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EDITORIALI

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LE PIETRE SU AMBURGO

Il G20 di Amburgo: il summit dei potenti, il contro-vertice dei compagni, le barricate, le squadre speciali della polizia e i giorni (e le notti) di fuoco.

Qualcosa di grosso si è mosso ad Amburgo nei primi giorni di luglio, lo si può interpretare in modi differenti ma di certo non si può ignorarne la dimensione.

Riprendiamo con piacere il testo prodotto dalla Brigata Yan Valtin (qui) , come trampolino per buttare giù un nostro bilancio e nodo per allacciarci a quello che può essere un filone di dibattito proficuo.

Partiamo anzitutto da due assunti fondamentali:

a) il contro-vertice, preso di per sé, è per noi uno strumento di lotta inutile nella fase attuale per il suo limite congenito: manca di qualità e quantità conflittuale quotidiana capace di mantenersi e radicarsi nel tempo. Più che un momento di lotta, forse è meglio definirlo un momento di manifestazione simbolica di opposizione. Ciò nonostante riconosciamo la grande forza espressa nei giorni di Amburgo, e la potenzialità insita nel mostrare la nostra forza in momenti di “zenit”. Eravamo scettici sul contro-vertice di Roma il 25 marzo, e rimaniamo scettici sullo strumento in sé. Ma senz’altro, se ben organizzato e partecipato con lo spirito giusto, può essere uno strumento simbolico efficace, può parlare un linguaggio chiaro sia nei confronti del nemico che degli sfruttati che assistono o si uniscono al riot.

Questo però è un risultato ascrivibile alla capacità organizzativa dei compagni e al contesto specifico in cui si cala l’azione; il che ci porta al secondo assunto fondamentale: b) se pensiamo che una parentesi simile sia riproducibile in contesti differenti con la medesima forma cadiamo nell’errore della generalizzazione. Il movimento tedesco si è impegnato nella costruzione di questo evento da circa un anno prima, una costruzione lenta, ragionata e realizzata con cura e attenzione che ha coinvolto direttamente compagni-e da più parti d’Europa. Lo sforzo organizzativo messo in campo è stato un investimento importante che ha dato poi grandi frutti. Inoltre, il tutto si svolgeva in quello che probabilmente è il quartiere più “rosso” dell’intero mondo occidentale. Dire che la situazione è riproducibile sempre e ovunque è probabilmente un buono sprone a migliorarsi, ma non è certo un fedele ritratto dell’attualità.

Bisognerebbe poi aggiungere all’analisi la presa in considerazione del comportamento del nemico attribuendogli capacità di scelta. Senza dubbio è vero che il dispositivo repressivo è andato in difficoltà, non sarebbe giusto nasconderselo. Però non è neanche un’analisi sufficiente ed esaustiva. Il nemico può sempre scegliere, specie se così potente come lo Stato tedesco. Bisogna tenere in considerazione la possibilità della scelta di “limitare i danni”, di una valutazione che dica “stavolta questi si sono organizzati bene e sono tanti, un po’ di danni li faranno, evitiamo di far diventare lo scontro troppo cruento che sennò potrebbe essere anche peggio…tanto fino al prossimo contro-vertice chi li rivede” (qui ribadiamo la nostra critica allo strumento contro-vertice, specie quando tende a sostituire l’azione quotidiana). Da aggiungere a ciò, l’attitudine più attenta ai principi (paraculi, sia chiaro) dello “Stato di diritto” rispetto a quello che succede da noi e in generale nei Paesi mediterranei. Niente caroselli coi blindati lanciati a 100 all’ora, niente lacrimogeni ad altezza uomo, poca repressione preventiva. Chi c’era racconta che nelle giornate precedenti i Decathlon e i Leroy Merlin pullulavano di gente. Qui stiamo ai daspo per le felpe col cappuccio e ai pullman sequestrati in autostrada. Non che in Germania la repressione non ci sia, tra l’altro siamo ancora qui a reclamare 6 compagni e compagne italiani tuttora detenuti (non dimentichiamocene mai, anche se parliamo di vittoria), ma diciamo che l’attitudine della pubblica autorità tedesca, nonostante l’enorme spiegamento di uomini e mezzi, ha lasciato dei margini per l’agibilità di un riot che non si vedono “sempre e ovunque”.

C’è sicuramente molto da imparare da Amburgo come dai movimenti tedeschi su questo piano: la capacità organizzativa è stata ed è da sempre un’arma potente che ha, talvolta, saputo supplire anche a carenze di discorso politico più generale. Ancora più importante per noi è da cogliere la capacità di attraversare uno spazio-momento di rivolta riuscendo a convogliare, supportare e mettere in campo pratiche e visioni differenti (blocchi, manifestazioni di massa, scontri, manifestazioni teatrali, ecc.), stridenti alle volte e renderle attacco comune che si alimenta proprio grazie alle differenze. Per un movimento come quello italiano dove i “grandi momenti” diventano occasione per fare a gara, imporsi gli uni sugli altri, improvvisare bislacche quanto volatili alleanze capaci di egemonizzare la piazza, tutto ciò è qualcosa che si è perso di vista da molto tempo e che deve tornare ad essere una sensibilità comune se si vuole finirla con la demenziale autofagia che ci accompagna.

Per capire quanto sopra basta il paragone tra le giornate di Amburgo e il 25 marzo di Roma. La differenza è stridente, l’accostamento parla da solo.

Cogliamo inoltre con estremo interesse il richiamo ad un’attitudine rivoluzionaria: coraggio nel mettersi in gioco, nel rischiare ma con intelligenza, la fede nella possibilità della vittoria, la sensibilità alla differenza che si fa intelligenza tattica nel momento dell’azione sono elementi propri della ragione e della volontà di chi è determinato alla sovversione di un esistente marcio, decadente eppure fortissimo. Buttiamo a mare i piagnistei sull’onnipotenza del nemico, l’autocommiserazione per il proprio minoritarismo, l’attitudine al ribasso del più debole. Sull’Elba questi elementi hanno funzionato, è stato forato il dispositivo, la vittoria si è ottenuta; piccola, temporanea ma loquace.

Solo colui che non teme la morte delle mille lame può disarcionare l’imperatore.

Quanto possiamo generalizzare questa vittoria però? L’asimmetria dello scontro che in piazza si impone con grande fortuna quanto e come è trasponibile sul terreno politico?

La comune è davvero il frammento spazio-temporale di un quartiere in rivolta per una notte? Oppure è la costruzione di un contro-potere comunista e autonomo che avanza anche lentamente e che nella rivolta di una notte trova una (o più) dei suoi momenti di zenit?

Proprio in virtù di questa ipotesi di generalizzazione, spendiamo due righe sul blocco dei flussi:

questo si è dimostrato uno strumento di lotta grandioso nell’ultimo decennio, eppure non è l’unico né ciò che possiamo prendere ad obiettivo della lotta rivoluzionaria. È uno strumento come altri che abbiamo quali la riappropriazione, lo sciopero, l’autorganizzazione. Il punto è che la debolezza del nemico non è solo nella movimentazione delle sue merci e dei suoi capitali, è nella sua intrinseca tendenza ad instillare la tensione al conflitto ovunque esso avanzi: le contraddizioni, le sue disfunzioni si aprono in ogni luogo di produzione e sfruttamento, in ogni quartiere gentrificato o territorio devastato, in ogni bisogno negato ed ogni diritto calpestato. In mezzo a tutto ciò noi possiamo trovare spazi di radicamento, dobbiamo assumere come nostra quella potenziale tendenza al conflitto che alberga in questi luoghi; coglierla, acuirla, renderla manifesta entro un comune orizzonte di lotta.

Fare ciò sempre e ovunque ci porta all’ultimo punto di interesse: l’internazionalismo. È ora che i tentativi di lotta locali trovino una propria dimensione globale. Il nemico è organizzato globalmente e dappertutto i grandi drammi che apre sono gli stessi. Tocca allora organizzarci anche noi su questo piano, capire che se il nemico è uno, le problematiche le medesime, allora la risposta dev’essere univoca. Con ciò non intendiamo la necessità di costruire una mega-organizzazione che perda tutto il suo tempo e le sue energie alla ricerca di un proprio equilibrio interno, ma alla percezione che ovunque si vada all’attacco del capitale ci sono i nostri compagni e le nostre compagne, c’è un proletariato che si organizza e risponde. Dobbiamo costruire ponti, conoscerci, sentirci parte di un’unica grande battaglia, agire insieme quando se ne dà l’occasione, dobbiamo tessere reti di solidarietà e sovversione che solchino gli oceani e diano oggi la dimensione della nostra potenza storica.

Ultima piccola postilla polemica. Quando si parla di brandizzazione del riot e di espropri diretti solo a simboli del lusso e del capitale multinazionale mentre i piccoli esercizi di quartiere vengono risparmiati dal fuoco, ci si prende in giro da soli. Non è stato così, tanto da causare un problema palese ed evidente. Non nascondiamo gli errori sotto il tappeto, assumiamoli sanamente e svisceriamoli tramite l’analisi e l’autocritica, tanto più che è cosa risaputa e naturale che nella rivolta lo spontaneismo e l’eccesso di zelo sono di casa. Banalmente, se su questo si è sbagliato capiamo come non ripetere l’errore due volte. Se sbagliamo non nascondiamocelo, proviamo a fare di meglio. Non ce ne vogliate per questo, ma siamo troppo fedeli alla massima guevariana: “la verità è sempre rivoluzionaria”.

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CADONO LE STELLE, TUTTI GIU' PER TERRA

Cadono le stelle è il caso di dire. Con la notevole inflessione del movimento pentastellato alle amministrative, torna in auge la vecchia rivalità elettorale tra PD e centro-destra che era stata messa da parte da nuove e rinsavite correnti. Il M5S che a seguito del fallimento e di un’instabilità che li vede protagonisti nell’ultimo periodo, torna alla carica lanciando dichiarazioni che lasciano intuire delle prevedibili alleanze.

Il crollo del Movimento sta avvenendo in modo lento ma visibile agli occhi dei più attenti, dalla cacciata di presunti cavalli da corsa a fallimentari gestioni di giunte comunali. L’Appendino dopo i fatti avvenuti a Piazza San Carlo a Torino durante la finale di Champions, si è giustificata esordendo che il Comune non c’entrava nulla e che il ‘mostro mediatico’ è stato creato come complotto per colpire la sua giunta. Certo di complotto non si può parlare dato che la gestione di eventi pubblici è competenza del Prefetto, non della giunta. Pizzarotti, dopo aver abbandonato il Movimento, corre da solo per vincere a Parma. Fino ad arrivare alla gestione della città di Roma con la sindaca Virginia Raggi: una città troppo complessa per essere gestita da soggetti incompetenti e facilmente manipolabili da lobby di costruttori e troppo “ingenui” per non sapere come funzionano certi meccanismi di potere.

In tutti questi mesi, purtroppo, abbiamo visto nei sondaggi un aumento della fiducia verso il Movimento che sentendosi appoggiato dai cittadini ha rilasciato, il più delle volte, dichiarazioni contrastanti con il programma politico con il quale si era presentato. Vedi le questioni rifiuti, trasporto pubblico, vaccini e via dicendo. La sconfitta delle amministrative è stato un duro colpo, amministrative che hanno visto la presenza di centinaia di liste civiche, finte o autentiche che siano, dietro le quali si sono nascosti i partiti come PD e centro-destra; l’unica a vincere da sola è stata la Lega che con il suo nome conquista una decina di comuni. In un piccolo comune in provincia di Mantova ecco che nella lista appare sulla scheda il simbolo del fascio littorio, la cui capolista e candidata sindaco è una ragazza di 20 anni che nel suo programma politico rimanda ai valori del fascismo. Il M5S scompare anche nei piccoli comuni dove poteva avere una minima probabilità di vittoria.

Come dopo ogni sconfitta c’è l’elaborazione del lutto, che però il Movimento non sta affrontando nel migliore dei modi, rilasciando dichiarazioni che fanno pensare a svolte a destra. L’ultima è stata la dichiarazione sull’emergenza migranti partita da un post, estratto dalla lettera che la Sindaca di Roma ha scritto con destinatario il Viminale, nella quale parla della città di “Roma come una pentola a pressione” e chiede al Prefetto di “limitare il flusso di migranti in città con misure ancora più restrittive”, dichiarazioni che vengono subito appoggiate dal presidente della Camera Di Maio che parla di “emergenza e incompetenza da parte del ministro Minniti” e incalza: “l’Ue deve tener conto che l’Italia non potrà farsi carico per sempre dell’emergenza del flusso migratorio perché la priorità l’hanno i cittadini Italiani”, e afferma la necessità di applicare quelle misure restrittive che la legge Minniti-Orlando prevede.

Insomma, un Movimento che prima era pro-accoglienza e predisposto alla creazione di soluzioni alternative per far sì che la gestione dei migranti non danneggiasse i migranti in primis e le città, ora quegli stessi migranti sono diventanti il problema da debellare e il pretesto per tornare alla carica in vista delle prossime elezioni. Questo tipo di dichiarazioni suonano familiari; della parola migranti chi ci si è riempito la bocca e ne ha fatto slogan da campagna elettorale è stato Salvini con l’aspetto della nuova Lega. Qualcosa non torna: un movimento che fino a una settimana fa faceva dell’accoglienza e del rispetto per i diritti umani la sua bandiera, ora si trova a cavalcare la stessa onda del leader del carroccio. La Raggi ha parlato di emergenza migranti a Roma, un po’ come l’emergenza rifiuti, incitando il Prefetto a trovare soluzioni al più presto perché la città non riesce a contenerli e a gestirli, e una delle soluzioni è rimandarli al mittente. Dichiarazioni che hanno avuto l’appoggio dei fascisti di Casapound: bizzarro, in quanto da quando la giunta Raggi si è insediata al Campidoglio le ha sempre mosso critiche. Altra dichiarazione che li accomuna è il rastrellamento, come direbbe Salvini, dei campi Rom, che incidono sul decoro urbano e occupano spazi che potrebbero essere utili a qualche costruttore per portare avanti la gentrificazione insensata che sta dilagando in città. Non ultima la discussione e approvazione al Senato dello Ius Soli, diritto di cittadinanza, che ha visto il M5S astenersi dal voto e uscire al momento della discussione e Casapound all’esterno che protestava arrivando a “tafferugli” con le forze dell’ordine. Lo Ius Soli prevede che i bambini nati in Italia da genitori stranieri potranno avere il diritto di cittadinanza al raggiungimento della maggiore età e solo se uno dei genitori possiede il permesso di soggiorno da almeno 5 anni. Una legge che fa storcere il naso a entrambe la fazioni.

Sorge spontanea una riflessione: dal momento che il M5S ha avuto la prova con le amministrative che senza un programma politico concreto e alleanze strategiche non va avanti, è probabile che cerchi in tutti i modi di affiancarsi a quello che al momento è più vicino alla loro linea di pensiero ovvero la Lega e che si allei cercando di sconfiggere il nemico comune (il centro-destra e PD)?

Con queste ultime elezioni emerge un dato concreto visibile, sono tornate dagli inferi le due grandi coalizioni di centro-sinistra e centro-destra e questo porterebbe all’esclusione dei pentastellati e della Lega che vedendosi sole a condividere le stesse linee politiche potrebbero allearsi. Di conseguenza, però, essendo il M5S un melting pot di pensieri e correnti potrebbe perdersi qualcuno per strada che non sarebbe d’accordo con tale svolta; in più tanti degli elettori che hanno votato il movimento sono persone di sinistra che si sono sentiti abbandonati dal proprio partito e che hanno visto una speranza nel “nuovo che avanza”. Un’alleanza che potrebbe intimorire PD e Centro destra i quali potrebbero, a loro volta, pensare ad un’alleanza tra loro contro il nemico comune.

Per ora quello che salta all’occhio dagli ultimi sondaggi è una ripresa della vecchia guardia partitica che rimanda alla mente i soliti slogan e le solite dichiarazioni da coniugi in crisi.

Tuttavia, bisogna scindere una brutta tornata elettorale dalla fine di un ciclo. Può darsi che il Movimento, poco radicato nei territori, poco legato alla società civile e alla borghesia, sia stato ritenuto poco adatto alla guida di realtà piccole. Ma potrebbe rifarsi della débacle alle prossime politiche. Gli elettori che ieri hanno rifiutato l’idea di un’amministrazione pentastellata potrebbero riporre fiducia, nuovamente, nella proposta politica della “rivolta anti-casta” facendone il depositario del voto di protesta.

Ad oggi, quel che possiamo ipotizzare, è che il M5S, per anni “terzo incomodo” nella pantomima bipolare che propone alternanza di partiti ed identità di programmi, inquilino chiassoso del Parlamento e spauracchio mediatico, sia ridotto sulla difensiva. Costretto ad urlare slogan tanto facili quanto xenofobi per recuperare terreno. Quel che possiamo dare per certo è il trionfo di una politica istituzionale asfittica, dove retori mediocri si atteggiano a grandi oratori, ed esecutori di ordini di Confindustria e Bruxelles si propongono come riformatori, mentre non fanno altro che riprodurre le più squallide pantomime clientelari.

Se il voto di delega è un canovaccio liso, questi pagliacci tristi ne sono gli stanchi interpreti. Possa per le strade nascere un nuovo protagonismo, la cui forma e contenuto siano il senso di responsabilità piena e collettiva. Facciamoci sotto, occhio agli spacciatori, occhio agli zuccherini.

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PSICOSI COLLETTIVE E COSCIENZE SPORCHE: COSA CI DICE PIAZZA SAN CARLO

Immaginate la vostra squadra in finale di Champion’s League, che gioca contro il Real Madrid. Immaginate una piazza colma. I megaschermi la illuminano con le immagini della partita, immaginate la folla vestita con quei colori che sono anche i vostri, mentre condividete con essa quelle emozioni che sono anche le vostre. Immaginate la gioia repressa per un traguardo che sta ad un passo da voi, una gioia che aspetta solo di essere liberata. Poi il panico. Ecco: piazza San Carlo a Torino, la sera del 3 giugno 2017.

Non si è capito se sia stato un petardo, una transenna caduta, una vetrina rotta o chissà cosa. Quel che è certo è che migliaia di persone hanno cominciato a correre e a calpestarsi, a cercare non si sa dove una via di fuga da non si sa che. Più di millecinquecento feriti, otto dei quali gravi, uno di questi è un bambino che, per due giorni ha rischiato la vita. Qualche vecchio juventino parla dell’Heysel, e viene da credergli, immaginando il dolore che quell’esperienza significa. Dopo giorni di indagini la polizia e gli inquirenti faticano a trovare la causa del panico, di quella fuga precipitosa che le immagini di quella sera ci hanno descritto. Avevano in mente l’eco di Parigi, di Manchester, di Londra: lo spettro del terrorismo poco ci manca facesse più morti del terrorismo stesso.

Il giorno dopo tutte le maggiori testate giornalistiche portavano in prima pagina i fatti di Torino, oscurati solo dall’attentato che, quasi contemporaneamente, era avvenuto vicino al London Bridge. L’ansia di trovare un colpevole rende qualsiasi testimonianza magicamente attendibile: il petardo, l’automobile lanciata sulla piazza, il cedimento di un megaschermo, un jihadista confuso tra la folla che ha iniziato ad urlare minacciando persone. Ecco, ad un certo punto i giornali sembrano quasi averlo individuato il jihadista: è li, ad un angolo della piazza, con lo zaino sulle spalle e le braccia larghe, in una posizione che “evoca quella di un kamikaze”. Il jihadista per caso si presenterà poco dopo in questura, insieme alla sua compagna, spaventato e scosso, a spiegare che le braccia larghe servivano ad intimare “calma” alla folla impazzita. Qualunque cosa sia successa in piazza egli ne è estraneo.
Il giorno dopo ancora, lunedì 5, “La Repubblica” insiste: in piazza c’erano un centinaio di ultras diffidati a dirigere la situazione. Viene da chiedersi: quale situazione? Cosa dirigevano? Chi erano (proprio nel senso di nomi e cognomi) e cosa hanno fatto, materialmente? Il giornale più autorevole d’Italia si astiene dal comunicarlo. Il martedì l’episodio è relegato alla cronaca locale, dove si punta il dito sull’organizzazione della giunta Appendino e si fanno mielosi resoconti sui salvatori del bimbo di otto anni, ormai stabile e fuori pericolo.

La buttiamo lì: a Torino non è successo niente. Sì, certo, la paura, i feriti, un bambino in condizioni gravi, ma non è successo niente, materialmente. Soprattutto nulla di nuovo. Eppure da quel marasma, e dalla cagnara che ha provocato, riusciamo a tirar fuori degli spunti di riflessione.

La paura – “La paura genera paura / la paura genera paura: ti blocca!” recitava Ferretti in una canzone dei CSI. L’Europa, è il caso di dirselo, è tornata ad essere un campo di battaglia. Il teatro di una guerra subdola, sporca. Partorita dal suo stesso ventre e che di esso banchetta. Un tumore di cellule impazzite difficile da sradicare. Capita sempre più spesso di sentire di attentanti, sanguinosi e allucinanti, nel cuore del continente che si professa accogliente e multietnico. Assistiamo impotenti allo strazio del sangue e alla routine del cordoglio. È normale avere paura. È normale che in una situazione tranquilla, di festa, come può essere quella della visione collettiva di una partita la “voce” di un terrorista in giro per la piazza possa avere conseguenze devastanti. La detonazione della paura repressa. La paura di un qualcosa non vero, ma verosimile.

Enduring feardom – A seguito di ogni attentato il galateo prevede dei rituali precisi: uno dei passaggi obbligati è quello dei politici che dicono che non bisogna farsi intimidire dai terroristi, non dargliela vinta. La realtà è che siamo quotidianamente terrorizzati dall’allarmismo e dal clamore sul pericolo islamico, pompato a mille da giornali e talk-show. Un pericolo drammaticamente reale, ma la cui percezione viene distorta ed ingrandita esageratamente, fino a farla sembrare incombente quando non lo è. Nel balletto delle etichette intercambiabili dei nostri giornalisti – dove “immigrato”, “clandestino”, “musulmano” e “terrorista” vengono usati quasi fossero sinonimi – cresce rigogliosa la paura del vicino, l’insicurezza che spinge a svuotare le metro, a guardare con sospetto chi si professa musulmano. Ogni giorno veniamo riempiti di messaggi, di “notizie”, che ci parlano della pericolosità dell’altro, che c’insegnano la diffidenza verso di esso: un flusso mediatico nel quale è lo stereotipo, la percezione drogata e distorta, a sopraffare la realtà. Ci viene dipinto un mondo di costante pericolo, provocato da un nemico oscuro che si nasconde ovunque, impalpabile e nebuloso come i mostri d’infanzia. Ma in grado di suscitare fobie che fanno più di millecinquecento feriti. Sempre i giornali, sempre i mezzi d’informazione hanno preferito dare in pasto al giustizialismo mediatico un ragazzo che cercava di tranquillizzare la folla impaurita, inventando pose equivoche. Persa anche quella strada, smentita dalla dura realtà, non è rimasto che battere la sempreverde pista degli ultras: capro espiatorio facile e indifendibile, spauracchio utile per tutte le stagioni. Secondo “la Repubblica” dirigevano, ma cosa non è dato sapere. E soprattutto quale collegamento ci fosse fra la loro presenza in piazza e l’esplosione della paura non è specificato, ma sottinteso, suggerito con il solo citarli. Un’accusa velata che contrasta con le norme del buon senso, in cui prima di puntare il dito bisogna informarsi, analizzare, circostanziare. Ricordatevi di loro quando vi parleranno di fake news. Perché riflettere, indagare le cause profonde della paura, quando si può puntare tutto su delle vittime sacrificali, crocefisse oggi e dimenticate domani? Perché non provare a ragionare buttando acqua sul fuoco, anziché la solita benzina?

Il dito, la luna e gli stolti – C’è da dire, però, che se il nostro obiettivo è quello di sconfiggere i terroristi non lasciandoci terrorizzare allora lo stiamo mancando alla grande. Ci giustifica il fatto che una normalità fatta di centri commerciali, trepperdue, muri puliti, contratti a termine, bacheche social come unico protagonismo politico e vicini di casa da “buongiorno e buonasera” sono degli idoli ben poco seducenti ai quali votarsi. Se c’è una colpa che può essere imputata a chi era in quella piazza è proprio quella di essersi dimostrato non in grado di gestire una situazione tanto assurda quanto normale (perché, ricordiamo, non è successo nulla). La sicurezza della linearità, l’estraneità all’imprevisto, a quelle che possiamo definire “dinamiche di piazza”, è il sintomo di una distanza enorme dalla vita comunitaria e dai suoi inciampi. L’estraneità dal mondo, la delega, il feticcio securitario, l’anestesia dallo stare insieme, dal condividere momenti collettivi con tutti i loro carichi di incognite. Probabilmente è proprio l’assenza di quest’anestesia, l’abitudine alle situazioni collettive, che ha fornito agli ultras juventini presenti in piazza la freddezza necessaria a non farsi prendere dal panico. Il ministro Minniti, subito dopo il delirio torinese, ha comunicato che per i grandi eventi verrà sempre garantita la “massima sicurezza”: è davvero questa la protezione, la sicurezza ovattata e deresponsabilizzante di cui abbiamo bisogno?

I lupi e gli agnelli – Il jihadismo uccide. Ai concerti per adolescenti a Manchester, mentre facciamo check-in a Bruxelles, mentre beviamo una birra in un pub vicino Southwark, mentre chiacchieriamo a Parigi: siamo bersagli. Non è una bella situazione. L’Italia, graziata finora, non continuerà ad avere in eterno questo privilegio. Guardiamoci in faccia: siamo sulla lista. Non sappiamo dove, né quando, ma saremo colpiti. Quello che sappiamo è che i meccanismi che generano questa violenza sono tutti nostri, tutti interni alla cultura e alla società europea, per quanto gli esecutori degli attentati si professino musulmani. Si nutrono dell’odio che le guerre di noi occidentali hanno portato in Medio Oriente, in Africa, in Asia, di emarginazione sociale, crescono nelle periferie, come fiori innaffiati dall’abitudine del sospetto immotivato, della paura che spinge a chiudersi in casa e rimpiangere città e quartieri abitati da onesti italiani: tempi e luoghi che non sono mai esistiti, se non nei racconti da romanzetto dei talk-show condotti da simil-giornalisti in cui parlano solo politici razzisti. Chi sono i nostri nemici: i razzisti d’accatto? I giornalisti che vendono pornografia della paura? Certamente. Ma anche chi è talmente pazzo da sacrificarsi in nome di un ideale malato, di una religione di cui in fondo non sa nulla, e in cui manco crede. Se i primi sono letame, i secondi sono le piante malate e velenose ch’essi concimano. Poniamoci la domanda: come possiamo fermarli, finché siamo in tempo? Siamo sicuri di voler continuare a scappare?

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TRA MUTUALISMO E IPOTESI RIVOLUZIONARIE

Esperienze autogestite e pratiche mutualistiche sono, ad oggi, uno dei contributi più consistenti che il movimento italiano è riuscito a sviluppare in questi ultimi decenni.

Palestre ed ambulatori popolari, doposcuola, corsi di italiano o lingue, supporto legale per la casa o per i migranti, fino ad esperienze di lavoro collettivo come officine popolari o cooperative agricole; tutto ciò è patrimonio comune che ci permette di sperimentare negli ambiti più disparati. Di più: si sono dimostrate, forse, il miglior aggregante sociale tra tutte le pratiche che riusciamo a mettere in campo.

Nella maggior parte dei casi, però, all’aggregazione non è corrisposto un adeguato avanzamento politico né un incremento della coscienza di classe. Questo perché troppo spesso i piani sociale e politico vengono erroneamente confusi o sovrapposti, ci sono molte realtà di compagni che hanno un ottimo intervento sociale sul loro territorio ma uno scarsissimo potenziale politico e mobilitativo a disposizione. Aiutare o aiutarsi per spirito di solidarietà è giusto e necessario ma non è ciò che ci rende rivoluzionari, così come una pratica gratuita ed orizzontale non è sovversiva in quanto tale o perché ci sottrae dalle logiche atomizzanti e sfruttatrici del capitale. La politica (come capacità di interpretazione ed azione sulla realtà) non è filantropismo esattamente come sottrazione non significa attacco!

Dobbiamo essere consapevoli che queste esperienze sono una scuola di formazione per chi le vive e contribuiscono quindi alla direzione che prendono da essa possibili militanti: possono strutturarsi politicamente, inseguire chimere o allontanarsi del tutto; rappresentano inoltre una dimostrazione empirica che una società comunista è non solo possibile ma anche auspicabile e funzionante e si costituiscono come una sperimentazione embrionale di questa stessa società: ci forniscono, cioè, una piccola idea di come possa nel concreto funzionare il “sol dell’avvenire” e ci permettono di cogliere i nostri errori e correggerli strada facendo. Se siamo coscienti di queste fondamentali funzioni allora le dotiamo del loro senso ultimo: armi per la lotta!

Ma non basta, dobbiamo sapere esattamente come utilizzare le nostre armi perché ci siano utili: dobbiamo mettere a punto il nostro piano! È qui che entra in gioco il vero problema: per sapere come utilizzare certe pratiche e munirle di senso politico occorre dotarci di una strategia di medio/lungo termine che ci permetta innanzitutto di capire chi siamo e cosa vogliamo, senza più limitarci al piano di contrasto di ciò che non accettiamo, ma passando ad un piano propositivo di ciò che vogliamo realizzare; porci obbiettivi e tattiche per raggiungerli.

In breve (ed in modo brutalmente semplicistico), per avere un’idea di massima, potremmo dire che siamo comunisti, vogliamo fare la Rivoluzione e lotteremo con ogni mezzo necessario per renderla possibile.

In una prospettiva di lungo termine che ci vede impegnati in una lotta via via più dura, le pratiche mutualistiche, che oggi ci forniscono un agente aggregante ed un laboratorio di formazione, devono essere interpretate come infrastrutture di resistenza, ovvero i mezzi che ci permettono di sostenere lo scontro per tutta la sua durata, garantendoci quella profondità strategica necessaria a chi si appresta ad attaccare il nemico.

Per chiarire: una rete di orti urbani non può servire solo ad insegnare a qualcuno come si coltivano i pomodori o a rendere più “naturale” l’ambiente in cui viviamo; deve, ad esempio, garantire l’approvvigionamento per degli operai in sciopero e le loro famiglie di modo che non debbano cessare la lotta per timore della penuria. Un ambulatorio popolare oltre a fornire prestazioni mediche al popolo laddove lo Stato non se ne fa più carico, deve organizzare gli utenti contro lo smantellamento della Sanità pubblica. Una scuola di italiano per immigrati non deve solo insegnare la lingua: deve informare sui diritti e le possibilità di vita e di lotta di un soggetto estremamente ricattabile. Questi sono solo alcuni esempi pratici di come debba essere intesa una pratica mutualistica: al bisogno dell’immediato corrisponde una necessità del futuro.

Ora, se queste sono le nostre infrastrutture di resistenza, quali sono i nostri strumenti d’assalto? Sono le vertenze sul lavoro e gli scioperi per il salario, i picchetti antisfratto e l’occupazione di case, i blocchi contro le devastazioni ambientali e i comitati contro le speculazioni; tutte quelle pratiche di per sé vertenziali e parziali ma che ci permettono di affondare la lama della lotta nella carne viva delle contraddizioni del capitale. Connettere questi due tipi di pratiche in un unico fronte di lotta, supportato ovviamente da una strategia complessiva, ci offre la possibilità di combattere il sistema a 360 gradi, accumulando man mano sempre più forza e mezzi; all’avanzamento della lotta deve corrispondere la nostra capacità di riempire lo spazio conquistato con un’alternativa immediata.

Una delle problematiche più frequenti che ci si è posti in vari circoli è: come uscire dall’isolamento quasi cronico in cui si trovano i rivoluzionari rispetto alla propria classe? Come sfondare questo muro d’indifferenza partendo da ciò che abbiamo costruito nel tempo e che ci contraddistingue?

In estrema sintesi, per rispondere a queste domande, sono determinanti due fattori: la capacità di connettere tutte le pratiche di cui si può disporre ed una strategia forte e di lungo termine che le doti di significato.

George L. Jackson scriveva che le comuni si sarebbero costruite con “l’opuscolo in una mano e il fucile nell’altra”. Noi possiamo arricchire quest’immagine con un martello serrato tra i denti. L’opuscolo per studiare ed evolverci, il fucile per attaccare e difenderci dal nemico, il martello per costruire l’autonomia della nostra classe!

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