzando i concetti di efficienza e rendicontabilità, ma potremmo facilmente estendere il discorso anche ad altri campi del vivere sociale. Con il Processo di Bologna abbiamo visto come l’ideologia dominante, quella neoliberale, ha pervaso la discussione in merito alle riforme volte alla standardizzazione dell’università, agendo quindi sul campo politico per produrre un cambiamento strutturale. A fronte di uno svilimento progressivo del concetto stesso di cultura, l’istituto scolastico non determina più il valore sociale dell’individuo ma viene limitato dal sistema stesso come apparato finalizzato a erogare titoli di acculturazione. D’altra parte l’economia neoliberale stabilisce le classificazioni sociali nelle quali i soggetti si potranno inserire una volta ricevuto dalla scuola i titoli necessari1. Il ciclo di violenza simbolica si è quindi rimodulato cambiando i termini dell’equazione ma non il risultato del sistema. Il campo economico determina il valore dell’individuo considerandolo in funzione delle necessità del sistema produttivo; perché questo sia possibile è necessario che l’istituto scolastico sia riformato secondo i dettami della legge economica attraverso un provvedimento politico che ne avvalli la legittimità. Questo porta a valutare (rendicontazione) l’autorità pedagogica come più o meno funzionale alle necessità produttive di sistema, rivoltando quindi la logica simbolica descritta da Bourdieu. Se prima il sistema d’insegnamento, grazie a un’autonomia relativa, riproduceva le differenze di classe ma, allo stesso tempo, era capace anche di installare una certa resistenza politico-culturale al campo dominante, ora si potrebbe quasi dire che la distinzione funzionale tra i campi non esiste più. Ciò non vuol dire rifiutare di definire il campo scolastico nella sua particolarità (con una forma specifica di distribuzione di capitale e una serie di attori in conflitto per le posizioni dominanti), ma sostanzializzare il rapporto di subordinazione rispetto al campo economico.

Per un’Università critica e autonoma

È interessante rilevare come il processo di riforma del sistema universitario europeo che abbiamo qui brevemente trattato sia cominciato a Bologna dove nel 1088 è stata fondata la prima università in epoca medioevale. Se in quegli anni lo studio universitario era confinato a un’élite ristretta appartenente alle classi sociali più agiate, oggi si parla invece di università di massa per indicare la possibilità per un numero crescente di persone di accedere agli studi superiori. Nella Knowledge economy, come abbiamo visto, questo processo di massificazione sociale, umana e educativa è considerato come necessario e imprescindibile per affrontare le sfide che impone la globalizzazione economica. Lo sviluppo del sistema economico, la competizione a livello europeo e globale, necessitano di un numero sempre crescente di persone competenti, altamente specializzate ed efficienti. L’educazione accademica e la ricerca scientifica, in stretto contatto con il mondo del lavoro, non possono più rivolgersi verso un’élite ristretta e selezionata ma devono trovare il modo di allargare le potenzialità del settore educativo in relazione con le richieste del campo economico. Allo stesso tempo, questo processo riformistico deve porre attenzione a non diminuire la qualità e l’eccellenza dei percorsi a fronte dell’entrata di migliaia di nuovi studenti all’interno delle mura universitarie. Se concettualmente, quindi, l’educazione elitista medioevale e quella massificata sembrano nozioni in completa contraddizione, i due termini si sono dovuti fondere in un nuovo paradigma educativo. In Europa questo nuovo paradigma si è tradotto nello “Spazio Europeo dell’Istruzione Superiore” che è andato a creare un’università di élite all’interno di un sistema massificato di alta educazione. Attraverso i sistemi valutativi di cui abbiamo parlato, le istituzioni accademiche sono costrette a ridimensionare la propria attività per diventare poli d’eccellenza e quindi ricevere fondi necessari per la propria sopravvivenza e, dall’altra parte, devono curare comunque un livello d’istruzione basilare che permetta di rispettare i dettami dell’educazione massificata.

Quello che si può rilevare davanti a queste considerazioni è la perdita progressiva per l’università di quello statuto autonomo che le aveva permesso da una parte di costituirsi come fucina di sapere critico e, dall’altra, di progredire senza dover confrontarsi e soggiacere ai dettami dei campi dominanti, primo tra tutti quello economico. Riprendendo Bourdieu, crediamo che il compito principale che l’Università debba intraprendere sia appunto quello di recuperare l’autonomia che le è stata tolta a causa degli attacchi del sistema ideologico neoliberale. La dissoluzione del confine tra pubblico e privato portata avanti dal capitalismo contemporaneo ha dotato le istituzioni di studi superiori di un certo grado di autonomia, ma soltanto per poterle poi considerare nel sistema alla stregua di qualsiasi impresa privata, sottoponendole quindi a quel controllo continuo di cui abbiamo trattato parlando di efficienza e rendicontabilità. A fronte di questo “tutti coloro che concepiscono la cultura come strumento di libertà che presuppone la libertà, come modus operandi che consente il superamento permanente dell’opus operatum, della cultura cosa” devono impegnarsi nel recuperare quell’autonomia necessaria per affrancarsi dai poteri dominanti e poter svolgere ricerca sociale in maniera indipendente, contribuendo così al bene sociale. Se è vero che la costituzione di una Internazionale degli intellettuali come sosteneva Bourdieu è compito difficile, siamo coscienti che tale sforzo politico non possa esimersi dal costituirsi in ottica internazionale per affrontare le sfide poste da riforme come quella dello “Spazio Europeo di Istruzione Superiore”.

  • 1Una funzione che Bourdieu indicava come afferente all’istituzione pubblica, come sostiene nel Corso al College de France sullo Stato: “Uno delle funzioni più generali dello Stato, infatti, è la produzione e canonizzazione delle classificazioni sociali”.

Calvin

Tags : analisiistruzione

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