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EDITORIALI

LE PIETRE SU AMBURGO

Il G20 di Amburgo: il summit dei potenti, il contro-vertice dei compagni, le barricate, le squadre speciali della polizia e i giorni (e le notti) di fuoco.

Qualcosa di grosso si è mosso ad Amburgo nei primi giorni di luglio, lo si può interpretare in modi differenti ma di certo non si può ignorarne la dimensione.

Riprendiamo con piacere il testo prodotto dalla Brigata Yan Valtin (qui) , come trampolino per buttare giù un nostro bilancio e nodo per allacciarci a quello che può essere un filone di dibattito proficuo.

Partiamo anzitutto da due assunti fondamentali:

a) il contro-vertice, preso di per sé, è per noi uno strumento di lotta inutile nella fase attuale per il suo limite congenito: manca di qualità e quantità conflittuale quotidiana capace di mantenersi e radicarsi nel tempo. Più che un momento di lotta, forse è meglio definirlo un momento di manifestazione simbolica di opposizione. Ciò nonostante riconosciamo la grande forza espressa nei giorni di Amburgo, e la potenzialità insita nel mostrare la nostra forza in momenti di “zenit”. Eravamo scettici sul contro-vertice di Roma il 25 marzo, e rimaniamo scettici sullo strumento in sé. Ma senz’altro, se ben organizzato e partecipato con lo spirito giusto, può essere uno strumento simbolico efficace, può parlare un linguaggio chiaro sia nei confronti del nemico che degli sfruttati che assistono o si uniscono al riot.

Questo però è un risultato ascrivibile alla capacità organizzativa dei compagni e al contesto specifico in cui si cala l’azione; il che ci porta al secondo assunto fondamentale: b) se pensiamo che una parentesi simile sia riproducibile in contesti differenti con la medesima forma cadiamo nell’errore della generalizzazione. Il movimento tedesco si è impegnato nella costruzione di questo evento da circa un anno prima, una costruzione lenta, ragionata e realizzata con cura e attenzione che ha coinvolto direttamente compagni-e da più parti d’Europa. Lo sforzo organizzativo messo in campo è stato un investimento importante che ha dato poi grandi frutti. Inoltre, il tutto si svolgeva in quello che probabilmente è il quartiere più “rosso” dell’intero mondo occidentale. Dire che la situazione è riproducibile sempre e ovunque è probabilmente un buono sprone a migliorarsi, ma non è certo un fedele ritratto dell’attualità.

Bisognerebbe poi aggiungere all’analisi la presa in considerazione del comportamento del nemico attribuendogli capacità di scelta. Senza dubbio è vero che il dispositivo repressivo è andato in difficoltà, non sarebbe giusto nasconderselo. Però non è neanche un’analisi sufficiente ed esaustiva. Il nemico può sempre scegliere, specie se così potente come lo Stato tedesco. Bisogna tenere in considerazione la possibilità della scelta di “limitare i danni”, di una valutazione che dica “stavolta questi si sono organizzati bene e sono tanti, un po’ di danni li faranno, evitiamo di far diventare lo scontro troppo cruento che sennò potrebbe essere anche peggio…tanto fino al prossimo contro-vertice chi li rivede” (qui ribadiamo la nostra critica allo strumento contro-vertice, specie quando tende a sostituire l’azione quotidiana). Da aggiungere a ciò, l’attitudine più attenta ai principi (paraculi, sia chiaro) dello “Stato di diritto” rispetto a quello che succede da noi e in generale nei Paesi mediterranei. Niente caroselli coi blindati lanciati a 100 all’ora, niente lacrimogeni ad altezza uomo, poca repressione preventiva. Chi c’era racconta che nelle giornate precedenti i Decathlon e i Leroy Merlin pullulavano di gente. Qui stiamo ai daspo per le felpe col cappuccio e ai pullman sequestrati in autostrada. Non che in Germania la repressione non ci sia, tra l’altro siamo ancora qui a reclamare 6 compagni e compagne italiani tuttora detenuti (non dimentichiamocene mai, anche se parliamo di vittoria), ma diciamo che l’attitudine della pubblica autorità tedesca, nonostante l’enorme spiegamento di uomini e mezzi, ha lasciato dei margini per l’agibilità di un riot che non si vedono “sempre e ovunque”.

C’è sicuramente molto da imparare da Amburgo come dai movimenti tedeschi su questo piano: la capacità organizzativa è stata ed è da sempre un’arma potente che ha, talvolta, saputo supplire anche a carenze di discorso politico più generale. Ancora più importante per noi è da cogliere la capacità di attraversare uno spazio-momento di rivolta riuscendo a convogliare, supportare e mettere in campo pratiche e visioni differenti (blocchi, manifestazioni di massa, scontri, manifestazioni teatrali, ecc.), stridenti alle volte e renderle attacco comune che si alimenta proprio grazie alle differenze. Per un movimento come quello italiano dove i “grandi momenti” diventano occasione per fare a gara, imporsi gli uni sugli altri, improvvisare bislacche quanto volatili alleanze capaci di egemonizzare la piazza, tutto ciò è qualcosa che si è perso di vista da molto tempo e che deve tornare ad essere una sensibilità comune se si vuole finirla con la demenziale autofagia che ci accompagna.

Per capire quanto sopra basta il paragone tra le giornate di Amburgo e il 25 marzo di Roma. La differenza è stridente, l’accostamento parla da solo.

Cogliamo inoltre con estremo interesse il richiamo ad un’attitudine rivoluzionaria: coraggio nel mettersi in gioco, nel rischiare ma con intelligenza, la fede nella possibilità della vittoria, la sensibilità alla differenza che si fa intelligenza tattica nel momento dell’azione sono elementi propri della ragione e della volontà di chi è determinato alla sovversione di un esistente marcio, decadente eppure fortissimo. Buttiamo a mare i piagnistei sull’onnipotenza del nemico, l’autocommiserazione per il proprio minoritarismo, l’attitudine al ribasso del più debole. Sull’Elba questi elementi hanno funzionato, è stato forato il dispositivo, la vittoria si è ottenuta; piccola, temporanea ma loquace.

Solo colui che non teme la morte delle mille lame può disarcionare l’imperatore.

Quanto possiamo generalizzare questa vittoria però? L’asimmetria dello scontro che in piazza si impone con grande fortuna quanto e come è trasponibile sul terreno politico?

La comune è davvero il frammento spazio-temporale di un quartiere in rivolta per una notte? Oppure è la costruzione di un contro-potere comunista e autonomo che avanza anche lentamente e che nella rivolta di una notte trova una (o più) dei suoi momenti di zenit?

Proprio in virtù di questa ipotesi di generalizzazione, spendiamo due righe sul blocco dei flussi:

questo si è dimostrato uno strumento di lotta grandioso nell’ultimo decennio, eppure non è l’unico né ciò che possiamo prendere ad obiettivo della lotta rivoluzionaria. È uno strumento come altri che abbiamo quali la riappropriazione, lo sciopero, l’autorganizzazione. Il punto è che la debolezza del nemico non è solo nella movimentazione delle sue merci e dei suoi capitali, è nella sua intrinseca tendenza ad instillare la tensione al conflitto ovunque esso avanzi: le contraddizioni, le sue disfunzioni si aprono in ogni luogo di produzione e sfruttamento, in ogni quartiere gentrificato o territorio devastato, in ogni bisogno negato ed ogni diritto calpestato. In mezzo a tutto ciò noi possiamo trovare spazi di radicamento, dobbiamo assumere come nostra quella potenziale tendenza al conflitto che alberga in questi luoghi; coglierla, acuirla, renderla manifesta entro un comune orizzonte di lotta.

Fare ciò sempre e ovunque ci porta all’ultimo punto di interesse: l’internazionalismo. È ora che i tentativi di lotta locali trovino una propria dimensione globale. Il nemico è organizzato globalmente e dappertutto i grandi drammi che apre sono gli stessi. Tocca allora organizzarci anche noi su questo piano, capire che se il nemico è uno, le problematiche le medesime, allora la risposta dev’essere univoca. Con ciò non intendiamo la necessità di costruire una mega-organizzazione che perda tutto il suo tempo e le sue energie alla ricerca di un proprio equilibrio interno, ma alla percezione che ovunque si vada all’attacco del capitale ci sono i nostri compagni e le nostre compagne, c’è un proletariato che si organizza e risponde. Dobbiamo costruire ponti, conoscerci, sentirci parte di un’unica grande battaglia, agire insieme quando se ne dà l’occasione, dobbiamo tessere reti di solidarietà e sovversione che solchino gli oceani e diano oggi la dimensione della nostra potenza storica.

Ultima piccola postilla polemica. Quando si parla di brandizzazione del riot e di espropri diretti solo a simboli del lusso e del capitale multinazionale mentre i piccoli esercizi di quartiere vengono risparmiati dal fuoco, ci si prende in giro da soli. Non è stato così, tanto da causare un problema palese ed evidente. Non nascondiamo gli errori sotto il tappeto, assumiamoli sanamente e svisceriamoli tramite l’analisi e l’autocritica, tanto più che è cosa risaputa e naturale che nella rivolta lo spontaneismo e l’eccesso di zelo sono di casa. Banalmente, se su questo si è sbagliato capiamo come non ripetere l’errore due volte. Se sbagliamo non nascondiamocelo, proviamo a fare di meglio. Non ce ne vogliate per questo, ma siamo troppo fedeli alla massima guevariana: “la verità è sempre rivoluzionaria”.

Prometeo

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INTERNAZIONALISMO

LO SPETTRO DEL FASCISMO IN VENEZUELA

Era praticamente inevitabile che la crisi in Venezuela desse vita allo spettro del fascismo. Con 80 morti e incessanti scontri di piazza, con la nazione che si ritrova tra un’incerta burocrazia e un’opposizione della vecchia guarda, si sta ormai preparando il terreno all’ingresso di nuovi attori radicali.

Il 27 giugno la già critica situazione ha preso una nuova piega quando un elicottero dirottato della polizia è stato usato per attaccare diversi palazzi governativi. Il Ministero degli Interni e della Giustizia e la Corte Supera sono stati gli obiettivi di un attacco a base di granate che non ha provocato morti.

https://www.youtube.com/watch?v=OYgZxnGflOU  (altro…)

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CONTRIBUTIINTERNAZIONALISMO

I SEMI E LE MACERIE: UNA NUOVA PROPOSTA DAL MESSICO CHE RESISTE

Il Messico: un Paese attraversato da una dolorosa scia di sangue, nascosta dietro la facciata di una ridente cartolina caraibica o la foto di una maestosa piramide. Dietro l’immagine turistica, il potere politico e quello legato al crimine organizzato, fusi in un’assassina simbiosi, da almeno 10 anni continuano a portare avanti una guerra senza scrupoli contro la popolazione in generale e più sistematicamente contro i popoli indigeni e contro le donne (nella sola Ciudad Juarez ne scompare una a settimana e nell’hinterland di Città del Messico in questi mesi del 2017 già si sono registrati 258 femminicidi). Il saldo di questa guerra non dichiarata, dal 2006 a oggi, è di 170.000 morti ammazzati e circa 30.000 “desaparecidos”. Questi sono i numeri sconcertanti della dittatura neoliberista in Messico, cifre globalmente inferiori solo alla Siria e alla sua drammatica guerra.

La forma di governo che il Narco-Stato messicano impone è basata sulla connivenza completa fra partiti politici e cartelli mafiosi, a tutela degli interessi economici delle imprese multinazionali, impegnate a spolpare il sottosuolo (petrolio e minerali), il suolo (monocoltivi, legna, acqua ed energia elettrica) e la popolazione (come mano d’opera migrante, come esercito di riserva o come ornamenti folkloristici nelle destinazioni turistiche). Di solito si definisce questo tipo di economia d’assalto “capitalismo estrattivista”, basato nel furto violento e diretto delle materia prime e dei territori, con tutti i suoi abitanti e culture. I pistoleros mafiosi intervengono spesso nelle zone rurali per generare terrore e spopolare i luoghi che le imprese multinazionali hanno preso di mira, ne segue la militarizzazione e l’installazione del progetto economico previsto (una miniera o un giacimento petrolifero, per esempio). Si stima all’incirca che il 20 o il 30% del territorio messicano sia già stato dato in concessione a compagnie multinazionali, per l’“esplorazione” di possibili giacimenti o per l’impianto di grandi coltivazioni transgeniche. Parliamo di milioni di ettari, un’estensione nella sua totalità maggiore a quella della penisola italiana.

La cosiddetta guerra al narcotraffico, di cui ogni tanto si parla nei telegiornali europei (più per un morboso piacere del sangue che per fare reale informazione) non ha in realtà altro scopo che militarizzare ulteriormente i territori per meglio garantirne la devastazione e il saccheggio e l’annichilimento dell’intero tessuto sociale, il quale viene poi riplasmato sugli interessi del capitale stesso.

Allora come non parlare del popolo Coca di Jalisco, a cui l’imprenditore Guillermo Moreno ha già sottratto vari ettari di terra comunitaria? Come non parlare di ciò che sono stati costretti a subire i popoli Otomí Ñhañu, Ñathö, Hui hú, e Matlatzinca aggrediti dalla grande opera dell’autostrada Toluca-Naucalpan, giunta a sventrare terre e a distruggere case e luoghi sacri? Come non parlare dell’incedere dell’industria straniera mineraria ed eolica che nel sud di Veracruz pone a rischio l’esistenza stessa dei popoli Nahua e Popoluca, già assediati e stremati dal narcotraffico? E in Michoacán, a Ostula, Aguila e Cherán dove il narco e l’estrazione del ferro sono la ragione di morte per decine di contadini organizzati in difesa della propria terra? Per ogni territorio un progetto di saccheggio e morte, per ogni popolo indigeno una possibilità imminente di estinzione (attraverso l’assimilazione o lo sterminio).

Citiamo fra i tanti morti di questa guerra il compagno Rodrigo Guadalupe, ammazzato nel suo villaggio, Cruztón, in Chiapas, da un gruppo armato lo scorso 22 maggio, sotto una pioggia di proiettili che si è abbattuta sul presidio permanente a difesa dei terreni comunitari nei quali per giunta si trova proprio il cimitero. Allo stesso modo ricordiamo Jaime Lopez Hernández, dell’organizzazione OIDHO, nello Stato di Oaxaca, anche lui assassinato in un cimitero comunitario, dagli stessi interessi di mafiosi e capitalisti. Li citiamo, fra tanti, perché abbiamo potuto conoscere i loro occhi, le loro parole e i loro sogni di libertà: gli stessi nostri. Ma sono solo due delle 16.000 persone assassinate ogni anno in questa enorme macelleria a cielo aperto chiamata Messico.

La lista di infamie, saccheggi, sparizioni, stupri e omicidi potrebbe continuare all’infinito e peggiora vertiginosamente di giorno in giorno. “Tutto questo deve essere fermato, bisogna organizzarsi e prepararsi per resistere alla tormenta che ci viene addosso”, continuano a dirci le compagne e i compagni dell’Ejercito Zapatista de Liberación Nacional e del Congreso Nacional Indígena (CNI): molte organizzazioni politiche e comunitarie di questi popoli originari alle prese con la devastazione capitalista si ritrovano in una struttura nazionale, il CNI appunto, per condividere programmi di lotta, solidarizzare e trovare una formula per fare uscire il Messico dal sistema capitalista, mantenendosi in basso e a sinistra naturalmente. Inutile dire che all’interno del CNI (attivo dal 1996) gli zapatisti costituiscono una parte molto importante dell’ossatura, essendone tra l’altro i fondatori.

A ottobre del 2016, in occasione dei suoi vent’anni, si è aperta la prima sessione del V congresso del CNI con una dichiarazione, per bocca del Subcomandante Galeano, che è arrivata a spiazzare e provocare diverse reazioni. Il Congreso Nacional Indígena ha fatto partire una consultazione in ognuno dei suoi popoli per “smantellare dal basso il potere che ci impongono dall’alto e che ci offre un panorama di morte, violenza, spoliazione e distruzione“. Ci si è quindi dichiarati in assemblea permanente per far partire una serie di consulte finalizzate alla formazione di un Consiglio Indigeno di Governo (CIG) il cui proposito è esplicitamente quello di governare il Paese, con gli stessi principi e criteri che reggono il sistema autonomo zapatista in Chiapas. Una sorta di Giunta del Buon Governo, ma a livello nazionale.

Il Consiglio Indigeno di Governo, nominato il 28 maggio 2017 in un’assemblea in Chiapas con 1400 delegati di svariati popoli indigeni messicani, è un organo collettivo, formato da delegati provenienti dalle assemblee di ogni territorio, popolo e tribù che lo compongono e dovrà prendere in considerazione i popoli di tutto il Messico, indigeni e (successivamente anche) non indigeni e chiunque sia sfruttato, represso e emarginato. Si tratta di una proposta necessaria e di vitale importanza, attraverso la quale l’EZLN sta cercando di indirizzare il CNI verso un livello superiore di organizzazione che lo ponga come reale soggetto politico rivoluzionario all’interno del Paese. Una scelta necessaria e anche disperata, come lo fu quella armata del 1° gennaio del ’94. Oggi come allora sorge immediato il dovere di dire “BASTA!” visto che la guerra di oggi è per volume di fuoco, estensione geografica e numero di morti, decisivamente maggiore a quella di allora. La Comandancia zapatista ha lasciato intendere, vista la situazione, che questo Consiglio Indigeno di Governo potrebbe essere la ultima possibilità di cambiare il Paese attraverso la via pacifica.

C’è anche un’altra parte di questa proposta, poi ratificata in accordo con la plenaria della seconda sessione del V congresso del CNI tenutasi nel caracol di Oventik il primo gennaio 2017, che ha fatto molto discutere; il Consiglio Indigeno di Governo sarà rappresentato da una portavoce, “una donna indigena del CNI, di sangue indigeno e che conosca la propria cultura” e “che sarà candidata indipendente alla presidenza del Messico per le elezioni del 2018.È la parte più mediatica di tutta la proposta, quella che ha anche permesso di rompere il muro di silenzio attorno allo zapatismo, strategia usata dal potere negli ultimi 15 anni per isolare l’EZLN. Con una “cannonata” di questo tipo tutti i partiti, i mass media e le altre organizzazioni hanno dovuto rispondere e prendere posizione: ciò ha fatto in modo che i detrattori dell’EZLN aprissero bocca per dimostrare quanto, a dir loro, il CNI si lascerebbe pilotare dagli zapatisti, come se i popoli indigeni fossero un gregge di pecore sempre prone e pronte a seguire il pastore; solito cliché razzista sempre in voga da destra e, sfortunatamente, anche a sinistra. Altri, meno attenti alle complesse tematiche messicane, hanno gridato al tradimento, giudicando la questione elettorale in estrema contraddizione con la tradizione politica dell’EZLN.

In realtà gli zapatisti continueranno a non presentarsi alle elezioni e a non votare, neppure per la candidata del CNI, come dichiarato in un lungo comunicato del 17 novembre 2016, dove ribadiscono il loro rifiuto al potere, dando però appoggio pieno, politico, logistico ed economico all’iniziativa del CNI. La portavoce del Consiglio Indigeno di Governo, nonostante la confusione intorno al tema, non è zapatista: si tratta di María de Jesús Patricio Martínez ed è una compagna – medica erborista – appartenente al popolo Nahuatl di Jalisco, nominata nella scorsa e partecipatissima assemblea di maggio (con 1400 delegati, come già menzionato).

L’EZLN e il CNI sono perfettamente consapevoli che il terreno elettorale è insidioso quanto strutturalmente infame, si basa sulla sopraffazione, sul calcolo politico e sulla frode ed è per questo che sanno benissimo che nel 2018 non vinceranno alle elezioni e tantomeno interessa loro. La vera sfida politica è che il Consiglio Indigeno di Governo continui ad andare avanti al di là dei risultati elettorali del 2018, mantenendosi come una struttura di governo autonoma nazionale, così come lo sono le Giunte del Buon Governo nelle zone liberate del Chiapas. La candidatura della portavoce del Consiglio Indigeno di Governo vuole provare a colpire la classe politica dove gli fa più male, serve a fare da trait d’union all’interno del CNI e anche a generare una sorta di censimento per vedere le forze su cui si può potenzialmente contare a livello nazionale. Non secondaria è la questione della repressione: gli attacchi nei confronti delle comunità aderenti al CNI si stanno facendo sempre più frequenti, e una partecipazione alla campagna elettorale sarà utile nel rompere il silenzio mediatico riguardo ogni denuncia per arrivare a quanta più gente possibile, riproponendo con vigore la questione indigena nell’agenda nazionale. È doveroso sottolineare che il CNI e l’EZLN non stanno creando nessun partito o struttura elettorale parallela (con deputati e amministratori locali); stanno cercando invece di organizzare una nuova articolazione sociale che possa destabilizzare e distruggere l’ammuffito sistema politico messicano.

La parte principale della proposta dunque, a parte quella più prettamente strategica della partecipazione alle elezioni, continua a essere la creazione di questa federazione di autonomie che è il Consiglio Indigeno di Governo. Qualora questo laboratorio di autogoverno nazionale avesse successo potrebbe quest’ultimo anche configurarsi come una forza suscettibile di riconoscimento politico a livello internazionale, capace di stabilire relazioni con rappresentanze politiche di altre geografie per dissuadere una possibile invasione militare da parte degli Stati Uniti o una qualsiasi altra operazione di matrice imperialista.

È un’offensiva, un contrattacco che pretende di colpire la politica di sopra. Bisogna agire subito, attaccare adesso prima che sia troppo tardi e bisogna farlo insieme. La tormenta è già qui, è arrivata e si fa sempre più burrascosa, l’EZLN e il CNI hanno tratto il loro dado: “Invitiamo i popoli originari di questo Paese, i collettivi della Sexta, i lavoratori e le lavoratrici, i fronti e i comitati in lotta dalla campagna e dalle città, la comunità studentesca, intellettuale, artistica e scientifica, la società civile non organizzata e tutte le persone di buon cuore a serrare i ranghi e passare all’offensiva, a smantellare il potere in alto e a ricostituirci non più solo come popoli, ma come un Paese, in basso e a sinistra, a unirci in un’unica organizzazione in cui la dignità sia la nostra ultima parola e la nostra prima azione. Vi invitiamo a organizzarci e fermare questa guerra, a non avere paura di costruirci e seminare sulle rovine lasciate dal capitalismo.

Nodo Solidale

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LAVORO

SCIOPERO! APPUNTI DAL MONDO DEL LAVORO

Parlare di lavoro, oggi, appare una necessità sempre più urgente. Da sempre contraddizione centrale attraverso cui si muovono sia le aspirazioni dei rivoluzionari che le speranze della gente comune di avere una vita quanto meno dignitosa, un ragionamento sul conflitto tra capitale e lavoro sembra invece oggi essere evitato accuratamente proprio dalle giovani generazioni di compagni. È chiaro che ogni discorso su lavoro, salario e sfruttamento debba avere come terreno di partenza l’analisi delle dinamiche economiche globali, oltre che delle riforme liberiste attuate dai propri governi nazionali negli ultimi decenni. Persone più grandi, preparate e specializzate di noi già lo fanno meglio di quanto potremmo farlo noi, ma ci ripromettiamo sia di cimentarci in prima persona, sia di dare spazio a documenti di analisi vera e propria.

Ci interessa però in primis dare vita a una sezione in cui abbiano spazio le esperienze “nostre”. Perché il lavoro e il non lavoro sono tematiche a cui nessuno sfugge, e negli ultimi tempi, diciamo gli anni ’10, quelli in cui la gente della nostra età ha iniziato a lavorare o a cercare inutilmente lavoro, si stanno abbattendo sulla nostra quotidianità i rapidissimi cambiamenti che si sono succeduti in pochi anni. La crisi economica strutturale che non accenna a finire e le riforme di scuola, università e mondo del lavoro ci hanno fatti precipitare nell’epoca del lavoro gratuito o clamorosamente sottopagato, basato sul concetto di stage, di tirocinio, di “fare esperienza”, del “fare curriculum”, che ormai sembra diventare come una versione negativa dell’utopia di Galeano, quella che ogni passo in avanti che fai si allontana di un passo, ma che serve a continuare a camminare, e in questo caso, a continuare a farsi sfruttare.

Gli under 35 sono seriamente in difficoltà quando si parla di lavoro. Perché di fatto non ci sono modelli desiderabili, ed è anche normale che in una società capitalista non ci siano modelli di lavoro salariato desiderabili. Il ritorno indietro a un posto fisso, ovvero a seppellirsi per 40 anni nella stessa fabbrica o nello stesso ufficio, con gli stessi orari e gli stessi pochi colleghi, al servizio sempre di un padrone o dello Stato, non appare certo un orizzonte ottimale, e ciò è comprensibile. Anzi, grandi ed eroiche lotte furono fatte proprio per liberarsi da quel modello. Il problema è che queste battaglie furono perse, e adesso ci troviamo in una situazione indiscutibilmente peggiore, sia a livello salariale che esistenziale: la precarietà più selvaggia. Una precarietà che sembra non lasciare alcuno spazio alla sperimentazione di nuove forme di lotta, o almeno fino ad ora chi ha provato a inventarsi qualcosa a riguardo non ne ha tirato fuori granché. Se guardiamo alle lotte nel lavoro, gli unici spiragli sembrano esserci proprio laddove esiste ancora un qualcosa di simile all’operaio massa, come nella logistica o nella grande distribuzione. Oppure nelle lotte, ormai del tutto difensive e di retroguardia (ma non per questo meno giuste), per salvare il posto di lavoro dalla delocalizzazione nei settori dell’automobile e dell’industria pesante.

Nei giovani militanti (ma anche in molti meno giovani) si nota molto la tendenza a provare in tutti i modi a ricavarsi una nicchia più lontana possibile dal lavoro salariato, in cui guadagnarsi in qualche modo da vivere con forme più mutualistiche. Intento umanamente del tutto comprensibile, ma che non può risolvere il problema, anzi nasconde in sé il terribile spettro dell’auto-sfruttamento. A volte si arriva addirittura a comportamenti, di fatto, mentalmente dissociati, come andare a fare “le lotte degli altri” senza fare quelle che riguardano la propria condizione. Si lavorano le proprie ore senza fiatare, e poi si va ai cancelli di qualche fabbrica in sciopero. Cosa umanamente anche lodevole, ma che non può portare nulla di buono dal punto di vista della crescita della lotta di classe. Così come sono del tutto vuote le rivendicazioni di reddito slegate da qualsiasi forma di lotta, e non è un caso che il tema del reddito di cittadinanza sia sventolato a livello mainstream ormai soltanto da un movimento reazionario come il 5 Stelle. Ed è sicuramente consolatorio, ma altrettanto perdente, pensare di aggirare il problema concentrandosi solo sulla lotta “territoriale” e sulla riappropriazione di reddito: due aspetti fondamentali ma assolutamente non sufficienti.

La classe dominante ci mantiene poveri e soggiogati tramite la relazione subordinata di lavoro, tramite le catene del lavoro salariato (e ormai nemmeno più salariato, siamo tornati alla schiavitù, magari anche a chi costruiva le Piramidi in Egitto dicevano che “faceva curriculum”). Se vogliamo sconfiggerla e non solo ricavarci delle piccole nicchie di pace, dobbiamo tornare ad affrontarla su quel terreno.

Per questo vogliamo iniziare un percorso di autoinchiesta, raccontando le nostre esperienze di lavoro nel mondo attuale, la nostra quotidianità di sfruttati, provando a individuare le cose che ci danno più fastidio, che danno più fastidio ai nostri colleghi, gli elementi in cui il padrone potrebbe essere più debole e quindi su cui si potrebbe attaccare. Un percorso che raccolga anche le testimonianze di chi ci legge. Perché un’efficace azione concreta non può che partire dalla sintesi tra una corretta analisi delle dinamiche macroeconomiche e la fisicità urgente dei nostri bisogni. Coraggio compa’. Siamo ai tempi del lavoro gratuito: davvero, oggi più che mai, non abbiamo altro da perdere se non le nostre catene.

Prometeo

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CONTRIBUTIMETROPOLI vs TERRITORI

UN' EMERGENZA ABITATIVA CHE DURA DA SESSANT'ANNI:LE LOTTE DI IERI E OGGI VOL.2

 Nei primi anni Ottanta, si disgregava progressivamente la solidarietà di una classe che faceva sempre più fatica a riconoscersi come gruppo con medesimi interessi e analoghe condizioni materiali. Gli operai perdevano il proprio ruolo di avanguardia politica in un processo collettivo rivoluzionario. Iniziava ad assumere centralità un ceto intermedio di impiegati, commercianti e piccoli imprenditori.

Se gli anni Ottanta sono stati gli anni della cassa integrazione e dei licenziamenti di massa, gli anni Novanta e Duemila diventano gli anni della precarietà di massa. I salari reali diminuiscono e si moltiplicano le forme di lavoro atipiche che non garantiscono una continuità di reddito nel tempo. All’inizio degli anni Duemila, si percorre una fase di espansione della base occupazionale e di riduzione della disoccupazione; ma le condizioni dei lavoratori peggiorarono drasticamente: diminuiscono i salari reali e, quindi, il potere d’acquisto, aumenta l’instabilità lavorativa, si diffonde il fenomeno della sottoccupazione e dei working poori. Per incoraggiare l’occupabilità della popolazione attiva e stimolare le assunzioni da parte delle aziende vengono attuate politiche di flessibilità numerica in entrata, attraverso l’introduzione di contratti a tempo determinato, e in uscita, attraverso l’eliminazione o l’ammorbidimento delle tutele contro il licenziamento. Si realizzano politiche di flessibilità organizzativa attraverso l’esternalizzazione di parte dell’attività produttive: si moltiplicano le cooperative che non rispettano minimamente le condizioni contrattuali previste dal CCNL. I contratti flessibili si sostituiscono progressivamente alla vecchia forma a tempo pieno e indeterminato, rendendo precari e instabili i percorsi lavorativi ed esistenziali. Il Pacchetto Treu del 1997 e legge Biagi del 2003 codificano e regolano queste nuove forme contrattuali.

Per quanto riguarda la questione abitativa, ripercorrendo storicamente la curva del mercato immobiliare, dei consumi e dei redditiii, si osserva che nel decennio Sessanta i redditi hanno avuto un incremento del cinquanta per cento, mentre gli affitti e i consumi sono aumentati solo di un quarto percentuale; nel decennio Settanta la quota di proprietari di case superava il cinquanta per cento della popolazione e le famiglie riuscivano a mantenere un costante accumulo di denaro. Dalla fine degli anni Settanta e per tutti gli anni Ottanta, l’inflazione ha causato un innalzamento degli affitti e dei consumi; solo due strumenti legislativi, l’equo canoneiii e la scala mobileiv (entrambi aboliti negli anni Novanta), hanno salvaguardato i risparmi di lavoratori e famiglie.

La logica “investi sul mattone” per proteggere i risparmi dall’inflazione è stata propagandata chiaramente; la casa è passata ad essere da bene d’uso a un bene d’investimento e una fonte di reddito per moltissime famiglie. Dalla seconda metà degli anni Novanta e per tutto il primo decennio Duemila, i costi per i consumi e il mantenimento dell’abitazione iniziano ad incidere eccessivamente sul reddito delle famiglie. I proprietari di case diventano il 70% della popolazione residente; ma in verità aumentano i proprietari di mutui perché solo attraverso l’indebitamento si è in grado di acquistare un alloggio. Dal 2005, per la prima volta, la curva dei costi per l’abitazione supera quella dei redditi. Il processo di cartolarizzazione e vendita del patrimonio pubblico e il processo di liberalizzazione del mercato degli affitti aggravano ulteriormente la situazione. Con la crisi finanziaria legata principalmente allo scoppio della bolla immobiliare, l’abitazione rappresenta un simbolo di status sociale e un bene di lusso per gli esclusi dal mercato.

Negli ultimi due decenni, i prezzi delle abitazioni sono cresciuti in modo inversamente proporzionale al numero di alloggi popolari. Stando ai dati pubblicati da Federcasa, in totale si contano meno di un milione di alloggi di edilizia residenziale pubblica, di cui circa 800 mila gestite dalle Aziende Casa (ex IACP); dopo il processo di dismissione avviato con la legge 560 del 1993, l’offerta è calata del 22%. Il ricavato dalle vendite – lontano dai prezzi di mercato – non è stato sufficiente a costruire nemmeno un terzo del patrimonio venduto. Anche l’offerta residenziale destinata ad alcune categorie di lavoratori (Poste, Ferrovie, etc.), le case degli Enti previdenziali (INPS, ex INPDAP) e delle compagnie assicurative hanno subito un graduale e massiccio processo di cartolarizzazione e dismissione. La Riforma Dini del 1995 (legge n. 335), la legge del 2001 recante disposizioni in materia di privatizzazione e valorizzazione del patrimonio immobiliare pubblico (legge n. 410), la finanziaria del 2003 che permetteva la vendita del patrimonio di Regioni, Comuni ed Enti locali hanno ulteriormente affermato il concetto di “fare cassa” per il risanamento del debito pubblico. Infine, la legge che disciplina le locazioni e il rilascio degli immobili a uso abitativo (legge n. 431 del 1998) completa la liberalizzazione del mercato delle locazioni e alimenta dinamiche d’innalzamento degli affittiv.

Queste scelte chiaramente di natura politica hanno generato processi di impoverimento e aumento del disagio abitativo sia in termini di aggravamento dell’incidenza dei costi sul reddito (negli ultimi dieci anni, il costo generale della casa è cresciuto del 77% per chi si trova in affitto e del 24% per chi ha la proprietà; le retribuzioni, invece, sono cresciute solo del 18%) sia in termini di espulsione da aree e quartieri per le famiglie che non hanno potuto acquistare gli alloggi in vendita o pagare i crescenti canoni di affitto.

Per questi motivi, l’emergenza abitativa è riesplosa con tutta la sua dirompenza. Si è sottovalutato il problema per lungo tempo perché si è pensato che riguardasse fasce ridotte della popolazione.

A fronte di un surplus di 5,6 milioni di case vuote e un invenduto di 540 mila unitàvi, il numero di persone che perdono casa sono in costante crescita. Come si osserva dai grafici, negli ultimi vent’anni sono aumentate le richieste di esecuzione soprattutto per un’impossibilità a sostenere i costi dell’affitto; si tratta di “morosi incolpevoli”, secondo una definizione introdotta proprio negli ultimi anni.

A Roma, in particolare, il mercato immobiliare presenta i costi più elevati: l’affitto di una stanza si aggira intorno ai 450 eurovii al mese, i canoni medi delle abitazioni (arredate) al libero mercato stanno intorno ai 727 euro al mese per un monolocale, 850 euro per un bilocale, 1.042 euro per un trilocale e 1.023 euro per un quadrilocaleviii. Dal 2007 a oggi si registra una variazione percentuale del +42% di sfratti emessi e del +37% di sfratti eseguiti con l’intervento della forza pubblica.

Ultimi dati disponibili, nel 2015 è stato emesso uno sfratto ogni 399 nuclei familiari, ma molte grandi città presentano una situazione peggiore della media nazionale: Roma con uno sfratto ogni 272 famiglie, Genova 1/317, Firenze 1/323, Palermo 1/324, Napoli 1/335, Verona 1/353, Milano 1/357 e Bologna 1/696.ix

Per questo motivo, sono riesplose le iniziative antisfratto e le occupazioni di immobili in tutta Italia. A Roma, in particolare, si contano oltre sessanta occupazioni a scopo abitativo e una decina di progetti di autorecupero. Ma in verità il numero è sottostimato perché sfuggono dal conteggio palazzine occupate indipendentemente dai movimenti di lotta per la casa e le occupazioni di singoli appartamenti di enti pubblici lasciati invenduti o di alloggi popolari.

Proprio il successo e l’espandersi di queste iniziative organizzate ha avuto però come effetto negativo la reazione dura da parte dello Stato, con forme di repressione volte a negare la legittimità di tali azioni. L’ultimo provvedimento legislativo, conosciuto con il nome di “Piano casa Lupix, rappresenta un dispositivo di controllo perché prevede disposizioni che favoriscono la dismissione del patrimonio residenziale pubblico (art. 3) e il contrasto alle occupazioni abusive d’immobili (art. 5).

Questo provvedimento impedisce a chiunque occupi un edificio di chiedere la residenza e l’allacciamento a pubblici servizi: energia elettrica, gas, servizi idrici e telefonia fissa. Inoltre dispone che gli occupanti abusivi di edifici pubblici non possono partecipare alle procedure di assegnazione di questi alloggi per i cinque anni successivi (art. 5, comma 1-bis). All’acuirsi dell’emergenza abitativa, dunque, si risponde con un irrigidimento legislativo che ha pesanti conseguenze e ricadute sull’esercizio di alcuni diritti. Impedire di chiedere la residenza anagrafica comporta diverse negazioni: l’iscrizione al Servizio Sanitario Regionale che garantisce l’assistenza sanitaria (assistenza medica e pediatrica, farmaceutica, specialistica ambulatoriale, ospedaliera, domiciliare e consultoriale); l’accesso alle prestazioni socio-assistenziali; l’accesso al sistema scolastico; per i cittadini italiani, l’iscrizione nelle liste elettorali del comune e l’esercizio del diritto di voto; per le persone rifugiate e immigrate, ostacola la possibilità di rilascio del permesso di soggiorno o l’acquisizione della cittadinanza.

Questo provvedimento genera una zona del non essere e dell’esclusione perché, di fatto, discrimina e rende illegali le persone che occupano casa per necessità. Colpisce senza pietà chi si attiva e reagisce ai pesanti attacchi di un ceto politico disponibile unicamente a seguire e applicare politiche neo-liberiste.

Ma perché negli ultimissimi anni le lotte non portano a vittorie reali?

La difficoltà sta nel fatto che, a differenza dei decenni passati, non c’è una base sociale coese e consapevole. Molte persone non hanno una precisa collocazione di classe e una chiara visione dei propri interessi. Anche nei quartieri più periferici, molte famiglie si riconoscono e si identificano come proprietari di case. Il fatto che l’emergenza abitativa colpisce sempre più persone (ad esempio il proprio vicino di casa, un parente, un amico, un collega), vedere eseguiti sempre più sfratti per le vie dei propri quartieri, la difficoltà a pagare le bollette sono questioni rilegate a “problema privato”. Le colpe vengono scaricate su chi subisce e non sui veri responsabili del problema: amministrazioni locali, Governo e Stato. Spesso si generano guerre tra poveri; la destra cavalca il problema degli sfratti per mettere contro proletari italiani e proletari di origine straniera.

Come si può uscire da questo impasse? Come ricreare dei veri rapporti di forza? Come riuscire a legittimare pratiche di autorganizzazione e di resistenza messe in campo dal basso?

In questa fase storica, a queste domande non corrispondono adeguate risposte. È importante il lavoro capillare nei quartieri per diffondere l’idea che non è giusto risolvere privatamente problemi generati da fattori di natura sociale ed economica; che la lotta e la resistenza paga; che l’unione e la solidarietà, al di là dell’appartenenza nazionale, sono gli unici fattori che possono riuscire a contrastare i dispositivi di controllo e repressione esercitati dai poteri politici ed economici.

Chiara D.

i Pugliese, E., Rebeggiani, E. (2004). Occupazione e disoccupazione in Italia. Dal dopoguerra ai giorni nostri. Roma: Edizioni Lavoro.

ii Cresme – Riusa (2012). Il mercato immobiliare in Italia e nelle città. Estratto da <www.ordinearchitetti.mi.it/download/file/11106>.

iii L’equo canone è uno strumento di politica abitativa che prevede la determinazione dell’ammontare massimo del canone di locazione non sulla base dai prezzi di mercato e dalla libera contrattazione delle parti, ma sulla base delle condizioni dell’alloggio. La legge del 1978 prevedeva che l’affitto e il subaffitto di un’abitazione non potesse superare il 3,85% del valore locativo dell’immobile.

iv Strumento di politica economica finalizzato a mantenere costante il potere d’acquisto, indicizzando i salari all’aumento dei prezzi.

v Graziani, A. (2005), Disagio abitativo e nuove povertà. Firenze: Alinea.

vi Fonte: censimento 2011.

vii Elaborazione dati provenienti dal sito <www.easystanza.it>.

viii Fonte dati Nomisma.

ix Ministero degli Interni (2015). Gli sfratti in Italia: andamento delle procedure di rilascio di immobili ad uso abitativo. In < http://ucs.interno.gov.it/ucs/contenuti/168224.htm>.

x D.L. n. 47/2014, poi convertito con modifiche dalla L. n. 80/2014.

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EDITORIALI

CADONO LE STELLE, TUTTI GIU' PER TERRA

Cadono le stelle è il caso di dire. Con la notevole inflessione del movimento pentastellato alle amministrative, torna in auge la vecchia rivalità elettorale tra PD e centro-destra che era stata messa da parte da nuove e rinsavite correnti. Il M5S che a seguito del fallimento e di un’instabilità che li vede protagonisti nell’ultimo periodo, torna alla carica lanciando dichiarazioni che lasciano intuire delle prevedibili alleanze.

Il crollo del Movimento sta avvenendo in modo lento ma visibile agli occhi dei più attenti, dalla cacciata di presunti cavalli da corsa a fallimentari gestioni di giunte comunali. L’Appendino dopo i fatti avvenuti a Piazza San Carlo a Torino durante la finale di Champions, si è giustificata esordendo che il Comune non c’entrava nulla e che il ‘mostro mediatico’ è stato creato come complotto per colpire la sua giunta. Certo di complotto non si può parlare dato che la gestione di eventi pubblici è competenza del Prefetto, non della giunta. Pizzarotti, dopo aver abbandonato il Movimento, corre da solo per vincere a Parma. Fino ad arrivare alla gestione della città di Roma con la sindaca Virginia Raggi: una città troppo complessa per essere gestita da soggetti incompetenti e facilmente manipolabili da lobby di costruttori e troppo “ingenui” per non sapere come funzionano certi meccanismi di potere.

In tutti questi mesi, purtroppo, abbiamo visto nei sondaggi un aumento della fiducia verso il Movimento che sentendosi appoggiato dai cittadini ha rilasciato, il più delle volte, dichiarazioni contrastanti con il programma politico con il quale si era presentato. Vedi le questioni rifiuti, trasporto pubblico, vaccini e via dicendo. La sconfitta delle amministrative è stato un duro colpo, amministrative che hanno visto la presenza di centinaia di liste civiche, finte o autentiche che siano, dietro le quali si sono nascosti i partiti come PD e centro-destra; l’unica a vincere da sola è stata la Lega che con il suo nome conquista una decina di comuni. In un piccolo comune in provincia di Mantova ecco che nella lista appare sulla scheda il simbolo del fascio littorio, la cui capolista e candidata sindaco è una ragazza di 20 anni che nel suo programma politico rimanda ai valori del fascismo. Il M5S scompare anche nei piccoli comuni dove poteva avere una minima probabilità di vittoria.

Come dopo ogni sconfitta c’è l’elaborazione del lutto, che però il Movimento non sta affrontando nel migliore dei modi, rilasciando dichiarazioni che fanno pensare a svolte a destra. L’ultima è stata la dichiarazione sull’emergenza migranti partita da un post, estratto dalla lettera che la Sindaca di Roma ha scritto con destinatario il Viminale, nella quale parla della città di “Roma come una pentola a pressione” e chiede al Prefetto di “limitare il flusso di migranti in città con misure ancora più restrittive”, dichiarazioni che vengono subito appoggiate dal presidente della Camera Di Maio che parla di “emergenza e incompetenza da parte del ministro Minniti” e incalza: “l’Ue deve tener conto che l’Italia non potrà farsi carico per sempre dell’emergenza del flusso migratorio perché la priorità l’hanno i cittadini Italiani”, e afferma la necessità di applicare quelle misure restrittive che la legge Minniti-Orlando prevede.

Insomma, un Movimento che prima era pro-accoglienza e predisposto alla creazione di soluzioni alternative per far sì che la gestione dei migranti non danneggiasse i migranti in primis e le città, ora quegli stessi migranti sono diventanti il problema da debellare e il pretesto per tornare alla carica in vista delle prossime elezioni. Questo tipo di dichiarazioni suonano familiari; della parola migranti chi ci si è riempito la bocca e ne ha fatto slogan da campagna elettorale è stato Salvini con l’aspetto della nuova Lega. Qualcosa non torna: un movimento che fino a una settimana fa faceva dell’accoglienza e del rispetto per i diritti umani la sua bandiera, ora si trova a cavalcare la stessa onda del leader del carroccio. La Raggi ha parlato di emergenza migranti a Roma, un po’ come l’emergenza rifiuti, incitando il Prefetto a trovare soluzioni al più presto perché la città non riesce a contenerli e a gestirli, e una delle soluzioni è rimandarli al mittente. Dichiarazioni che hanno avuto l’appoggio dei fascisti di Casapound: bizzarro, in quanto da quando la giunta Raggi si è insediata al Campidoglio le ha sempre mosso critiche. Altra dichiarazione che li accomuna è il rastrellamento, come direbbe Salvini, dei campi Rom, che incidono sul decoro urbano e occupano spazi che potrebbero essere utili a qualche costruttore per portare avanti la gentrificazione insensata che sta dilagando in città. Non ultima la discussione e approvazione al Senato dello Ius Soli, diritto di cittadinanza, che ha visto il M5S astenersi dal voto e uscire al momento della discussione e Casapound all’esterno che protestava arrivando a “tafferugli” con le forze dell’ordine. Lo Ius Soli prevede che i bambini nati in Italia da genitori stranieri potranno avere il diritto di cittadinanza al raggiungimento della maggiore età e solo se uno dei genitori possiede il permesso di soggiorno da almeno 5 anni. Una legge che fa storcere il naso a entrambe la fazioni.

Sorge spontanea una riflessione: dal momento che il M5S ha avuto la prova con le amministrative che senza un programma politico concreto e alleanze strategiche non va avanti, è probabile che cerchi in tutti i modi di affiancarsi a quello che al momento è più vicino alla loro linea di pensiero ovvero la Lega e che si allei cercando di sconfiggere il nemico comune (il centro-destra e PD)?

Con queste ultime elezioni emerge un dato concreto visibile, sono tornate dagli inferi le due grandi coalizioni di centro-sinistra e centro-destra e questo porterebbe all’esclusione dei pentastellati e della Lega che vedendosi sole a condividere le stesse linee politiche potrebbero allearsi. Di conseguenza, però, essendo il M5S un melting pot di pensieri e correnti potrebbe perdersi qualcuno per strada che non sarebbe d’accordo con tale svolta; in più tanti degli elettori che hanno votato il movimento sono persone di sinistra che si sono sentiti abbandonati dal proprio partito e che hanno visto una speranza nel “nuovo che avanza”. Un’alleanza che potrebbe intimorire PD e Centro destra i quali potrebbero, a loro volta, pensare ad un’alleanza tra loro contro il nemico comune.

Per ora quello che salta all’occhio dagli ultimi sondaggi è una ripresa della vecchia guardia partitica che rimanda alla mente i soliti slogan e le solite dichiarazioni da coniugi in crisi.

Tuttavia, bisogna scindere una brutta tornata elettorale dalla fine di un ciclo. Può darsi che il Movimento, poco radicato nei territori, poco legato alla società civile e alla borghesia, sia stato ritenuto poco adatto alla guida di realtà piccole. Ma potrebbe rifarsi della débacle alle prossime politiche. Gli elettori che ieri hanno rifiutato l’idea di un’amministrazione pentastellata potrebbero riporre fiducia, nuovamente, nella proposta politica della “rivolta anti-casta” facendone il depositario del voto di protesta.

Ad oggi, quel che possiamo ipotizzare, è che il M5S, per anni “terzo incomodo” nella pantomima bipolare che propone alternanza di partiti ed identità di programmi, inquilino chiassoso del Parlamento e spauracchio mediatico, sia ridotto sulla difensiva. Costretto ad urlare slogan tanto facili quanto xenofobi per recuperare terreno. Quel che possiamo dare per certo è il trionfo di una politica istituzionale asfittica, dove retori mediocri si atteggiano a grandi oratori, ed esecutori di ordini di Confindustria e Bruxelles si propongono come riformatori, mentre non fanno altro che riprodurre le più squallide pantomime clientelari.

Se il voto di delega è un canovaccio liso, questi pagliacci tristi ne sono gli stanchi interpreti. Possa per le strade nascere un nuovo protagonismo, la cui forma e contenuto siano il senso di responsabilità piena e collettiva. Facciamoci sotto, occhio agli spacciatori, occhio agli zuccherini.

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EDITORIALI

PSICOSI COLLETTIVE E COSCIENZE SPORCHE: COSA CI DICE PIAZZA SAN CARLO

Immaginate la vostra squadra in finale di Champion’s League, che gioca contro il Real Madrid. Immaginate una piazza colma. I megaschermi la illuminano con le immagini della partita, immaginate la folla vestita con quei colori che sono anche i vostri, mentre condividete con essa quelle emozioni che sono anche le vostre. Immaginate la gioia repressa per un traguardo che sta ad un passo da voi, una gioia che aspetta solo di essere liberata. Poi il panico. Ecco: piazza San Carlo a Torino, la sera del 3 giugno 2017.

Non si è capito se sia stato un petardo, una transenna caduta, una vetrina rotta o chissà cosa. Quel che è certo è che migliaia di persone hanno cominciato a correre e a calpestarsi, a cercare non si sa dove una via di fuga da non si sa che. Più di millecinquecento feriti, otto dei quali gravi, uno di questi è un bambino che, per due giorni ha rischiato la vita. Qualche vecchio juventino parla dell’Heysel, e viene da credergli, immaginando il dolore che quell’esperienza significa. Dopo giorni di indagini la polizia e gli inquirenti faticano a trovare la causa del panico, di quella fuga precipitosa che le immagini di quella sera ci hanno descritto. Avevano in mente l’eco di Parigi, di Manchester, di Londra: lo spettro del terrorismo poco ci manca facesse più morti del terrorismo stesso.

Il giorno dopo tutte le maggiori testate giornalistiche portavano in prima pagina i fatti di Torino, oscurati solo dall’attentato che, quasi contemporaneamente, era avvenuto vicino al London Bridge. L’ansia di trovare un colpevole rende qualsiasi testimonianza magicamente attendibile: il petardo, l’automobile lanciata sulla piazza, il cedimento di un megaschermo, un jihadista confuso tra la folla che ha iniziato ad urlare minacciando persone. Ecco, ad un certo punto i giornali sembrano quasi averlo individuato il jihadista: è li, ad un angolo della piazza, con lo zaino sulle spalle e le braccia larghe, in una posizione che “evoca quella di un kamikaze”. Il jihadista per caso si presenterà poco dopo in questura, insieme alla sua compagna, spaventato e scosso, a spiegare che le braccia larghe servivano ad intimare “calma” alla folla impazzita. Qualunque cosa sia successa in piazza egli ne è estraneo.
Il giorno dopo ancora, lunedì 5, “La Repubblica” insiste: in piazza c’erano un centinaio di ultras diffidati a dirigere la situazione. Viene da chiedersi: quale situazione? Cosa dirigevano? Chi erano (proprio nel senso di nomi e cognomi) e cosa hanno fatto, materialmente? Il giornale più autorevole d’Italia si astiene dal comunicarlo. Il martedì l’episodio è relegato alla cronaca locale, dove si punta il dito sull’organizzazione della giunta Appendino e si fanno mielosi resoconti sui salvatori del bimbo di otto anni, ormai stabile e fuori pericolo.

La buttiamo lì: a Torino non è successo niente. Sì, certo, la paura, i feriti, un bambino in condizioni gravi, ma non è successo niente, materialmente. Soprattutto nulla di nuovo. Eppure da quel marasma, e dalla cagnara che ha provocato, riusciamo a tirar fuori degli spunti di riflessione.

La paura – “La paura genera paura / la paura genera paura: ti blocca!” recitava Ferretti in una canzone dei CSI. L’Europa, è il caso di dirselo, è tornata ad essere un campo di battaglia. Il teatro di una guerra subdola, sporca. Partorita dal suo stesso ventre e che di esso banchetta. Un tumore di cellule impazzite difficile da sradicare. Capita sempre più spesso di sentire di attentanti, sanguinosi e allucinanti, nel cuore del continente che si professa accogliente e multietnico. Assistiamo impotenti allo strazio del sangue e alla routine del cordoglio. È normale avere paura. È normale che in una situazione tranquilla, di festa, come può essere quella della visione collettiva di una partita la “voce” di un terrorista in giro per la piazza possa avere conseguenze devastanti. La detonazione della paura repressa. La paura di un qualcosa non vero, ma verosimile.

Enduring feardom – A seguito di ogni attentato il galateo prevede dei rituali precisi: uno dei passaggi obbligati è quello dei politici che dicono che non bisogna farsi intimidire dai terroristi, non dargliela vinta. La realtà è che siamo quotidianamente terrorizzati dall’allarmismo e dal clamore sul pericolo islamico, pompato a mille da giornali e talk-show. Un pericolo drammaticamente reale, ma la cui percezione viene distorta ed ingrandita esageratamente, fino a farla sembrare incombente quando non lo è. Nel balletto delle etichette intercambiabili dei nostri giornalisti – dove “immigrato”, “clandestino”, “musulmano” e “terrorista” vengono usati quasi fossero sinonimi – cresce rigogliosa la paura del vicino, l’insicurezza che spinge a svuotare le metro, a guardare con sospetto chi si professa musulmano. Ogni giorno veniamo riempiti di messaggi, di “notizie”, che ci parlano della pericolosità dell’altro, che c’insegnano la diffidenza verso di esso: un flusso mediatico nel quale è lo stereotipo, la percezione drogata e distorta, a sopraffare la realtà. Ci viene dipinto un mondo di costante pericolo, provocato da un nemico oscuro che si nasconde ovunque, impalpabile e nebuloso come i mostri d’infanzia. Ma in grado di suscitare fobie che fanno più di millecinquecento feriti. Sempre i giornali, sempre i mezzi d’informazione hanno preferito dare in pasto al giustizialismo mediatico un ragazzo che cercava di tranquillizzare la folla impaurita, inventando pose equivoche. Persa anche quella strada, smentita dalla dura realtà, non è rimasto che battere la sempreverde pista degli ultras: capro espiatorio facile e indifendibile, spauracchio utile per tutte le stagioni. Secondo “la Repubblica” dirigevano, ma cosa non è dato sapere. E soprattutto quale collegamento ci fosse fra la loro presenza in piazza e l’esplosione della paura non è specificato, ma sottinteso, suggerito con il solo citarli. Un’accusa velata che contrasta con le norme del buon senso, in cui prima di puntare il dito bisogna informarsi, analizzare, circostanziare. Ricordatevi di loro quando vi parleranno di fake news. Perché riflettere, indagare le cause profonde della paura, quando si può puntare tutto su delle vittime sacrificali, crocefisse oggi e dimenticate domani? Perché non provare a ragionare buttando acqua sul fuoco, anziché la solita benzina?

Il dito, la luna e gli stolti – C’è da dire, però, che se il nostro obiettivo è quello di sconfiggere i terroristi non lasciandoci terrorizzare allora lo stiamo mancando alla grande. Ci giustifica il fatto che una normalità fatta di centri commerciali, trepperdue, muri puliti, contratti a termine, bacheche social come unico protagonismo politico e vicini di casa da “buongiorno e buonasera” sono degli idoli ben poco seducenti ai quali votarsi. Se c’è una colpa che può essere imputata a chi era in quella piazza è proprio quella di essersi dimostrato non in grado di gestire una situazione tanto assurda quanto normale (perché, ricordiamo, non è successo nulla). La sicurezza della linearità, l’estraneità all’imprevisto, a quelle che possiamo definire “dinamiche di piazza”, è il sintomo di una distanza enorme dalla vita comunitaria e dai suoi inciampi. L’estraneità dal mondo, la delega, il feticcio securitario, l’anestesia dallo stare insieme, dal condividere momenti collettivi con tutti i loro carichi di incognite. Probabilmente è proprio l’assenza di quest’anestesia, l’abitudine alle situazioni collettive, che ha fornito agli ultras juventini presenti in piazza la freddezza necessaria a non farsi prendere dal panico. Il ministro Minniti, subito dopo il delirio torinese, ha comunicato che per i grandi eventi verrà sempre garantita la “massima sicurezza”: è davvero questa la protezione, la sicurezza ovattata e deresponsabilizzante di cui abbiamo bisogno?

I lupi e gli agnelli – Il jihadismo uccide. Ai concerti per adolescenti a Manchester, mentre facciamo check-in a Bruxelles, mentre beviamo una birra in un pub vicino Southwark, mentre chiacchieriamo a Parigi: siamo bersagli. Non è una bella situazione. L’Italia, graziata finora, non continuerà ad avere in eterno questo privilegio. Guardiamoci in faccia: siamo sulla lista. Non sappiamo dove, né quando, ma saremo colpiti. Quello che sappiamo è che i meccanismi che generano questa violenza sono tutti nostri, tutti interni alla cultura e alla società europea, per quanto gli esecutori degli attentati si professino musulmani. Si nutrono dell’odio che le guerre di noi occidentali hanno portato in Medio Oriente, in Africa, in Asia, di emarginazione sociale, crescono nelle periferie, come fiori innaffiati dall’abitudine del sospetto immotivato, della paura che spinge a chiudersi in casa e rimpiangere città e quartieri abitati da onesti italiani: tempi e luoghi che non sono mai esistiti, se non nei racconti da romanzetto dei talk-show condotti da simil-giornalisti in cui parlano solo politici razzisti. Chi sono i nostri nemici: i razzisti d’accatto? I giornalisti che vendono pornografia della paura? Certamente. Ma anche chi è talmente pazzo da sacrificarsi in nome di un ideale malato, di una religione di cui in fondo non sa nulla, e in cui manco crede. Se i primi sono letame, i secondi sono le piante malate e velenose ch’essi concimano. Poniamoci la domanda: come possiamo fermarli, finché siamo in tempo? Siamo sicuri di voler continuare a scappare?

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LAVORO

È LA TUA VITA QUESTA QUA!

 

da leggere ascoltando Traccia una rotta, Airesis

Una giornata uggiosa ti fornisce tutta la carica necessaria per scrivere di occupazione. Quell’argomento astratto espresso in percentuali che spesso appare sulle prime pagine dei giornali, in crescita o in discesa a seconda del taglio politico del Vittorio Feltri di turno, che preferisce la provocazione alla politica, lo squallore al buon senso, quando si parla di temi così sentiti.

Di occupazione, quindi, o di fatica, direbbe un lavoratore. A maggior ragione se precario, cosciente della propria condizione e con l’occhio attento a vedere i diritti (?) abbastanza lontani per capire che la sua esperienza sta per terminare.

Stendo allora qualche riga sulla mia esperienza di lavoro finita – e finita male – per condividere delle riflessioni calzanti con quello che ci spetta – a noi portatori sani di precariato, disoccupazione, sfruttamento, ma anche disobbedienza, organizzazione, coscienza di classe e, perché no, lotta di classe. Roma, 2017, tu, prescelto fortunato per donare il tuo sudore (e le tue ossa invecchiate precocemente) a dei signorotti prepotenti, non puoi che aspirare ad un’unica certezza: testa bassa e lavorare! Altrimenti “ne prenderemo atto e alla fine del contratto va’ a casa!”.

Mi piace cominciare dalla risposta ricevuta dal direttore dell’azienda pubblica (ancora per poco) per cui ho lavorato fino a meno di un mese fa, perché è emblematica del rispetto che bisogna avere per certe figure, comunemente chiamate capi (qualcuno non ha vergogna di rivolgergli la parola con questo appellativo), pena l’estromissione dai giochi. Game over, insert coin. È vero, molti colleghi e colleghe hanno pagato la loro vivacità con l’allontanamento temporaneo e definitivo dall’azienda, non motivato o spesso motivato con una pacca sulla spalla e un augurio a ricevere una prossima chiamata. Altri più fortunati hanno baciato il gettone per continuare il gioco diversamente: da questa parte della barricata, organizzandosi con i propri simili (gli assunti a tempo determinato) e battendosi orgogliosi della propria condizione per fargliela pagare e raggiungere i miglioramenti minimi ma necessari a ricevere la spinta di cui sentivamo il bisogno per continuare. Perché sul posto di lavoro impari a non fermarti, a mettere in pratica quei principi basilari che rappresentano i pilastri della tua esistenza e quando ci si ritrova scaraventati in un mondo (che fai a presto a riconoscere), ricordi la solidarietà che hai portato a chi pativa certe condizioni di vita e lavoro (le tue stesse condizioni di vita e lavoro) e non ti tiri indietro cosciente di quello che si è e di quello che si potrà/dovrà essere. È la tua vita questa qua…

Se l’obbedienza è dignita, la libertà è una forma di disciplina.

Può capitare – e non l’avresti mai immaginato (ma solo perché siamo alle prime armi) – che in maniera diretta e non meno sfrontata ti arrivi un messaggio. Come un selcio nel bel mezzo della fronte: – “Com’è andata, tutto bene?” – “Sì, sì”. E senti ripetere lo stesso ritornello a disco rotto tutti i giorni, finché non decidi di affrontare a muso duro l’insulto e la faccia di cazzo che te lo ha lanciato: – “Qual è il problema?”. E giù giri di parole infiniti per comunicarti semplicemente che devi fare quello che qualcuno vorrebbe che facessi: lavorare. Sì, ma lavorare allungando gli orari, per due soldi che non sai se mai arriveranno (anche quando lo richiedi esplicitamente e formalmente dopo una mancanza) e rinunciando al tuo tempo e alle tue attività.

Dal momento in cui hai deciso di non farti spremere dall’azienda, i cani da guardia (o controllori) decidono la tua lenta fine durante le ore che dovrai passare chiuso in “ufficio”. Sì, un ufficio in cui la maggioranza dei tuoi colleghi più anziani zoppica e ha problemi legati ai tendini delle mani dovuti a quello che chiamiamo malattia professionale. A testa alta e con la postura indisposta a trattare, ma altrettanto non curante delle conseguenze, ho direttamente risposto che non c’era spazio per bandierine bianche issate al vento in segno di resa, e che la giornata lavorativa, per come la intendo io (e come legalmente – sai che ce ne facciamo poi della legalità?! – riconosciuto sul contratto), l’ho sempre portata a termine “facendomi il mazzo”.

La risposta dell’azienda, rappresentata dal caposquadra, si è esplicitata in un modo che potrebbe portare confusione nella testa dei più e che possiamo tradurre con un detto ancora molto in voga tipicamente applicabile a quella categoria di persone sicura di sé (senza poterselo permettere), che suscita tanto rifiuto agli occhi e alle arterie di noi piccoli uomini “stupidi”: fare lo scemo per non andare in guerra. Da quel momento in poi, l’atteggiamento irrispettoso nei confronti delle pecore nere (“continuate così!!”) dell’ufficio si è intensificato a tal punto da stabilire un cambio di rotta nella gestione della giornata lavorativa. Per tutti gli altri nessun cambiamento. Tale presa di posizione, apportata in un lavoro che prevede uno sforzo fisico ed intellettuale notevole, ha sfinito letteralmente corpo e mente degli interessati, che hanno fatto in modo di trarre il maggior giovamento dalla situazione: se mi cambi quotidianamente oggetto e soggetto dell’attività, io, per non saper né leggere né scrivere, rallento inevitabilmente la produttività richiesta. Così è stato e così deve essere.

Allo stesso modo, il comportamento nei confronti di chi, invece, mai ha osato contraddire le scelte dei “negrieri per sport” non ha subito cambiamenti perché mai ostacolato da parole e/o atteggiamenti che potessero far pensare a prese di posizione contrarie alla loro volontà, ma ciò è avvenuto – e avviene – solo in apparenza poiché lo sfruttamento è totale nel momento in cui da capi eccellenti ed efficienti quali sono, hanno saputo far rispettare la regolarità dell’attività stabilità continuando a fare buon viso a cattivo gioco giocando sulla fragilità di qualche collega.

Perché tutto è possibile e può capitare che un giorno l’azienda metta uno stop alle ore di straordinario per coloro che hanno sforato il limite massimo. Una boccata d’aria fresca e un ghigno di soddisfazione per chi vuole cambiare lo stato di cose esistente, disperazione per alcuni, impassibilità per i capi. Niente paura, signori, l’azienda ha bisogno di voi e siccome siete dei bravi lavoratori e non dite mai di no, vi permettiamo anche di lavorare gratis. Perché vergognarsi o farsi domande quando hai di fronte ciucci da lavoro che non vedono altro che la strada dritta che porta all’emancipazione? O al lavoro fisso? (?!) I miei colleghi prestano le proprie energie per un numero sproporzionato di ore in cambio di una paga irrisoria.

Le motivazioni sono da ricercare nelle loro stesse risposte a un tentativo di organizzazione per porre un piccolo argine alla macchina dello sfruttamento: “io non li considero miei nemici” – e grazie, ci andiamo pure a cena insieme -, “bisogna mettersi in mostra, così quando ci richiameranno avremo il posto fisso”, “no, lasciamo le cose come stanno”. Bene, capisco la paura di mettersi in gioco in un tentativo disperato di far valere la propria stanchezza e mancanza di rispetto subita, ma certe motivazioni sono davvero esilaranti alla luce di quello che si stabilisce in certi palazzi in cui delle persone decidono di che morte dobbiamo morire. Per delega ricevuta.

Sul significato di produttività

Secondo il Dizionario di Economia e Finanza della Treccani il termine produttività indica la

“Misura dell’efficienza del processo produttivo, data dal rapporto tra output e input (➔ fattore di produzione). Più in particolare, la p. del lavoro indica l’unità di prodotto per lavoratore (od ora lavorata); la p. del capitale si misura invece calcolando il rapporto tra output e capitale impiegato nella produzione; la p. multifattoriale, infine, è una misura che consente di tenere contemporaneamente in considerazione tutti i fattori di produzione che hanno contribuito a generare l’output osservato”.

Dobbiamo affidarci completamente ad esso ed agli addetti ai lavori per comprenderne il vero significato, quello che crediamo di conoscere. Succede poi che qualcuno, solitamente uno che ricopre un ruolo gerarchicamente più alto del tuo, tenti di sostituirsi ai cultori della disciplina economica e si arroghi la presunzione di insegnarti l’italiano, oltre che, in termini tecnici, come si svolge il lavoro per cui sei stato selezionato.

Secondo questi signori, la produttività è una “qualità” che appartiene sempre e solo al lavoratore che già sa di trovarsi a vivere un’esperienza punitiva e in quanto tale passibile di trasferimenti in altri uffici, anche della provincia. Perché tutto ciò che stabilisce un cambiamento più o meno temporaneo nella routine quotidiana ti viene presentato come nuova situazione decisa dall’alto, perché sei un lavoratore diligente e produttivo. Che più bravo di te non ce n’è.

Quindi, se dovesse capitarti di vedere le tue ore di straordinario esaurite e trovarti a lavorare fuori dall’orario consueto di lavoro senza ricevere il corrispettivo salariale, niente paura perché i tuoi capi avranno per te un occhio di riguardo. Sei tu il prescelto a prendere sulle spalle la dinastia dei lavoratori precari, sfruttati e sottopagati, l’ufficio sarà nelle tue mani e lavorerai sempre sotto casa. Per quelli più produttivi, invece, sono già stabiliti carichi di lavoro sempre differenti, grattacapi, cambi di zona giornalieri, trasferimenti.

In poche parole la tua sofferenza quotidiana per una situazione di instabilità concreta rimarrà tale finché si intenderà il lavoro come prestazione di energia secondo le regole del gioco di squadra, laddove i capi, a loro dire, sono tuoi colleghi, e il tuo sacrificio un aiuto a mandare avanti la baracca. Come un Atlante costretto a sorreggere la volta celeste, tu sei “invitato” – coattamente o per un senso di inferiorità assunto unilateralmente o indotto – a sorreggere il carico di lavoro di un’azienda che vuole solo fare profitto facendoti credere di essere qualcuno.

La mano che non colpisce difende

Quello che trovi quando entri per la prima volta in un ufficio del genere è calore, vicinanza, aiuto da parte dei più grandi – in termini anagrafici e di anzianità lavorativa – consigli, comprensione, complicità. Come un genitore, il collega più anziano ti accompagna a muovere i primi passi in un mondo ancora sconosciuto che sin dal primo momento non nasconde insidie. Infatti, come a un corso di formazione, ti istruiscono sui modi che i capi usano per pescarti nella rete della presa in giro. Perché di questo si tratta: a loro volta, i tuoi diretti superiori, hanno ricevuto istruzioni ben precise sulle parole da usare quando parlano con te, per farti fesso e tu, ingenuo, il più delle volte ingurgiti il “maccherone” e ti comporti di conseguenza. Succede sempre e non si scappa. In questo o in quell’altro ufficio i capisquadra ti ripeteranno le stesse identiche cose già sentite e sta a te, solo ed esclusivamente a te, tapparti le orecchie e percorrere la strada opposta.

Nel migliore dei casi riuscirai a vedere accontentate le tue richieste solo la prima volta. In alternativa, ti troverai chiuso all’angolino dall’avversario e senza spazi la lucidità diminuisce e il colpo del KO si avvicina.

Arrendersi prima che suoni il gong è una regola di ingaggio che dovremmo smettere di contemplare. Sparire ed apparire al momento opportuno, accettare e trarre ogni vantaggio dalla situazione, scappare via al suono della sirena sono le tre mosse che nel migliore dei casi ti salvano la vita da una situazione precaria come questa. Altrimenti…

Altrimenti…

Per molti giovani lavoratori il lavoro è un passaggio della vita inevitabile per definirsi emancipati, per vivere o sopravvivere, per avere la possibilità di affittare un appartamento o una stanza, per potersi permettere di bere una birra in più. Le basi teoriche di tale esperienza della nostra esistenza ci vengono trasmesse spesso da un’esperienza altrui, solitamente di uno o di entrambi i genitori, che da sempre vediamo tornare a casa sfiniti dopo una giornata intera di lavoro, compreso lo straordinario (tassato di più). Fatica, cresci i figli, consuma, ammalati, crepa (sul lavoro).

La mentalità che trent’anni fa i nostri genitori avevano del lavoro e della famiglia ci viene trasferita interamente, come iniettata nel nostro cervello, e ci proietta nella condizione di timorati di dio e del padrone. “Non litigare (coi capi)”, “comportati bene”, “fai lo straordinario che poi vedi a fine mese come ti fanno comodo due soldini in più” sono i soliti comandamenti a cui dobbiamo sottostare. Rappresentano i termini della tradizionale educazione al lavoro per avere successo nella vita, come uno scatto di anzianità e un avanzamento di carriera. Ma queste massime, nella mia breve esperienza della mia finora breve esistenza, suscitano in me solo riflessioni che solleticano la mia volontà (e potenzialmente quella di chiunque) di cambiare rotta.

In un ufficio di un’azienda semi-pubblica in cui mancano le condizioni base delle relazioni personali, in cui lo sfruttamento è il diritto massimo conseguito, in cui i rapporti coi capi ricordano il Ventennio fascista, la cura naturale è da ricercare da un’altra parte. Esempi di lavoratori di un quarto di secolo fa sono da scartare in toto per lasciar posto a una nuova mentalità figlia dei nostri tempi, di quel pensiero che abbiamo maturato nelle università quando parlavamo di Università-azienda (ora gli studenti medi sono costretti all’alternanza scuola-lavoro), quando giuravamo che mai e poi mai avremmo permesso a chicchessia di sfruttarci o di alzare la voce al nostro cospetto. Abbiamo imparato ad organizzarci per rendere la nostra vita migliore, senza rincorrere uno stipendio che è solo fumo negli occhi per noi e per i nostri colleghi più anziani che rincorrono lo straordinario a tutti i costi perché incapaci di lottare per un aumento salariale. Perché in questa fottuta città quello che guadagni è appena la metà di quello che ti servirebbe per campare. Pare chiaro che la loro funzionalità al sistema mina la possibilità di creazione di nuovi posti di lavoro concreti: ti permettono di fare lo straordinario perché non vogliono assumere mantenendo così posti vacanti coperti dal loro lavoro accessorio. Gli ammortizzatori sociali creano solamente più ore, più fatica, meno tempo per te.

La nostra mentalità deve andare nella direzione dell’organizzazione tra lavoratori per raggiungere obiettivi collettivamente condivisi, rifiutando l’individualismo e la paura. In assenza di precedenti anche gli scioperi futuri non si faranno perché “abbiamo già perso in partenza”.

È necessario tornare a riflettere insieme su quale sia la strada più giusta per convincere chi subisce tali trattamenti che si può cambiare, che la realtà che dobbiamo figurarci è un’altra, che possiamo permetterci un avanzamento della lotta e delle condizioni di vita.

Immaginate due gruppi di persone, immaginate una guerra: questo è il mondo del lavoro. E del lavoro a queste condizioni, non possiamo che intendere solo il conflitto.

Anè

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