close

Oreste

RIFLESSIONISUGGESTIONI

MA QUALE INVASIONE… FERMIAMO LA FUGA!

D’estate, come di consueto, il tema dell’immigrazione conquista ancora più posizioni nel dibattito pubblico, e al contempo indietreggia ulteriormente di qualche passo il livello di competenza e serietà con cui si affronta la questione. Negli anni passati si parlava soprattutto di aumenti degli sbarchi, ma quest’anno in territorio libico e in alcuni dei paesi di origine le partenze sono state rese molto più difficili, con la coercizione di forze militari e paramilitari e la regIa politica dei nostri governi. Il dibattito da ombrellone nell’opinione pubblica italiana si è quindi concentrato sulla trita e ritrita questione dell’“invasione”, dei vari centri abitati piccoli o grandi che sostengono di “non poter più sostenere altri arrivi”, fino ad arrivare alla geniale idea di sgomberare un enorme palazzo occupato da 4 anni da centinaia di richiedenti asilo eritrei e somali a piazza Indipendenza, a due passi dalla stazione Termini. Un evento gravissimo e drammatico, che però ha avuto dei risvolti importanti che non ci possono lasciare indifferenti. Innanzitutto il caos politico e concettuale in cui si sono auto-gettati PD e Movimento 5 stelle, che inseguono nella loro propaganda la destra più becera, ma poi restano schiacciati dalle proprie stesse contraddizioni alla prova dei fatti. Anche perché si trattava di richiedenti asilo, ai quali, stando ai trattati internazionali, una casa gliela deve dare lo Stato, il quale quindi doveva solo ringraziarli di averci pensato da soli ad occuparsela, altro che sgombero. La retorica legalitaria e questurina della “guerra agli abusivi” funziona per raccattare qualche titolo sui giornali e contendere qualche voto alla destra, ma all’atto pratico crea enormi problemi, a partire dall’aver lasciato per strada, invece che dentro un palazzo, centinaia di persone, per poi rincarare la dose con le selvagge cariche di pochi giorni fa, che hanno fatto esplodere un autentico bubbone all’interno dell’“intellighenzia” (verrebbe da ridere) della presunta sinistra italiana. Che senso hanno scene come queste? Non è meglio lasciare la gente dentro i palazzi occupati piuttosto che scatenare la guerriglia urbana? Addirittura il “fascista del decoro” Minniti arriva ad ipotizzare di utilizzare beni confiscati alla mafia per tamponare l’emergenza abitativa. Ovvio che alle promesse di personaggi del genere diamo il giusto credito, ma se ciò accadesse anche una sola volta, sarebbe la riprova che i rapporti di forza possono costringere anche i governi peggiori ad attuare misure socialmente sensate. Il punto è sempre lo stesso: è necessario costringerli a farlo. La destra, dal canto suo, ha gioco più facile e continua semplicemente a vomitare odio e a fomentare la guerra tra poveri, che però è un’arma a doppio taglio, come sta sperimentando sulla propria pelle, a suon di bastonate, la destra suprematista americana.
Veniamo a noi: la vicenda di piazza Indipendenza ha ridato fiato anche al nostro punto di vista, quello della solidarietà di classe, anche perché le forze politiche istituzionali continuano in una rincorsa a destra che lascia tantissimo terreno per argomenti radicalmente opposti. Una grande manifestazione ha sfilato per le vie di Roma e continuano assemblee pubbliche, momenti di confronto e prese di parola da parte delle realtà “di movimento” in senso lato. In un contesto del genere, e con il futuro difficile che abbiamo davanti in termini di agibilità politica, appare però fondamentale trovare l’angolazione giusta dalla quale affrontare il tema delle migrazioni e scardinare convinzioni largamente diffuse tra la popolazione, ma basate sui contenuti nulli della propaganda mediatica. Questa angolazione non può che partire da valutazioni materialiste, e un dato su tutti non può più essere ignorato: il nostro è un paese di emigrazione molto più che di immigrazione. I dati del 2016 parlano di 180mila arrivi e 250mila partenze di italiani verso altri paesi. E non per una vacanza o un erasmus, ma per rimanerci. Nella stragrande maggioranza dei casi, a fare lavori umili, non certo a fare tutti quanti i ricercatori nei laboratori del Cern di Ginevra. La retorica dei “ragazzi che cercano fortuna all’estero”, dei “cervelli in fuga”, viene ancora usata ma fa acqua da tutte le parti.
E quindi, se vogliamo tornare a essere efficaci, a parlare alla maggioranza delle persone e farci capire, va bene continuare a contrastare il razzismo e la guerra tra poveri strada per strada, ma dobbiamo rivolgerci in modo convincente anche agli sfruttati nati e cresciuti qui. Prima che emigrino, o che si facciano trascinare dal disagio e dalla propaganda razzista.
La narrazione pubblica è importante, fondamentale in un periodo come questo, di fake news e di licenza di sparare qualunque minchiata. E non significa solo ciò che si scrive sui social, ma ciò che si risponde sull’autobus all’idiota che fa discorsi razzisti, ciò che si dice nelle assemblee di quartiere, che si argomenta a cena con parenti qualunquisti. E ciò che si propone di fare sul terreno della lotta.
In poche parole, la nostra attenzione non può essere rivolta solo ai migranti. Perché un paese da cui emigrano 250mila persone all’anno (Istat) ha tantissimi altri problemi, che come antagonisti, o meglio come rivoluzionari, non possiamo ignorare o sottovalutare. La solidarietà umana e politica, la mano tesa verso chi è in estrema difficoltà, non deve mai mancare, e su questo ci siamo. Ma il discorso politico deve iniziare a essere più coraggioso, e a usare i numeri, non è possibile che ci riduciamo a essere semplicemente dei missionari che invitano alla bontà e alla tolleranza verso gli ultimi. Bontà e tolleranza un cazzo. Il fatto che i nostri amici, i nostri cugini, i nostri compagni se ne vadano altrove invece che provare a strappare qualcosa di meglio qui, nella loro terra, è un fatto sanguinosamente doloroso, che grida vendetta, e che ha dei responsabili. Perché noi che ancora proviamo a starci in Italia lo sappiamo come funziona: alternanza scuola-lavoro, stage e tirocini gratuiti, mesi o anni con paghe da fame prima di arrivare a uno stipendio decente (ovvero in grado di coprire le spese e nulla più), servizi sociali assenti, prospettiva di vivere con i genitori o se va bene con 4 coinquilini fino a 40 anni. Una vita di merda. Che fa venire voglia di emigrare. In alcuni casi anche di uccidersi. E, sarà un discorso cinico, ma i numeri di chi sta messo così sono infinitamente più alti di quelli dei migranti. Se non riusciamo a parlargli è colpa nostra. Se diamo l’impressione di curarci solo di un’esigua minoranza, vuol dire che abbiamo un problema. Non facciamoci trascinare dalla retorica dei razzisti, che concentrano tutto su una singola questione per buttarla in caciara, e quindi attaccano a testa bassa il migrante. Noi non dobbiamo solo difendere il migrante, dobbiamo riprenderci gli autoctoni. Evitare che emigrino, o che si facciano mangiare il cervello dalla propaganda. Cominciando davvero a non essere timidi quando sentiamo i discorsi di merda al lavoro, a scuola, sull’autobus. A dire che non te la puoi prendere con l’immigrato quando tuo nipote fa la stessa sua vita a Londra, dove lava i piatti in uno scantinato. E che a fare quella vita ce l’hanno costretto i padroni e i politici italiani.
Oltre al discorso, ovviamente, c’è l’azione, e lì il terreno si complica, ma le possibilità ci sono. È fondamentale che si individuino terreni di lotta che interessino le masse, la maggioranza delle persone. Perché una lotta non la si fa per convinzione etica. O meglio, la fa solo chi parte da un forte convincimento ideologico, ma sarà sempre un’esigua minoranza. La lotta parte dai bisogni, da ciò che brucia sulla pelle di ognuno. Non possiamo quindi sperare che la lotta per i diritti dei migranti venga attivamente abbracciata da chissà quanta gente. E poi, noi rifiutiamo le frontiere e le divisioni tra persone basate sull’etnia e la provenienza geografica. E preferiamo di conseguenza parlare di sfruttati, non di migranti. Dobbiamo far dimenticare agli autoctoni le inutili polemiche da talk show non tanto prendendo parte anche noi a quelle polemiche, ma proponendo la lotta di classe. Un inizio, ma è solo un esempio tra tanti, potrebbe essere una lotta dura contro l’alternanza scuola-lavoro, condotta da studenti, genitori e docenti (quindi potenzialmente tantissima gente) rifiutando in toto di prestarsi a un simile scempio, che è il simbolo più alto della barbarie a cui ci ha portato la nostra classe politica e imprenditoriale, un vero e proprio ritorno allo sfruttamento del lavoro minorile, che per di più peggiora le condizioni di tutti i lavoratori.
Non serve che diventino tutti antirazzisti, non serve un convincimento ideologico da missionari: serve far luce sulle dinamiche di classe e individuare dei nemici. Perché i tempi sono duri, e in tempi simili le masse hanno bisogno di nemici. Sarà bene che iniziamo ad indicarglieli noi, altrimenti potremmo finire per diventarlo noi, e sarebbe la più grande delle sconfitte. Noi buoni non lo siamo stati mai, perché dovremmo cominciare proprio ora?

ORESTE

Vai all'articolo
RIFLESSIONI

DOVE NASCONO L'AMORE E L'ODIO: GENOVA PER NOI

Nell’estate del 2001, la generazione di compagni a cui apparteniamo, quella per intenderci protagonista dei movimenti studenteschi del 2008 e del 2010, e adesso affaccendata nella difficile ricostruzione di una lotta di classe potente, era ancora piccola. Chi adesso ha tra i 25 e i 30 anni o poco più, ne aveva allora tra i 10 e i 15. Troppo piccoli non solo per esserci, ma anche per avere un’idea chiara degli accadimenti, delle cause, delle parti in gioco. Abbastanza grandi però per riuscircene a interessare, per capire in linea di massima quello che diceva il telegiornale o l’editoriale di un quotidiano, per impressionarsi vedendo immagini forti, per iniziare timidamente a confrontarsi a tavola con i parenti o a scuola con qualche coetaneo più “sveglio”. E in quell’età in cui ancora le giornate sono occupate in larga parte dalle partite di pallone ai giardini, o al limite dai primi videogame di qualità decente che qualche amico riusciva a procurarsi, di avvenimenti storici ve ne furono. In quell’estate stavamo ancora imparando a fare i conti con la nuova moneta che ci avevano appioppato in tasca, più veloci noi piccoli, confusi e macchinosi i grandi e i vecchi, che continueranno per anni a fare l’equivalenza dei prezzi con le “vecchie Lire”. Di certo, eravamo già abbastanza grandi per ricordare tuttora che, vecchia o nuova moneta, il nostro potere d’acquisto era parecchio superiore, che noi e la gente intorno a noi avevamo un tenore di vita che oggi ci sognamo, ma nonostante questo c’era chi aveva la lungimiranza di scendere in piazza per avvertire tutti del destino crudele che i padroni di tutto il mondo ci stavano preparando, azzeccandoci in pieno. Ma aver avuto ragione su tutta la linea è solo una beffa in più. E a proposito di eventi epocali, appena finita quell’estate, in un caldo e assolato pomeriggio di settembre ci incollammo tutti ai televisori con gli occhi sgranati guardando andare in fumo i simboli di quegli USA che avevamo sempre ritenuto un colosso inattaccabile. Fu un punto di svolta: l’inizio della guerra globale preventiva e dall’altra parte della minaccia terroristica costante con cui facciamo i conti ancora oggi. Facendo due conti al volo, in 16 anni ci siamo fatti sottrarre una quantità di ricchezza da un lato, e di libertà dall’altro, che fa paura. E questo è stato possibile anche perché, durante quell’estate, è successo anche qualcos’altro di epocale. Quella che, per noi, è stata una vera epifania, forse addirittura una seconda nascita, causata, come spesso accade in natura, da una morte.

Il punto qui non è fare un’analisi del movimento No Global, fin troppo sfaccettato forse anche per poter essere definito “movimento”. Dai salotti buoni della sinistra radical, a lotte sociali fortissime, serie e radicali, dai pacifisti alla teppa, c’era davvero di tutto. Quello che qui preme sottolineare è il clima sociale. Il fatto che in tutto il mondo l’opposizione al liberismo, alle logiche guerrafondaie, allo sfruttamento selvaggio, fosse forte, che un discorso anticapitalista fosse di fatto egemone nella società. Non nel senso che fosse maggioritario, ma che si imponeva, costringeva tutti a parlarne, a prendere in qualche modo posizione, a vedere in quelle maree umane che si palesavano in ogni angolo del mondo a contestare i vertici dei “Grandi”, spesso scontrandosi con la polizia, una speranza oppure una minaccia. E il clima che si costruì intorno al G8 di Genova fu davvero quello di una finalissima. Nostro malgrado, detto a posteriori. Perché se una finalissima la perdi, le conseguenze sono terribili, e non essendo quello un torneo sportivo, magari la logica della finalissima sarebbe stato meglio non sposarla. Ma tant’è. Nei mesi precedenti non si parlò d’altro. E noi, ragazzini che già coltivavano ambizioni da adulti, fummo assorbiti dal vortice, complice anche l’estate e quindi l’assenza sia della scuola che dello sport, che fosse praticato o visto da spettatori. Certo, non è che si giunse a formarsi opinioni di senso compiuto sui meccanismi economici della globalizzazione, sul dissesto idrogeologico causato dallo sfruttamento dei territori, o sul riscaldamento globale. Per quanto riguarda il sottoscritto, nemmeno a capire davvero se parteggiare per i manifestanti oppure no. Ma l’attesa era enorme, il disinteresse non era un’opzione ammissibile.

E poi tutto divenne più chiaro, quando finì il tempo dei discorsi e lo scorrere plastico degli eventi si palesò davanti ai nostri occhi, crudo e spietato. E le nostre vite cambiarono, per sempre. Perché dedicare la vita, o larga parte di essa, alla militanza politica, non è una scelta da poco. Magari da piccolo non te lo saresti mai immaginato. Certo, non è che dal giorno dopo ci si mise a volantinare in quartiere, o a fare il collettivo alle scuole medie. Ma la scintilla era scoccata, e non si tornava più indietro, si era diventati compagni. Negli anni seguenti sarebbero arrivate le fondamenta di tutto quanto: i libri letti, le teorizzazioni sentite e fatte, le spiegazioni dei più grandi, le esperienze concrete, le lotte organizzate dando il proprio contributo in prima persona. Ma in quei giorni di fine luglio emettemmo il primo vagito. Perché vedemmo di cosa è capace lo Stato per difendere le vite e gli interessi dei suoi uomini più potenti, e di conseguenza dei ricchi e dei padroni di tutto il mondo. Vedemmo, con occhi ancora innocenti, una violenza davvero efferata, premeditata, goduta e gustata da parte di ogni singolo pezzo di merda di celerino. Vedemmo, nella crudele sequenza del filmato preso dal vivo, la vita sprizzare nel fuoco della rivolta e un secondo dopo giacere a terra, con un buco poco sotto l’occhio. Sapemmo delle torture effettuate con soddisfazione e divertimento, a freddo, nelle caserme, e dell’Arancia Meccanica della Diaz.

E dall’altra parte, nonostante tutto, apprezzammo il coraggio e la dignità, che apparivano davvero enormi, sovrumani, di chi resisteva, non scappava, combatteva. E provammo simpatia, da subito, per chi affronta la piazza a testa alta, piuttosto che per chi si destreggia tra mille distinguo.

E capimmo che a questa gente, agli otto grandi, agli sbirri, e al sistema che rappresentavano e difendevano, non bastava augurare ogni male. Bisognava dare il proprio contributo per farglielo. Perché i Nostri erano in piazza e ci sarebbero tornati, e prima o poi ne avremmo viste di nuovo delle belle, e noi ci saremmo stati. Fare la rivoluzione e fargliele finalmente pagare tutte, nel nome di tutti gli sfruttati della storia. O se questo sarà impossibile, essere almeno una fastidiosa zanzara che turba il sonno dei potenti senza dare pace.

La figura di Carlo è stata oltraggiata dal nemico in ogni modo, e questo non può stupirci. Molto probabilmente è stata abusata anche da noi stessi, nel senso che trattarlo da eroe appare ingiusto sia verso di lui che verso la mentalità collettiva che dovremmo avere. Ma ce lo possiamo anche perdonare, almeno noi che ce la siamo vissuta in quel modo da adolescenti. Resta il fatto che quelle giornate, e la sua morte più di ogni altra cosa, ci hanno insegnato, o forse è meglio dire rivelato, qualcosa che nella vita è fondamentale: che bisogna amare con forza e odiare con ancora più forza. Amare i tuoi compagni di strada, fino all’estremo sacrificio, e odiare chi li mette in pericolo. Per sempre. E non è soltanto un ragionamento lucido e razionale, e neanche uno slancio morale o un qualcosa che a Carlo “gli promettiamo” o “gli giuriamo”. Semplicemente, è qualcosa che è entrato dentro di noi e non se ne andrà più.

Ciao Carlo

Oreste

Vai all'articolo
RIFLESSIONI

SANTA PALOMBA, PIANETA TERRA

L’area compresa tra la stazione di Pomezia e la zona industriale di Santa Palomba, già di per sé, non evoca pensieri festosi. Chi non la conosce può provare a chiudere gli occhi e immaginare il tragitto che molti operai a molti orari diversi percorrono ogni giorno a piedi: l’uscita dalla stazione con alle spalle la mega-fabbrica della Fiorucci e un’innaturale e inquietante puzza di carne lavorata. L’attraversamento del grosso parcheggio, spettrale quando è buio, pieno di fazzoletti e preservativi, dove i pendolari lasciano la macchina (Pomezia città dista vari chilometri dalla stazione). L’attraversamento dell’Ardeatina, una sorta di terno al lotto tra camion e auto che sfrecciano surfando sulle innumerevoli buche. Infine la zona industriale con il suo dedalo di vie e i capannoni tutti uguali che ti inghiottono per un tot di ore. Un panorama squallido e allo stesso tempo idealtipico, ci saranno centinaia di posti simili in Italia, a metà tra la periferia metropolitana e la provincia anonima e produttiva.

Questo viavai di sfruttati, come in una rappresentazione teatrale che si ripete ogni giorno, andando e tornando si imbatte in quella categoria di sfruttate che invece tendenzialmente trovi lì ferma, le stesse persone allo stesso posto, come se anche il bordo della strada fosse una postazione fissa in catena di montaggio, da cui non ti puoi allontanare neanche di un metro. Ragazze dell’Est Europa, perlopiù belle ma già sfiorite nonostante la giovanissima età. Le africane sono un po’ più nascoste, proprio nei dintorni della stazione. Loro invece sono proprio in bella vista sia di giorno che di notte, su un marciapiede lungo un rettilineo dell’Ardeatina, strada trafficatissima, la principale arteria della zona. Il contesto è quello tipico da cartolina del degrado: un marciapiede stretto, sporco e reso quasi impraticabile proprio dai mucchietti di cenere e cianfrusaglie lasciati dai roghi fatti dalle ragazze per scaldarsi, e dai chiodi arrugginiti, tantissimi, persi dalle assi di legno andate in fumo. Tutto intorno sterpaglie piene di ogni tipo di monnezza. Dietro, i capannoni della zona industriale. All’orizzonte, unica cosa che allieta la vista, i paesi dei Castelli Romani, che sembrano aggrapparsi alle colline per non cadere in quella sorta di girone infernale.

Dietro le spalle delle ragazze c’è una casa a due piani, un po’ diroccata a livello superficiale ma dall’aspetto solido, e con un giardino che se venisse curato sarebbe anche grazioso. Fino a qualche tempo fa era palesemente vuota, adesso invece brulica di vita: finestre aperte, panni stesi, anche qualche bambino che scorrazza, il cancello ridipinto. E spesso, parcheggiate fuori dal cancello e quindi sul bordo dell’Ardeatina, varie Bmw con targhe straniere. Uno sfoggio niente male. Interpelliamo un attimo il cittadino perbene e legalitario che ognuno di noi tiene segregato in un angolo della propria coscienza proprio per interpellarlo in casi simili: «Ma come è possibile tutto questo al bordo di una delle principali arterie dell’hinterland meridionale della Capitale? Basta che passi una volante per capire chi sono quelle ragazze e chi sono quei tizi con macchine costose che hanno creato questa situazione da “casa e bottega”, e porre fine alla situazione». Come sempre, il ragionamento del cittadino perbene è sciocco e superficiale. Evidentemente la sbirraglia di zona prende una bella “stecca” dai trafficanti, ed è una cosa vecchia come il mondo. Certo, ogni tanto ci sono periodi di maggiore discrezione, alcuni giorni le ragazze non ci sono, ma di norma gli affari procedono. Meglio per le ragazze non incappare anche nelle mani della legge, per quanto possibile. Per quanto riguarda i trafficanti, noialtri non siamo gente che invoca l’intervento dello Stato e la galera. Certo, nella scala dell’infamia umana sono ancora più in alto (o più in basso) degli sbirri stessi, ma sarà nostro compito trovare una soluzione anche per loro. Il nodo centrale del discorso resta quello per cui la prostituzione, anche e soprattutto quella così sporca e squallida delle strade di periferia, va avanti in modo galoppante e spesso esibito perché è un fondamentale nutrimento della società capitalista e patriarcale in cui siamo immersi.

Perché qui non stiamo certo nel dibattito femminista, pur interessante, sulla libertà di disporre del proprio corpo eventualmente anche come mezzo di sostentamento. Un dibattito che merita di essere approfondito a parte. Qui il discorso è un altro, perché nessuna persona sana di mente sceglierebbe di andare a esercitare la professione al bordo dell’Ardeatina nella zona industriale di Santa Palomba. Appare chiaro che stiamo parlando di uno dei gradini più bassi, se non il più basso, dello sfruttamento di un essere umano.

E qui interviene il discorso, che faccio da maschio, più soggettivo: quello sulla clientela. Lungi dal voler fare discorsi moralisti sull’opportunità o meno di fare sesso a pagamento, perché qui il tema è proprio un altro. Vedi queste ragazze vestite con il classico abbigliamento grottesco da carnevale sadomaso, e anche se da lontano le vedi improvvisare balletti alle macchine che passano, quando passi loro accanto non puoi non notare gli sguardi assenti, lontani, che non hanno nemmeno la forza di essere tristi. Ci leggi tutte le false promesse, le illusioni, e poi il calcio in culo che le ha buttate in mezzo a una strada, le notti al freddo, gli innumerevoli stupri subiti dagli aguzzini e quelli, a pagamento, dei clienti. E anche, con ogni probabilità, la somministrazione di qualche droga di pessima qualità. E il dubbio che salta alla mente è proprio di funzionalità fisica: come fai a eccitarti? In un parcheggio freddo e buio, nella tua macchina in compagnia di un essere umano vestito con l’abito di scena, che porta scritte in volto tutte le tragedie del mondo e vorrebbe essere ovunque tranne che lì con te. Il fatto che tanti maschi la ritengano una cosa desiderabile fa davvero pensare a quanto schifo faccia questa società non solo dal punto di vista dello sfruttamento economico, ma proprio da quello dei modelli di relazione sociale. Se preferisci spendere 30 euro per stare con una di queste disgraziate nel parcheggio della stazione di Pomezia invece che passare una serata con tua moglie, vogliamo buttare a mare questa schifezza della “famiglia tradizionale”? Lasciare mogli, mariti, fidanzati e reinventarsi qualcosa? Se un ragazzetto non è capace di provarci con una ragazza che gli piace, ma passa le giornate a stalkerare sconosciute sui social al grido di “cagna” e magari spende la paghetta sempre con le ragazze di Santa Palomba, vogliamo riconoscere che c’è un problema grosso? Che siamo inseriti in modelli sociali che in realtà la gente stessa non sopporta, se non grazie alla somministrazione di una serie di svaghi, ovviamente a pagamento e a danno di qualcuno?

Riguardo alle ragazze, la loro liberazione non può che passare dalla lotta di classe, sarà banale ma è così. Perché in una società così marcia, il fatto che magari un tipo coi soldi si innamori di te, ti riscatti e ti si sposi assomiglia più a una prigionia dorata che a una liberazione. Così come il fatto di “fare carriera” e diventare magari un “quadro intermedio” dell’organizzazione criminale, ad esempio una reclutatrice di ragazze, ti farà solo diventare una sfruttatrice a tua volta, e non una persona libera. La loro liberazione non potrà che percorrere la stessa strada di quella di tutte le altre persone che lavorano nei capannoni lì attorno, e che vendono a loro modo il proprio corpo e il proprio tempo, magari in modi appena più rassicuranti e meno scomodi e pericolosi. La società dello sfruttamento si nutre della carne del facchino, del grafico e della prostituta, salvarsi o riscattarsi ognuno per conto suo è impossibile. Poche centinaia di metri di strada a volte rappresentano interi mondi.

Oreste

Vai all'articolo
INTERNAZIONALISMO

IL SULTANO E GABRIELE

Il sequestro di Gabriele Del Grande avviene nel contesto di una Turchia lanciata in una svolta dittatoriale interna e in un espansionismo bellico che dura ormai da anni. Un Paese in cui voci come la sua e quella di tanti altri vanno messe a tacere. Compito nostro è aiutare queste voci a risuonare e sostenere chi lotta per la libertà.

(altro…)

Vai all'articolo