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METROPOLI vs TERRITORI

LE ISTITUZIONI CHIUDONO, LA COMUNITÀ RIAPRE – Sul Campo di calcio di Villa Gordiani

Villa Gordiani è un quartiere che si sviluppa ai lati di via Prenestina, nel quadrante di Roma Est. Prende il nome dall’omonimo Parco, istituito negli anni ’30 del secolo scorso e ricco di frammenti archeologici. Una parte significativa è composta da case popolari costruite principalmente negli anni ’50. Negli stessi anni in cui queste venivano costruite vedeva la luce anche un campo di calcio all’interno del Parco. Un campo che, in questi decenni, ha ospitato centinaia, forse migliaia di partite che attiravano ogni domenica tanti abitanti del quartiere. Impossibile calcolare quanti ragazzi abbiano calpestato la terra di quel rettangolo. Ci hanno giocato squadre non gloriose dal punto di vista dei meriti sportivi, ma sicuramente importanti in quanto punto di riferimento in un quartiere periferico i cui unici luoghi di socialità erano la piazzetta, i muretti, i cortili dei lotti delle case popolari.

Oggi l’amministrazione municipale si è messa in testa di smantellare il campo, farlo diventare “area verde” e, al posto della casetta dei vecchi custodi, istituire un Centro documentale. La direttiva è dell’8 maggio scorso. Per le sorti alterne di questi ultimi anni, rimandiamo – per sinteticità – all’articolo apparso su Romatoday qualche giorno fa, mentre su alcuni passaggi degli ultimi due anni è bene fare un po’ di chiarezza, perché è stato detto tanto sul campo: che era abbandonato, che così non serve a nulla, che i progetti di riqualificazione costano troppo, e bla bla bla. Perché se qualcuno, dalla propria tastiera o dalla poltrona politica su cui siede o sedeva, parla, o meglio blatera, nel frattempo ci sono tanti e tante che hanno agito, si sono rimboccati le maniche, sporcati fisicamente le mani, fatti un culo così. Ed è bene ristabilire un ordine di rispetto e credibilità che non si guadagna col parlare ma con l’impegno concreto.

Quasi due anni fa cominciammo a riunirci fra compagni del Collettivo Promakos, ragazzi del quartiere e studenti medi di zona per dar vita ad un progetto sociale di costruzione di una squadra di calcio popolare di Villa Gordiani. Potevamo muoverci, appunto, su un retroterra che aveva già conosciuto una squadra di quartiere, quindi decidemmo di dare al progetto il nome di Riportiamo il calcio a Villa Gordiani. Abbiamo passato molto tempo a discutere, a confrontarci su cosa voglia dire, per noi, calcio popolare. Poi abbiamo iniziato a spostarci su un livello comunicativo e pratico, fatto di striscionate, volantini, tazebao, per provare a sensibilizzare un quartiere sicuramente bendisposto ma assopito nella routine della vita di periferia.

Le prime iniziative pubbliche sono di poco più di un anno fa: andavamo dentro il Parco, disegnavamo un campetto, mettevamo due porticine e coinvolgevamo i bambini che si aggiravano nei dintorni. E contemporaneamente volantinavamo e parlavamo con i genitori e con gli “avventori” del Parco. Un giorno d’aprile, poi, abbiamo organizzato anche un dibattito sul calcio e uno spettacolino teatrale. Sempre dentro il Parco, ma fuori dal Campo.

Iniziativa del 16 aprile 2016

A giugno-luglio abbiamo pensato che le proiezioni degli Europei potessero essere un ottimo momento di aggregazione e socialità per il quartiere: i risultati sono andati oltre ogni più rosea previsione, visto che ad ogni partita dell’Italia possiamo dire, senza rischio di azzardo, che fossero presenti quasi 300 persone. Riunite per vedere insieme la partita nel Parco del proprio quartiere. Con la finale abbiamo provato a fare un passo ulteriore: abbiamo riaperto il Campo, ne abbiamo pulito una parte e fatto la proiezione. “Pulire una parte” significava “deforestare” da piante alte quanto noi; fare la proiezione significava autorganizzarsi in tutto e per tutto, dal telo, al proiettore, al generatore, alle casse, all’antenna. Un lavoro difficile, ma che svolto collettivamente ci ha reso felici dei risultati che abbiamo raggiunto.

10 luglio 2016: proiezione della finale degli Europei dentro il Campo

In autunno abbiamo continuato a pulire di tanto in tanto il campo senza però proporre iniziative pubbliche: diciamo che autunno e inverno non sono proprio favorevoli in termini climatici alle iniziative all’aperto. Ci siamo però concentrati sull’organizzazione di una giornata, la domenica di Carnevale, molto riuscita: giochi per i bambini, torneo di calcetto, pranzo sociale, musica, decine di persone. In quell’occasione eravamo riusciti a pulire gran parte del campo: certo, non a fondo, ma comunque fruibile.

Ad aprile ritorniamo a pulire il campo: è diventato una distesa di papaveri. Tutto molto bello, se non fosse per la beffa che al di là della recinzione non ci sia nemmeno un papavero. E soprattutto quello è un Campo di calcio, non un tipico quadretto olandese. Ci mettiamo d’impegno, raccogliamo il sostegno e l’aiuto di altre persone del quartiere, liberiamo una metà: ci serviva per ricominciare, il 7 maggio, con i tornei di calcetto. E così avrebbe dovuto essere, in condizioni normali, anche per domenica 21.

Una delle tante giornate di pulizia del Campo

In questi quasi due anni avremmo potuto fare di più e non vogliamo nasconderci dietro un dito: abbiamo avuto difficoltà organizzative, principalmente dettate dai numeri, dagli impegni, dal fatto che ognuno di noi oltre ad una vita privata conduce anche lotte in altri ambiti e temi. L’impegno che abbiamo messo è stato tanto, forse abbiamo avuto qualche mancanza, magari anche fatto degli errori, ma ad aprile scorso avevamo deciso di dare una svolta e produrre l’accelerazione giusta che ci portasse ad iscrivere la nascente squadra al prossimo campionato di Terza categoria. E in realtà riuscire a fare questo non è un problema insormontabile: la registrazione dell’Asd è alle porte e per raggiungere la cifra necessaria all’iscrizione e a tutte le altre spese stiamo per lanciare una campagna di raccolta fondi. Ci basta accelerare e abbiamo tutte le capacità per farlo.

La grande incognita è sempre stata sul Campo: a gennaio andammo a parlare con l’assessora a Cultura e Sport del V Municipio. Ci aveva assicurato che l’amministrazione avrebbe prodotto un bando per l’assegnazione. Allo stesso tempo, alcune uscite informali ci avevano infuso il sospetto della volontà di smantellare il Campo. In risposta abbiamo delineato alcuni punti su cui strutturare una raccolta firme che, al momento, conta su centinaia di sottoscrizioni.

La decisione del Municipio è folle per vari motivi: per smantellare il campo, gli spogliatoi e ristrutturare la casetta per trasformarla in centro documentale, servono gli stessi soldi che potrebbero essere utilizzati per mantenere e ripristinare una struttura sportiva già esistente. Inoltre, viviamo in un Paese che sullo sport e sull’accessibilità a esso non ci crede e non ci punta: le strutture sportive sono sempre di meno, quelle di proprietà pubblica vengono abbandonate e lasciate all’incuria, si fanno strada quelle private. In altre parole, anche sul tema sportivo e calcistico c’è un devastante disimpegno pubblico, mentre rimangono e avanzano solo le società sportive che devono lucrare e fare profitti. Il capitalismo italiano applicato allo sport. Se guardiamo a Villa Gordiani nello specifico, l’esempio è ancor più emblematico: la struttura pubblica è abbandonata, e centri ricettivi sono quelle 2 o 3 società sportive che chiedono centinaia di euro ogni anno per iscrivere un bambino alla scuola calcio, che hanno disponibilità di campi e campetti da affittare a pagamento. Un quartiere, quindi, dove il calcio è quasi completamente mercificato. Se non consideriamo i ragazzi che giocano in piazzetta. E questa scelta municipale suona anche come beffa per chi sta cominciando a rivendicare con forza una soluzione a problemi comuni e diffusi: le case popolari sono fatiscenti e le manutenzioni non vengono fatte; non che questo dipenda dall’amministrazione municipale, ma se questa avesse a cuore i problemi reali farebbe qualcosa in tal senso. Villa Gordiani è invasa, già adesso e come ogni anno, dagli scarafaggi, il Parco anche dai topi: si vuole smantellare un campo per trasformarlo in area verde, ma il resto dell’area verde su cui sorge non vede alcuna manutenzione, così come il quartiere è abbandonato a se stesso. Altre strutture che offrono servizi al quartiere sono sotto sgombero o a rischio chiusura.

Questo è il quadro di desertificazione entro cui iscrivere la decisione di smantellamento del Campo: è il quadro classico dei quartieri popolari romani, in cui i servizi mancano, i rifiuti vengono raccolti molto meno spesso dei quartieri ricchi, in cui mancano luoghi di socialità che non siano commercializzati, in cui lo Stato si palesa solo per togliere, mai per dare. Problemi piccoli, problemi grandi. Sommati creano esasperazione.

Dicevamo che Villa Gordiani è un quartiere assopito: negli ultimi tempi, però, si sta risvegliando grazie alla lotta contro gli sgomberi delle case popolari che vede la partecipazione di decine di persone. Oggi la sfida deve muovere contemporaneamente su piani diversi: bisogna difendere quel minimo che abbiamo e passare al contrattacco. Dobbiamo lavorare affinché il quartiere torni ad essere una comunità che unifica i diversi problemi e istanze in una rivendicazione complessiva.

Il progetto proposto da Riportiamo il calcio a Villa Gordiani può svolgere una funzione fondamentale: si inserisce nel solco della critica dal basso al calcio moderno, nella proposta di uno sport basato sull’aggregazione e la solidarietà contro la mercificazione imperante, nella diffusione di squadre popolari su tutto il territorio nazionale. In questo senso la lotta per il Campo di calcio non è solo difensiva, non è il classico “NO” per cui i movimenti vengono spesso criticati. È un NO che rafforza un SI. È negare per proporre. È la difesa di un minimo già esistente necessaria per la costruzione di qualcosa di concreto.

Non sarà facile, perché se fino a poco tempo fa potevamo chiedere l’assegnazione del Campo ad un’amministrazione sorda e incapace, oggi siamo costretti a difendere quello stesso Campo da un’amministrazione nemica delle istanze del quartiere. Vincere è d’obbligo: per farlo abbiamo bisogno del sostegno e della mobilitazione degli abitanti di Villa Gordiani e della solidarietà delle persone e dei compagni degli altri quartieri della zona.

IL QUARTIERE HA BISOGNO DEL CAMPO

IL CAMPO HA BISOGNO DEL QUARTIERE!

Riportiamo il calcio a Villa Gordiani

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RECENSIONI

CHIAMARLO AMORE NON SI PUÒ

Ci sono libri che smuovono qualcosa e che vorresti che tutti leggessero subito. E non solo i tuoi amici, conoscenti e familiari, ma vorresti andare in giro e darlo a tutte le ragazze che conosci e non conosci, agli adolescenti maschi che non si rendono conto del problema.

Chiamarlo amore non si può è una raccolta di 23 racconti scritti da autrici italiane e pubblicato nel 2013 da una casa editrice foggiana, Matilda editrice, molto impegnata nella prevenzione della violenza di genere e nell’educazione alla differenza.

Ogni racconto ti colpisce dentro perché parla di violenza sulle donne in vari modi: c’è la bambina che parla col cadavere della madre appena trucidada dal padre violento, c’è la ragazzina stuprata dal branco e quella in fuga con la madre, c’è quella chiamata puttana da tutti perché ha rifiutato un ragazzo carino e c’è quella studiosa con le scarpe da ginnastica che si trasforma in una bambolina provocante per volere del fidanzato. In ogni racconto c’è una donna tormentata che a volte resiste, raramente si ribella, spesso non sa che fare e purtroppo nella maggior parte di casi inizia a interiorizzare, a crederci che sì, è davvero lei a sbagliare, ad avere qualcosa che non va, e si costringe a subire anche se in cuor suo sa che non è giusto, nascondendo i lividi con foulard colorati e occhiali da sole.

E tu sei come uno spettatore muto, sgomento che ogni poche pagine si immerge in una qualsiasi fatto di cronaca come se ti calassi in tutte quelle orribili storie che senti in tv e le vedi da vicino per poi andartene via e entrare di nuovo in un’altra casa, in un’altra storia crudele e ingiusta.

E’ lì che questo libro ti fa capire, se ce ne fosse mai il bisogno, che da qualche parte bisogna agire immediatamente; non c’è disegno di legge da aspettare o finanziamenti da ricevere nel frattempo perché lo capisci leggendo che è un fatto di cultura. Di stereotipi, di quotidianità, di circoli viziosi da spezzare prima di tutto nel tuo quotidiano.

All’inizio mi sembravano storie esagerate. Poi mi sono resa conto che molte di quelle cose le ho subite io stessa, molte altre le ho conosciute indirettamente, e la totalità sono parte della mia giornata come donna. Ho pensato che ovunque succede che ci sia una prevaricazione da parte di un uomo, di un gruppo di compagni, di un maschio qualsiasi che ti invade in qualche modo e che subiamo un giudizio continuo, per ogni cosa che facciamo. Ho capito che non possiamo più riempirci la bocca di belle parole e grandi propositi finché non riusciamo a riconoscere, ognuno di noi, che il circolo della violenza e degli stereotipi di genere parte anche da noi. C’è una ragazzina del racconto che capisce che è ora di fare qualcosa subito, perché vede il fratello diventare come il padre violento.

I libri aiutano a riconoscere che non sei solo, che qualcosa succede anche a te, ti aiutano a mettere meglio a fuoco e a riflettere. Spero che questi racconti passino di mano in mano e che facciano partire prima che un dibattito magari buonista e banale un dialogo interiore e la presa di coscienza che abbiamo tutti bisogno di liberarci da qualcosa per avere un mondo davvero libero.

Nota finale: insieme al libro viene regalata una scatola di DISAMOREX, un finto farmaco che ha l’obiettivo di “essere un salvavita per le donne vittime di una qualche forma di violenza che si configura nel rapporto di coppia (psicologica, verbale, fisica, sessuale) con un’attenzione particolare ai rapporti fra adolescenti.”

Ebe

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RIFLESSIONI

VOTA ARTURO! VOTA ARTURO! VOTA ARTURO!

È nato un nuovo movimento, si chiama “Movimento Arturo” ed è il nuovo fenomeno virale e virtuale del momento. Per chi non ne fosse a conoscenza il Movimento Arturo nasce per gioco dall’idea del fumettista Makkox, uno dei protagonisti di Gazebo, programma ormai cult del palinsesto di Rai 3 che va in onda tutti i giorni alle ore 20.10, nota fascia oraria con il massimo di ascolti della rete. Per chi non è avvezzo al tubo catodico, un programma dove si approfondisce, in modo in realtà abbastanza serio ma con toni scanzonati, l’attualità politica, specie tramite l’analisi dell’utilizzo dei social network. A volte tutto ciò è intervallato da brevi documentari di pregevole fattura, in particolare sull’argomento delle migrazioni.

Ma torniamo ad Arturo, nome suggerito proprio da Makkox alla nuova ala scissionista del PD nel caso avesse voluto darsi un abito un po’ più vicino alla quotidianità della gente comune, e non il solito cervellotico nome da professionisti della politica. Come sappiamo la nuova formazione ha optato infine per il nome Articolo 1, per l’appunto. Il team di Gazebo ha lanciato la sfida a quest’ultimo dichiarando che Arturo avrebbe raggiunto in breve tempo un numero superiore di followers su Twitter, e così è stato: il movimento “fake” di sinistra nato per gioco ha di gran lunga superato l’ala scissionista Articolo 1.

Da questo momento “Arturo” è diventato un fenomeno virale, e in pochi giorni si sono venute a creare piccole cellule di simpatizzanti del movimento su tutto il territorio nazionale fino ad arrivare a superare i confini, diventando internazionale. Pian piano si sono create, sempre tramite la creazione di account Twitter o Facebook e la relativa attività di post, costole collaterali come “Arture”, la voce delle donne del movimento che rivendica la propria rappresentatività all’interno del nuovo soggetto politico e il “Movimento Arturo Giovani”, per passare poi all’internazionalismo con “Revolucion Arturo”, succursale argentina del movimento.

Arturo con il passare del tempo sembra mettere vere e proprie radici ed è così che prosegue l’esperimento: i protagonisti di Gazebo decidono di seguire l’iter politico del PD, le primarie. Ecco che parte la macchina che fino a quel momento si era palesata solo come un qualcosa di virtuale e goliardico: in alcuni casi addirittura i gruppi di sostenitori del movimento iniziano a trasformare il fenomeno virtuale in concretezza, dando vita a episodi che alludono a una militanza attiva, benché sempre ammantata di scherzo. Creano un giornale, magliette, pseudo campagne sul web, ma si producono anche in alcuni casi in volantinaggi e banchetti. In qualche modo intorno al movimento si crea un alone di realtà e credibilità e le primarie vedono una partecipazione effettiva quantificabile in migliaia, forse decine di migliaia di persone. I candidati sono i principali volti del programma, Diego Bianchi “Zoro”, Makkox e Andrea Salerno e lo spoglio delle urne è avvenuto in questi giorni, ma non si sa ancora quale di loro sarà il candidato eletto.

Il processo è quello tipico dei mezzi di comunicazione di massa, i quali mettono in piedi un vero e proprio percorso autonomo di esaltazione o esasperazione di fatti di cronaca o notizie. Questo processo creativo riesce ad influenzare l’opinione pubblica, facilmente portata a credere a tutto quello che i media veicolano tanto da ritrovarsi sempre più spesso a vivere e agire in una realtà, di fatto, parallela. Questo fenomeno comunicativo emerge da un legame sinergico tra il mezzo televisivo, nello specifico, e i telespettatori. Il caso di Arturo è emblematico, in un periodo in cui la credibilità della classe politica diminuisce di giorno in giorno e l’opinione pubblica, in questo caso per lo più di sinistra e attenta ai temi sociali, sente di non essere più rappresentata. Il senso di appartenenza a un qualcosa di reale viene sempre meno, si tende ad aggrapparsi a fenomeni virtuali e solo apparentemente reali, addirittura come in questo caso nati per scherzo e andati ben al di là delle intenzioni degli stessi ideatori.

“La comunicazione è un complesso intreccio di elementi culturali e intellettuali che struttura i modi in cui il nostro tempo si rapporta a se stesso. Capire la comunicazione vuol dire comprendere molto di più. Risposta apparente alle laceranti separazioni tra sé e gli altri, tra privato e pubblico, tra pensiero interiore e parole esterne, la nozione spiega le nostre strane esistenze a questo punto della storia. Essa è un ricettacolo nel quale sembrano riversarsi la maggior parte delle nostre speranze e paure.”

John Durham Paters, 1999

Il fenomeno Arturo suggerisce molte possibili analisi sull’attuale pervasività dei messaggi e sulle forme di “partecipazione” che transitano sui social network (e sulla “buona vecchia” televisione, va detto) e ci fa porre delle domande alle quali sarà difficile dare delle risposte. In primis ci conferma che una fascia ampia di popolazione, anche quella attenta ai temi politici, ha ormai perso completamente la fiducia nella classe politica, non riconoscendo più un’appartenenza a qualsivoglia partito, ma preferendo piuttosto seguire, finanche in modo serio e “militante”, i messaggi lanciati da una trasmissione che, pur offrendo spesso servizi giornalistici di alto livello, rimane principalmente comica. Arturo non ha un programma politico o uno statuto, ogni corrente collaterale ne ha sancito uno, rispecchiando i bisogni o la vena satirica dei singoli fautori. È un movimento nato in modo spontaneo dal web che ha messo in moto una vera e propria campagna politica arrivando a rendere il tutto “quasi vero”. Il discorso diventa ancor più tristemente serio se si pensa, come è spontaneo e normale fare, al M5S, nato in un modo considerato altrettanto bizzarro secondo i canoni tradizionali, ma ormai, ahinoi, indiscutibilmente “vero”.

Il punto su cui riflettere non è la nascita o meno di un nuovo movimento, data la quantità spropositata di formazioni, grandi o piccole e più o meno effimere; il punto è il perché questo fenomeno abbia attirato così tanto una fetta di opinione pubblica, senz’altro di idee progressiste e tolleranti, portando addirittura ad accenni di mobilitazione, cosa che sappiamo quanto fatica ad avvenire riguardo a fatti reali che ci riguardano da vicino. La classe politica ha fallito, e su questo non c’è alcun dubbio, ma sicuramente in molto di ciò che facciamo abbiamo fallito anche noi, nel momento in cui all’enorme sbattersi quotidiano non segue mai una simile ondata contagiosa di entusiasmo popolare, fosse anche di puro sostegno sul web. Nel caso specifico il pubblico televisivo è diventato elettorato perché si è riconosciuto e si è sentito parte di questo fenomeno, spostandosi dal web alla televisione fino ad arrivare per le strade con la copiosa partecipazione ai seggi fantoccio per l’elezione del segretario del “partito fake”.

Di sicuro emerge un fatto preoccupante: il predominio della dimensione social nelle relazioni umane dei nostri giorni regala l’illusione che in qualche modo tutto questo sia davvero una forma di attivismo, di partecipazione alla vita politica tout court. Si arriva al paradosso di dedicare del tempo, e qui interviene il concetto di militanza, al preparare uno sketch da far girare sul web, e non passa neanche nell’anticamera del cervello di promuovere un comitato nel proprio quartiere che inizi a occuparsi nel concreto della vita quotidiana. Si sente però anche, e questo è bene tenerlo presente, un diffuso bisogno di grandi entità collettive in cui riconoscersi, cosa che di questi tempi è lontana dalle corde dei “movimenti sociali”.

Tutto sommato dobbiamo ringraziare l’estro degli autori di Gazebo che, partendo da presupposti tutt’altro che seri, hanno scoperchiato una sorta di Vaso di Pandora ponendoci di fronte ad un ampio problema di identità e di non-consapevolezza politica, ma anche a un diffuso bisogno di ritrovare quell’identità e quella consapevolezza in forma collettiva. Ai tempi di Zuckerberg però, e questo è un problema in più, altrimenti forse potremmo davvero dire “W Arturo”.

Oreste&Circe

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EDITORIALI

TRA MUTUALISMO E IPOTESI RIVOLUZIONARIE

Esperienze autogestite e pratiche mutualistiche sono, ad oggi, uno dei contributi più consistenti che il movimento italiano è riuscito a sviluppare in questi ultimi decenni.

Palestre ed ambulatori popolari, doposcuola, corsi di italiano o lingue, supporto legale per la casa o per i migranti, fino ad esperienze di lavoro collettivo come officine popolari o cooperative agricole; tutto ciò è patrimonio comune che ci permette di sperimentare negli ambiti più disparati. Di più: si sono dimostrate, forse, il miglior aggregante sociale tra tutte le pratiche che riusciamo a mettere in campo.

Nella maggior parte dei casi, però, all’aggregazione non è corrisposto un adeguato avanzamento politico né un incremento della coscienza di classe. Questo perché troppo spesso i piani sociale e politico vengono erroneamente confusi o sovrapposti, ci sono molte realtà di compagni che hanno un ottimo intervento sociale sul loro territorio ma uno scarsissimo potenziale politico e mobilitativo a disposizione. Aiutare o aiutarsi per spirito di solidarietà è giusto e necessario ma non è ciò che ci rende rivoluzionari, così come una pratica gratuita ed orizzontale non è sovversiva in quanto tale o perché ci sottrae dalle logiche atomizzanti e sfruttatrici del capitale. La politica (come capacità di interpretazione ed azione sulla realtà) non è filantropismo esattamente come sottrazione non significa attacco!

Dobbiamo essere consapevoli che queste esperienze sono una scuola di formazione per chi le vive e contribuiscono quindi alla direzione che prendono da essa possibili militanti: possono strutturarsi politicamente, inseguire chimere o allontanarsi del tutto; rappresentano inoltre una dimostrazione empirica che una società comunista è non solo possibile ma anche auspicabile e funzionante e si costituiscono come una sperimentazione embrionale di questa stessa società: ci forniscono, cioè, una piccola idea di come possa nel concreto funzionare il “sol dell’avvenire” e ci permettono di cogliere i nostri errori e correggerli strada facendo. Se siamo coscienti di queste fondamentali funzioni allora le dotiamo del loro senso ultimo: armi per la lotta!

Ma non basta, dobbiamo sapere esattamente come utilizzare le nostre armi perché ci siano utili: dobbiamo mettere a punto il nostro piano! È qui che entra in gioco il vero problema: per sapere come utilizzare certe pratiche e munirle di senso politico occorre dotarci di una strategia di medio/lungo termine che ci permetta innanzitutto di capire chi siamo e cosa vogliamo, senza più limitarci al piano di contrasto di ciò che non accettiamo, ma passando ad un piano propositivo di ciò che vogliamo realizzare; porci obbiettivi e tattiche per raggiungerli.

In breve (ed in modo brutalmente semplicistico), per avere un’idea di massima, potremmo dire che siamo comunisti, vogliamo fare la Rivoluzione e lotteremo con ogni mezzo necessario per renderla possibile.

In una prospettiva di lungo termine che ci vede impegnati in una lotta via via più dura, le pratiche mutualistiche, che oggi ci forniscono un agente aggregante ed un laboratorio di formazione, devono essere interpretate come infrastrutture di resistenza, ovvero i mezzi che ci permettono di sostenere lo scontro per tutta la sua durata, garantendoci quella profondità strategica necessaria a chi si appresta ad attaccare il nemico.

Per chiarire: una rete di orti urbani non può servire solo ad insegnare a qualcuno come si coltivano i pomodori o a rendere più “naturale” l’ambiente in cui viviamo; deve, ad esempio, garantire l’approvvigionamento per degli operai in sciopero e le loro famiglie di modo che non debbano cessare la lotta per timore della penuria. Un ambulatorio popolare oltre a fornire prestazioni mediche al popolo laddove lo Stato non se ne fa più carico, deve organizzare gli utenti contro lo smantellamento della Sanità pubblica. Una scuola di italiano per immigrati non deve solo insegnare la lingua: deve informare sui diritti e le possibilità di vita e di lotta di un soggetto estremamente ricattabile. Questi sono solo alcuni esempi pratici di come debba essere intesa una pratica mutualistica: al bisogno dell’immediato corrisponde una necessità del futuro.

Ora, se queste sono le nostre infrastrutture di resistenza, quali sono i nostri strumenti d’assalto? Sono le vertenze sul lavoro e gli scioperi per il salario, i picchetti antisfratto e l’occupazione di case, i blocchi contro le devastazioni ambientali e i comitati contro le speculazioni; tutte quelle pratiche di per sé vertenziali e parziali ma che ci permettono di affondare la lama della lotta nella carne viva delle contraddizioni del capitale. Connettere questi due tipi di pratiche in un unico fronte di lotta, supportato ovviamente da una strategia complessiva, ci offre la possibilità di combattere il sistema a 360 gradi, accumulando man mano sempre più forza e mezzi; all’avanzamento della lotta deve corrispondere la nostra capacità di riempire lo spazio conquistato con un’alternativa immediata.

Una delle problematiche più frequenti che ci si è posti in vari circoli è: come uscire dall’isolamento quasi cronico in cui si trovano i rivoluzionari rispetto alla propria classe? Come sfondare questo muro d’indifferenza partendo da ciò che abbiamo costruito nel tempo e che ci contraddistingue?

In estrema sintesi, per rispondere a queste domande, sono determinanti due fattori: la capacità di connettere tutte le pratiche di cui si può disporre ed una strategia forte e di lungo termine che le doti di significato.

George L. Jackson scriveva che le comuni si sarebbero costruite con “l’opuscolo in una mano e il fucile nell’altra”. Noi possiamo arricchire quest’immagine con un martello serrato tra i denti. L’opuscolo per studiare ed evolverci, il fucile per attaccare e difenderci dal nemico, il martello per costruire l’autonomia della nostra classe!

Prometeo

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INTERNAZIONALISMO

Cosa succede in Venezuela?

Tra tentativi di golpe, guerra economica e manipolazione mediatica

Negli ultimi giorni il Venezuela è tornato nuovamente sotto l’attenzione dei media nostrani e internazionali, complice la crisi economica dovuta al calo del prezzo del petrolio (situazione in mutamento in seguito all’accordo raggiunto nel dicembre scorso tra i Paesi OPEC e non), e una guerra economica dichiarata al governo socialista dai settori imprenditoriali del Paese e dall’opposizione riunita nella MUD (Mesa1 de Unidad Democrática), coalizione dei principali partiti della destra conservatrice e liberista. (altro…)

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CONTRIBUTIINTERNAZIONALISMO

CAMMINARE DOMANDANDO: panoramiche dall'EZLN

Quello che da sempre più stupisce dell’Ejército Zapatista de Liberación Nacional (d’ora in avanti EZLN), rispetto alle guerriglie classiche del ‘900, è la sincera capacità di mettersi in discussione, di rielaborare il proprio discorso e cammino politico a seconda delle fasi e degli interlocutori con cui si trova a interagire, mantenendo però sempre una solida coerenza di principi. (altro…)

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Stay hungry. Stay foolish.

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People think focus means saying yes to the thing you’ve got to focus on. But that’s not what it means at all. It means saying no to the hundred other good ideas that there are. You have to pick carefully. I’m actually as proud of the things we haven’t done as the things I have done. Innovation is saying no to 1,000 things.

Steve Jobs – Apple Worldwide Developers’ Conference, 1997

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John Doe $1 Because that’s all Steve Jobs needed for a salary.
Jane Doe $100K For all the blogging she does.
Fred Bloggs $100M Pictures are worth a thousand words, right? So Jane x 1,000.
Jane Bloggs $100B With hair like that?! Enough said…

Definition Lists

Definition List Title
Definition list division.
Startup
A startup company or startup is a company or temporary organization designed to search for a repeatable and scalable business model.
#dowork
Coined by Rob Dyrdek and his personal body guard Christopher “Big Black” Boykins, “Do Work” works as a self motivator, to motivating your friends.
Do It Live
I’ll let Bill O’Reilly will explain this one.

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The image above happens to be centered.
Image Alignment 150x150The rest of this paragraph is filler for the sake of seeing the text wrap around the 150×150 image, which is left aligned
As you can see the should be some space above, below, and to the right of the image. The text should not be creeping on the image. Creeping is just not right. Images need breathing room too. Let them speak like you words. Let them do their jobs without any hassle from the text. In about one more sentence here, we’ll see that the text moves from the right of the image down below the image in seamless transition. Again, letting the do it’s thang. Mission accomplished!
And now for a massively large image. It also has no alignment.
Image Alignment 1200x400
The image above, though 1200px wide, should not overflow the content area. It should remain contained with no visible disruption to the flow of content.
Image Alignment 300x200
And now we’re going to shift things to the right align. Again, there should be plenty of room above, below, and to the left of the image. Just look at him there… Hey guy! Way to rock that right side. I don’t care what the left aligned image says, you look great. Don’t let anyone else tell you differently.
In just a bit here, you should see the text start to wrap below the right aligned image and settle in nicely. There should still be plenty of room and everything should be sitting pretty. Yeah… Just like that. It never felt so good to be right.
And just when you thought we were done, we’re going to do them all over again with captions!

Image Alignment 580x300
Look at 580×300 getting some caption love.

The image above happens to be centered. The caption also has a link in it, just to see if it does anything funky.
Image Alignment 150x150
Itty-bitty caption.

The rest of this paragraph is filler for the sake of seeing the text wrap around the 150×150 image, which is left aligned
As you can see the should be some space above, below, and to the right of the image. The text should not be creeping on the image. Creeping is just not right. Images need breathing room too. Let them speak like you words. Let them do their jobs without any hassle from the text. In about one more sentence here, we’ll see that the text moves from the right of the image down below the image in seamless transition. Again, letting the do it’s thang. Mission accomplished!
And now for a massively large image. It also has no alignment.
Image Alignment 1200x400
Massive image comment for your eyeballs.

The image above, though 1200px wide, should not overflow the content area. It should remain contained with no visible disruption to the flow of content.
Image Alignment 300x200
Feels good to be right all the time.

And now we’re going to shift things to the right align. Again, there should be plenty of room above, below, and to the left of the image. Just look at him there… Hey guy! Way to rock that right side. I don’t care what the left aligned image says, you look great. Don’t let anyone else tell you differently.
In just a bit here, you should see the text start to wrap below the right aligned image and settle in nicely. There should still be plenty of room and everything should be sitting pretty. Yeah… Just like that. It never felt so good to be right.
And that’s a wrap, yo! You survived the tumultuous waters of alignment. Image alignment achievement unlocked!

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