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STORIESUGGESTIONI

CANNIBALI E RE: STORIA, MEMORIA E IDENTITÀ NELL’EPOCA DEI SOCIAL

Nella “piazza” dei social network è oggi possibile rilevare mercanzia di ogni tipo. Gruppi a tema, pagine di scambio e compravendita, profili di organizzazioni sociali e politiche, canali di comunicazione più o meno caserecci. È alle platee virtuali che spesso rivolgono appelli e dichiarazioni tanto istituzioni quanto personaggi di spicco. In sostanza il social network non è più quel potente e ambiguo conntettore di individui come fino a pochi anni fa; ma si rapidamente evoluto, strutturato in modo complesso e variegato coinvolgento sempre più ambiti. Senza addentrarci a sviscerare in modo approfondito questi sviluppi ci limiteremo a notare come a quest’evoluzione del canale non è corrisposta un evoluzione uguale del contenuto, anzi, il livello medio è assai basso ed i risultati spesso grotteschi (esempio perfetto è il tweet del presidente USA sul suo grosso e funzionante pulsante nucleare). Eppure la malleabilità dei social sembra lasciare tuttora (o comunque apre) spazi d’azione per quei volenterosi che abbiano intenzione di fare un uso “alternativo” o per lo meno costruttivo di tale mezzo. È il caso di Cannibali e Re, una pagina facebook a tema storico di grande successo negli ultimi tempi. Quella che segue è quindi un’intervista a quest’ottimo esperimento divulgativo ed ai suoi risvolti anche politici.
Partendo dalle vostre parole – Cannibali e Re è un progetto narrativo di rinnovamento della narrazione storica. Raccontiamo la storia degli ultimi. – vorremmo chiedervi un pò com’è nato questo progetto e quali obbiettivi si era prefisso in origine. Attualmente la vostra pagina ha poco più di un anno di vita ed ha guadagnato un seguito impressionante nella comunità virtuale; come vi spiegate quest’impatto?
CR: Cannibali e Re è nato nella primavera del 2016 a Perugia, città di nascita o di adozione di praticamente tutti i partecipanti al progetto. Ci accomuna ovviamente l’interesse per la storia, una formazione di tipo storico o storico-politico e, allo stesso tempo, un fattore fondamentale per quello che è l’approccio di Cannibali a Re alla storia stessa: la consapevolezza dell’esigenza di fare storia in maniera diversa da quelli che sono i principali contesti nei quali opera la conoscenza storica, oggi, ovvero l’ambito accademico ed editoriale. Tali contesti, spesso autoreferenziali fino all’estremo, hanno reso molti indifferenti o addirittura refrattari allo studio della storia, giudicata – appunto – come una materia fine a se stessa. Proporre una narrazione della storia differente è stato il nostro obiettivo principale sin dal primo istante. Abbiamo mosso così i primi passi su Facebook nel giugno 2016, pur mirando sempre ad una crescita del progetto anche al di fuori dei confini ‘social’. La pagina ha avuto poi una crescita importante nel dicembre dello stesso anno, con l’inizio di una crescita esponenziale che continua ancora oggi e per la quale – ci teniamo a dirlo – non abbiamo speso un solo euro in sponsorizzazioni. Come ce lo spieghiamo? Probabilmente la risposta si può trovare nei tempi incerti che stiamo vivendo. In un mondo dove il nichilismo e l’individualismo rappresentano la risposta di molti alle sfide di oggi, noi rispondiamo con l’idealismo, il coraggio e l’altruismo di chi ci ha preceduto. Ed è ovvio che la scelta di quali storie affrontare faccia la differenza: per quanto si tratti di personaggi sicuramente fondamentali dal punto di vista storico, è difficile che la maggior parte delle persone possano essere ispirate da Napoleone, dal Kaiser Guglielmo o da Winston Churchill. Il motivo è chiaro: nell’epoca in cui vissero questi personaggi, noi, probabilmente, non saremmo stati al loro posto. Ed è quindi una narrazione basata sulle persone comuni che – nonostante tutto – sono riuscite a lasciare un segno indelebile della storia, a fare la differenza. Le storie degli ultimi dimostrano che ognuno di noi può giocare un ruolo importante oggi, ognuno di noi può essere decisivo, e la resa alle difficoltà che viviamo ogni giorno non è più l’unica opzione rimasta.
Alla base del vostro lavoro ci sembra di scorgere una concezione della storia molto politica, vicina a quella di Brecht in domande di un lettore operaio; una Storia fatta quindi non del percorso rigido, insindacabile e aristocratico della storiografia ufficiale ma una Storia fatta tanto da gesti individuali quanto di processi collettivi messi in moto dagli ultimi e quasi sempre oscurati dalla grande narrazione. Qual’è quindi il ruolo per voi della storia? Quali terreni di scontro si vanno a toccare in una narrazione storica di questo tipo?
CR: è esattamente la concezione che abbiamo della storia e che abbiamo iniziato a spiegare rispondendo alla domanda precedente. La Storia, per noi, non può limitarsi al nozionismo o alla storiografia arida e fine a sé stessa. La Storia ha, per noi, un ruolo fondamentale: quello di guidare il mondo intero verso un futuro migliore. Nella storia di chi lotta per i propri diritti e per quelli degli altri, ad esempio si possono trovare, come detto in precedenza, le risposte per affrontare le sfide imposte dai tempi moderni. Guardiamo ad esempio ad argomenti quali la guerra ed il nazionalismo. Ad una narrazione dei conflitti che pone sempre l’accento sullo scontro tra nazioni e Stati, ad un’esaltazione del conflitto e del presunto eroismo presente nell’uccisione reciproca tra esseri umani, noi riteniamo che una lettura appropriata della storia consenta, al contrario, di mettere in risalto l’assurdità del massacro tra le masse di nazioni diversi, con la loro vita decisa da stati maggiori, generali e governanti di entrambi gli schieramenti che saranno gli unici a godere di un qualche tipo di vantaggio a conflitto terminato. Una simile lettura del nostro passato dimostra quanto sia erroneo e superficiale il riaffiorare – in tempi recenti – dei nazionalismi se non di movimenti politici di chiara ispirazione fascista. Questo è solo un esempio basato su un argomento ricorrente dei nostri post, ma possiamo dire lo stesso riguardo i diritti dei malati psichiatrici, la lotta per i diritti civili ed il razzismo in generale, l’autodeterminazione dei popoli e così via. Dalle lotte di chi ci ha preceduto nasce, per noi, l’impulso che porterà ad un mondo migliore. Nel raccontare le storie degli ultimi e degli sfruttati si può incanalare la rabbia verso i veri responsabili delle difficoltà di oggi. Questa è la Storia che vogliamo raccontare. Tale approccio porta ovviamente a continue accuse di parzialità. Una volta siamo troppo filo-sovietici, altre troppo filo-americani. Troppo di sinistra, non abbastanza di sinistra. Abbiamo ricevuto accuse da ogni fronte, a testimonianza della bontà del progetto. Noi lo ribadiamo sempre e comunque: siamo – senza se e senza ma – dalla parte degli ultimi.
Ad ogni vostra pubblicazione segue quasi sempre una discussione con gli utenti in merito al tema trattato; discussione che, al contrario della maggioranza di dibattiti che su FB diventano sterili battibecchi, sviluppa molto l’argomento in questione. Quanto è importante questo nella vostra attività? Da questo si può capire più o meno quale sia il target di persone che siete riusciti a raggiungere?
CR: Il primo passo per uscire dal circolo vizioso dell’autoreferenzialità in ambito storico consiste, secondo noi, nel promuovere la discussione sulla storia stessa. Sin dal primo istante ci siamo prefissati un obiettivo fondamentale: la pagina Facebook sarebbe dovuta essere un luogo di confronto costruttivo. Il dibattito avrebbe dovuto integrare e completare la narrazione dell’argomento trattato in ogni singolo post. La premessa fondamentale affinché si riuscisse ad attuare questo principio è stata, ovviamente una politica precisa sulla gestione dei commenti ai post. Da un lato, proviamo a rispondere ad ogni singolo commento sulla pagina. Vogliamo che chi segue Cannibali e Re ed è interessato dai contenuti che proponiamo capisca che, una volta pubblicato, il contenuto non si esaurisce ma è in realtà ‘vivo’, un punto di partenza per una discussione che coinvolga gli utenti e chi amministra la pagina. Allo stesso tempo, abbiamo lavorato sin dall’inizio per evitare che la discussione degenerasse a causa delle strumentalizzazioni e delle critiche di utenti. Accettiamo le critiche e le considerazioni sui post, a differenza delle polemiche sterili che non contribuiscono in alcun modo al dibattito. Siamo sempre intervenuti con decisione nei confronti di chi si esprimeva tramite insulti e offese. Pensiamo che questo approccio abbia avuto i suoi frutti nel formare una comunità interessata e coinvolta in prima persona, che partecipa volentieri a discussioni che non si trasformano rapidamente in risse telematiche. Non è raro, infatti, che le risposte a commenti polemici arrivino in primo luogo dagli utenti, che hanno capito il nostro approccio e spengono sul nascere ogni polemica causata da ‘troll’ e disturbatori vari. E siamo fieri del fatto – ci riallacciamo così alla seconda parte della domanda – che il pubblico che ci segue sia molto variegato. Ci seguono gli appassionati di storia, siano essi affini o meno al nostro approccio. Ma ci seguono anche persone che non sono mai stati troppo interessati alla storia ma che, appunto, sono stimolate da storie di individui a loro più vicini ed affini. Da un lato siamo sicuramente contenti se veniamo seguiti con interesse da un professore, uno studente di storia o comunque da chi ha una certa competenza del settore. Dall’altro, la nostra più grande soddisfazione è essere riusciti a fare appassionare alla storia chi magari non ha una formazione accademica, chi ha lavorato sin dalla più tenera età, chi suda in una fabbrica, in un call center, in una panetteria o è disoccupato. La nostra dev’essere una storia di tutti, per tutti.
Nell’utilizzo di Facebook, o comunque dei social network, per una divulgazione di questo tipo, così come nella realizzazione di articoli sempre brevi, semplici e di rapida lettura; avete operato una sorta di riappropriazione collettiva della Storia; cioè avete messo in circolo davanti ad un pubblico vastissimo una quantità di argomenti impressionante che solitamente rimane appannaggio di una minoranza di appassionati o addetti ai lavori. Quanto è stato importante il mezzo Facebook? È possibile, alla luce della vostra attività, un utilizzo più ampio e sistematico del social media come “diffusore di cultura” dal basso e di qualità o è un caso fortunato e difficilmente ripetibile il vostro? Quali strade sono percorribili a vostro avviso in questo senso?
CR: Facebook è piombato nella nostra quotidianità come un fulmine a ciel sereno. Si tratta di un mezzo molto ‘versatile’, oltre che dalla portata praticamente universale, che permette dunque di adattarsi alle esigenze più diverse. Chi su Facebook cerca o ha cercato cultura ne trova e ne ha trovato in quantità, anche prima di Cannibali e Re. Da un lato, la sfida che abbiamo portato avanti su Facebook con la nostra pagina è stata proprio quella di ‘attirare’ verso le nostre storie, verso la nostra visione della storia, chi magari in un primo momento non era interessato. Dall’altro, abbiamo provato a dar vita ad un luogo (virtuale) ben distinto da quella tendenza all’odio, all’attacco personale, alla prevaricazione che è tipica di molte pagine del social network. Diremmo quindi che non è tanto Facebook in sé a determinare la riuscita o meno di un progetto, ma piuttosto l’approccio dei singoli nel momento in cui decidono di interagire con questa piattaforma.
A fronte del successo del vostro esperimento, poco tempo fa avete annunciato una sorta di “evoluzione”, con il lancio di un gruppo di ricerca e l’obbiettivo abbastanza dichiarato di una pubblicazione più approfondita. Vi va di raccontare quest’ultimo passaggio?
CR: Nel momento stesso della nascita del progetto ci eravamo prefissati l’obiettivo di uscire quanto prima possibile dall’ambito social. È un processo che ha richiesto moltissimo tempo per una serie di ragioni. Abbiamo avviato questo progetto, come detto in precedenza, promuovendo un approccio particolare alla storia. Appare ovvio, quindi, che nel momento in cui decidiamo di esporci in un contesto differente rispetto a Facebook lo dobbiamo fare tenendo presente le critiche da noi mosse al mondo editoriale. In altre parole, vogliamo essere sicuri di avviare un progetto che partisse dal basso, che vedesse la partecipazione anche di chi sarà il fruitore finale di quel prodotto, prodotto che dovrà essere sviluppato in forme e modalità nuove, che stimolino l’interesse di tutti i lettori, appassionati di storia e non.
Non ci saremmo potuti accontentare, insomma, di fare una raccolta dei nostri post migliori, aggiungere due pagine di introduzione e presentarci al di fuori della pagina Facebook. Stiamo quindi lavorando su queste basi, provando allo stesso tempo a coinvolgere chi ci segue tramite il gruppo legato alla pagina. Si tratta di un processo in divenire e sul quale daremo più dettagli nel momento in cui avremo un quadro chiaro della situazione dal punto di vista dei contenuti e delle tempistiche. Accanto – o meglio al di sopra – di quello che è il progetto dal punto di vista più squisitamente editoriale, c’è la volontà di lavorare attivamente con associazioni ed entità di qualunque tipo che siano in sintonia con i nostri valori. Vogliamo insomma una creare una rete che raggruppi tutti coloro che desiderano approcciarsi alla realtà odierna – passando per la storia ma non solo – rispondendo alla sfida posta oggi da nazionalismo, fascismo ed individualismo con un approccio partecipato dal basso, che identifichi i problemi della società contemporanea non su base etnica quanto, piuttosto, tenendo conto di chi nel corso della storia ha è stato sfruttato e sfruttatore, di chi ha ricoperto posizioni di rilievo decretando il destino di chi, invece, si è sempre ritrovato a subire contro il suo volere.

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RECENSIONI

PIERO BEVILACQUA: L'UTILITÀ DELLA STORIA

E come potrei sopportare d’essere uomo, se l’uomo non fosse anche poeta e solutore d’enigmi e redentore della casualità!”

Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra

Il libro di Bevilacqua è tanto la proposta culturale di uno storico di professione, quanto una radicale critica al paradigma neoliberista di gestione dell’esistente.

Partendo dal dato fondamentale che il ruolo della Storia sia ormai in declino, come per ogni sapere “improduttivo” e privo di valore di consumo, si ripercorrono le tappe di una modernità che, dal secondo dopoguerra a oggi, ha visto sempre la cultura (e soprattutto l’istruzione scolastica) come strumento del progresso delle nazioni verso un orizzonte di ricchezza sempre maggiore. Oggi – che si è giunti al tramonto di quel mondo, totalmente assorbito nel credo dell’economia di mercato, e anche l’orizzonte del progresso si è tradotto in un vicolo cieco fatto di produzioni e consumi sempre più accelerati e superflui – il sistema scolastico viene assoggettato, come ogni ambito della vita, alle esigenze del mercato.

Tanto la storia quanto la memoria (in quanto forma organizzata di trasmissione di saperi, identità e appartenenza) vengono sempre meno dinnanzi a una temporalità consumistica volta esclusivamente al presente. La memoria resta schiacciata sotto il frantumarsi di tutte le istituzioni sociali, dalla famiglia alla classe, dalle comunità indigene a quelle religiose: gli uomini e le donne dell’oggi vengono così consegnati all’anomia sociale e alla precarietà esistenziale, privati del loro senso collettivo e storico della vita. La Storia deve invece il suo declino anche all’inadeguatezza di un modello d’insegnamento che non tiene conto né delle sfide poste dal mondo esterno né delle esigenze culturali degli studenti. Qui sta la proposta di Bevilacqua: passare da una Storia-racconto (o una “storia da manuale”), che esige l’esclusivo apprendimento mnemonico di eventi trascorsi, a una Storia-problema, ovvero un approccio per cui la presa in esame di un singolo evento/dato storico possa essere un punto d’osservazione per mettere in luce i tratti salienti di intere epoche o di questioni riguardanti l’attualità. Questo mediante uno studio che non sia mnemonico ma fatto di ricerca, analisi e dibattito che fungano essenzialmente da stimolanti dello spirito critico e del senso di ricerca e di confronto negli studenti.

Nell’offrire gli esempi di come possa svilupparsi l’insegnamento della Storia-problema, Bevilacqua ne approfitta per mettere sotto inchiesta (e sotto pesante accusa) i nodi centrali del nostro tempo: il lavoro come motore dominante della società viene disvelato invece come processo storico di messa a frutto brutale e sistematica delle classi subalterne per il profitto delle classi elevate; il territorio e l’ambiente come elementi da scoprire e attori primari della vita sono messi sempre più in pericolo dall’irrazionalità capitalista che li ha storicamente relegati a ruolo di materia prima da saccheggiare. Il consumismo come piano delle élites nordamericane per rilanciare il consumo, poi diffuso in Europa in ottica anticomunista e geopolitica, non appare più come una parte innata nella natura dell’uomo contemporaneo.

Com’è ovvio che sia, tanto la proposta accademica quanto la critica sociale sono ispirate da una concezione della Storia che non fa sconti alla tradizione storiografica né al “grande racconto del potere” e che vede la cultura come strumento primario per analizzare e prendere posizione rispetto all’esistente, oltre che come germe fondativo di un nuovo essere umano e sociale volto prima di tutto al raggiungimento di un benessere armonico collettivo del pianeta. Una ricollocazione dell’uomo all’interno del Sistema Natura che possa essere d’argine al deserto che avanza.

La Storia non può più essere, quindi, lode del potere all’opera, ma riscoperta del rimosso storico, lente d’interpretazione della realtà, antidoto contro la perdita di senso e di valore delle nostre vite, faro che diradi la coltre di menzogne e luoghi comuni che permettono a questo mondo di apparire come l’unico plausibile, porta d’accesso agli altri – inesplorati – mondi possibili.

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RECENSIONI

PIERO BEVILACQUA: LA TERRA È FINITA!

Un breve saggio sulla storia della natura e delle sue manipolazioni da parte dell’uomo.

L’avanzare delle nostre civiltà coincide con un continuo e indiscriminato sfruttamento delle risorse del Pianeta: è grazie a un saccheggio e una manipolazione millenaria che l’umanità ha prosperato uscendo dalle caverne della preistoria per arrivare ai grattacieli odierni. Eppure di questo sfruttamento i libri di storia non parlano, è uno dei grandi rimossi storici su cui si fonda il pensiero economico che oggi domina l’esistente: la natura è stata considerata per millenni corpo inerte, materia prima, al limite paesaggio da ammirare. È nell’attualità che la Terra si pone drammaticamente come un attore vivo e primario, della storia come della vita: le catastrofi ambientali della società industriale, i cambiamenti climatici con le loro precipitazioni e i dispositivi di controllo della vita imposti da un inquinamento sempre più diffuso ci mettono oggi davanti all’evidenza che l’uomo non è più l’essere superiore. I deliri di onnipotenza, di progresso infinito, di dominio della natura crollano come castelli di carta davanti a questa nuova condizione: la Terra è un complesso sistema vivente e per tanto finito nella sua materialità, le ferite che le ha inflitto lo sviluppo umano rischiano di porre fine anche alla sua esistenza. A conti fatti il sogno del progresso si è rivelato un incubo.

Ecco la necessità, quindi, di una storia dell’ambiente che integri e completi quella dell’umanità: Bevilacqua avanza rapidamente dagli albori delle comunità umane alle prese col fuoco, attraversando l’epoca dell’agricoltura e dell’allevamento fino alla rivoluzione industriale, per giungere al contemporaneo turbo-capitalismo. In questo percorso mette in luce come l’esistenza stessa dell’uomo coincida, in certa misura, con una pressione sull’ambiente; ma è con l’avvento del capitale come motore sociale che si crea uno spartiacque: da un lato, una volontà cieca di dominio e sfruttamento sempre maggiori e, dall’altro, una potenza tecnica via via più implacabile hanno messo in atto forme di assoggettamento della natura senza precedenti per ampiezza e gravità. Il risultato di questo percorso storico è trovarsi oggi davanti ad un presente violentato da fenomeni di inquinamento, erosione e squilibrio sconosciuti nel passato e affrontare un futuro funestato dalla possibilità della catastrofe e dall’iniquità. La figura del profugo ambientale sfuggito ad un territorio non più vivibile, o del contadino proletarizzato ammassato nelle sterminate periferie delle megalopoli, o il monitoraggio continuo della qualità dell’aria delle città sono proiezioni vive di questo futuro non troppo lontano.

È evidente che questa sia ormai una consapevolezza diffusa a livello popolare quanto istituzionale, tanto da porsi come terreno di scontro della modernità: dai movimenti ambientalisti degli anni ’80 e ’90 si è passati a movimenti conflittuali; questi, più che porsi il problema di preservare l’ambiente, si pongono quello dell’abitabilità stessa del territorio davanti alla devastazione. Gli Stati nazionali, dal fondo del loro declino, sono costretti a interventi continui e sempre più incisivi per contenere l’impatto ambientale; il capitale si trova in una fase di guerra intestina tra le sue branche più distruttive e dissipative e quelle che invece spingono per una sua ristrutturazione più sostenibile, più green.

È questo il dato fondamentale che si può trarre da questo saggio: su questo crinale si gioca una delle partite più importanti e mistificate del nostro tempo. Sul campo di battaglia si contrappongono interessi e attori irriducibilmente antagonisti tra loro e la posta in gioco non sono più soltanto le condizioni di vita ma l’esistenza stessa della vita sulla Terra: una questione che chi decide di sfidare l’Impero difficilmente potrà eludere d’ora in poi.

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INTERNAZIONALISMO

KURDISTAN: NUOVI PASSAGGI TRA GUERRA E RIVOLUZIONE. UN'INTERVISTA CON LUIGI D'ALIFE

Il 17 ottobre Raqqa è stata liberata dalle SDF, la coalizione militare a guida kurda. Quasi contemporaneamente, in Iraq, un referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno (Başûr) provocava l’intervento militare di Baghdad nella regione. Di fronte a questi avvenimenti ed alla generale confusione che accompagna sistematicamente il corso della guerra in Siria, abbiamo creduto opportuno fare un po’ di chiarezza parlando con qualcuno che di Kurdistan se ne intende.

Abbiamo intervistato Luigi D’Alife, reporter e militante politico, autore del documentario Binxet, che nel corso degli ultimi anni ha potuto approfondire in diversi viaggi la conoscenza della rivoluzione kurda e vedere di persona il mutare del conflitto. (altro…)

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STORIE

AUTODIFESA NEL TERRITORIO: PRATICHE E VISIONI DAL BLACK PANTHER PARTY

1966. Oakland. Due giovani afroamericani: Bobby Seal e Huey P. Newton danno vita al Partito della Pantera Nera per l’Autodifesa. È il tempo del movimento contro la segregazione razziale, del Black Power, di King e Malcolm X. Sono i mesi in cui alla conquista dei diritti politici fa da contraltare la miseria dei ghetti. In cui il movimento pacifista perde slancio e i giovani proletari neri incendiano le periferie contro gli abusi polizieschi.

Ecco come l’autodifesa viene ad essere uno dei cardini principali del discorso politico del BPP; parlare di essa è un po’ come parlare dell’intera epopea delle Pantere.

Come ogni fenomeno politico, la Pantera non irrompe sulla scena dal nulla, è il frutto maturo di un lungo processo politico andato via via radicalizzandosi, in cui un’istanza “liberal” va indurendosi nello scontro contro un potere strutturalmente violento e razzista; allo stesso modo le istanze che pone sono il portato di esperienze collettive pregresse.

Quello dell’autodifesa è un concetto che prende forma all’interno del nazionalismo nero, che vede la popolazione afroamericana come nazione disgregata ed oppressa; la problematica strutturale dei ghetti, insieme alla repressione poliziesca e alla violenza razziale della middle class bianca che chiudono ogni margine di manovra ad un movimento pacifista come quello per i diritti civili, necessitano una risposta all’altezza: l’autodifesa, appunto.

Su questa doppia istanza, pragmatica e politica, i fondatori centrano l’attività del partito intendendo l’autodifesa come strumento d’organizzazione delle masse; nella suggestione primordiale di Newton:

quando i neri scelgono un proprio rappresentante, questo si trova in una posizione assurda perché non rappresenta alcun potere politico, […] l’unico modo per avere effettivamente peso è quello che è comunemente detto potere militare […]”.

Per Newton, il fucile è il megafono della gente nera.

Rispondendo quindi all’esigenza concreta delle masse di tutelarsi dalla brutalità poliziesca, il Black Panther attiva il proprio programma rivoluzionario catturando, in brevissimo tempo, la simpatia della larga maggioranza della popolazione dei ghetti e l’entusiasmo di moltissimi giovani entrati poi come effettivi nel partito.

È importante sottolineare che l’autodifesa armata era più un messaggio retorico verso l’esterno che una pratica effettiva messa in campo: lo sfoggio di armi, l’obbligo per i militanti di possederle e saperle maneggiare, i pattugliamenti di controllo della polizia, rientrava tutto, in modo chiaro e netto, all’interno dei limiti appunto della difesa e di parametri legali garantiti dalla costituzione americana ma alienati de facto alla componente nera.

Un elemento che dà allora forza e significato dirompenti all’autodifesa è il contesto generale in cui viene inserita; quella concezione nazionalista rivoluzionaria che il BPP traduce nel termine di Colonia Interna: la comunità nera viene ascritta all’innumerevole serie di colonie, più o meno esplicite, degli USA; pertanto il suo percorso di liberazione è interno al processo di liberazione ed autodeterminazione che scuoteva metà del globo dal giogo dell’imperialismo. La differenza però, tra il ghetto ed il Vietnam o la Korea, è che la colonia nera si trova all’interno del territorio e del sistema della macchina imperialista e dall’interno può concorrere ad incepparla e mandarla in frantumi.

Una politica armata ed una corretta concezione internazionalista ed antimperialista della lotta, unite alla spavalderia nell’essere rivendicate, fanno la forza del BPP nel momento di sua massima espansione e, contemporaneamente, il terrore della dirigenza yankee che scatenerà su di esso una repressione feroce e sproporzionata.

Una critica mossa in tempi non sospetti, che si rivelerà drammaticamente fondata, è quella di M. L. King secondo cui

“è pericoloso organizzare un movimento attorno all’autodifesa. La linea di demarcazione tra violenza difensiva e violenza aggressiva è molto sottile […] e le parole che arrivano ad orecchie non sofisticate possono essere interpretate come un invito all’aggressione.”

Nel momento del suo zenit, il BPP spese grandi energie a far fronte al problema interno di organizzazione e disciplina, purgandosi di elementi infiltrati (veri o presunti), teste calde ed incontrollabili. Allo stesso tempo però la retorica del partito si faceva sempre più violenta, trascendendo molto spesso i confini della difesa ed esasperando ancor di più una repressione già scatenata.

In linea generale, non si può certo dire che le Pantere siano state del tutto estranee da eccessi di zelo rivoluzionario, ma è anche placido affermare che la quasi totalità di scontri a fuoco che li ha visti protagonisti è attribuibile a provocazioni o aggressioni poliziesche.

Se l’elemento militare, che caratterizzò in questo senso l’attività del partito, fu il trampolino di lancio e lo scheletro della Pantera, c’è da dire che era anche destinato, in una seconda fase, ovvero quella della ritirata di fronte alla reazione, a farsi sempre più discreto e lasciar posto all’anima più politica: quella dei Programmi Sociali per il popolo volti a costruire infrastrutture di sopravvivenza che, se nell’immediato rispondevano ad esigenze concrete della gente (cibo, vestiti, istruzione, sanità), in prospettiva avrebbero garantito la sussistenza delle comunità nelle fasi imminenti della rivoluzione. Su questa linea vennero fondati il Free Food Program, il Centro sanitario del Popolo che garantiva assistenza gratuita ai proletari neri e le Scuole di Liberazione che assolvevano al compito di istruire la comunità nera su principi solidali e rivoluzionari.

È il momento della svolta intercomunitarista; ma l’autodifesa veniva meno nel momento dell’empasse più tragica ed i programmi sociali in vista della rivoluzione venivano incrementati nel momento in cui la rivoluzione stessa non era più che una mera illusione: strangolata dalla brutalità poliziesca, isolata da una stampa diffamatoria ed insidiata dal flagello dell’eroina (volutamente importata dall’FBI nei ghetti per freddare i bollori rivoluzionari).

Al fianco della controrivoluzione, un tempismo perverso disinnescò i due tratti più dirompenti del programma delle Pantere, facendo sì che invece di procedere parallelamente, l’uno cedesse il passo all’altro.

Oggi le visioni del BPP, ad oltre 40 anni dalla sua disfatta, rivelano la loro estrema attualità tra le fiamme dei riot e nella potenza delle manifestazioni del Black Lives Matter (detto per inciso: più simile al movimento per i diritti civili di M. L. King che alle tesi del BPP) che sono tornati a muovere le comunità afroamericane dai fatti di Ferguson1 ad oggi. Come allora, nei ghetti si continua a morire di droga, di fame e di polizia. Segno che la Pantera è stata battuta militarmente ma il suo spettro si aggira per le metropoli più vivo che mai.

Se si volesse cogliere ora l’ascia di guerra caduta dalle mani di questi combattenti, non dovremmo certo metterci, basco in testa e fucile alla mano, a pattugliare le strade dei quartieri, ma la ritroveremmo nella capacità d’organizzare le comunità sulla base dei loro bisogni concreti; non con spirito volontaristico del voler aiutare gli sfruttati ma con l’obiettivo ultimo sempre davanti agli occhi: sovvertire l’esistente, spezzare le sue catene. Finalizzare ogni sforzo alla realizzazione di un progetto complessivo, con un occhio all’immediato ed uno all’infinito.

Il senso ultimo dell’odissea delle Black Panthers è Seize the time: cogliere l’occasione!

Zero

1Ci si riferisce alla rivolta scoppiata il 10 agosto 2014, e proseguita diversi giorni, a Ferguson, sobborgo di Saint Louis, nello Stato del Missouri; tutto cominciò con la veglia funebre di Micheal Brown, 18enne ucciso con vari colpi di pistola sparati da un agente di polizia.

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RECENSIONI

SENZA PERDERE LA TENEREZZA: TAIBO E IL CHE

Si è molto sviluppato in me il senso del collettivo in contrapposizione al privato, sono sempre il solitario che ero, alla ricerca della mia strada senza l’aiuto di nessuno, ma adesso ho il senso del mio dovere storico. Non ho casa, né moglie, né figli, né genitori, né fratelli, i miei amici sono tali finché la pensano politicamente come me, e tuttavia sono felice, sento la presenza di qualcosa nella mia vita, non solo una grande forza interiore, che ho sempre sentito, ma anche una capacità di trasmetterla agli altri, e il fatalismo della mia missione mi toglie ogni timore.”

Ernesto Guevara – Lettera alla madre

Senza perdere la tenerezza: una biografia di mille pagine, un corredo fotografico di oltre duecento immagini, un uso delle fonti ricchissimo (solo la bibliografia di riferimento conta una lista di circa sessanta pagine, senza contare le innumerevoli interviste). In sintesi, un testo storico di prim’ordine.

Ma è davvero solo questo? No, di certo; Taibo ha passato anni e anni a raccogliere materiale sul Che e del Che, a studiarne la figura, le idee, la storia; Taibo ha interrogato a fondo il fantasma del Comandante, ne ha seguito i passi fino a farselo familiare, come un amico.

Il libro è il risultato di questa meravigliosa ricerca e parte da prima della nascita fino a dopo la morte di Ernesto Guevara de la Serna, il Che. I viaggi giovanili alla scoperta del continente latino americano, la prima esperienza in fatto di rivoluzioni (e di imperialismo yankee) nel Guatemala di Arbenz, la Rivoluzione cubana prima sulle montagne con un fucile in spalla e poi nei ministeri a costruire la nuova società; i viaggi diplomatici, le critiche al comunismo sovietico, la guerriglia fallita in Congo e quella, fatale, in Bolivia. Tutta la vita di quest’uomo trova la materia dell’inchiostro in una narrazione semplice e coinvolgente e attraverso la sua storia emerge la storia di tutto il Sud del mondo, specialmente quello americano, in un’epoca in cui la Rivoluzione era la parola d’ordine delle masse proletarie di ogni angolo del globo.

In fondo, oltre le vicende personali, è questo che crea un mito: la rarissima capacità di racchiudere in un corpo umano le aspirazioni, i sentimenti e le delusioni di un intero popolo; in questo caso del popolo dei dannati della Terra.

Non c’è dubbio che il Comandante Guevara sia uno dei personaggi fondamentali dell’epopea rivoluzionaria, tanto per le gesta quanto per il pensiero: come ebbe a dire Sartre, ricordandone la figura, “fu l’essere umano più completo del suo tempo, un uomo d’azione ma non un soldato, un pensatore eccezionale ma non un intellettuale, un militante che sacrificò affetti, vita e morte alla sua missione, ma che conservò sempre una forte umanità.

Come il titolo sembra suggerire, è proprio questa qualità che Taibo mette sotto i riflettori: l’umanità che mantenne per tutta la vita il Che è innanzitutto la via attraverso cui lo scrittore sottrae il mito dalle grinfie dell’abuso e lo riempe di senso, gli restituisce i suoi tratti di uomo, ne significa gesti e parole. L’immagine del Che ambasciatore, in visita in India, che addenta famelico un panino ci restituisce il senso di questo personaggio tanto quanto il suo sguardo strafottente alla giornalista americana Lisa Howard, o il suo viso sporco mentre guida un trattore nella zafra, il taglio della canna da zucchero.

Sembra banale, ma è proprio l’irriducibile umanità di questo personaggio a renderlo un rivoluzionario modello. Un’umanità, però, tutta politica, che non lascia scampo al desiderio individuale e si consegna mani e piedi al senso del proprio dovere rivoluzionario. Il Comandante che aveva sempre fretta, che non finiva mai di allacciarsi gli stivali, non risparmiava nulla di se stesso alla Rivoluzione: né tempo, né famiglia, né aspirazioni. È dunque l’umanità traducibile nella coerenza e sensibilità idealistica di un grande militante comunista dalla ferrea volontà. Questo per buona pace di chi vorrebbe farne un’icona di ribellismo aprioristico da stampare sulle t-shirt e per quella di chi vorrebbe farne sembrare le gesta semplice folklore storico di un’epoca ormai sbiadita, tanto tra i compagni “rottamatori” quanto tra i teologi della fine della storia.

La sensibilità di un individuo, se slegata dalle sue azioni, vale quanto uno sputo per terra. È quando si connette ad un principio rivoluzionario e al coraggio di tradurlo in pratica che diviene arma potente e monito per chi si vorrebbe libero.

Oltre il suo percorso storico, il Comandante Che Guevara è proprio questo: un esempio folgorante e irremovibile, che spazza via tutto il ciarpame di cui è stata coperta la sua immagine, per dire che ancora oggi è necessario, giusto e doveroso combattere il capitale, osare l’impossibile, vincere la Storia!

Zero

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INTERNAZIONALISMO

INTERNAZIONALISMO, ANTIFASCISMO E SOLIDARIETÀ INTERVISTA DAL DONBASS

Nell’aprile 2014, in seguito alla natura sempre più apertamente autoritaria, liberista e pilotata della rivolta di Euromaidan (e del regime che ne è scaturito) in Ucraina ed ampiamente propagandata dai media mainstream, le popolazioni del Donbass (zona orientale, russofila e di tradizione operaia e mineraria) hanno dichiarato l’indipendenza della propria zona e costituito le due Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk. Ne è seguita una guerra civile ancora in corso che ha visto da un lato l’esercito ucraino coadiuvato da milizie neonaziste e aiuti NATO e UE, dall’altro le popolazioni locali organizzate in milizie autonome e supportate da volontari da tutta Europa, specialmente dal mondo russofono, con l’aiuto logistico della Russia. Se quello che si è creato non è una frattura rivoluzionaria netta, di certo si assiste ad una forte resistenza popolare partecipata da attori politicamente molto eterogenei, spesso antagonisti tra loro.

Tra le varie forze in campo c’è la Brigata Prizrak (fantasma), una milizia comunista che ha saputo aggregare tra le proprie fila diversi militanti antifascisti dal mondo ed ha costituito un’unità militare composta di soli internazionali: la InterUnit.

Essendo, quello dei combattenti internazionali, un tema abbastanza inedito e che però contrassegna i conflitti dell’ultimo periodo, abbiamo pensato di intervistare Nemo, combattente italiano della InterUnit. Quella che segue è l’intervista che ci ha concesso giusto poche settimane prima che la stessa InterUnit annunciasse il suo ritiro dal fronte in seguito agli accordi di pace di Minsk, che prevedono l’abbandono delle ostilità da parte dei militari stranieri (qui il comunicato ufficiale).

La Brigata Prizrak è quella più attivamente supportata, qui in Italia, dal movimento antagonista. Puoi brevemente raccontarci la sua storia e la sua attuale situazione?

La Prizrak nasce nel maggio del 2014 nei momenti più caldi dell’insurrezione, grazie alle capacità organizzative e al carisma del Comandante Mozgovoy. In quella fase si andavano formando molti gruppi armati, più o meno spontanei, che trovavano nelle miniere i propri soldati e nelle caserme dell’esercito ucraino le proprie armi.

L’intuizione di Mozgovoy fu quella di creare un contenitore di variegate forze anti-sistema che volevano realmente dare una risposta alla richiesta di cambiamento del popolo del Donbass. Per questo, fin dal primissimo momento, vi fu la presenza di combattenti provenienti dal territorio dell’ex Unione Sovietica e dall’Europa occidentale. In quella prima fase assai dinamica vennero anche imbarcati alcuni elementi ambigui, in quanto i Dughinisti1 (ancora) provano incessantemente a infiltrare questa realtà.

Verso la fine del 2014 si unì alla Prizrak un gruppo di comunisti russi che si inquadrò nell’unità 404 (che poi diverrà DKO): il comandante era Arkadic e il commissario politico Alexey Markov, alias Dobri.

Nel febbraio 2015 la Prizrak ha un ruolo determinante per la storica vittoria di Delbastevo.

Il 23 maggio 2015 viene assassinato Mozgovoy, episodio su cui ancora non si è riusciti a far luce. A quel punto la guida della Prizrak passa in mano ai comunisti che avevano raggiunto i posti chiave all’interno della Brigata, grazie alla loro serietà, efficienza e impeccabile metodo di lavoro. Dal punto di vista politico questo è uno degli aspetti più interessanti: la Prizrak non è una Brigata comunista, bensì una Brigata in cui i comunisti hanno fatto egemonia. Per questo in molti la considerano come un caso di studio.

Nel gennaio 2016 la Prizrak si ridimensiona e diventa un battaglione2, avviando un percorso d’integrazione totale nelle Forze Armate della Repubblica Popolare di Lugansk, gestendo il settore di fronte nel distretto di Kirovsk.

È dall’autunno del 2015 che esiste la InterUnit all’interno della Prizrak. Puoi dirci qual è stato il processo che ha portato alla sua formazione, quale il suo ruolo? È nata per sistematizzare una presenza già affermata dei compagni “internazionali” o proprio per favorire il loro impiego?

InterUnit è stato il culmine di un percorso politico sviluppatosi in tutta Europa con le campagne di solidarietà con la Resistenza del Donbass. Diverse strutture hanno convenuto sulla necessità di provare a ricomporre la scollatura tra sfera politica e militare. La formula che si è deciso di adoperare era quella della lotta antifascista sul modello spagnolo degli anni ’30.

Non tutti i combattenti stranieri della Prizrak hanno aderito ad InterUnit, ma solo i più politicizzati e motivati. Pur non effettuando selezioni di carattere fisico (in una guerra c’è sempre posto per tutti), siamo sempre stati molto rigidi su altri aspetti: addestramento, disciplina, lavoro politico (aggiuntivo al lavoro normale e non sostitutivo), ecc. Quindi, benché ci fosse bisogno di porre ordine tra gli internazionalisti, il vero motivo è stato la volontà di qualificare il contributo che questi potevano offrire: per l’attività militare e per quella politica, per la propaganda, per la formazione, ecc.

La Prizrak è la milizia più schierata in senso comunista ed è facile intuire che i volontari dall’estero siano militanti politicizzati. Più nel dettaglio, quali sono il profilo generale e i moventi dei combattenti della InterUnit?

La InterUnit è un gruppo antifascista, vi hanno militato circa 30 combattenti provenienti da Europa, Sud America e Asia. Di questi cinque erano semplici antifascisti, tre anarchici e il resto comunisti. Due soltanto sono state le donne che vi hanno aderito. La maggior parte dei membri non avevano un’esperienza militare, quattro avevano un’esperienza militare professionale, tre erano veterani di altri conflitti.

La maggior parte di noi era motivata da puro antifascismo, anche se non mancava tra le nostre fila chi amava il mondo russo.

Tra i combattenti della Prizrak ci siamo sempre distinti (salvo rari casi, prontamente rimossi) per determinazione e serietà. Quest’ultima è da non confondersi con la disciplina: ci teniamo a sottolineare che noi siamo per una disciplina critica. Per noi il buon combattente non è uno che ripete sempre “signorsì”, ma uno che sappia apportare un contributo ai processi.

Noi ci consideriamo combattenti e non soldati.

Salvo gli ultimi due mesi di vita (in cui doveva gestire la transizione), InterUnit è sempre stata in prima linea e la maggior parte dei suoi membri non ha mai preso riposi. Solo una forte motivazione politica spinge a fare questo tipo di sacrifici.

Esistono altre unità internazionali in Donbass o una presenza meno organizzata di combattenti dall’estero? Se sì, parliamo di militanti, ex-militari o che tipo di soggetti?

Premesso che in Donbass combattono dei gruppi formati esclusivamente da russi e che alcuni di loro si considerano organizzazioni internazionaliste, qui ci sono stati almeno 4 gruppi combattenti provenienti dall’Europa Occidentale. Due di questi erano di matrice nazbol3 (uno a Donetsk e l’altro a Lugansk) di cui uno esprimeva un buon potenziale militare. Un altro gruppo di stranieri, operante a Donetsk, era parte dell’esercito regolare e vi facevano parte ottimi soldati e infine c’era appunto la InterUnit.

Quasi tutti i membri di questa erano militanti anche nei propri Paesi di origine e hanno inteso questa esperienza come qualificazione della propria esperienza politica.

Vi sono diverse decine di occidentali che combattono nelle file della Resistenza ma integrati in gruppi locali.

Sappiamo con certezza che appartenenti a gruppi neonazisti e neofascisti da più parti d’Europa si sono impegnati tra le fila di Kiev, ad esempio nel battaglione Azov. Più raramente (ed in modo meno sistematico) abbiamo avuto notizia di soggetti dal passato politico per lo meno ambiguo combattere per il Donbass. Sembra allora che questa tendenza internazionalista non sia esclusivo appannaggio dei compagni e ricorda in un certo modo le dinamiche della guerra civile spagnola: come ti spieghi questa rinascita dell’internazionalismo militante?

Nelle file della Resistenza del Donbass militano anche dei gruppi fascisti che rappresentavano (dati del 2015) il 2% dei combattenti. Molti dei fascisti che si conoscono in Europa non sono dei combattenti, ma attori di propaganda e questo spiega la loro sovraesposizione mediatica.

La mia personale lettura sul risorgere dell’impegno militare internazionale dei compagni e dei fascisti vede tra i due fenomeni enormi distinguo ma anche delle motivazioni comuni.

Tutti gli antagonismi sono frustrati dal disastro politico nostrano (inteso anche a livello europeo), la nostra generazione conosce la lotta, ma non la vittoria. Da almeno 20 anni a questa parte nessun movimento sociale ha conseguito vere vittorie, ad eccezione di quelle sul piano difensivo. Oramai la politica è spesso ridotta alla difesa delle conquiste delle generazioni precedenti, non c’è quasi più nulla di propositivo.

Inoltre, è chiaro che se vuoi colpire letalmente devi mirare al cuore. Le lotte nazionali quasi mai arrivano a mettere in programma un cambiamento reale dello stato di cose esistente. Quindi chi è motivato dalla volontà di cambiare davvero il corso della storia preferisce andare in qualche posto in cui “si fa sul serio”.

Queste valutazioni sono di carattere generale e si possono ben adattare a prescindere dall’orientamento ideologico.

Essendo forte il movente politico alla base della InterUnit, come si concepisce quest’esperienza in relazione alle altre esperienze di lotta nel mondo? Esiste un legame ideologico o anche materiale con le altre lotte (mi riferisco ad esempio a situazioni come l’International Freedom Batalion in Rojava, il movimento No Tav in Valsusa o quello contro la Loi Travail in Francia)?

La repressione è sempre in agguato. Quindi noi ci siamo guardati bene dallo stringere espliciti legami di organicità con movimenti di lotta in Europa poiché avremmo potuto comprometterli. Ma questo non prescinde da un riconoscimento reciproco.

Diverso il discorso per quel che riguarda gli scenari extraeuropei. Quasi tutti noi avevamo rapporti o quanto meno eletto a referente per il Kurdistan il PKK, ma la situazione locale era in continuo movimento ed evoluzione e noi non avevamo modo di seguirla (in prima linea non c’è internet, se si eccettua la connessione mobile appena sufficiente per le chat). Quindi non abbiamo coltivato il rapporto con i compagni kurdi.

In Sud America il legame ideologico più stretto è con le FARC-EP delle quali abbiamo seguito e sostenuto tutto il processo di pace e con cui c’è stato uno scambio politico.

Uno dei primi casi di combattenti internazionali giunto alle cronache riguardava dei compagni spagnoli tratti in arresto appena rientrati proprio dal Donbass con l’accusa di essere dei Foreign Fighters. Come pensi si approccino gli Stati europei, e soprattutto i loro apparati repressivi, nei confronti di queste figure in un certo modo inedite ai nostri giorni?

Il caso dello Stato spagnolo è particolare: lì la magistratura realizzò due eclatanti autogol con un’azione sola. Il primo è sul piano della visibilità: prima di quegli arresti quasi nessuno parlava della mobilitazione internazionalista, ma con la repressione è giunta alla ribalta nell’agenda politica. Il secondo è sul piano tecnico-legale: l’accusa era di aver compromesso la neutralità dello Stato spagnolo, ma la magistratura aveva deciso di arrestare solo i compagni che lottarono per il Donbass e non i fascisti che lo facevano per Kiev. In questo modo, quindi, ha dimostrato che la supposta neutralità in realtà non esisteva.

Pochi osservatori hanno notato che in poche settimane alcune decine di Stati in ogni parte del Pianeta hanno varato norme analoghe sui cosiddetti Foreign Fighters, quindi a mio avviso questo potrebbe significare che qualcuno abbia imposto questa legge a tutti gli altri. Per chi non l’avesse ancora chiaro, questo episodio spiega bene come funzionino le dinamiche interne e i rapporti di forza internazionali.

Se si attiverà la repressione nei nostri confronti al momento non posso saperlo: chi lotta non si spaventa certo di questo.

La crisi ucraina ha anche una specificità ulteriore: è stato avviato un Processo di Pace internazionale che ha portato alla firma dei cosiddetti “Accordi di Minsk”. Questi, al punto 5, prevedono l’amnistia per tutti i combattenti. Non penso che la magistratura italiana si voglia (o possa) andare ad intromettere nella trattativa di un accordo di pace internazionale.

Lo Stato teme i rivoluzionari, ma talvolta preferisce non perseguitarli, in modo da non dargli visibilità e non rafforzare i movimenti. In caso di attacco repressivo, la solidarietà ricompatta e rivitalizza i movimenti: la necessità spinge a soprassedere alle divergenze tattiche. Da diversi decenni lo Stato ha fatto un lavoro certosino per frammentare i movimenti, ora non vuole compromettere questo sforzo per qualche romantico combattente internazionalista.

Quali prospettive vedi per la InterUnit e per l’internazionalismo militante nel prossimo futuro?

InterUnit sta sospendendo le attività militari nel Donbass. Gli Accordi di Minsk al momento sono l’unico tentativo serio di trovare una soluzione diplomatica alla crisi. Per quanto non ci piaccia questa possibilità, ci rimettiamo alla volontà popolare che richiede a gran voce la fine del conflitto. Noi non vogliamo assolutamente ostacolare il percorso che il popolo sceglierà. Si tenga presente che il punto 10 dell’accordo prevede l’allontanamento di tutte le formazioni militari straniere. Stiamo agendo di conseguenza.

Questo non vuol dire che InterUnit si estinguerà, perché la sua accumulazione si inserisce nel solco delle lotte popolari e ne è diventata parte integrante. Al momento non sappiamo cosa faremo, se cambieremo scenario, se ci rivolgeremo solo alla sfera politica tralasciando quella militare, o altro.

In Europa c’è una lunga fase di stagnazione politica, i movimenti non riescono ad esprimere molto d’incisivo e gli obiettivi raramente vengono raggiunti. Io credo che la lotta internazionalista possa essere una grande palestra per i militanti e un laboratorio politico, sia internazionale che locale. Sul piano internazionale è scontato, ma io invito a porre l’attenzione sull’egregio lavoro che hanno fatto in questi anni i compagni impegnati su questi temi. Uno dei migliori casi di movimento unitario degli ultimi anni. Sicuramente un qualcosa da cui tutta la sinistra può trarre un utile insegnamento da replicare poi per le politiche interne.

Cosa pensi dovrebbero fare i compagni “a casa” per sostenere esperienze come la vostra? Cosa possono trarre dalla vostra lotta?

Lo scambio è reciproco. Per noi la cosa più importante è sempre stata quella di far conoscere questa esperienza nel mondo occidentale. Ma costruendo il movimento di sostegno i compagni si sono cimentati in un’esperienza unitaria, un grande sforzo di ricomposizione che ha portato i suoi benefici anche su altri fronti dello scontro politico italiano.

Hai un messaggio, da parte della InterUnit, da mandare all’Italia?

Ci stanno facendo credere che non sia più il tempo per la lotta, ma solo perché la temono più di ogni altra cosa. Per loro è più facile disinnescarci che combatterci. Per noi limitarci alla difesa di qualche vecchia conquista non può essere abbastanza, ci porterà all’estinzione. Dobbiamo passare al contrattacco e costruire un mondo nuovo. Questa piccola esperienza delle Repubbliche Popolari ci dimostra che è ancora possibile, si può lottare e si può vincere.

Zero

1 Da Aleksandr Dughin, filosofo russo di estrema destra, fautore della costruzione di un vasto impero euroasiatico, teorico di riferimento per neonazisti e rossobruni.

2 Formazione di 500/1000 effettivi che, unita ad altri battaglioni, forma una Brigata, ndr.

3 Nazbol: nazionalisti-bolscevichi. Formazione rossobruna di origine russa, si rifà alle teorie di Dughin, che ne è stato il fondatore e primo presidente prima di lasciarla per spostarsi ancora più a destra verso posizioni apertamente neonaziste.

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RIFLESSIONI

APPUNTI DALL'ERA DEL NULLA

Siamo i figli di mezzo della storia, non abbiamo né uno scopo né un posto. Non abbiamo la Grande Guerra né la Grande Depressione. La nostra grande guerra è quella spirituale, la nostra grande depressione è la nostra vita. Siamo cresciuti con la televisione che ci ha convinti che un giorno saremmo diventati miliardari, miti del cinema, rock star. Ma non è così. E lentamente lo stiamo imparando. E ne abbiamo veramente le palle piene!”
Fight Club, 1999

Contorni sfumati e sapore di plastica. Frammenti di vite accelerate, in fondo, talmente simili da essere interscambiabili.

Il frame di un video mandato in loop per dieci ore. Una serata alterata da droga e alcol in mezzo a conoscenti sconosciuti. Un selfie nel cesso con l’addominale in vista. Le domande di rito per una scopata dell’intensità di una sega. Il mondo visto dallo specchio deformante del social network. Una rissa fuori dal locale per un bicchiere rovesciato.

Una serie di immagini donateci dal nostro presente frustrato e frustrante. Momenti di un tempo tenuto insieme dalla strutturale assenza di senso: proprio questo sembra essere il battito profondo di un’epoca segnata dalla miseria e dalla catastrofe. Ciò che è successo a culture e comunità sparse per il globo sotto l’incedere del capitalismo è oggi diventata una sindrome cronica dell’individuo.

Il mantra produci-consuma-crepa ha invaso ogni angolo della vita: abbaglia il consumatore con i suoi giochini luccicanti sempre nuovi, con le sue offerte sempre rinnovate di divertimento e superfluo benessere e in cambio si prende la vita, la incatena ad un posto di produzione o la getta tra gli scarti, continuando a ripetere che puoi avere tutto. Basta pagarlo.

Per indagare a fondo quest’abisso che è l’esperienza esistenziale occidentale oggi, non basterebbero oceani d’inchiostro e decenni di ricerca e distacco scientifico. Sappiamo però molto bene cos’è quel disagio che stringe alla gola le nostre generazioni. Ne siamo osservatori partecipanti da quando abbiamo emesso il primo vagito. Quando si sentono analisti, cervelloni e critici enunciare che il problema dei giovani (se proprio si voglia dare ancora credito alla stronzata del “disagio giovanile”) siano la droga, la violenza, l’assenza di rapporti umani ci viene da ridere. Sono i problemi questi? No. Sono i sintomi al massimo, o le panacee più precisamente.

La tendenza autodistruttiva dell’animale metropolitano è il suo mantra salvifico, la sua preghiera che lo dota di senso riempiendo per un momento la voragine che cova dentro il petto; l’animale metropolitano consuma il suo tempo come le sostanze, consuma se stesso come le sue relazioni in una coazione a ripetere demenziale, perché fondamentalmente non sa fare altro. È stato educato e programmato a desiderare e consumare.

Molti fanno della vita senza freni una bandiera, uno status quo di cui compiacersi: rivendicano il proprio incedere temporale di aperitivi-feste-after da catena di montaggio gioiosa come rivalsa su un mondo che ci vorrebbe freddi e tristi. Eppure quanti ammettono limpidamente l’ansia che li rode dentro quando la musica e le luci sono spente e la cocaina in corpo s’affievolisce? I minuti di paranoia che s’impongono odiosi tra il fine-serata e il sonno sono forse il momento rivelatore più comprensibile in cui ci appare chiara tutta la miseria di questo tempo e del come lo attraversiamo. Un’epifania triste da consumare in ultimo atto, da soli.

Chi si sia mai approcciato al tema carcere avrà ben presente che l’autolesionismo, al netto delle sue definizioni e implicazioni cliniche, è l’esternazione di tutte quelle pulsioni negative dalla rabbia all’odio, dall’ansia alla frustrazione che, non trovando un obbiettivo contro cui scagliarle, si ritorcono contro se stessi pur di farle fluire all’esterno.

Sempre in tema carcerario, chi è stato detenuto nel periodo delle rivolte ricorda bene come la lotta contro la galera, l’evasione come progetto costante fossero oltre che una pratica politica e resistenziale ben definita, anche e soprattutto un antidoto forte all’annichilimento della persona, all’abbrutimento e all’autolesionismo imposto dalla costrizione: un imporre la propria umanità contro il Nulla.

Negazione dell’imposizione carceraria come pratica politica collettiva, negazione della propria soggettivazione quale recluso come catarsi spirituale personale.

Il parallelismo tra fuori dal carcere e dentro il carcere può forse illuminare il lettore su quale sia la pulsione di un militante politico ad inoltrarsi in un campo che si potrebbe dire Esistenzialista.

Parliamoci onestamente: se qualcuno si mette in testa di sfidare il presente e di rischiare tutto o quasi nel gioco dell’insurrezione non è soltanto per bisogno materiale o coscienza sociale.

In fondo c’è sempre, anche quando negata a sé stessi, una rivolta contro noi stessi quale immagine del mondo deprimente che ci circonda. Vi è un rifiuto intimo e forte di quest’esistenza senza senso che noi per primi perpetriamo come ci è stato insegnato.

Anche quando ci poniamo e autodefiniamo rivoluzionari, non stentiamo a proseguire in un consumo squallido della nostra esperienza di vita. Consumiamo la relazione con i nostri compagni nell’esclusivo momento politico, sia esso lo scontro o l’assemblea, o nella scopata senza passione che ci spacciamo ancora per comunismo degli affetti quando, come ben lo ha definito qualcuno, sarebbe meglio chiamarlo liberismo degli affetti. Consumiamo il nostro dialogo in una battaglia dialettica tra chi ha più nozioni o carisma. Viviamo la nostra militanza come un abito che ci identifica ma di cui ci possiamo sostanzialmente disfare quando cessa di appagarci.

Vogliamo davvero definirci rivoluzionari? Vogliamo davvero distruggere questo mondo-sistema fin nelle sue fondamenta? Allora come cogliamo i terreni dello scontro vertenziale, come interpretiamo l’evolversi materiale delle contraddizioni locali o globali, dobbiamo cogliere anche il dato intimo della sfida, la sua dimensione esistenziale e filosofica. Dobbiamo inseguire e pugnalare questo mondo fin dentro di noi. Altrimenti di poco differiremo da uno zelante parrocchiano.

Prendiamo coscienza di quell’istinto alla rivolta contro noi stessi che ci alberga dentro, non esitiamo ad ammazzare e gettare al ciglio della strada lo sterile animale metropolitano che siamo.

Se la malattia mentale di questo tempo è l’assenza di senso, il vuoto dell’anima, allora la cura sta nell’incendiare le nostre passioni sovversive, nello scegliere di stringere le nostre vite in una complicità tutta umana che si fa politica nello scontro con la disgregazione imperante.

Dotare di senso il nostro tempo significa riempirlo con la costruzione della nostra persona assieme al suo ambiente, significa vivere coscientemente e intensamente ogni momento dell’agire quotidiano come fosse parte integrante della lotta.

Parafrasando, farsi militante rivoluzionario significa anzitutto assegnarsi una felicità difficile ma immediata.

Chi scrive non ci ha mai capito un cazzo di calcio ma ha sempre apprezzato la Curva, e non tanto per il suo carattere muscolare e violento ma per l’intuizione felicissima del vivere collettivamente la passione comune, ancora di più per aver sistematizzato la cifra etica di quest’intuizione: coerenza e mentalità!

Questo a noi oggi sembra mancare: la mentalità, la lente valoriale con cui si interpreta il rapporto con l’esistente; tutte le pratiche e visioni che essa comporta ci dotano di quella forza spirituale che nessuna campagna o slogan – per quanto entusiasmanti – possono darci. La coerenza: la costante e stretta adesione ai principi professati ci pone in sostanziale alterità rispetto al Nulla che ci assedia.

È giunto il momento di strappare il velo di Maya, svelare il trucco. È ora di guardare in faccia le macerie della nostra epoca in tutto il loro dramma, di prendere coraggio e cercare, tra queste macerie, i germogli di una nuova vita, il senso di un nuovo Tempo.

A noi non fanno paura le macerie, perché portiamo un mondo nuovo nei nostri cuori. Questo mondo sta crescendo in questo istante…”
Buenaventura Durruti, 1937

Zero

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INTERNAZIONALISMO

UNA BANDIERA CHIAMATA SOLIDARIETÀ: UN'INTERVISTA AGLI INTERNAZIONALISTI IN ROJAVA

Quella che segue è un’intervista che ci ha rilasciato un compagno internazionalista attualmente impegnato nella guerra in Siria al fianco della Rivoluzione Confederale. Con lui abbiamo provato a delineare un po’ gli ultimi sviluppi di questa lotta e cercato di mettere in luce il fenomeno, inedito per i nostri giorni, dell’internazionalismo militante che sempre più sta coinvolgendo soggetti e strutture che lottano per un cambiamento dell’esistente.

Ciao, voi fate parte dell’Antifa Internationalist Tabur, una formazione internazionalista combattente. Potete raccontarci un po’ la storia di questo gruppo? Come e quando è nato, su quali basi si è costituito, in che attività è attualmente impegnato?

Ciao. Innanzitutto noi facciamo parte dell’AIT, la parola tabur in curdo vuol dire unità o battaglione.

È una formazione internazionalista nata ufficialmente, in origine da pochi compagni, il 20 novembre scorso; la data scelta non è affatto casuale: é un omaggio alla figura del grande rivoluzionario Buenaventura Durruti nell’anniversario della sua morte, il 20 novembre 1937, durante la rivoluzione spagnola.

Le basi ideologiche su cui si è aggregata sono quelle dell’antifascismo, dell’antisessimo, dell’antiautoritarismo ed ovviamente dell’anticapitalismo. Su questo minimo comune denominatore il gruppo è andato via via aumentando i suoi effettivi, segno che le scommesse ed il lavoro che abbiamo fatto sta dando i suoi frutti. L’idea all’origine era quella di essere un punto di riferimento in Rojava per tutti i compagni internazionalisti che venivano unendosi alle YPG/YPJ; per tutte quelle persone che condividono con noi i principi di cui sopra ed anche per quelle che, con meno esperienza politica, abbiano voglia di sperimentarsi nella lotta, evolversi e crescere con noi.

Il battaglione ha partecipato in gennaio alle battaglie sui fronti tra Membij e Al-bab, difendendo il fronte da attacchi esterni, mentre dentro la città di Al-bab la lotta tra esercito turco e ISIS si risolveva con la fuga concordata di quest’ultimi.

Attualmente siamo impegnati nell’operazione Raqqa; siamo ora rientrati dopo due settimane dalle azioni cui abbiamo partecipato per la liberazione della cittadina di Al-Kamarah ad est di Raqqa. Quando non siamo impegnati in nessun fronte, viviamo nella Nokta (base in curdo) in cui le giornate passano tra i vari parxwarde: gli addestramenti militari e ideologici, ma anche lo sport, i giochi, lo stare insieme per divertirsi e per confrontarsi politicamente con gli altri compagni.

Non siete l’unico gruppo di volontari internazionali sul campo; si è visto prima il Lions of Rojava, successivamente l’International Freedom Battalion e molto recentemente l’International Revolutionary People Guerrilla Forces. Quali sono i rapporti politici e organizzativi tra le varie formazioni? C’è un rapporto gerarchico tra esse, di coordinamento orizzontale o di semplice autonomia? Invece qual’è il rapporto rispetto alle YPG/YPJ e le SDF?

No, non siamo assolutamente l’unico gruppo del genere; intanto ti correggo sui Lions of Rojava, che non era un battaglione inquadrato ma un gruppo di collegamento logistico tra lo YPG e gli internazionali, questo da circa un anno non esiste più.

Con gli altri gruppi che hai nominato, l’IFB e l’IRPGF, agiamo ovviamente in coordinazione, tanto per la propaganda quanto per le questioni pratiche. Non c’è affatto un rapporto gerarchico tra di esse; anche perché l’IFB è un gruppo formato da varie realtà anarchiche e comuniste di varie parti del mondo, l’IRPGF è invece dichiaratamente anarchico; ci unisce un fondamento ideologico comune e l’internazionalismo militante.

Nessuna formazione è di per se autonoma ma agiamo tutti in coordinazione; detto ciò, alcuni gruppi come il nostro hanno deciso di entrare organicamente, in quanto Tabur, all’interno dello YPG e delle SDF.

Questa dell’AIT è stata una scelta dettata dalla volontà, già esplicata, di essere un punto di riferimento per gli internazionalisti proprio all’interno dello YPG

C’è stata una sorta di evoluzione nella partecipazione di volontari al fronte: inizialmente si erano viste figure provenienti dal mondo militare, spinte più da una sorta di avventurismo; ora si è giunti ad una situazione in cui gli internazionali sono soprattutto compagni antifascisti che si impegnano nella lotta. Come interpreti questa tendenza all’internazionalismo militante degli ultimi anni?

Negli ultimi anni e soprattutto negli ultimi mesi c’è stata effettivamente un’evoluzione dei volontari accorsi a supportare il Rojava: all’inizio della guerra era presente quella sorta di avventurismo che dite, venivano molti ex militari o fanatici della guerra; oggi invece c’è stato un vero è proprio cambio di rotta; conosco anche ex soldati che hanno lasciato l’esercito e che non sono affatto degli esaltati ma vengono a dare il loro contributo qui come fanno molti compagni e antifascisti. Questo cambio di tendenza in parte è opera di quei compagni che negli anni passati sono venuti in Kurdistan per fare informazione e propaganda su ciò che realmente è la rivoluzione confederale; una rivoluzione portata sotto gli occhi del mondo dall’eroica resistenza di Kobane, che ha messo in luce l’importanza di questa lotta iniziata ufficialmente il 19 luglio del 2012 ma che affonda le sue radici molto più indietro nel passato. Quindi è grazie al lavoro svolto precedentemente dai compagni che vediamo, nell’ultimo anno, l’afflusso di molti volontari nelle fila dello YPG.

Anche gli apparati repressivi degli stati occidentali si sono accorti di questa tendenza internazionalista; si è iniziato a parlare di foreign fighters e di arresti per chi va a combattere all’estero nelle formazioni rivoluzionarie. Quale credi sarà l’atteggiamento degli stati verso questo fenomeno?

Come sempre, gli apparati repressivi d’occidente sono molto attenti a ciò che succede all’interno dei movimenti; c’è da dire che è proprio negli ultimi anni, con l’emergere del fenomeno della solidarietà internazionalista, che hanno iniziato a parlare di foreign fighters: un’etichetta che rifiutiamo perché indicavaoriginariamente chi partiva per andare a combattere nell’ISIS. In Europa gli stati che più si sono distinti per la persecuzione dell’internazionalismo sono ad oggi Spagna e Belgio con l’arresto di molti compagni e compagne tornati da qui.

In Italia si è iniziato a discutere di ciò intorno a settembre, parlando di chi viene a combattere come di terroristi, quando sappiamo che il terrorismo vero è quello di chi fomenta la guerra e di chi compie stragi in Europa come in Siria e dovunque; fino ad ora non c’è stato nessun caso di persecuzione giudiziaria verso gli internazionalisti, in primis perché non vi è ancora nessuna legge che vieti esplicitamente quest’attività ma anche perché è una tesi insostenibile in un processo: come si fa ad accusare una persona di terrorismo quando questa viene qui a combattere l’ISIS e difendere i popoli del nord della Siria proprio dal terrorismo?

Ovviamente il futuro su questo frangente è imprevedibile ed è difficile coglierne le eventuali evoluzioni; possiamo dire intanto che per quanto siano rari ed improbabili i provvedimenti penali, in alcuni stati sono già in atto tentativi di divisione del movimento internazionalista con la classica divisione tra buoni e cattivi che agisce differenziando chi viene a combattere con alle spalle una storia di militanza politica e chi ci viene scevro da un certo background. Finora si è sempre rifiutata con forza questa divisione in quanto chi viene qui lo fa per supportare una rivoluzione e difendere un popolo, e questo lo rende a tutti gli effetti un compagno a prescindere da un qualsiasi “curriculum”.

A chi osserva dalle nostre latitudini è difficile farsi un quadro chiaro della situazione; sono molti gli attori che partecipano, tanto sul campo quanto nella diplomazia internazionale, e lo scenario è assai complesso. Voi avete partecipato da poco alla liberazione di Al-Karamah, nel quadro della campagna per Raqqa.

Cosa potete dirci riguardo alla situazione attuale e alle prospettive di questa guerra di resistenza?

A chi osserva da Occidente quanto avviene qui, ovviamente le notizie arrivano molto annebbiate e confuse, complice l’informazione scorretta e parziale portata avanti dai media mainstream. Pensiamo poi ad i poteri forti in gioco sul campo siriano e basta citare stati come gli USA, la Russia, la Turchia, l’Iran o gli Hezbolla libanesi: ognuno di questi gioca le sue carte a proprio favore, con strategie diverse e spesso opposte che però sono sempre in contrasto con le volontà e i bisogni del popolo siriano e della rivoluzione confederale. L’operazione di Raqqa che va avanti senza soste da novembre, di cui la liberazione di Al-Karamah è stato un piccolo passaggio, è stata avviata anche nel tentativo di unire i vari popoli dell’area in questa lotta: l’obbiettivo principale è certo la liberazione della città e delle zone limitrofe, ma porta con sé questa speranza più grande; basti pensare che dall’inizio dell’operazione più di 5000 arabi si sono uniti alle SDF e allo YPG/YPJ o hanno partecipato con le proprie brigate, assieme a curdi,turchi, turkmeni, armeni e assiri.

Anche nei villaggi liberati sul percorso si è avuta un’ottima risposta dei locali che hanno creato consigli popolari in supporto a questa campagna. È inoltre la partecipazione attiva delle donne che gioca un ruolo fondamentale: se pensiamo ad un villaggio sperduto dove regnano assoluti il maschilismo ed il patriarcato e la rivoluzione si presenta con le donne in prima fila che talvolta dirigono personalmente le operazioni militari, agli occhi di queste persone è un fatto che porta con sè un fortissimo messaggio rivoluzionario.

Per il futuro è difficile fare previsioni ma quello che i compagni e le compagne stanno facendo oggi è gettare dei semi con la speranza che sboccino poi in fiori; è grazie all’impegno, ai sacrifici e alla costanza di questi combattenti se già oggi possiamo vederne i primi frutti; poi è ovvio che i risultati ad esempio dell’operazione Raqqa non si raccoglieranno nel giro di mesi ma di anni. Se questa rivoluzione vincerà, e per ora sta vincendo, sarà certo per il sacrificio dei molti compagni ma anche per il supporto internazionale che può e deve ricevere.

La rivoluzione confederale è strettamente oggi legata alla guerra di resistenza contro ISIS, cosa potete dirci del rapporto tra questi due fattori? Cosa credete sia necessario al successo di questa rivoluzione?

La rivoluzione è nata ufficialmente nel luglio del 2012 con la dichiarazione della Carta del Rojava, quindi ben prima dell’arrivo di ISIS, Al-Nusra e degli altri gruppi islamisti, in questo senso la rivoluzione è un processo indipendente dalla guerra. Poi è stata da conosciuta nel corso del conflitto grazie a Kobane; la guerra però è un deficit che frena l’avanzata rivoluzionaria portandosi dietro anche la chiusura delle frontiere, ad esempio ad est dal Kurdistan iracheno guidato da Barzani e a nord dalla Turchia. La guerra è purtroppo un mezzo necessario per difendersi dal nemico e permettere ai popoli della regione di vivere in libertà, uguaglianza e reciproca tolleranza.

Alla vittoria del Rojava è necessaria la partecipazione attiva di tutti e tutte nel portare avanti questo esperimento ed un lavoro capillare e forte nella società civile; in questo gli schemi ideologici sono difficili spesso da mettere in pratica dopo anni di regime di Assad e dopo che il capitalismo ha invaso pesantemente le vite, il lavoro è quindi ancora molto da fare e richiede impegno e dialogo continui.

Come pensate che possano contribuire i compagni ed i solidali all’estero per supportare attivamente questo processo rivoluzionario? Cosa possono apprendere da esperienze come la rivoluzione curda e la vostra azione internazionalista?

I solidali dall’estero possono supportare in molti modi, innanzitutto con l’informazione reale su ciò che avviene qui o sostenendo economicamente. Si può apprendere molto da quest’esperienza: innanzitutto il dialogo tra le varie etnie o le varie scuole politiche; poi questo processo non è partito dal nulla ma da anni ed anni di duro lavoro, di critica e soprattutto autocritica per analizzare gli errori passati e come non ripeterli, l’adattare alla realtà le nostre idee senza che siano semplici pretese ideologiche.

L’assenza di dialogo, di autocritica, di analisi, di volontà di cogliere le occasioni sono tutti deficit che i movimenti occidentali oggi scontano e che sono di ostacolo al loro avanzamento e che potrebbero cogliere da qui.

Noi siamo venuti qui per supportare l’azione dei popoli qui presenti e combattere l’ISIS; in occasione del Newroz del 21 marzo abbiamo scritto un appello all’unità di tutte le formazioni rivoluzionarie ad unirsi in questa lotta cercando di rompere confini e barriere. Purtroppo in Europa c’è una forte crisi ideologica, di cui noi stessi siamo parte. La nostra azione internazionalista vuole essere un passo avanti in questo senso, vuole essere uno stimolo per tutti coloro che lottano affinché si creino reti di supporto ovunque, che possano cambiare davvero l’esistente.

Per chiudere, volete mandare un messaggio a chi legge dall’Italia?

Sono state molte le critiche ricevute dalla rivoluzione qui in Rojava; ci mancherebbe altro, le critiche sono fatte per migliorare, confrontarsi e crescere insieme. Purtroppo però in Italia si cade spesso in polemiche sterili assolutamente non costruttive e fini a se stesse, senza cercare di costruire un dialogo. Quello che noi diciamo è che comprendiamo tutti i dubbi circa questa rivoluzione, ma siamo consapevoli anche della mancanza di informazione che ci circonda ed invitiamo quindi ad informarsi bene su ciò che avviene qui e di mettersi in gioco per avanzare ed evolversi e cambiare insieme a noi, ai curdi, agli arabi, ai circassi ed a tutti i popoli che lottano al nostro fianco.

Zero

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Rojava1, Siria del Nord.

Ultimamente si è parlato e scritto a fiumi, nel mondo, di questo spicchio di terra fino a pochi anni fa sconosciuto. È stata la difesa eroica di Kobanê contro le forze dell’ISIS a portare alla luce la situazione creatasi nella zona della Siria a maggioranza kurda: l’unico territorio astenutosi dalla guerra civile che imperversa nel Paese da ormai cinque anni e che, ponendo in essere una frattura rivoluzionaria, è diventato una punta di diamante nella lotta all’imperialismo oscurantista del Daesh. (altro…)

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