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Marc Legasse

INTERNAZIONALISMO

PAESE BASCO: DAL PROCESSO DI PACE AL DISARMO

 

“Mostratevi per un istante

sconosciuti dai volti celati, e accogliete

il nostro grazie”.

Bertolt Brecht, Lode del lavoro illegale

Quella che segue è la terza parte di un lavoro di introduzione alla lotta del Movimento Basco di Liberazione Nazionale; precedentemente abbiamo già raccontato la nascita del nazionalismo basco e come si è caratterizzato il Movimento a partire dalla nascita di ETA.

Questo lavoro è un utile strumento per avere qualche base di riferimento per comprendere Euskal Herria. Nei prossimi mesi cercheremo di analizzare in profondità alcune questioni fondamentali e conosceremo più da vicino le varie organizzazioni che compongono la Sinistra Indipendentista.

Nel 2009 sono circa 700 i prigionieri politici baschi rinchiusi nelle carceri spagnole e francesi: subiscono la politica della dispersión, ovvero una pratica repressiva sistematica con cui le autorità statali dispongono la carcerazione a centinaia di chilometri dai Paesi Baschi. Sono numerose le vittime per incidente stradale tra parenti e amici dei prigionieri negli interminabili viaggi che devono sostenere per andare a visitare i propri cari. Varie decine – il numero preciso non è mai stato calcolato – sono gli esiliati in varie zone del mondo: vittime di un’altra pratica in voga principalmente negli anni ’80 quando lo Stato francese smise di riconoscere ai militanti di ETA lo status di rifugiati politici e iniziò a consegnarli alla polizia spagnola che li deportava soprattutto in Africa e Centro-Sud America. Tra le organizzazioni di massa solo il sindacato LAB1 non è stato illegalizzato: il partito Batasuna e l’organizzazione giovanile Segi, invece, sono illegali da anni. (altro…)

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RIFLESSIONI

DI STUPRI, DI DEGRADO E DI MARGINALITÀ

Telegiornale dell’ora di pranzo: notizia di un ennesimo stupro di due ragazzine da parte di due ragazzi Rom. Il tono? Sempre quello da tragedia accompagnato da particolari scabrosi, come se dovessero per forza far salire quell’insieme di disgusto e interesse malato che sembra piacere tanto. Sì, è proprio quello che vogliono fare e chi se ne frega se si parla di persone: l’importante è fare notizia, e in sé e per sé la notizia non serve minimamente a parlare dello stupro, delle cause culturali e materiali che sono alla base di qualsiasi forma di violenza di genere o delle possibili soluzioni a tutto ciò. No, non è questo che interessa. Il sottotitolo della notizia potrebbe essere: “Degrado, cattivo uso dei social, campi rom e immigrazione mettono in serio pericolo le nostre donne”. È sempre la stessa storia trita e ritrita che però sembra non stancare mai: quella tanto decantata opinione pubblica che è subito pronta a riempirsi la bocca famelica delle parole dei mezzi di comunicazione.

Uno stupro è l’occasione perfetta per dire ciò che conviene alla classe dirigente, per mettere in luce qualcosa e adombrarne altre e allora ecco che il giornalista, con il suo tono contrito, dichiara il quartiere Collatino – periferia Est di Roma – uno dei più pericolosi della Capitale, dove il degrado la fa da padrone e la sicurezza – si legga controllo sociale – è scarsa.

Seguiamo però passo passo la notizia, le parole usate, ciò che trapela tra le trame del racconto.

Per prima arriva l’identificazione del quartiere dove si è consumato lo stupro: la periferia. Non importa quanto più o meno vicino al centro sia quel quartiere, quale sia il suo tessuto sociale o il livello economico di chi lo abita; periferia è sempre estrema, marginale, sempre un altrove rispetto a ciò che è normale. Va da sé che normali siano il centro o quartieri non periferici; qui si intende periferico in senso simbolico, nei termini in cui la periferia non è determinata dalla collocazione spaziale lontana dal centro amministrativo e culturale, ma piuttosto da un’insieme di immaginari che la fanno individuare in un determinato luogo. Quando si dice periferia è immediata l’associazione con qualcosa di marginale, di non controllato, dove al potere Statale si sostituisce un potere d’ordine diverso, si potrebbe dire delinquenziale, dove gli scorci sono vie merlati da alti palazzi, piastrellati di strade dissestate, macchiate da aree interstiziali vuote e pericolose. Nella nostra mente si fanno spazio immagini di vite vissute al limite della povertà, della legalità, della normalità appunto. Vite passive, incapaci di migliorarsi e di migliorare lo spazio che attraversano, oggetti e mai soggetti. La periferia non è mai vista – e non si vuole che essa stessa si veda – come soggetto, perché il suo potenziale distruttivo dell’ordine delle cose spaventa e non deve manifestarsi pena il collasso o il compromesso. Che si mantengano allora strati sociali nella loro situazione attuale, che li si nutra di notizie preconfezionate, che si dica loro che è colpa del degrado o degli immigrati, così che il vero nemico possa rimanere al caldo delle sue quattro mura. La somma di questi elementi porta a pensare che sia ovvio che in un quartiere periferico avvengano degli stupri.

Con il concetto di periferia va a braccetto il degrado: questo fantastico, fantasioso degrado che ormai viene sventolato ogni volta che ce n’è occasione, una sorta di barattolo dove si può infilare tutto per non guardare i veri problemi. Guardare al degrado invece che ai casi particolari è un po’ come guardare il dito invece che la luna. Cos’è il degrado? È tutto e niente: è il barbone che dorme in stazione, il rom, è la prostituta sotto casa e i ratti che banchettano tra i cassonetti (cumuli di immondizia non mancano mai nelle periferie), è il pazzo che parla da solo o le giovani ubriache fuori dal pub, sono gli atti “vandalici” dei writers e la rivolta degli abitanti delle case popolari. È tutto ciò che non risponde alle norme di decoro della classe dirigente, alla tranquillità, alla produttività, al rispetto delle regole.

Tornando al servizio del telegiornale, dopo aver descritto come è avvenuto lo stupro si passa alle interviste, e qui l’asino cade con tutto il carretto e pure con il carrettiere: qual è la risposta più ovvia al degrado? Il controllo. Sono gli abitanti stessi che chiedono più sicurezza, più presenza delle forze dell’ordine, senza capire che più controllo non vuol dire quartieri migliori. Più controllo e meno rom, meno immigrati, perché lo sbocco di queste notizie è spesso e tristemente il razzismo. Facile come bere un bicchiere d’acqua è dire “è colpa sua”, del diverso da me: se le cose vanno male, ben più difficile è individuare il vero nemico.

Infine il servizio termina con la specifica che gli stupri si sono verificati mesi prima, ma che le ragazze erano state minacciate e, impaurite, hanno aspettato fino ad ora per denunciare, come se il tempo intercorso tra il fatto e la denuncia debba essere giustificato.

Questo è solo un esempio tra i tanti servizi e articoli che i media di massa diffondono riguardo alla violenza di genere, ma vi è in tutti un filo condutture: quello che parte dalla periferia, passa per il degrado e le migrazioni ed arriva fino alla tanto agognata sicurezza nei quartieri, alla difesa delle “nostre donne”. Quanto pericolose sono tutte queste affermazioni. Tutto è fatto per non risolvere niente. Invece di autorganizzarsi nei quartieri per migliorare qualcosa, per difendersi dagli attacchi delle istituzioni, si trova un nemico facilmente individuabile: lo straniero e/o il degrado. Invece di insegnare sin da piccoli alle bambine l’autodifesa e l’autodeterminazione e ai bambini la parità e il rispetto1, si individuano nella periferia e, ancora una volta, nel degrado e nel migrante la causa degli stupri. Non è nell’interesse della classe dirigente risolvere i reali problemi: piuttosto lo è quello di mantenere lo stato di cose esattamente così com’è.

Le soluzioni sono proposte in continuazione, ma l’interesse istituzionale è altrove: sulle quote rosa e sulla giornata contro la violenza sulle donne (tanto il giorno dopo torna tutto come prima), sulle pubblicità progresso, sui matrimoni gay, mai sull’educazione.

Non si stupra perché si è immigrati, si stupra perché gli uomini sono figli di una cultura patriarcale, perché le condizioni materiali spesso non favoriscono la crescita culturale e personale o il miglioramento.

Nel discorso dei media, che poi è il discorso istituzionale, tutto appare come prestabilito: una sorta di destino cosmico che fa sembrare le cose statiche, immutabili ed eterne. È tutto funzionale affinché niente cambi. Le periferie sono e saranno sempre le discariche umane della società: chi ci vive sembra essere lì sulla base di una volontà superiore, e ovviamente metafisica; le donne continueranno ad essere stuprate almeno che lo Stato non le protegga, almeno che non sguinzagli i suoi cani in ogni via. Che poi questi cani siano uomini e di che specie – quindi pericolosi come tanti altri – non ha importanza, come non ha importanza il loro reale ruolo lì, al margine. Il degrado rimarrà per molto un concetto in voga per racchiudere tutto ciò che si vuole bollare come negativo ed antisociale: gli stranieri, le prostitute, i drogati, gli antagonisti ne saranno i produttori finché ciò farà comodo al discorso egemonico.

A questo punto dobbiamo prendere corda e sasso, legarceli al collo e scegliere un bel ponte da cui buttarci? No. Tutto questo rimarrà così finché si continuerà a chiedere a chi rappresenta il sistema – il quale vuole che tutto rimanga uguale – di risolvere i problemi. Niente muterà finché gli e le abitanti dei quartieri “periferici” non capiranno che non si vive passivamente lo spazio che si attraversa, ma che lo si plasma e lo si deve plasmare in base alle proprie necessità, che il colore della pelle, la religione o la lingua non sono caratteri di un nemico, che le donne possono difendersi da sole, senza l’aiuto di uomini e polizia, che non sono vittime sacrificali, pure vestali di delicato cristallo, ma persone complete e del tutto in grado di affrontare il mondo.

Se le cose stanno così non c’è bisogno di cercare il nemico sulla Luna o su Marte, perché il nemico è proprio lì, qualche km più in là oltre il muro del centro, dietro le porte delle banche, delle borse e delle sedi d’azienda.

Non si vive in periferia perché vi si è caduti da una nuvola: si vive in periferia perché in questa società polarizzata esistono i ricchi ed esistono i poveri, esistono i centri ed esistono le periferie, il margine e l’interno.

MALA SANGRE

1 Non il rispetto da galantuomini, ché quello è figlio dello stesso padre dello stupro, ma quello che viene dal riconoscimento dell’altro o dell’altra come un proprio pari, come un altro essere umano

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INTERNAZIONALISMO

CI LASCIAMO O NON CI LASCIAMO? LA TENSIONE CRESCE IN CATALOGNA

Dopo il 1° ottobre, giorno in cui si è celebrato lo storico Referendum per l’autodeterminazione della Catalogna, segnato dalla feroce repressione dello Stato spagnolo e dalla resistenza e dall’esempio di dignità praticati da centinaia di migliaia di persone in difesa delle urne e dei collegi elettorali, la situazione ha visto un’escalation della tensione e il posizionamento di tutte le forze e soggetti politici. Per comprendere come si è agito sui vari livelli bisogna sviscerare, passo dopo passo, il ruolo che hanno giocato gli attori politici dalle istituzioni ai movimenti di base. (altro…)

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INTERNAZIONALISMO

ETA E IL MOVIMENTO DI LIBERAZIONE NAZIONALE BASCO

“Oh, noi
che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza,
noi non si potè essere gentili.
Ma voi, quando sarà venuta l’ora
che all’uomo un aiuto sia l’uomo,
pensate a noi
con indulgenza”.

Bertolt Brecht, A coloro che verranno, 1938

 

Dalla nascita di ETA all’uccisione di Carrero Blanco

Nel corso degli anni Cinquanta, un gruppo di studenti – riuniti sotto la sigla EGI1 – comincia a riflettere, formarsi, discutere della nazione basca: fa ancora parte delle giovanili del PNV, ma nonostante provi a chiedere un intervento, il lehendakari Agirre non vuole far nulla. Questo gruppo, stanco dell’immobilismo darà vita, il 31 luglio 1959, a ETA2, una nuova organizzazione che si definisce movimento di liberazione nazionale. I primi anni di vita sono caratterizzati principalmente da azioni di propaganda, come la distribuzione di volantini o l’esposizione della ikurriña, ovviamente illegale al tempo. Nonostante fin da subito sia presente un gruppo dedicato alle azioni militari, non si può parlare di vera e propria lotta armata: l’azione più eclatante, peraltro non riuscita, avviene il 18 luglio 1961 con il tentativo di deragliamento di un treno carico di falangisti diretti a Donostia per le celebrazioni del sollevamento militare del 1936. La repressione che si scatenerà sarà spropositata: circa 200 arresti in tutte le province. Questa prima ondata repressiva inaugurerà l’esilio di tantissimi militanti in Iparralde (il Nord). (altro…)

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INTERNAZIONALISMO

LA NASCITA DEL NAZIONALISMO BASCO

Dallo studio dei nazionalismi dell’Ottocento siamo stati abituati a pensare che nel continente europeo ogni nazione abbia ormai già raggiunto la propria istituzionalizzazione in Stato. Abitudine rafforzata dalla fine della storia di cui si parlò in seguito al crollo dell’Unione Sovietica e della Jugoslavia, crolli che avrebbero prodotto la nascita di tanti altri Stati. Dallo studio, invece, dei movimenti della decolonizzazione del Novecento siamo portati a pensare che le lotte per l’indipendenza nazionale avvenissero al di fuori del Vecchio Continente.

C’è, però, una fiammella che anima piccole porzioni di territorio europeo: è una fiamma che in alcuni casi rischia di spegnersi o soffre le intemperie, in altri invece si ravviva e diventa più forte. Catalogna, Scozia, Corsica, Galizia, Paesi Baschi. Di questi ultimi vogliamo parlare in questa trattazione.

L’esistenza del popolo basco è sconosciuta ai più. Altri, pochi, sanno qualcosa: per la maggioranza di questi i baschi sono spagnoli, ma separatisti. Oppure alcuni conoscono l’Athletic Bilbao, la maggiore squadra di calcio. O ancora, in generale, sono conosciuti esclusivamente per l’organizzazione armata ETA.

“La rozzezza poi e la ferocia di queste genti non procede soltanto dal loro costume di vivere sempre in guerra, ma sì anche dall’avere le abitazioni in luoghi gli uni dagli altri disgiunti gran tratto di navigazione o di via: il perché non potendo senza difficoltà ritrovarsi insieme, hanno abbandonato il vivere sociale e l’umanità”.

Strabone (64 a.C.-19 d.C.), Geografia, sui Vasconi e altri popoli vicini

Chi sono i baschi e dove vivono

Cominciamo proprio dall’inizio: il popolo basco pare non avere relazione con alcun popolo vivente oggi nel continente europeo. Relazioni di discendenza-parentela a livello etnico s’intende. Quasi tutti gli studiosi sono concordi nel dire che i baschi vivessero già nella penisola iberica al tempo della diffusione delle popolazioni indo-europee.

La lingua che parlano, euskara, è un mistero: alcuni affermano che abbia minuscole percentuali di somiglianza con dialetti berberi del Marocco oppure con lingue caucasiche; recentemente è stata avanzata l’ipotesi che derivi da una lingua parlata da una popolazione dell’attuale Ciad, Africa. L’unica cosa certa, però, è che ad oggi non si sappia nulla dell’albero genealogico né dell’euskara né del popolo basco.

Euskal Herria1 è il nome con cui i baschi chiamano la loro terra. Si compone di 7 province, 4 sotto occupazione dello Stato spagnolo, 3 sotto quello francese2. La parte sotto occupazione spagnola, corrispondendo al Sud, viene chiamata Hegoalde (che è come la chiameremo d’ora in avanti), mentre quella sotto occupazione francese Iparralde3. La popolazione conta 3 milioni di persone circa, di cui la maggior parte vivono in Hegoalde, e sole poche centinaia di migliaia nel Nord. L’area metropolitana di Bilbao, da sola, arriva a contare un terzo della popolazione basca.

Un po’ di storia

Nel corso dei secoli i baschi sono stati uniti solo per brevi periodi. Uno di questi è quello del Regno di Navarra, in epoca medievale (fino al ‘500), che è stato però costantemente sottoposto ad attacchi e conquiste da parte dei regni circostanti. Uno di questi diede vita alla storica battaglia del 15 agosto 778 d. C.: stiamo parlando di ciò che è conosciuto come la disfatta della retroguardia dell’esercito di Carlo Magno nei pressi di Roncisvalle (Orreaga in basco). O meglio, di ciò che viene raccontato come opera di orde di saraceni. In realtà furono le tribù basche a tendere l’imboscata all’esercito di Carlo Magno. Perché? Perché questi aveva tentato di conquistare Saragozza, dominata dagli arabi, non c’era riuscito e di ritorno in Francia pensò bene di devastare Iruñea, capitale dell’allora Ducato di Vasconia. Da qui, possiamo comprendere il giusto rodimento dei baschi che per rappresaglia tesero un’imboscata a Carlo Magno in un passo dei Pirenei e, narra la leggenda, uccisero anche il suo paladino Orlando.

Il Regno di Castiglia cominciò una progressiva conquista delle province basche della Biscaglia e dell’Araba a partire dall’anno 1000. Nel corso dei secoli successivi le sorti del Regno di Navarra furono altalenanti: nel 1512 tutte le province basche del Sud vennero conquistate dal Regno di Castiglia ed Aragona, che di lì a poco sarebbe diventato il fulcro del Regno di Spagna. Rimasero solo le 3 province a Nord unite sotto la Navarra, ma la loro sorte era segnata: nel 1610 furono definitivamente annesse al Regno di Francia.

I Fueros

Per capire meglio le relazioni tra i baschi e il loro oppressore principale, il Regno di Spagna, dobbiamo guardare all’istituto dei Fueros: si tratta di leggi consuetudinarie che la corona spagnola concedeva alle province basche in cambio di fedeltà. Leggi che di fatto garantivano un’autonomia: i baschi non avevano l’obbligo di prestare servizio militare; stabilivano essi stessi le tasse da corrispondere al Regno; stabilivano e gestivano le dogane interne; amministravano lo sviluppo della propria economia, del commercio e dell’agricoltura, principalmente incentrata sull’unità familiare del baserri4.

I Fueros caratterizzarono la specificità basca nel Regno di Spagna fino al 1876, anno in cui, con la sconfitta nella terza Guerra Carlista5, vennero definitivamente revocati.

Ottocento: industrializzazione, perdita dei Fueros, nascita del nazionalismo

Dalla metà dell’Ottocento alcune zone del Paese Basco furono interessate da una progressiva industrializzazione: una prima conseguenza fu l’immigrazione via via crescente di operai da varie parti dello Stato spagnolo; il settore agricolo entrò in crisi provocando migrazioni interne dalle campagne alle zone industriali. Tra queste, la più importante era la Margen Izquierda6 del fiume Nervión di Bilbao: in effetti sarà la zona industriale centrale per tutta la storia basca.

Nell’ottica di questa industrializzazione, e quindi di espansione del capitale, la cancellazione dei Fueros fu centrale poiché prevedevano una serie di limitazioni al commercio sia interno – con dazi e proibizione dei monopoli – sia esterno poiché di fatto impedivano gli scambi di materie prime e di prodotti. In questo si può dire che si ebbe una convergenza di interessi della corona e oligarchia spagnole e dell’alta borghesia basca: da un lato si recuperava un territorio da una situazione di autonomia e lo si omogeneizzava al resto dello Stato, dall’altro si ottenne la possibilità di commerciare senza limiti e di utilizzare quindi l’enorme mercato spagnolo per la vendita dei prodotti.

Proprio alla fine del secolo iniziò a farsi strada la voce del nazionalismo basco promosso da Sabino Arana: un nazionalismo inizialmente di stampo razzista (contro gli immigrati spagnoli), clericale, espressione della piccola borghesia possidente che vedeva scomparire le proprie possibilità di sviluppo e tradizioni. Un nazionalismo fondato più sull’elemento etnico che su quello linguistico e che portò alla nascita del Partito Nazionalista Basco7 nel 1895. La teoria di Sabino Arana si fondava, infatti, sulla riscoperta della razza basca, caratterizzata dalla massiccia presenza dell’elemento RH negativo nel gruppo sanguigno; inoltre, considerava basco non chi parlasse l’euskara, ma chi avesse almeno 8 cognomi autoctoni. La razza basca era anche cattolica professante: Sabino Arana cercava di evidenziare l’elemento religioso appunto per la definizione della nazione. C’è da dire, comunque, che con il passare del tempo lo stesso Arana si rese conto di quanto alcune sue proposizioni fossero fuori dalla realtà – come il gruppo sanguigno e i cognomi baschi – tanto da ammorbidire le proprie teorizzazioni.

Dopo soli due decenni, alla guida del PNV si pose l’alta borghesia basca: di conseguenza scomparve ogni velleità di progetto indipendentista e si definì una linea regionalista e autonomista che puntava più a curare gli interessi della classe dominante basca in accordo con quella spagnola che a rendere praticabili le esigenze della nazione basca.

A sinistra, invece, fu il Partito Socialista spagnolo8 a farsi portavoce della classe operaia: da un lato perché la maggior parte degli operai erano di origine spagnola, dall’altro perché il nazionalismo basco non aveva né la capacità né la voglia di mettere realmente in discussione l’ordinamento sociale.

Guerra Civile e nazionalismo di sinistra

Negli anni ’30 del Novecento, però, si fa largo una prima definizione di sinistra del nazionalismo grazie alla nascita dell’Azione Nazionalista Basca9: laica e progressista, guarda alle classi popolari, ma non si definisce né socialista né comunista.

Sempre in quegli anni, la Seconda Repubblica spagnola fa ben sperare: grazie al governo del Fronte Popolare viene approvato uno Statuto d’Autonomia per le province basche. Siamo però nel 1936, e il 18 luglio c’è la “sollevazione” militare franchista: lo Statuto viene prima rinviato, poi approvato ad ottobre ma circoscritto alla sola Biscaglia. Avvengono persino delle elezioni, in seguito alle quali verrà designato lehendakari10 José Antonio Agirre. Ma, dopo pochi mesi, il 19 giugno 1937 le truppe franchiste conquisteranno Bilbao.

La Guerra Civile ha significato, per il popolo basco, i bombardamenti di Gernika e Durango, migliaia di incarcerazioni, migliaia di fucilazioni, un numero spropositato di persone in fuga che saranno protagoniste della diaspora basca11. Più nel dettaglio, le province basche si trovarono divise dalla sollevazione militare franchista: l’Araba e la Navarra entrarono nel Fronte nazionalista (pur se la maggioranza della popolazione rimase fedele alla Repubblica), mentre Biscaglia e Gipuzkoa lottarono fino alla fine per la Repubblica e per il Fronte Popolare. Il governo basco istituì, inoltre, l’Euzko Gudarostea12, ovvero i battaglioni di difesa delle terre basche cui si unirono migliaia di combattenti.

I primi anni della dittatura franchista

I primi anni di dittatura sono durissimi: il regime vieta qualsiasi manifestazione, pubblica o privata, della lingua e cultura basche. Nega, in altre parole, l’essenza di un popolo. Impone la spagnolizzazione di nomi e cognomi, punisce gli alunni che a scuola si esprimono in basco, vengono segnalati alla polizia quanti lo parlano per strada. Questo regime repressivo porterà l’euskara sull’orlo dell’estinzione.

Dal punto di vista politico quasi nulla si muove: il governo di Agirre va in esilio in Belgio, spera in un intervento degli USA e delle potenze alleate nel corso della Seconda Guerra Mondiale che rovesci Franco e reistituisca la Repubblica. All’interno, il PNV mantiene ancora un’organizzazione clandestina formale, ma è totalmente inattiva.

In questo scenario il popolo basco sta per dire definitivamente addio alle proprie speranze non solo di indipendenza, ma addirittura di esistenza stessa in quanto popolo.

Sul finire degli anni ’50, però, un gruppo di giovani studenti decide che è arrivato il momento di agire…

Marc Légasse

Eusko Gudariak

Eusko Gudariak gara
Euskadi askatzeko,
gerturik daukagu odola
bere aldez emateko.

Irrintzi bat entzun da
mendi tontorrean
goazen gudari danok
Ikurriñan atzean!

Combattenti Baschi

Siamo Combattenti Baschi

per liberare Euskadi,

generoso è il sangue

che versiamo per essa.

Si sente un irrintzi13

dalla cima del monte:

Andiamo gudaris tutti

dietro l’Ikurriña14!

 

1 Herria significa “popolo”, ma anche “territorio”, “paese”. Euskal deriva da euskara, la lingua basca. Il significato di Euskal Herria potrebbe essere dunque “popolo che parla il basco” oppure “paese in cui si parla il basco”. Un basco (una persona) si traduce con euskaldun, che significa letteralmente “colui che tiene (parla) il basco”. Già da queste cose basilari vediamo lo stretto legame e identificazione del popolo basco con la lingua.

2Le 3 province sotto occupazione francese si chiamano Lapurdi, Zuberoa e Behe Nafarroa (Bassa Navarra). Le 4 sotto occupazione spagnola: Bizkaia (Biscaglia), Araba, Gipuzkoa, Nafarroa (Navarra). La capitale storica dei baschi è Iruñea (Pamplona), in Navarra. Attualmente la città più grande e importante sotto un profilo economico è Bilbao, in Biscaglia.

3Hego significa Sud, Ipar vuole dire Nord.

4Classico casale di campagna/montagna, cui corrispondeva un appezzamento di terra.

5Guerre di successione al trono di Spagna.

6In basco Ezkerraldea, significa “Riva sinistra” e comprende gli agglomerati urbani che si estendono dai confini della Bilbao propriamente detta. I centri più importanti sono Barakaldo, Sestao, Portugalete.

7Euzko Alderdi Jeltzalea, Partido Nacionalista Vasco. D’ora in avanti useremo la sigla PNV. Ad oggi, può essere definito come una sorta di Democrazia Cristiana basca, ma più progressista e antifascista di quella italiana. Come elettorato di riferimento ha tutta la borghesia e gran parte del ceto medio.

8Partido Socialista Obrero de España (d’ora in avanti PSOE), la cui sede basca venne inaugurata nel 1892.

9Eusko Abertzale Ekintza, Acción Nacionalista Vasca, d’ora in avanti ANV.

10Primo ministro.

11Su una popolazione all’epoca di 1.325.000 persone, le stime parlano di: 48mila morti, 87mila prigionieri, 150mila esiliati, 596mila sancionados.

12Fu il primo momento nella storia recente dei baschi in cui comparve la figura del gudari, il combattente. Successivamente, nella tradizione popolare i militanti di ETA verranno chiamati anch’essi gudari, a testimonianza del filo rosso che collega la resistenza durante la Guerra Civile e la lotta armata per l’indipendenza e il socialismo. Ad esempio, il Movimento di Liberazione Nazionale riconosce come proprio inno l’Eusko gudariak (combattenti baschi), di cui proponiamo testo e traduzione a fine articolo.

13Irrintzi significa grido. Nella tradizione popolare è, però, un grido particolare: è un antico modo utilizzato per comunicare sulle montagne, molto simile a quello di alcune popolazioni nordafricane. O per fare un paragone più semplice: al grido di Xena, la principessa-guerriera.

14Ikurra in basco vuol dire bandiera. L’Ikurriña è la bandiera basca, disegnata da Sabino Arana, con i colori rosso, verde, bianco.

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