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CONTRIBUTIFORMAZIONE

ECONOMIA NELLA CONOSCENZA: PER UN RIPENSAMENTO DELLA CRITICA SCOLASTICA DI PIERRE BOURDIEU

Partendo dai temi trattati nella prima parte del saggio vorremmo ora evidenziare come, a nostro avviso, si possa rileggere l’opera del sociologo francese Pierre Bourdieu sulla scuola alla luce dei cambiamenti accorsi dopo il Processo di Bologna. Inizialmente vorremmo riportare brevemente l’analisi della riproduzione scolastica avanzata da Bourdieu insieme a Jean-Claude Passeron, per poi riprendere gli elementi sottolineati nei paragrafi precedenti e, in conclusione, vedere se e in quali termini possiamo parlare di un “nuovo sistema di violenza simbolica”.

La riflessione dei due sociologi sul valore distintivo del sapere e sul ruolo dell’intellettuale comincia negli anni sessanta con la pubblicazione di un’inchiesta sugli studenti delle Grandes Écoles, I delfini edito nel 1964, e La riproduzione uscito nel 1970. Questi testi minano direttamente l’asse portante dell’ideologia democratica sulla scuola secondo il quale il percorso d’istruzione promuove la mobilità sociale degli individui, spiegando come, suo malgrado, il sistema educativo contribuisce a riprodurre la struttura di classe esistente. In altri termini la scuola, invece di appianare le differenze di classe grazie all’azione pedagogica, favorisce gli studenti e le studentesse che possono vantare un capitale culturale maggiore derivato dalla tradizione famigliare. La cultura “prescrive leggi o regole, e in rapporto a queste leggi o a queste regole ci sono alcuni che risultano più adatti o adattabili, e altri meno”. È in questo senso che Bourdieu introduce il concetto di violenza simbolica, per sottolineare come questa forma particolare di cultura imposta come universale e quindi legittimata socialmente, sia in realtà frutto delle disposizioni particolari della classe dominante. Attraverso questa forma di violenza inconscia l’individuo subisce

“l’inculcazione di forme mentali, di strutture mentali arbitrarie, storiche – l’inculcazione che plasma, in qualche modo, gli spiriti e che li rende, poi, disponibili ad effetti di imposizione fondati sulla riattivazione di queste categorie. […] In fondo la violenza simbolica è una violenza che potremmo chiamare cognitiva: è una violenza che può funzionare solo appoggiandosi sulle strutture cognitive di chi la subisce”.

Questo sistema di potere arbitrario riproduce i rapporti di forza esistenti in quanto ricalca nella sua operatività le strutture di dominio ad esso soggiacenti. L’istituto scolastico, apparentemente fondato sul principio del merito individuale, è invece l’apparato fondamentale che rimarca la classificazione sociale basata sull’appartenenza famigliare. Il valore sociale dell’individuo viene sancito dalla scuola che, per i principi ordinativi che abbiamo delineato, tenderà da una parte a favorire gli studenti appartenenti alla classi sociali benestanti e dall’altra a promuovere gli studenti che si modulano sui valori imposti dall’autorità pedagogica, ovvero quelli delle classi dominanti.

Riprendendo i termini del discorso che abbiamo introdotto nel nostro contributo vorremmo qui sottolineare come il processo di riforma del sistema universitario europeo abbia influito su questa particolare dinamica descritta da Pierre Bourdieu. Senza voler considerare altri aspetti forse sottovalutati dal sociologo francese, quali l’importanza progressiva che ha assunto la cultura mediatica e informatica a scapito di quella scolastica o l’esasperazione della società dei consumi già evidenziata da Jean Baudrillard, crediamo che il Processo di Bologna sia esemplificativo in quanto punto d’arrivo di un percorso storico di riforma dell’istituto scolastico cominciato con i movimenti di protesta degli anni Sessanta e Settanta. La svalutazione progressiva che la cultura, o meglio il processo di acculturazione, ha subito negli ultimi decenni ha gettato le basi ideologiche e fattuali per una rimodulazione del valore della sanzione scolastica. Se, come abbiamo descritto nei paragrafi precedenti, il meccanismo di riproduzione sociale determinato dalla scuola era necessario in quanto modellava gli studenti in una gerarchia e classificazione sociale funzionale al sistema produttivo, ora i termini sembrano invertiti. Non è più la scuola ma bensì il campo economico, in quanto campo dominante, a determinare il valore sociale dell’individuo. Il sistema produttivo è divenuto così pervicace nella struttura sociale che non ha più bisogno di ricercare una legittimazione, che sia esplicita o implicita, passando per il percorso pedagogico. La razionalità strumentale del pensiero neoliberale ha pervaso gli ambiti del vivere sociale introducendo criteri classificatori derivati dalla tradizione economica negli ambienti e apparati più diversi. Rispetto al campo accademico abbiamo cercato di definire questo spostamento valoriale analizzando i concetti di efficienza e rendicontabilità, ma potremmo facilmente estendere il discorso anche ad altri campi del vivere sociale. Con il Processo di Bologna abbiamo visto come l’ideologia dominante, quella neoliberale, ha pervaso la discussione in merito alle riforme volte alla standardizzazione dell’università, agendo quindi sul campo politico per produrre un cambiamento strutturale. A fronte di uno svilimento progressivo del concetto stesso di cultura, l’istituto scolastico non determina più il valore sociale dell’individuo ma viene limitato dal sistema stesso come apparato finalizzato a erogare titoli di acculturazione. D’altra parte l’economia neoliberale stabilisce le classificazioni sociali nelle quali i soggetti si potranno inserire una volta ricevuto dalla scuola i titoli necessari1. Il ciclo di violenza simbolica si è quindi rimodulato cambiando i termini dell’equazione ma non il risultato del sistema. Il campo economico determina il valore dell’individuo considerandolo in funzione delle necessità del sistema produttivo; perché questo sia possibile è necessario che l’istituto scolastico sia riformato secondo i dettami della legge economica attraverso un provvedimento politico che ne avvalli la legittimità. Questo porta a valutare (rendicontazione) l’autorità pedagogica come più o meno funzionale alle necessità produttive di sistema, rivoltando quindi la logica simbolica descritta da Bourdieu. Se prima il sistema d’insegnamento, grazie a un’autonomia relativa, riproduceva le differenze di classe ma, allo stesso tempo, era capace anche di installare una certa resistenza politico-culturale al campo dominante, ora si potrebbe quasi dire che la distinzione funzionale tra i campi non esiste più. Ciò non vuol dire rifiutare di definire il campo scolastico nella sua particolarità (con una forma specifica di distribuzione di capitale e una serie di attori in conflitto per le posizioni dominanti), ma sostanzializzare il rapporto di subordinazione rispetto al campo economico.

Per un’Università critica e autonoma

È interessante rilevare come il processo di riforma del sistema universitario europeo che abbiamo qui brevemente trattato sia cominciato a Bologna dove nel 1088 è stata fondata la prima università in epoca medioevale. Se in quegli anni lo studio universitario era confinato a un’élite ristretta appartenente alle classi sociali più agiate, oggi si parla invece di università di massa per indicare la possibilità per un numero crescente di persone di accedere agli studi superiori. Nella Knowledge economy, come abbiamo visto, questo processo di massificazione sociale, umana e educativa è considerato come necessario e imprescindibile per affrontare le sfide che impone la globalizzazione economica. Lo sviluppo del sistema economico, la competizione a livello europeo e globale, necessitano di un numero sempre crescente di persone competenti, altamente specializzate ed efficienti. L’educazione accademica e la ricerca scientifica, in stretto contatto con il mondo del lavoro, non possono più rivolgersi verso un’élite ristretta e selezionata ma devono trovare il modo di allargare le potenzialità del settore educativo in relazione con le richieste del campo economico. Allo stesso tempo, questo processo riformistico deve porre attenzione a non diminuire la qualità e l’eccellenza dei percorsi a fronte dell’entrata di migliaia di nuovi studenti all’interno delle mura universitarie. Se concettualmente, quindi, l’educazione elitista medioevale e quella massificata sembrano nozioni in completa contraddizione, i due termini si sono dovuti fondere in un nuovo paradigma educativo. In Europa questo nuovo paradigma si è tradotto nello “Spazio Europeo dell’Istruzione Superiore” che è andato a creare un’università di élite all’interno di un sistema massificato di alta educazione. Attraverso i sistemi valutativi di cui abbiamo parlato, le istituzioni accademiche sono costrette a ridimensionare la propria attività per diventare poli d’eccellenza e quindi ricevere fondi necessari per la propria sopravvivenza e, dall’altra parte, devono curare comunque un livello d’istruzione basilare che permetta di rispettare i dettami dell’educazione massificata.

Quello che si può rilevare davanti a queste considerazioni è la perdita progressiva per l’università di quello statuto autonomo che le aveva permesso da una parte di costituirsi come fucina di sapere critico e, dall’altra, di progredire senza dover confrontarsi e soggiacere ai dettami dei campi dominanti, primo tra tutti quello economico. Riprendendo Bourdieu, crediamo che il compito principale che l’Università debba intraprendere sia appunto quello di recuperare l’autonomia che le è stata tolta a causa degli attacchi del sistema ideologico neoliberale. La dissoluzione del confine tra pubblico e privato portata avanti dal capitalismo contemporaneo ha dotato le istituzioni di studi superiori di un certo grado di autonomia, ma soltanto per poterle poi considerare nel sistema alla stregua di qualsiasi impresa privata, sottoponendole quindi a quel controllo continuo di cui abbiamo trattato parlando di efficienza e rendicontabilità. A fronte di questo “tutti coloro che concepiscono la cultura come strumento di libertà che presuppone la libertà, come modus operandi che consente il superamento permanente dell’opus operatum, della cultura cosa” devono impegnarsi nel recuperare quell’autonomia necessaria per affrancarsi dai poteri dominanti e poter svolgere ricerca sociale in maniera indipendente, contribuendo così al bene sociale. Se è vero che la costituzione di una Internazionale degli intellettuali come sosteneva Bourdieu è compito difficile, siamo coscienti che tale sforzo politico non possa esimersi dal costituirsi in ottica internazionale per affrontare le sfide poste da riforme come quella dello “Spazio Europeo di Istruzione Superiore”.

  • 1Una funzione che Bourdieu indicava come afferente all’istituzione pubblica, come sostiene nel Corso al College de France sullo Stato: “Uno delle funzioni più generali dello Stato, infatti, è la produzione e canonizzazione delle classificazioni sociali”.

Calvin

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RIFLESSIONI

DEI DOMINI E LE LORO MACERIE

In un’isoletta nel mezzo dell’Oceano Pacifico, a oltre 2000 km dal più vicino continente, decine di migliaia di carcasse di albatros vengono filmate e fotografate per un semplice e terrificante motivo: sono piene di plastica. In quelle che erano le loro budella vengono ritrovati accendini, tappi di bottiglia, tubetti, perfettamente intatti e scoloriti tra scheletri e piume.

Dopo terribili agonie, quegli animali così lontani dalla vita umana sono morti per aver ingerito enormi quantità di plastica.

Si calcola che tra neanche trent’anni ci sarà più plastica che pesci negli oceani. Il 95% della plastica che usiamo viene gettato dopo averlo usato poche volte; e la plastica non solo è un derivato del petrolio, risorsa per cui si continuano a portare avanti spietate guerre imperialiste, ma spesso finisce nei mari dove viene ingerita da pesci, tartarughe e uccelli. Sì, un bel po’ di plastica ce la mangiamo anche noi quando mangiamo sushi o bastoncini Findus, ma il punto non è quello.

E il punto non è neanche l’inquinamento in sé, o il provocare dolore e morte a esseri estranei al consumismo, o l’etica vegana con la sua frequente dose di ipocrisia, ma quello che sta alla base di quanto accade almeno dall’Ottocento e che ha a che vedere con altri ambiti della vita umana: il dominio e lo sfruttamento.

Siamo abituati a pensare, noi compagne e compagni, che lo sfruttamento sia solo opera dell’uomo sull’uomo; lo sfruttamento della manodopera, lo sfruttamento dei lavoratori, lo sfruttamento della prostituzione. Posto che l’uomo ha sempre sfruttato altri uomini e altre donne quando si trovava in una posizione di potere, è dalla rivoluzione industriale in poi che questo tipo di sfruttamento ha assunto proporzioni di massa. Con una rapidità impressionante, l’industrializzazione ha travolto il mondo intero, portando a tutto quello che conosciamo e viviamo oggi. Dobbiamo sempre partire da lì, da quando l’idea di profitto a tutti i costi, principio economico ben noto alla borghesia europea da secoli, ha sfondato i confini del pensabile fino a diventare caposaldo indiscutibile delle nostre economie globali.

Ma una delle grandi trasformazioni innescate dalla rivoluzione industriale ha a che vedere con lo sfruttamento industriale della natura e degli animali. Non serve fare l’elenco delle indicibili sofferenze a cui sono costretti miliardi di animali negli allevamenti industriali, o delle devastanti conseguenze delle monoculture, o di come l’agrobusiness stia modificando i rapporti di forza nel mondo. E’ geopolitica, e noi la conosciamo. E poi abbiamo tutti Internet.

Il problema è che abbiamo inquadrato questo tipo di dominio dell’uomo all’interno del campo etico; le varie campagne mediatiche in difesa degli animali hanno puntato sulla pena, sulla pietas, sul senso di colpa. Imprese responsabili di devastazioni umane e ambientali enormi hanno cercato di ripulirsi perché l’essere green oggi ti fa vendere meglio, così metti a tacere tutti quei vegani benpensanti occidentali.

Ma allora perché tutto continua a peggiorare? Perché nonostante l’opinione pubblica mondiale sia a conoscenza di quanto dolore provoca non solo ai contadini indigeni ma anche ai pesci del mare, di quanto faccia male a consumare e buttare via, di quanto sia terribilmente colpevole per il suo stile di vita, niente cambia?

Questa è la stessa domanda per cui ci chiediamo perché continuino a morire centinaia di donne in Italia per mano di uomini possessivi e violenti, se ormai ne parliamo tutti di femminicidio. E per cui ci siamo chiesti per generazioni perché, nonostante l’evidenza dello sfruttamento inumano sulla pelle degli operai e dei minatori e delle prostitute, niente cambiasse davvero.

Sembra sempre che quello spettro non abbia mai spesso di aggirarsi inquieto nel mondo. Sembra anzi che facciamo di tutto per tenerlo in vita, ma perché non siamo capaci di arrivare mai al cuore della questione.

La devastazione ambientale della nostra epoca è, né più né meno, l’ennesima faccia della stessa medaglia. Lo sfruttamento per fare profitto.

Ma anche noi abbiamo interiorizzato l’idea per cui non sia poi così sbagliato sfruttare la natura, riempire le gabbie di esseri viventi e senzienti strappandogli il becco, lasciandoli esposti per tutta la vita a luci accecanti per farli crescere prima. Riempire di ormoni degli animali perché più sono grassi e più soldi fanno fare. E’ business. E’ capitalismo. Produrre plastica fino a farne soffocare miliardi di uccelli marini è una conseguenza del nostro sistema economico, e niente, niente può ridurre la portata di quanto stiamo contribuendo a fare fino a che non si sradicherà il principio di dominio che ha portato a questo e a tutto il resto.

E lo sanno bene tutti coloro che nella storia sono stati dall’altra parte della barricata: non sconfiggi il nemico fino a che non lo sconfiggi anche nei tuoi spazi, nei tuoi luoghi di vita e socialità. Come non sconfiggi il sessismo facendo qualche presentazione di libro, così non puoi limitarti (ammesso anche che lo facciamo!) a consumare meno plastica alle tue iniziative. Questi sono palliativi e noi li consideriamo moderati e fumo negli occhi.

E’ al cuore di questa gravissima odierna forma di sfruttamento che dobbiamo andare. Non solo perché siamo arrivati al punto di trattare degli essere viventi come merce da catena di montaggio (neanche Marx era riuscito ad immaginarlo!) ma perché questa volta il capitale sta sterminando qualcosa che non ha davvero il potere di lottare. E non per mancanza di coscienza di classe, ma per altri ovvi motivi.

Per molto tempo la battaglia ambientale è rimasta confinata ai salotti o all’associazionismo, ma ora dobbiamo davvero assumerci la responsabilità di questa nuova fase del dominio del capitale e della prevaricazione dello sfruttatore. Forse fino ad ora abbiamo sbagliato i termini del problema, ma continuare a ignorare quanto sta succedendo non ha giustificazione.

Ebe

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CONTRIBUTIFORMAZIONE

L'ECONOMIA NELLA CONOSCENZA: UN'ANALISI POLITICA DELLO SPAZIO EUROPEO DELL'ISTRUZIONE SUPERIORE

 

“Nelle fabbriche il capitale – come macchine ci usò.

Nelle sue scuole la morale – di chi comanda ci insegnò.”

(Internazionale di Franco Fortini)

Il saggio si struttura su tre diversi piani:

  • Inizialmente descriverò il processo di costruzione dello “Spazio Europeo dell’Istruzione Superiore”, partendo dalla Dichiarazione di Bologna del 1999 e toccando i punti focali dei successivi incontri internazionali;

  • Nel paragrafo seguente cercherò di evidenziare il portato politico di tali provvedimenti e come si possa analizzare alla luce delle ristrutturazioni del capitalismo neoliberale;

  • Nella seconda parte mostrerò come i punti analizzati precedentemente ci inducano a ripensare l’analisi dell’istituto scolastico compiuta dal sociologo francese Pierre Bourdieu alla luce dei cambiamenti accorsi e rifletterò sulla possibilità che l’Università possa tornare ad essere un soggetto centrale nel dibattito politico nazionale e internazionale.

Lo “Spazio Europeo dell’Istruzione Superiore” e il Processo di Bologna

Con la denominazione “Spazio Europeo dell’Istruzione Superiore” si intende un accordo intergovernativo di collaborazione tra vari Ministeri dell’Istruzione volto a rendere maggiormente comparabili e compatibili i sistemi d’istruzione superiore dei paesi afferenti. L’iniziativa parte dal cosiddetto “Processo di Bologna” del giugno 1999, un convegno tenutosi all’Università di Bologna in cui si sono incontrati i rappresentanti di 29 Paesi europei per fissare le basi programmatiche del provvedimento di riforma universitaria.

Nella Dichiarazione finale del Processo di Bologna vengono identificati otto punti principali su cui si struttura il piano di modifica del sistema universitario europeo:

  • creazione di uno “spazio di alta educazione”;

  • come obiettivo primario far sì che le università europee possano essere più competitive sul mercato internazionale;

  • l’adozione di un sistema di certificazioni – titoli – che possa essere esteso a tutti i Paesi e così incoraggiare la mobilità e le possibilità occupazionali dei lavoratori europei all’interno delle nazioni firmatarie;

  • l’adozione di un sistema formativo che preveda due diversi cicli: uno di primo livello della durata di almeno tre anni – Bachelor – e uno di specializzazione o secondo livello della durata generica di due anni – Master;

  • la strutturazione di un sistema di crediti universitari – sistema ECTS – che stabilisca una relazione quantitativa tra l’ammontare di ore di studio e la riuscita di un esame;

  • la promozione della mobilità di studenti, insegnanti e ricercatori;

  • l’implementazione di una serie di criteri e metodologie che possano certificare la qualità dell’insegnamento al di là delle differenze nazionali;

  • la promozione della “dimensione europea dell’istruzione superiore”, un concetto non meglio specificato.

La Dichiarazione di Bologna, come si può notare da questi punti centrali del programma, ha quindi come obiettivo primario quello di accrescere la competitività internazionale degli istituti europei di alta formazione. Perché questo sia possibile vengono previste una serie di riforme strutturali dei sistemi universitari nei vari Paesi, così da uniformare il sistema sia dal punto di vista dei titoli e delle certificazioni, ma anche rispetto al sistema di controllo a cui verranno sottoposte le singole Facoltà. L’organizzazione così prevista si avvicina molto, e in alcuni casi ne è la diretta estensione, a quella inglese, di cui riprende la divisione in due cicli del percorso di studio e, soprattutto, l’attenzione per il mercato del lavoro e le sue esigenze. Nella Dichiarazione di Parigi del 1998 che ha fissato i punti centrali poi discussi nell’incontro di Bologna l’anno successivo, i rappresentanti ministeriali presenti (Francia, Germania, Italia, Gran Bretagna) avevano rilevato la scarsa attrattiva che il sistema d’istruzione europeo aveva nei confronti degli studenti extracomunitari. A differenza dei Paesi anglofoni come Stati Uniti, Canada, Australia e, in parte, anche la Gran Bretagna, l’Europa si trovava svantaggiata in questo contesto, in parte a causa della questione linguistica ma soprattutto per la particolare offerta disciplinare delle sue Università. Furono probabilmente queste considerazioni che fecero sì che il modello di riforma universitaria su cui si orientarono i ministri presenti si avvicinasse così tanto al sistema britannico, preso come modello virtuoso di buona organizzazione.

Aumentare l’attrattiva del sistema universitario europeo in ottica economica fu uno dei punti chiave dell’incontro che si tenne nel marzo 2000 a Lisbona, dove i ministri europei arrivarono alla conclusione che il sistema europeo di istruzione superiore dovesse diventare maggiormente competitivo e dinamico per affrontare le dinamiche concorrenziali a livello globale. È chiaro come le dichiarazioni di Parigi, Lisbona e Bologna siano parte di un discorso più globale che si è sedimentato in quegli anni e che ancora oggi costituisce il nucleo fondante della politica europea sull’istruzione. Se dal Processo di Bologna non risulta così evidente, le Dichiarazioni di Parigi e Lisbona avanzano chiaramente l’idea che anche l’educazione debba essere considerata da un punto di vista economico, un bene commerciabile che deve essere standardizzato per valicare i confini nazionali e reso appetibile per attrarre gli investimenti stranieri – umani e non. Volendo fare un parallelismo, l’introduzione del sistema dei crediti universitari – Sistema ECTS (European Credit Transfer and Accumulation) – può essere considerato alla pari della diffusione della moneta unica: è stato implementata una struttura regolativa che, basandosi su un criterio matematico-quantitativo, può travalicare le differenze nazionali, superando in questo modo sia le difficoltà linguistiche che quelle inerenti ai diversi piani disciplinari. A differenza dell’Euro, il sistema di crediti – così come molti degli otto punti fissati a Bologna – non è stato introdotto contemporaneamente in tutti i Paesi aderenti, ma l’obiettivo del provvedimento risulta comunque chiaro: creare un mercato europeo dell’istruzione superiore per diventare maggiormente competitivi a livello globale e attrarre di conseguenza studenti stranieri – soprattutto dall’Asia – e finanziamenti per la ricerca.

Se questo può essere considerato come l’obiettivo principale di questo percorso, i numerosi incontri che sono susseguiti al Processo di Bologna, di cui l’ultimo si è tenuto a maggio 2015 in Armenia, sono invece serviti a definire la “posta in gioco” e, soprattutto “le regole del gioco”. Identificare un complesso di obiettivi e incoraggiare i governi nazionali a prendere provvedimenti per raggiungerli è stato uno dei traguardi più importanti degli incontri susseguitisi a Bologna, un potente meccanismo di coercizione in mano ai rappresentati dell’Unione Europea. È proprio su tali meccanismi di naturalizzazione del potere che bisogna concentrarci per disvelare quelle logiche occulte che vengono demistificate dietro a provvedimenti assunti come regola e perciò non contestabili.

La riforma universitaria in ottica neoliberale

Il contesto politico nel quale è stata formulata la Dichiarazione di Bologna e i successivi provvedimenti in ambito educativo europeo sono parte di un processo globale di ristrutturazione statale che vede il passaggio dallo Stato sociale ad un modello di organizzazione neoliberale. Il programma neoliberale ha come assioma centrale l’introduzione delle logiche del “libero” mercato all’interno di ogni ambito della vita pubblica, includendo quindi anche i provvedimenti di assistenza sociale e i cosiddetti pubblici servizi. Al di là di una disamina sul principio regolatore dell’economia neoliberale che non approfondiremo in questo saggio, quello che ci interessa rilevare è come due aspetti di tale visione si siano insinuati profondamente all’interno del campo educativo, determinandone quindi i cambiamenti che si sono prodotti negli ultimi anni. Vorremmo partire da due concetti messi in evidenza proprio dalla Dichiarazione di Bologna e evidenziati successivamente anche negli incontri successivi, ovvero l’idea di efficienza e di rendicontazione – efficiency & accountability.

L’idea di efficienza, tratta direttamente dal gergo economico come quella di rendicontazione, implica l’accettazione della logica costi-benefici come principio regolativo del bene pubblico: a fronte degli investimenti che vengono fatti nel settore educativo bisogna porre attenzione all’allocazione di tali risorse per evitare di perdere il denaro in settori considerati come non produttivi. Ancorato a tale concetto vi è quello di rendicontazione: per poter considerare quali settori hanno una bilancia dei pagamenti positiva bisogna poter controllare e calcolare quanto beneficio, in termini economici naturalmente, viene restituito alla collettività, privata o pubblica non importa in quanto si tende comunque a non distinguere tra le due connotazioni. Questi due concetti costituiscono l’asse portante della riforma universitaria europea, i punti focali che accostati a termini come “conoscenza”, “educazione” e “insegnamento” hanno creato quell’apparato ideologico che è punto di forza di tale riforma.

Quello che si è venuto a formare sotto l’egida neoliberale è un sistema egemonico che si basa su un assioma di razionalità strumentale, un sistema di razionalizzazione e omologazione che ha condotto alcuni autori in tempi recenti a parlare di “McDonaldizzazione della società”. Se prima tale sistema veniva applicato principalmente nel settore imprenditoriale privato, ora si è esteso anche a quello pubblico, senza per questo modificare i suoi principi chiave tra i quali: un ampio potere dei manager a cui seguono riorganizzazioni interne delle strutture decisionali in senso verticistico; una maggiore enfasi sul settore del marketing a fini produttivi; un’ottica aziendalistica che mira a razionalizzare gli assetti a fini di una maggiore produttività futura. Il fenomeno della valutazione universitaria1 rientra pienamente in questo sistema di riorganizzazione: la costruzione di classifiche basate su punti mai realmente discussi all’interno delle stesse istituzioni a cui vengono applicate coinvolge l’Università in quanto struttura statale, ma si ripercuote fino a influenzare il lavoro di ricercatori, personale docente e studenti stessi. Come si poterebbero considerare in altro modo i vari sistemi di classificazione che si basano sul numero di citazioni, sulle pubblicazioni in riviste più o meno riconosciute o sull’appartenenza o meno a dipartimenti o Facoltà di prestigio?

L’avvento di tali logiche all’interno dell’Università deve indurre comunque a riflettere sui meccanismi interni che la regolavano prima di questa “managerizzazione” forzata, soprattutto a fronte della risibile resistenza che tale processo di ristrutturazione ha incontrato. La logica dell’autocontrollo e autovalutazione che il sistema accademico aveva formalmente o informalmente costruito, tra cui il “giudizio fra pari”, non ha permesso di contrastare una dinamica che in breve tempo si è diffusa in tutti i settori interessati2. L’autonomia universitaria è stata difesa strenuamente dai rappresentanti del mondo universitario con la convinzione che potesse dotare gli istituti di alta educazione di quelle possibilità decisionali e di ricerca necessarie a crescere qualitativamente e quantitativamente. Questo discorso si è rivelato vincente da un certo punto di vista, ma non ha permesso, anche a fronte di quelle dinamiche interne che rivelavamo prima, di poter imporre una dialettica costruttiva nel momento in cui veniva attaccata l’accademia. Il sistema universitario – non esente già prima da critiche riguardo a questa chiusura elitista – ha visto minare alle basi il meccanismo di controllo che si era dato, spostato – ma non risolto – dalla figura professionale a quella manageriale. L’aspetto importante da rilevare è che questo “movimento” interno al campo non è giustificato da nessuna base – fattuale o logica che sia – che dimostri il valore positivo di tale provvedimento. Ci troviamo davanti non più a una ristrutturazione interna al campo accademico, ma a una forte ingerenza del campo economico dominante che impone la sua logica regolativa anche ai sottocampi dominati. Quello che era considerato un diritto riconosciuto legalmente ai cittadini – il diritto allo studio fino ai suoi massimi gradi – si è trasformato in un bene commercializzabile senza che a questo cambiamento si sia accompagnato un dibattito politico a livello nazionale o europeo.

  • 1In Italia la valutazione degli istituti universitari viene svolta dall’ANVUR (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca), istituita per decreto legge nel 2006. L’agenzia ha fatto richiesta di entrare nel ENQA (European Association of Quality Assurance), suo omologo europeo creato dopo il Processo di Bologna, ma dopo due anni di verifiche la domanda è stata rifiutata.

  • 2Il sistema del “giudizio fra pari” seppur diffuso informalmente in molte Università, non viene riconosciuto formalmente. Una delle poche a farlo è l’Università degli Studi della Tuscia all’Art.16 comma 5 del proprio Statuto interno che regola le modalità d’azione in caso di provvedimenti disciplinari contro personale docente.

Calvin

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RIFLESSIONISUGGESTIONI

NON ROVINARE LA NOSTRA AMICIZIA PER CINQUE MINUTI

È strano pensare a come un uomo incredibilmente ricco e potente, abituato ad avere tutto quello che desidera (come donne bellissime e giovanissime ai suoi piedi) si trovi ora abbandonato da tutti, travolto dall’improvviso coraggio che sta animando quelle donne che lo hanno dovuto compiacere e che ne hanno subito il suo ricatto maschilista. Immagino un grande uomo disperato che non ha più quel sorriso beffardo di chi ha il mondo ai suoi piedi, ma la disperazione di un imperatore detronizzato rimasto solo nella stanza del potere.

Quello che fa ribrezzo è l’ipocrisia della corte corrotta che ha prosperato fino a quel momento grazie al potere di quell’uomo, e che ora si precipita a prenderne le distanze: si vogliono tutti lavare le mani, la rispettabile famiglia Obama, la democratica Hillary Clinton, i vari comitati, le varie aziende, i vari attori maschi increduli, proprio quel mondo che ha ignorato il sistema di potere che è sempre esistito ad Hollywood. (altro…)

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INTERNAZIONALISMO

1° Ott: REFERENDUM IN CATALOGNA [diretta]

Aggiornamento finale

Quando il 1° ottobre è già terminato, vengono finalmente resi noti i dati ufficiali del Referendum: su 5.343.358 aventi diritto hanno votato 2.262.424 persone, pari a circa il 42 %. Di questi, 2.020.144 hanno votato Sì, il 90 %, e solo 176mila No, il 7,8 %.

Abbastanza chiaro il dato che emerge dalle votazioni, anche se è da rimarcare che, come riporta il Governo catalano, sono stati chiusi circa 400 seggi nell’arco della giornata e il clima di repressione, conclusosi con 844 feriti, ha sicuramente influito sull’affluenza.

A Referendum concluso bisognerà tirare le somme: 2 milioni di catalani hanno scelto di essere indipendenti e di creare una Repubblica. Il Presidente del governo Puigdemont aveva già affermato, nel corso della serata, che darà seguito al risultato delle votazioni e a quanto previsto nella Legge del Referendum approvata qualche settimana fa.

Il 1° ottobre è stata una giornata lunghissima e intensa. Martedì 3 la mobilitazione proseguirà con lo Sciopero generale cui hanno aderito anche le associazioni della cittadinanza Omnium e Assemblea Nazionale Catalana.

VISCA CATALUNYA LLIURE!

VIVA LA CATALOGNA LIBERA!

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Aggiornamento ore 21:30

Il presidente del governo spagnolo Mariano Rajoy ha annunciato in conferenza stampa che non è avvenuto alcun Referendum (“è stata solo una messinscena”), e ha rivendicato l’operato repressivo delle forze di polizia. Difatti il bilancio della giornata, al momento, parla solo di: 92 seggi chiusi, 320 seggi attaccati, 3 arresti, 761 feriti di cui 128 in ospedale e due in gravi condizioni. In Catalogna oggi c’è stata una messinscena.

Il governo catalano, dal canto suo, ha calcolato che si sono mobilitate circa 3 milioni di persone, anche se non corrispondano al numero esatto dei voti (a causa della repressione). L’affluenza è stimata attorno al 57 %. Non sarà possibile avere dati certi prima delle 22, quando probabilmente arriveranno i primi risultati dello scrutinio.

Da evidenziare che nessuno sta tornando a casa: sono ancora migliaia le persone che difendono i seggi e attendono di conoscere i risultati.

La solidarietà internazionalista ha mobilitato quasi 5mila persone a Madrid e almeno 3mila a Valencia.

Madrid, Puerta del Sol (foto da La Directa)

Valencia, foto da La Directa

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Aggiornamento ore 20:20

Secondo il Dipartimento della Salute catalano al momento si contano 761 persone ferite: di queste 128 hanno dovuto ricorrere alle cure in ospedale e due sarebbero gravi.

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Aggiornamento ore 19:55

Quando mancano pochi minuti alla chiusura dei seggi (alle 20), la notizia più importante viene dal Governo catalano: la Policia Nacional e la Guardia Civil sono riuscite a chiudere solamente 92 collegi dei 2315 totali, ovvero giusto un 4 %. In questo link una mappa interattiva che descrive la situazione dei seggi aperti (in verde) e chiusi (in rosso). Non vengono ancora rilasciati dati ufficiali dell’affluenza, anche se si vocifera che abbia raggiunto il 50 % nei seggi in cui tutto si è svolto senza incidenti e repressione.

La Generalitat e le organizzazioni indipendentiste hanno invitato la popolazione a resistere ancora in queste ore per portare a casa il risultato del Referendum: a questo proposito in molti municipi alcuni seggi sono già stati chiusi e le urne concentrate in quelli ancora aperti. In questo modo si cerca di raggruppare quante più persone possibile per resistere alle cariche della polizia spagnola.

Il numero dei feriti pare essere salito a 500, di cui alcuni gravi.

Questo è accaduto a Sabadell: i manifestanti hanno ricacciato indietro la Policia Nacional.

Nel frattempo, iniziano ad arrivare le prime critiche ufficiali alla repressione del governo Rajoy: il vicepresidente del Parlamento europeo Dimitris Papadimoulis ha definito l’operato della polizia spagnola come una vergogna per l’Europa. I primi ministri di Belgio, Slovenia, Scozia hanno condannato la repressione.

La partita di calcio tra Barcellona e Las Palmas si giocherà a porte chiuse: in un primo momento il Barcellona aveva deciso di non giocare come gesto di protesta verso la repressione, poi è ritornata sui suoi passi per evitare sanzioni. Alcuni membri del direttivo del Barça si sono dimessi per protesta.

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Aggiornamento ore 17:45:

Il governo catalano parla di 465 feriti in tutto il Paese fino ad ora (mentre il Ministro degli Interni spagnolo denuncia il ferimento di 9 agenti della Policia Nacional e 3 della Guardia Civil). Tra questi, un signore di circa 50 anni, a Lleida avrebbe subito un infarto durante le operazioni di sgombero di un seggio e sarebbe in gravi condizioni.

La dinamica è la stessa che va avanti da questa mattina: le forze d’occupazione spagnole individuano i seggi, arrivano in gran numero, caricano le persone riunite e portano via le urne. Al momento pare che i seggi chiusi siano circa 220, ma per la Generalitat si starebbe votando nel 72 % dei seggi previsti.

Secondo la Candidatura d’Unitat Popular, coalizione della sinistra anticapitalista, alle 13 si registrava quest’affluenza: a Berga il 43,57 %, a Mollerussa il 55 %, a Cervera il 45 %, a Llinars il 49,5 %, a Pobla de Segur il 52 %, a Sant Celoni il 45,1 %. Allo stesso tempo tutte le organizzazioni indipendentiste chiedono alla popolazione di rimanere ai seggi anche dopo aver votato per garantire un esito positivo del Referendum.

Si stanno verificando aggressioni da parte di fascisti spagnoli:

Aggressione a un giovane indipendentista in Plaça Catalunya

A Cornellà aggredito un ragazzo che stava andando a votare

La resistenza però continua forte e determinata e ha visto, in alcuni casi, fronteggiamenti tra la Policia Nacional e i pompieri; in rari casi, invece, la popolazione catalana risponde con rabbia alle aggressioni poliziesche.
La solidarietà internazionalista si sta muovendo: nello Stato spagnolo sono stati convocati presidi in almeno 30 città (singolare che gli spagnoli spalleggino i catalani che vogliono andarsene per non pagare le tasse allo Stato); in Italia, oltre al presidio di Napoli, tra poco ne comincerà un altro a Palermo (ore 18 al Consolato spagnolo); a Londra manifestazione a Piccadilly Circus; anche a Edimburgo centinaia di persone manifestano in favore del Referendum.

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Aggiornamento ore 14:30:

Non si può ancora quantificare l’incidenza dell’azione repressiva spagnola: è certo che in tanti seggi la Policia Nacional e la Guardia Civil hanno fatto irruzione sequestrando le urne, mentre in altri la resistenza popolare è riuscita a difendersi.

La Piattaforma “Som Defensores” parla di 60 feriti in tutta la Catalogna in seguito alle manganellate e ai colpi di fucile (con proiettili di gomma): alcuni di questi sarebbero gravi.

I fascisti spagnoli hanno provato a mobilitarsi, soprattutto a Barcellona: una grande mobilitazione di 60 persone, fermate dai Mossos d’Esquadra. Al corpo di polizia catalano, tra l’altro, era stato imposto di intervenire ai seggi, ma lo sta facendo in una misura alquanto blanda: si presentano in forze insufficienti, registrano l’impossibilità di operare e se ne vanno.

Ci sono lunghe file per votare perché il sistema elettronico di tanto in tanto si interrompe. Viene data precedenza ad anziani e disabili.

A L’Hospitalet poco fa varie camionette della Policia Nacional hanno caricato centinaia di persone ma non sono riuscite a entrare nel seggio.

Intanto in Italia qualcuno inizia ad organizzarsi per esprimere solidarietà al popolo catalano: a Napoli è stato convocato un presidio davanti al Consolato spagnolo dalle ore 17:30.

Come annunciato, in molti casi i pompieri si sono mobilitati per aiutare la popolazione nella difesa dei seggi.

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Il 1° ottobre finalmente è arrivato.

Dopo settimane di azioni repressive fatte di arresti di alte cariche del governo catalano, del sequestro dei suoi fondi e di milioni di schede elettorali, di perquisizioni, della chiusura di decine di siti indipendentisti, dell’invio di 10mila agenti delle truppe di occupazione spagnole.
Ma soprattutto dopo un’imponente mobilitazione popolare animata da ampi settori sociali come gli studenti, i lavoratori portuali, i pompieri, i contadini, i cittadini che vogliono semplicemente decidere il proprio presente e futuro. Una mobilitazione sorridente, allegra, priva di paura nei confronti dello Stato fascista spagnolo che oggi come cinquant’anni fa non si fa problemi a reprimere le istanze di un popolo “digno”.

Oggi è il giorno della rottura. E se in queste settimane è diventata via via più complicata l’esecuzione logistica del Referendum, comunque vada non finirà qui. Perché appunto oggi è il giorno della rottura e il popolo catalano, siamo convinti, andrà fino in fondo. Fino alla vittoria. Fino all’indipendenza.

Oggi Prometeo seguirà gli avvenimenti, cercherà di aggiornare con una sorta di diretta quanto accade dall’altro lato del Mediterraneo.

Serà un dia que durarà anys. Sarà un giorno che durerà anni.

Aggiornamento delle prime ore:

Nella notte un numero incalcolabile di persone ha dormito nei seggi per proteggerli da eventuali sgomberi forzati della polizia spagnola (in alcuni casi si sono visti anche dei trattori posti a difesa). A tarda notte si sono verificati attacchi isolati di gruppi di estrema destra ai seggi di Badalona, Castelldefels, L’Hospitalet e nel quartiere Nou Barris di Barcellona.

Dalle prime luci dell’alba di un giorno piovoso la popolazione catalana ha iniziato a mobilitarsi, andando a rinforzare le difese dei seggi.

Verso le 7:30 sono comparse le schede e le urne e quasi contemporaneamente iniziavano a muoversi mezzi della Policia Nacional e della Guardia Civil (dal porto di Barcellona ove erano alloggiati). La Generalitat (il governo catalano) ha annunciato il sistema elettronico di censo elettorale che permette la registrazione del voto: in questo modo si dà la possibilità di votare anche in altri seggi qualora nel proprio fosse impossibile e, allo stesso tempo, impedisce che si possa votare due volte.

Le votazioni hanno avuto inizio alle 9: con esso ha cominciato a scomparire il clima di generale tranquillità che ha caratterizzato le prime ore del giorno. Alle 9:40 viene diffusa la notizia della chiusura, ad opera della Guardia Civil, del sistema elettronico di voto, che però viene ripristinato dopo poco più di mezz’ora.

Cariche e requisizioni hanno iniziato a verificarsi in vari seggi di Barcellona e anche in altre città: la modalità della Policia Nacional e della Guardia Civil è di entrare nei seggi, requisire urne e schede e andare via; trovandosi davanti un muro di persone, le truppe d’occupazione hanno fatto uso di manganellate e fucili con proiettili di gomma. Un primo ferito grave si è registrato in una carica all’esterno della scuola Ramon Llull, nel quartiere Eixample di Barcellona: il ferito è in ospedale e attualmente sta subendo un’operazione chirurgica all’occhio.

Video de “La directa” del momento in cui viene ferito all’occhio un manifestante
Video di Catalan News della stessa carica

Al momento si ha notizia di attuazione repressiva nei seggi di: Baix Llobregat, Barcelonès, nel quartiere Eixample (Barcellona), alla scuola Sant Julià de Ramis di Girona, alla scuola Nostra Llar di Sabadell, a Lleida (dove in un seggio due urne sono state requisite mentre una salvata dalla popolazione), a Tortosa dove in seguito alle pesanti cariche si registrano circa 40 feriti (tutti lievi).

Nel quartiere del Raval (Barcellona) pare che le operazioni di voto si stiano svolgendo tranquillamente. Nella scuola Pins del Vallès de Sant Cugat del Vallès (poco fuori Barcellona), due agenti in borghese hanno provato a portare via le urne, ma gli è stato impedito da un centinaio di persone.

Il portavoce del governo catalano Jordi Turull ha condannato l’azione repressiva e chiesto le dimissioni del delegato del governo spagnolo in Catalogna (equivalente del Prefetto). Il Presidente Puigdemont ha definito vergognosa l’attuazione delle forze di polizia spagnole. Ada Colau, sindaca di Barcellona, da parte sua ha definito “codardo” il primo ministro Mariano Rajoy e ha chiesto che si dimetta.

Da Catalan News: la Policia Nacional sgombera le persone radunate davanti a un seggio
Irruzione della Policia Nacional in un seggio
Altro video della repressione ai seggi
Alcune foto:

La Policia Nacional che requisisce le urne

Foto da un seggio

L’immagine parla da sola

Una delle pallottole di “gomma” sparate dalla PN

Manifestante ferito




 
 

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INTERNAZIONALISMO

CATALOGNA: DOPO IL COLPO DI STATO PROSEGUE LA MOBILITAZIONE POPOLARE

Un resoconto del Colpo di Stato

Mercoledì 20 settembre, a Barcellona e nel resto della Catalogna, si è vissuta una giornata intensa, piena di tensione e incertezza, ma anche di fraternità e speranza. Il giorno è cominciato con la notizia che la Guardia Civil – in un’operazione denominata “Anubi”, il dio egizio dei morti – stava perquisendo varie sedi del governo catalano (affari sociali, economia e finanza, affari esteri, amministrazione pubblica) e alcune imprese private e fondazioni legate all’indipendentismo e, contemporaneamente, stava arrestando delle alte cariche del Governo catalano. La reazione nelle reti sociali è stata immediata e migliaia di persone si sono mobilitate fin dalle prime ore: la città di Barcellona è stata inondata da numerosi presidi davanti alle sedi occupate dalla polizia e hanno iniziato a diffondersi le chiamate alla disobbedienza, allo sciopero generale e la rivendicazione che le strade sono del popolo.

Più tardi, mentre la maggioranza della gente si era concentrata nei punti in cui la Guardia Civil faceva perquisizioni, è giunta la notizia di agenti incappucciati e in antisommossa della Policia Nacional che tentavano di entrare, senza alcun ordine giudiziario, nella sede della Candidatura d’Unitat Popular (CUP): un’azione che è sembrata assomigliare più ad una provocazione per generare scontri che ad un ordine espresso di un procuratore per cercare materiale e disarticolare la realizzazione del referendum. Ancora una volta la cittadinanza ha risposto e, in pochi minuti, la sede nazionale della CUP è stata circondata da più di mille persone con l’obiettivo di impedire la perquisizione illegale.

Nel resto dello Stato spagnolo, mentre i partiti costituzionalisti (Partido Popular, Partido Socialista, Ciudadanos) serravano le fila e davano appoggio incondizionato all’operazione di giudici e polizia, le strade iniziavano a ruggire. In più di 40 città sono stati convocati presidi di solidarietà (mappa interattiva: http://www.publico.es/pages/mapa-convocatorias-protesta-detencion-14-cargos-generalitat.html) nei quali migliaia di persone hanno mostrato appoggio ai catalani e ripudiato lo stato di polizia che il governo spagnolo ha deciso di imporre in Catalogna per frenare con la forza la celebrazione del referendum.

Nella tarda mattinata, nel pomeriggio e fino a sera si sono moltiplicati i presidi, le mobilitazioni e le dimostrazioni di forza popolare in tutta Barcellona e nella maggioranza dei paesi catalani. Dopo più di 8 ore di assedio della polizia, si è riusciti a evitare la perquisizione della sede della CUP, e la Policia Nacional se n’è dovuta andare a mani vuote tra le grida di vittoria dei manifestanti. Anche nelle altre sedi sottoposte a perquisizione, la mobilitazione è proseguita per ore, soprattutto al Dipartimento di Economia e nella Rambla Catalunya (in pieno centro città) dove decine di migliaia di persone hanno resistito fino a notte.

Alcune considerazioni del giorno dopo

Terminate queste 24 ore frenetiche di repressione e proteste per strada, una volta visto che l’unica proposta politica in grado di fare il governo spagnolo e i tre principali partiti politici è quella della mano dura, si è reso palese come l’escalation di tensione sia solo iniziata e difficilmente si potrà tornare indietro. L’altro ieri è stata oltrepassata una linea rossa e il risultato è che, per la prima volta, molte delle persone che fino ad ora si erano mantenute equidistanti o addirittura indifferenti rispetto al processo indipendentista, si sono posizionate a favore della realizzazione del Referendum, non come modo per ottenere l’indipendenza, ma come una questione di difesa delle libertà, dei diritti civili e contro l’uso indiscriminato della forza da parte di uno Stato spagnolo che pare stia iniziando a perdere la partita politica.

Nonostante il fatto che le azioni giudiziarie e poliziesche abbiano smantellato gran parte dell’infrastruttura necessaria per la realizzazione del Referendum – sequestrando lettere di convocazione ai seggi, 10 milioni di schede elettorali e i movimenti economici del governo catalano – bisogna considerare che la cittadinanza ha cambiato modo di pensare e il cammino iniziato mercoledì, prima o poi, porterà a una rottura, al di là del fatto che si possa votare o no il 1° ottobre. Bisogna anche dare uno sguardo alla stampa internazionale di ieri mattina – al contrario della stampa spagnola che ha serrato le fila attorno al governo non dando spazio alle mobilitazioni popolari – per vedere che il discorso “è un affare interno dello Stato spagnolo” è scomparso e si è cominciato a parlare di conflitto aperto in cui la maggioranza della cittadinanza si è già posizionata. Qualsiasi cosa accada il 1° ottobre, la battaglia tra legalità e legittimità comincia a pendere a favore del popolo catalano.

Allo stesso tempo, l’operazione repressiva di mercoledì va analizzata sotto un altro aspetto: i tribunali e la polizia spagnoli sono entrati a gamba tesa sulla legittimità e la legalità delle istituzioni catalane che, sì, dipendono dalla legalità spagnola, ma hanno anche una propria autonomia. Da questo punto di vista, il governo spagnolo ha voluto, nei fatti, smantellare quest’autonomia, imponendo alle istituzioni catalane la propria legalità. E questo può far pensare a una sorta di colpo di Stato “indiretto”: è anche in questo senso che la giornata di mercoledì significa aver oltrepassato la linea rossa.

La mobilitazione prosegue

Ieri, però, il popolo catalano non ha mostrato né stanchezza, né paura, né di essere scoraggiato. Dalla mattina decine di migliaia di studenti in tutta la Catalogna hanno bloccato le lezioni e sono partiti da scuole e università per occupare le strade delle proprie città. All’Università Autonoma di Barcellona migliaia di persone hanno partecipato ad un’iniziativa in cui anche il mondo della formazione catalano ha dimostrato di volersi impegnare per rendere possibili il referendum e l’indipendenza.

La mobilitazione davanti al Tribunal Superior de Justicia in solidarietà con gli arrestati del 20 settembre è cominciata alle 12 di ieri mattina ed ha assunto carattere permanente: varie migliaia di persone sono state presenti durante tutta la giornata e molte hanno passato lì la notte. Dalle 9 di questa mattina è in corso invece una manifestazione alla Ciutat de Justicia in appoggio ai detenuti che saranno sottoposti a giudizio.

Il fronte di lotta si è allargato anche ai lavoratori portuali di Barcellona, gli estibadors: nella giornata di ieri hanno attraccato, infatti, alcune navi da crociera noleggiate dal governo spagnolo per far alloggiare poliziotti e guardia civil inviati in Catalogna per le operazioni repressive. Ma 4mila lavoratori portuali, riuniti in assemblea, hanno dichiarato che non effettueranno lavori di carico e scarico e di rifornimento per coloro che sono venuti a reprimere le libertà fondamentali del popolo catalano.

Il calcio moderno non è da meno: una delle notizie che forse più risalto ha avuto è quella del FC Barcelona che, tramite una nota, si schiera contro la repressione spagnola e promette di dare un proprio contributo alla mobilitazione catalana.

La notte appena terminata è stata la seconda consecutiva che ha visto – in ogni quartiere di Barcellona e nella maggior parte dei paesi della Catalogna – le “caceloradas”1 e mobilitazioni popolari per attacchinare i manifesti della campagna del referendum, sfidando le autorità che fino ad oggi hanno proibito qualsiasi azione di invito alla partecipazione al 1° ottobre.

Nel frattempo, si attendono gli esiti della riunione partecipata da numerose sigle sindacali il cui ordine del giorno era la convocazione di uno Sciopero generale contro la repressione spagnola e in favore del diritto all’autodeterminazione. Alcuni sindacati hanno già inviato il preavviso di sciopero per la settimana che va dal 3 al 9 ottobre (prima non sarebbe possibile a causa di restrizioni legali).

Per finire, se il Presidente del Governo spagnolo Mariano Rajoy, poche ore dopo l’operazione repressiva, aveva chiesto al Presidente catalano Carles Puigdemont di rinunciare al Referendum del 1° ottobre perché “ancora in tempo per evitare mali peggiori”, quest’ultimo ha ribadito ieri, con fermezza, l’intenzione di andare avanti e non farsi intimorire dalle pratiche antidemocratiche dello Stato spagnolo. Inoltre, ha chiesto alla cittadinanza di continuare a mobilitarsi per rendere possibile il Referendum. In serata, infine, il Governo catalano ha pubblicato la lista dei seggi elettorali, a dimostrazione che non saranno la Policia Nacional e la Guardia Civil spagnole a fermare le volontà della grande maggioranza della società catalana.

VISCA CATALUNYA LLIURE!

VIVA LA CATALOGNA LIBERA!

Jaume Compte

1Manifestazioni rumorose a base di pentole e mestoli: molto diffuse in America Latina, si erano viste immagini simili durante la rivolta di Gezi Park a Istanbul nel 2013.

 

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INTERNAZIONALISMO

LA REPRESSIONE SPAGNOLA SI FA DURA: IL POPOLO CATALANO OCCUPA LE STRADE

Dal momento in cui il Parlamento catalano ha convocato il Referendum, il Governo spagnolo ha incominciato a preparare un’offensiva poliziesca e giudiziaria – in una parola repressiva – per tentare di fermare la celebrazione della consultazione del prossimo 1° ottobre.

Solo 24 ore dopo l’approvazione delle leggi che regolano la convocazione del Referendum, il Tribunale Costituzionale (spagnolo) si è incaricato di sospenderle e la Procura ha avvisato il Governo e i sindaci catalani che qualsiasi atto in favore della consultazione sarà perseguito giudiziariamente; di conseguenza sono stati convocati i capi della polizia catalana e delle polizie municipali per dargli istruzioni su come far rispettare gli ordini della Procura. Inoltre, sono stati inviati più di 4mila agenti della Guardia Civil e della Policia Nacional da tutto lo Stato per iniziare l’offensiva.

Il giorno seguente la convocazione, più di 700 sindaci dei 900 comuni catalani hanno firmato il proprio impegno per mettere a disposizione i locali municipali per il Referendum  A questo link segue una mappa interattiva   . Solamente i sindaci del PSOE (Partito Socialista spagnolo) hanno negato la concessione dei locali, assieme all’unico comune amministrato dal Partido Popular. Nonostante alcune perplessità e reticenze, la sindaca di Barcellona, Ada Colau1 alla fine ha deciso di aiutare la Generalitat2 mettendo a disposizione numerosi locali per le votazioni.

La risposta della Procura spagnola è stata quella di chiamare a dichiarare in qualità di imputati tutti i sindaci che si sono mostrati a favore del Referendum come collaboratori necessari. Bisogna tenere in considerazione che le pene che possono essere richieste arrivano a più di 10 anni di carcere in caso l’accusa fosse di “sedizione”.

In questi ultimi 15 giorni si sono verificate perquisizioni in più di dieci tipografie, con le quali la Guardia Civil cercava cartelli, schede e propaganda elettorale: il risultato è stato il sequestro di più di 1 milione di cartelli di convocazione del Referendum. Ieri 19 settembre è stato il turno di un’impresa di logistica da cui sono state sequestrate più di 40mila lettere che erano dirette alle persone incaricate di stare nei seggi elettorali.

Centinaia di persone concentrate ieri a Terrassa per difendere l’impresa di logistica.

Oggi, invece, è il giorno in cui l’operazione si è fatta più incisiva e grave: la Guardia Civil è entrata in numerose sedi del Governo catalano (Dipartimento delle Finanze, dell’Economia, l’Agenzia Tributaria, degli Affari Esteri, ecc.). Al momento si ha notizia di 42 perquisizioni totali e 16 arresti tra cariche non elettive e alti funzionari di questi Dipartimenti.

Alcune delle sedi Istituzionali catalane perquisite oggi dalla Guardia Civil.

La reazione popolare in occasione di tutte le perquisizioni delle tipografie e nella sede della logistica è stata quella di concentrarsi per protestare. Oggi il popolo catalano sta scendendo in masse nelle strade per tentare di sabotare l’azione poliziesca. Nel frattempo, i sindacati hanno cominciato a parlare della convocazione di uno Sciopero generale.

Tutto è ancora molto fresco ed indefinito e dobbiamo vedere come si svilupperà la situazione, però c’è tutta l’impressione che accadrà qualcosa di veramente grosso.

I seguenti link possono essere utilizzati da chi ha un minimo di conoscenza del catalano o dello spagnolo, o comunque, vuole sforzarsi e cercare di capire. Da parte nostra, continueremo ad aggiornare sulla situazione.

http://www.ccma.cat/324/

http://www.elnacional.cat/es

Aggiornamento 13:30: agenti incappucciati della Policia Nacional stanno circondando la sede della Candidatura d’Unitat Popular (coalizione della sinistra radicale).

Jaume Compte

1 Eletta con la lista Barcelona en Comú, coalizione di Podemos e ICV, vecchio riferimento dei comunisti spagnoli in Catalogna.

2 L’istituzione catalana che raggruppa Parlamento, Governo e Presidente della Comunità Autonoma.

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INTERNAZIONALISMO

LA MOBILITAZIONE POPOLARE IMPONE: REFERENDUM PER L'INDIPENDENZA!

Il 1° ottobre prossimo si celebrerà il Referendum per l’indipendenza della Catalogna: crediamo che sia un avvenimento di portata storica, soprattutto in questa fase in cui, in Europa, risulta molto difficile per i movimenti popolari dettare l’agenda politica e riuscire a imporre le proprie istanze. In Catalogna, invece, sta avvenenendo proprio questo.

Abbiamo chiesto ad un compagno e amico di Barcellona di darci un contributo alla discussione, raccontandoci alcuni passaggi fondamentali del processo indipendentista. In queste settimane, inoltre, cercheremo di fornire degli aggiornamenti e di seguire gli sviluppi della situazione che, fra mobilitazione popolare e repressione spagnola, è già molto calda.

I Paesi Catalani (Països Catalans) sono un insieme di territori formato da un’unità geografica, storica, culturale e linguistica. Sono situati nella fascia mediterranea della Penisola Iberica e sono divisi tra lo Stato francese – nel Dipartimento dei Pirenei Orientali – e lo Stato spagnolo – divisi amministrativamente nelle comunità autonome del Paese Valenciano (País Valencià), le Isole Baleari (Illes Balears), Catalogna (Catalunya) e un lembo di Aragona. Quest’insieme territoriale storico, che ha la sua origine nel Medio Evo – in un momento in cui facevano parte della Corona aragonese ma come regni indipendenti amministrativamente – ha saputo mantenere una lingua comune, il catalano, che oggi è parlato da più di 11 milioni di persone, e delle radici culturali collettive che gli hanno permesso, nonostante l’incedere dei tempi e la separazione amministrativa, di essere simbolicamente unito e allo stesso tempo molto differente dal resto degli Stati francese e spagnolo. Tuttavia, pur con l’esistenza di questa realtà unitaria simbolica tra tutti i territori, ogni unità amministrativa ha avuto una propria evoluzione, distinta a livello politico e per quanto riguarda i movimenti sociali: per questo, al giorno d’oggi, il Principato di Catalogna – che forma l’attuale Comunità Autonoma di Catalogna – è l’unico territorio in grado di dar vita a un processo che lo guidi fino all’indipendenza.

Nella seduta dello scorso 6 settembre il Parlamento catalano ha approvato con 72 voti a favore, 11 astensioni e senza voti contrari, la convocazione di un referendum sull’autodeterminazione della Catalogna che avrà luogo il prossimo 1° ottobre. Con questo movimento politico, dotato di grande rilevanza simbolica, si è raggiunto l’ultimo passo per fare ciò che una gran parte della società catalana ha chiesto negli ultimi sei anni, da quando cioè è cominciato quello che si conosce come il Processo d’indipendenza della Catalogna.

Per capire da dove viene tutto questo dobbiamo tornare al 10 luglio 2010. Quel giorno, e per la prima volta nella storia della città di Barcellona, ci fu una manifestazione con più di un milione di persone (1,5 milioni secondo gli organizzatori), convocata con lo slogan “Siamo una nazione. Noi decidiamo”. Quella manifestazione non era una marcia per chiedere l’indipendenza, ma si protestava contro una sentenza della Corte Costituzionale spagnola che aveva dichiarato incostituzionale una riforma dell’Estatut d’Autonomia (sorta di costituzione di cui sono dotate molte delle comunità autonome dello Stato spagnolo) che era stata votata e approvata dai catalani in un referendum del 2006 e che era stata osteggiata dal Partido Popular con un ricorso alla Corte. Sette anni fa l’indipendenza della Catalogna non aveva la stessa forza di oggi: si stima infatti che solamente il 10% dei catalani desiderava l’indipendenza all’inizio del XXI secolo. Nelle Diada – Giornata Nazionale della Catalogna che si tiene ogni 11 settembre – celebrate prima di questa sentenza della Corte Costituzionale non si radunavano più di 10.000 persone per le strade di Barcellona. Ma dopo quella sentenza il numero di partecipanti dell’11 settembre e il numero di persone che si dichiaravano indipendentiste cominciarono a crescere in modo esponenziale. La manifestazione nella Diada del 2010 (quindi due mesi dopo) raggiunse di nuovo una partecipazione storica con più di un milione e mezzo di persone: per la prima volta si chiedeva alle istituzioni spagnole non più solo rispetto per il popolo catalano, ma anche il diritto di decidere e il diritto di esercitare l’autodeterminazione. I sondaggi di opinione mostrarono come, in pochi mesi, il numero di catalani che consideravano l’indipendenza come il cammino da percorrere per la Catalogna si moltiplicò, arrivando quasi alla metà della popolazione.

Da quel momento ebbe inizio un’accelerazione degli eventi: tutte le manifestazioni e le esibizioni di forza popolare convocate dalle associazioni soberaniste1 ottennero enorme partecipazione, con centinaia di migliaia, anzi milioni di catalani mobilitati incondizionatamente. Politicamente ciò portò al fatto che nelle ultime due elezioni del Parlamento di Catalogna, per la prima volta nella storia dalla Transizione democratica del 1975-1978, i partiti indipendentisti raggiungessero la maggioranza dei parlamentari. Anche le elezioni locali che sono state celebrate da allora, nel 2011 e nel 2015, hanno dato ogni volta più forza ai partiti indipendentisti, che si sono poi costituiti nell’Associazione dei Comuni per l’Indipendenza (AMI) formata oggi da 787 dei 948 comuni catalani.

Per capire quanto sta succedendo adesso con la convocazione del Referendum, si deve considerare che il movimento per l’indipendenza emerso dal processo storico che ha avuto inizio intorno al 2010 è stato sostanzialmente un movimento popolare, e i partiti politici hanno dovuto rimettersi al passo della mobilitazione della cittadinanza. Questo movimento è stato condotto al livello “di strada” da due organizzazioni: Omnium Cultural, un’organizzazione culturale protagonista della difesa della cultura e lingua catalane cominciata negli ultimi anni della dittatura e proseguita nella fase democratica. e l’Assemblea Nazionale Catalana, creata come coordinamento a livello nazionale di assemblee e punti di resistenza in ciascuno dei comuni e quartieri catalani. Queste due entità sono responsabili dell’organizzazione delle manifestazioni che sono state la spina dorsale del processo: la forza principale di questo movimento è stata infatti la mobilitazione popolare, e le centinaia di migliaia di persone che sono scese in piazza per chiedere il diritto di voto, il diritto di scegliere e il diritto di essere indipendenti, sono state la pressione vera e principale grazie alla quale i partiti politici non hanno potuto retrocedere dal processo indipendentista in questi anni. Le manifestazioni, in questo periodo, sono state molteplici: sono nate le Consulte Popolari sull’indipendenza della Catalogna (dal 2009 al 2011) organizzate da organismi civici e dei comuni con maggioranza politica indipendentista; si è dato vita alla Via Catalana, una catena umana che ha coperto 400 chilometri da un capo all’altro del Paese l’11 settembre 2013, con circa 1,6 milioni di partecipanti; quando nel 2014 1,8 milioni di persone disegnarono con i propri corpi una V per le strade di Barcellona.

Queste manifestazioni di massa hanno portato il governo catalano, formato da partiti politici la cui tabella di marcia prevedeva già delle tappe per raggiungere il Referendum, a legiferare in materia di consultazioni pubbliche al fine di convocare una consultazione non vincolante il 9 novembre 2014: un referendum senza validità politica, ma che serviva a calcolare la reale forza dell’indipendentismo. In quell’occasione partecipò un totale di 2.344.828 persone, circa il 55% dell’elettorato: di queste l’80% disse che la Catalogna doveva diventare uno Stato e che questo Stato doveva essere indipendente. Questo voto, benché non a carattere vincolante, fu un altro segno della forza dell’indipendentismo catalano e costrinse i partiti politici indipendentisti a presentarsi alle ultime elezioni per il Parlamento catalano, tenute il 27 settembre 2015, con l’impegno di convocare, durante questa legislatura, un referendum legale e vincolante. Quelle elezioni diedero la maggioranza ai partiti pro-indipendenza (72 seggi su 135) che da quel momento iniziarono a lavorare per rispettare gli impegni presi con la popolazione catalana.

Secondo gli ultimi sondaggi, mentre i sostenitori dell’indipendenza della Catalogna non raggiungono il 50% (sarebbero vicini al 45%), i sostenitori della celebrazione di un referendum legale e vincolante superano l’80% della popolazione: è su questa base di sostegno popolare al referendum che i partiti politici e il Parlamento Catalano hanno condotto il Process fino ad oggi.

Nel corso di questi anni il governo catalano ha tentato varie volte di ottenere un accordo per il referendum con lo Stato spagnolo, allo stesso modo in cui è avvenuto in Quebec o nel 2014 in Scozia, ma il rifiuto del governo spagnolo è sempre stato brusco. Il governo del Partito Popolare, appoggiato sul tema dal Partito Socialista, considera illegale e incostituzionale qualsiasi referendum che pone la rottura dell’unità dello Stato spagnolo2. Anche le proposte di Podemos di riformare la Costituzione per permettere un referendum concordato hanno ricevuto il netto rifiuto da questi due partiti politici. Al momento, quindi, la situazione è complicata poiché, anche se il Referendum è stato convocato dal Parlamento catalano legittimamente eletto dal popolo attraverso regolari elezioni democratiche, si scontra con la legge e la Costituzione spagnole che non permettono, appunto, la rottura dell’unità del Paese. Pertanto, anche se il governo catalano considera le leggi approvate dal Parlamento della Catalogna completamente valide per avallare il Referendum, in realtà siamo di fronte ad uno scontro di legalità, in quanto l’Estatut che regola l’autonomia catalana e lo stesso Parlamento catalano dipendono direttamente dalla legalità spagnola. Di conseguenza, il Referendum convocato per il 1° ottobre è diventata una battaglia tra legalità e legittimità: tra la legalità della Costituzione spagnola e le leggi dello Stato e la legittimità del Parlamento scelto dal popolo della Catalogna con l’impegno della celebrazione del Referendum.

In queste settimane il governo spagnolo sta facendo ampio uso di leggi e azioni giudiziarie per cercare di frenare un processo che è stato spinto dal basso, mentre il governo catalano è costretto a seguire la volontà del suo popolo e a convocare un referendum rivendicato per anni. Chi vincerà questa sfida? Potremo scoprirlo solamente il prossimo 1° ottobre.

1Dal concetto politico di soberanismo, sovranità, che sta caratterizzando in questi anni i movimenti indipendentisti basco e catalano. Da non confondere con la deriva reazionaria dei partiti di destra di molti Paesi europei.

2In base all’art. 2 della Costituzione spagnola che recita così: “La Costituzione si basa sulla indissolubile unità della Nazione spagnola, patria comune e indivisibile di tutti gli spagnoli, e riconosce e garantisce il diritto alla autonomia delle nazionalità e regioni che la compongono e la solidarietà fra tutte le medesime”.

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RIFLESSIONISUGGESTIONI

IL PAESE DEGLI STUPRI

Non è facile scrivere ancora di omicidi, stupri e persecuzioni quotidiane in un mondo in cui si legge di tutto e si sa ogni cosa ma si finisce poi per provare un senso di nausea e impotenza e si guarda dall’altra parte.
E così si va avanti, una morte di qua, un commento razzista di là, il coro cresce e si autoalimenta e tutti noi ci sfoghiamo sulla tastiera, tutti arrabbiati e intristiti, accusando chi il sistema culturale, chi la politica, chi la polizia o l’immigrato di turno, chi ovviamente la sgualdrina provocante.. Ma poi?
Rimaniamo come sconvolti, in attesa del prossimo omicidio o dell’ennesima violenza notturna. Giorno dopo giorno si consumano eventi gravissimi nel nostro Paese; e poco importa, alla fine, se la ragazzina è stata violentata da un branco di brufolosi insicuri o da un gruppo di marocchini cocainomani, tanto l’età è la stessa. O se è stato il rispettabile uomo in divisa con l’americana o lo straccione che violenta la vecchietta al parco. Fa male, ogni volta e a prescindere dai dettagli e dai carnefici, perché quello che fa male è che sai che succederà di nuovo, e molto presto.
Davvero, c’è così differenza tra il minorenne che uccide la sua ragazza di 16 anni e la donna adulta suicida perché uno suo video porno è diventato virale e lei non ha sopportato la vergogna? Qual è il punto: è la donna vittima o l’uomo carnefice a costituire il problema?
Lo sono entrambi. O meglio, sono entrambi inesistenti, ma perfettamente complementari e indispensabili per la narrazione di chi ci fa la guerra. Inesistenti perché chi stupra non è un mostro, ma semplicemente un uomo in una società patriarcale e capitalista; complementari perché così, ancora una volta, la donna è trasformata nel negativo di un uomo: se lui è un mostro orribile, lei è una vittima indifesa; funzionali perché questa narrazione è perfetta per sorreggere il patriarcato su cui le nostre istituzioni si fondano, dirette o meno che siano da donne. Andando alla radice: è il patriarcato stesso il padre degli stupri.

1) L’uomo carnefice. Prendiamo gli ultimi casi noti di stupratori/assassini: sessantenne siciliano bastona la moglie che finisce in ospedale; gruppo di nordafricani stupra una donna e una trans su una spiaggia; diciassettenne uccide in Salento la ragazzina di 16 con cui stava e la nasconde sotto i sassi; due carabinieri in servizio violentano due studentesse ubriache; bengalese violenta turista nel centro di Roma; bambino rivela alla nonna che è stato il padre a dare fuoco alla mamma, uccidendola, per venti euro..
È ovvio che è un problema culturale: l’uomo non sa accettare che la donna sia un essere libero, libera anche di essere infedele o di ubriacarsi e girare mezza nuda in strada, di rifarsi una vita con un altro o di volersene andare di casa.
Il ragazzo (a noi non importa la nazionalità) vuole vedere solo ragazze fighe e provocanti, le vuole avere davanti agli occhi per il suo piacere e le ciccione sfigate manco le ritiene femmine (e le bullizza a scuola insieme alle secchione frigide); le vuole commentare, toccare, trattare come ha visto fare e le vuole, in fondo, dominare. E in questo il problema culturale diventa a pieno titolo imposizione materiale, concreta.
All’uomo non piace il rifiuto, la risposta volgare, non gli piace che gli si rida in faccia perché ha detto una cosa ridicola (“Abbbbella, che te farei…..”, “Che vuoi sfigato!?”, “Ma vaffanculo, troia lesbica!!”); non vuole che balli con lui e poi balli con un altro, non vuole che decidi tu sulle cose, che ci ripensi, non vuole che ti impicci nei cazzi suoi; non vuole che lo fai arrabbiare quando è nervoso, non vuole che ti metti a piangere perché è nervoso e urla; non vuole che guidi tu perché guida lui, non ti lascia parlare, se ti riempie di regali non gli piace che li rifiuti (“ma che cazzo vuoi allora!?!?”) e non vuole che gli passi davanti agli occhi in quel modo provocante e poi ti lamenti se l’hai provocato…
Non vuole che se fai l’amante gli rompi il cazzo perché lasci la famiglia; non vuole che tu lavori e lui no. Non vuole che stai senza velo perché gli occhi degli altri ti si appiccicherebbero addosso e non va bene, e non vuole che cresci in Italia e pretendi di fare la troietta come le altre; non vuole che conosci donne italiane, stattene in casa e cucina i piatti tradizionali e cresci i figli, e dai sfornane qualcun altro di figlio che tanto solo a quello servi.
Fa veramente fatica ad avere capi-donna, ministri-donna, e considera i gay almeno un gradino sotto di loro (quelli più aperti), e le lesbiche se sono belle le immagina in un video porno e se sono brutte gli fanno schifo.
Spero che ogni uomo che legga abbia la decenza di chiedersi se qualcosa lo sta sbagliando anche lui, perché ci siamo tutti dentro sta merda.

2) La donna vittima. Sul Messaggero di ieri (13 settembre), quotidiano dalla nota sensibilità intellettuale e di genere, hanno pubblicato una mappa coi quartieri di Roma “a rischio stupro”, corredato da intervista ad una poliziotta specializzata in stupri (?). Tralasciando la mappa, perché è ridicolo suggerire alle donne dove andare e non andare la notte, è interessante l’intervista alla sbirra. La signora in divisa ricorda l’importanza di fare attenzione, di non salire in macchina di sconosciuti, di non dare confidenza, di iniziare a correre se ti rendi conto che stanno per stuprarti, chiamare la polizia, e poi (udite, udite!) una volta arrivata al commissariato “la poverina” non si deve nemmeno lavare i denti perché ogni indizio è importante. L’illuminante intervista si chiude con un’analisi sociologica: le tocca ammettere che di solito sono gli italiani a stuprare in strada, e non sono i reietti – come potresti pensare tu lettore del Messaggero – ma anche gente che sembrava per bene!
Se la donna stuprata è vittima, ora lo è due volte. Perché, come ricorda la poliziotta, tanto è inutile cercare di difendersi perché l’uomo è più forte. Può solo sperare che da quelle parti passi qualche angelo o, ancora meglio, una pattuglia della polizia.
Ci sarebbe tanto da dire, e di sicuro non è il Messaggero a dover capire cosa va fatto; è sempre stata l’autorganizzazione e l’autodifesa delle donne, la loro presa di coscienza e la solidarietà a cambiare le cose. Delle volte sono serviti gesti estremi e coraggiosi di donne che hanno alzato la voce invece di scaricarsi la app anti-stupro, e guarda caso sono solo queste le cose che possono farci uscire dal becero patriarcato maschilista in cui ci troviamo, e non la lunga, tragica e insopportabile lista di omicidi cui ci stiamo abituando.
Perché nessun cambiamento culturale è mai passato solo per il laboratorio di genere in classe, o per la legge sullo stalking, e non basta neanche disegnare i nomi delle morte sui muri o colorare di rosa qualche schermata facebook. Di fronte ad un problema così concreto e urgente bisogna ribellarsi ed è più facile di quanto sembri perché tutte siamo vittime in qualche modo, e la lista di prevaricazioni è lunga prima di arrivare allo stupro e alla morte. C’è molto altro che dobbiamo combattere prima, sempre, continuamente, riscoprendo non solo la dignità che ci tolgono molti uomini ma anche la solidarietà che unisce chi sta dalla stessa parte.
Non sono parole vuote. Ogni donna e ogni ragazza sa benissimo come si manifesta quella violenza che purtroppo a volte diventa cronaca nera. È la battutina, lo sguardo, ma è soprattutto quello che abbiamo smesso di fare per paura; ci continuano a dire di non comportarci in un certo modo perché poi ci stuprano, e piano piano interiorizziamo tutto e stiamo attente a come ci vestiamo, alla strada migliore da fare, a uscire sempre in compagnia, a non metterci i tacchi se poi rischiamo le molestie, a vestirci da suorette per andare al lavoro, e competere per un uomo, a giustificare un comportamento violento dentro la coppia, a subire e sperare che… sperare che non succeda a noi.
Noemi, sedicenne ammazzata pochi giorni fa, tornava a casa con i lividi prima di essere uccisa, e la madre si era già rivolta alla Procura per i minori; non può essere un tribunale o un commissariato e salvarci, dobbiamo ribaltare tutto da sole.

Ebe

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INTERNAZIONALISMO

AIUTIAMOLI A CASA LORO! – Una storia di cooperazione internazionale, esperimenti sociali e colonialismo di nuova generazione

Nel dibattito che si sviluppa attorno al tema dell’immigrazione occupa uno spazio significativo un insieme di proposte riassumibili in quattro parole: aiutiamoli a casa loro.
Da un lato c’è chi declina questo slogan in termini direttamente coloniali: le varie invasioni, guerre, deposizioni di “dittatori” a cui si è assistito e si assiste tutt’ora sono sempre accompagnate da una retorica civilizzatrice e liberatrice. È facile incontrare persone che ritengono opportuno occupare i porti libici o perlomeno collaborare con le autorità locali per fermare l’invasione. Non a caso recentemente è stato siglato l’accordo Italia-Libia sulla gestione dei flussi migratori che si configura come un trattato d’intesa per una cooperazione essenzialmente militare tra i due Paesi.
Gran parte dei critici di tali soluzioni ritengono d’altro canto ragionevole pensare che i flussi si regolino creando condizioni di vita accettabili e dignitose nei Paesi dai quali gli immigrati partono. Questo discorso vale per l’Africa così come per l’Occidente: solamente dall’Italia partono ogni anno 250mila lavoratori e lavoratrici, giovani o meno, in cerca di sogni da realizzare ma soprattutto di possibilità da cogliere, oppure spesso per mera sopravvivenza.
La questione è certamente più complessa e va affrontata in un’ottica internazionalista, che guardi allo sviluppo autonomo e alla liberazione dai bisogni di ogni essere umano, ribaltando i termini in cui è posta, cioè rifiutando il retaggio coloniale del discorso e ponendo l’attenzione sui potenziali e sui processi che questa genera. In parole più chiare, l’unico modo efficace che hanno gli sfruttati per aiutarsi concretamente è conoscere il mondo in cui vivono e organizzarsi per cambiarlo.
Come spesso avviene, quando si guarda oltre la cortina fumogena della propaganda e dell’ideologia e si analizza la realtà si scoprono fenomeni interessanti e si svela il significato recondito e reale delle parole: un buon esempio è dato dalla storia che segue.

Dal 2008 ad oggi il network internazionale di scuole “Bridge International Academies” (BIA) ha educato più di centomila bambini in oltre 500 scuole di Kenya, Uganda, Liberia, Nigeria, India. Il BIA è un’organizzazione for-profit, nata con lo scopo di fornire educazione primaria sostenibile ed accessibile alle famiglie povere, attraverso l’uso di strumenti tecnologici e modelli educativi innovativi ed efficienti. Nella lista dei suoi finanziatori spiccano le fondazioni di Bill Gates e Mark Zuckerberg, la Banca Mondiale, il gigante dell’educazione e dell’editoria Pearson e altri fondi simili, il Dipartimento per lo Sviluppo Internazionale del Regno Unito. Le scuole del BIA sono private e low cost, funzionano secondo un modello organizzativo altamente standardizzato e controllato che permette un forte contenimento dei costi ed un’alta efficienza – e quindi la possibilità di essere riprodotto su scale maggiori – e seguono un modello educativo e pedagogico di estrazione anglo-sassone basato su educazione scritta e test (che misurano lo stato e l’efficienza del percorso d’insegnamento/apprendimento) che vanta notevoli risultati statistici e riconoscimenti internazionali, in particolare dal mondo della grande finanza. I programmi del BIA, espliciti e dichiarati, sono di arrivare a qualche decina di milioni di studenti, e di farlo col sostegno e la partnership dei governi dei Paesi coinvolti e delle istituzioni internazionali.

Fin qui, qualcuno potrebbe dire: nulla di male. E, almeno a metà, avrebbe ragione. L’alfabetizzazione e l’educazione di base devono essere garantite a chiunque e questo principio non deve rimanere una dichiarazione d’intenti ma deve essere messo in pratica, in un modo o nell’altro, anche laddove il sistema d’istruzione pubblico è evidentemente lacunoso ed inefficace. Se ad esempio, come pare essere, in Liberia il governo non riesce ad offrire da sé un’istruzione di qualità alla sua popolazione, è giusto che qualcuno se ne occupi e che offra la sua competenza per aiutarli a farlo. A questo dovrebbero servire, nel discorso generale, i fondi destinati alla cooperazione e allo sviluppo internazionali. Ma torniamo al nostro racconto.

“Se entrate nello stesso momento, in un giorno qualsiasi, in una qualsiasi scuola del BIA, probabilmente sentirete l’insegnante sottolineare la stessa parola, nello stesso modo, con gli stessi accenti!”
Questo, all’incirca, uno degli slogan con cui si presenta pubblicamente questo progetto che, almeno per i primi otto anni di vita, ha trovato favore e sostegno diffusi. Partendo da qualche scuola in Kenya nel 2008 si è velocemente diffuso fino ad arrivare in Liberia dove ha stretto un accordo di partnership strategica con il governo per far fronte al tragico stato del suo sistema educativo.
Una BIA è una scuola dell’infanzia o una primaria che funziona con un processo altamente automatizzato. I docenti vengono formati con un corso di sei settimane, viene loro fornito un tablet sul quale ricevono giornalmente le lezioni da leggere in classe, con precise indicazioni sullo svolgimento integrale delle stesse, comprese le accentazioni e i ritmi della lettura. Gli alunni pagano rette che oscillano tra i 6 e i 20 dollari al mese a seconda del servizio ricevuto e ricevono anch’essi un supporto tecnologico (tablet o smartphone) col quale partecipare alla lezione. Le lezioni vengono elaborate da esperti statunitensi secondo schemi d’apprendimento standardizzati e monitorate costantemente. Inoltre il dirigente scolastico viene dotato di una sorta di “centralina” (un programma installato sul proprio smartphone) dalla quale controlla continuamente il tutto, compresi ad esempio i dati e le statistiche sull’assenteismo degli insegnanti o sui “traguardi formativi” raggiunti dai piccoli alunni. Secondo gli inventori e i sostenitori di tale modello in questo modo si riesce a garantire formazione di qualità a tutti quelli che altrimenti non l’avrebbero.

Sull’efficacia dei modelli educativi c’è molto da dire: innanzitutto le scuole di pensiero in questo ambito sono variegate e spesso contrastanti e in Europa (probabilmente anche negli USA) quella attualmente più accreditata promuove il superamento dei meccanismi verticali e individua la partecipazione, il coinvolgimento, lo stimolo all’interazione e alla socialità come strumenti cardine, soprattutto nelle fasi iniziali del processo di formazione. D’altra parte non è esattamente questo il luogo per discuterne in modo approfondito.
In ogni caso è interessante notare come sei settimane (ma anche sei mesi) di formazione, in assenza di un percorso formativo e un meccanismo pubblico di selezione, siano ridicole per un insegnante e come una scuola in cui non sono previste le domande a chi insegna sia perlomeno discutibile. Inoltre stabilire che 6 dollari al mese sono sostenibili, a priori, per le famiglie significa non tener conto dei contesti, e soprattutto destinare risorse verso tali progetti inevitabilmente porta a sottrarle all’impegno imprescindibile che lo Stato dovrebbe avere nel fornire formazione per tutti. Queste ed altre sono le critiche che le Nazioni Unite, per voce del Comitato per i Diritti dell’Infanzia, hanno mosso nel corso del 2016-2017 al BIA e al suo progetto in Liberia, portando alla parziale sospensione dello stesso. Anche in Kenya ed in Uganda il progetto ha incontrato ostacoli e resistenze in questo periodo. In Uganda una sessantina di scuole ed asili sono stati chiusi per ragioni educative ed igienico-sanitarie, in Kenya è iniziata una forte lotta da parte di comitati di insegnanti e genitori che protestavano per le condizioni degli arredi e degli spazi scolastici, la qualità dell’istruzione, la bassa paga degli insegnanti e degli altri operatori. Infatti, nonostante la BIA si faccia vanto di dare lavoro a chi non ce l’ha, con sei settimane di formazione, le voci di insegnanti che hanno manifestato perplessità rispetto al sistema educativo proposto non hanno tardato a farsi sentire. I sindacati, prima quelli kenyoti poi anche alcuni internazionali, hanno denunciato pubblicamente la BIA per violazioni contrattuali, accusandola di fare dumping salariale e minare alla base il funzionamento del sistema d’istruzione. Le lotte di insegnanti e famiglie si sono poi estese ad Uganda e Liberia, portando a risultati parziali. A seguito di queste lotte le Nazioni Unite si sono mosse, anche facendo pressioni sul Dipartimento inglese di Sviluppo Estero. Tra le varie accuse mosse alla BIA vi è anche quella di avere intimidito, tramite minacce legali e non solo, alcuni leader sindacali.

Tutto questo avveniva tra il 2016 e il 2017: un racconto più dettagliato si trova su Internazionale, The Guardian, Quartz, insieme a dichiarazioni, lettere e comunicati dei vari attori coinvolti. Oggi la lotta è aperta ed è in corso una campagna internazionale di denuncia.

In questa storia non ci sono armi, non ci sono caschi blu, bombe e genocidi e neanche occupazioni di territori altrui. C’è molto peggio. L’Occidente, il civilissimo Occidente, punta direttamente al futuro, alle nuove generazioni. Ci sono luoghi dove i bambini delle famiglie povere possono ricevere un’educazione qualitativamente inferiore, a patto che questa gli fornisca gli strumenti minimi per poter esser inseriti nei processi di produzione, misurati e canonizzati da qualche pensatoio liberista. Luoghi dove si sperimentano processi educativi alienanti per chi studia e chi lavora, che puntano ad affiancare o meglio a sostituire quelli pubblici. Allo stesso tempo è da ricordare, però, che vi sono nel mondo Paesi poveri che assicurano istruzione gratuita, universale e di qualità e contemporaneamente retribuzioni e status adeguati ai lavoratori della formazione, da Cuba alla più controversa Corea del Nord.

Voci accreditate da chi sta partecipando alla campagna globale contro il BIA propongono poi una lettura ulteriore, inquietante ma interessante. Se lo si guarda dalla giusta prospettiva il BIA sta provando a fare un enorme esperimento sociale, i cui attori sono le fasce più povere delle popolazioni di alcuni Paesi africani ed asiatici. Si stanno chiedendo se è possibile realizzare un sistema educativo privato che raggiunga due obiettivi: il primo è fornire competenze minime funzionali all’inserimento e alla messa a lavoro nella società “occidentalizzata” a fasce della popolazione altrimenti escluse; il secondo è fare tutto questo abbattendo i costi del personale, in questo caso gli insegnanti, ridotti a semi-automi. Una volta che l’esperimento darà gli esiti voluti il modello potrebbe essere esportato in Europa, affiancando il progressivo depauperamento del settore pubblico. A vederlo bene il modello BIA non si discosta troppo dall’Invalsi, dalla retorica delle competenze e dell’efficienza tecnologica che spopola tra i nostri recenti ministri dell’Istruzione.
Ai discorsi apocalittici e complottisti va sempre fatta la tara: questa non è la storia della multinazionale cattiva che trama per conquistare il mondo, ma la semplice, atroce, violenta realtà dell’imperialismo e dei suoi grandi attori ai quali abbiamo da opporre nient’altro che la forza dell’organizzazione internazionale degli sfruttati.

http://www.right-to-education.org/resource/bridge-vs-reality-study-bridge-international-academies-profit-schooling-kenya

Nota a margine:
Questa ricerca è stata condotta esclusivamente su articoli in lingua inglese e su testate anglo-sassoni (se si escludono wikipedia e Internazionale, che comunque rimane una traduzione). Per scelta obbligata, dato che pare non esistere nulla di scritto in italiano in merito. Questo la dice lunga sullo stato dell’informazione nel nostro Paese. In particolare, rispetto a come certe questioni vengono raccontate, tra i nostri media e quelli inglesi/statunitensi (almeno alcuni) c’è un abisso per quanto riguarda la ricchezza e l’uso di fonti dirette ed indirette, la cura dei dettagli, lo stile rigoroso, asciutto, ricco di informazioni.

Fonti: http://www.bridge-international.com, www.theguardian.com, www.internazionale.it, https:qz.com, www.wikipedia.it

Prospero

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