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METROPOLI vs TERRITORI

METROPOLI

METROPOLI vs TERRITORI

COSA SUCCEDE AD OSTIA? – Cortocircuito tra politica, sociale e mondo mediatico.

Dopo mesi di commissariamento per mafia, a Ostia (X Municipio di Roma) si è votato per le amministrative, e si rivoterà il 19 novembre. Al ballottaggio sono andate Giuliana Di Pillo (Movimento 5 Stelle) e Monica Picca (candidata di Fratelli d’Italia, sostenuta da Forza Italia e Noi con Salvini). Non è questa la sede per un’analisi del voto, nonostante il quadro sia decisamente interessante: i pentastellati sono primi ma perdono oltre la metà dei voti (rispetto al 2016), il Pd riesce – nonostante gli scandali di “Mafia Capitale” – a mantenersi come secondo partito (13,7 %); il centro-destra unito ruggisce e raggiunge il ballottaggio, insidiando la candidata grillina. A seguire, nel gioco elettorale, la lista di un ex prete (responsabile della Caritas locale) a rappresentare una sinistra clerico-borghese sempre più in crisi d’identità e, infine, le frattaglie autonomiste raccolte sotto la bandiera di un imprenditore locale (Bozzi).

Ma ciò che ha fatto straparlare i giornali e le tv locali e nazionali sono due dati: l’astensionismo e l’exploit di Casapound. A votare è andato infatti solo il 36 % degli aventi diritto (67mila su 185mila circa, appena un elettore su tre); di questi votanti, più del 2 % ha deciso di annullare la scheda o votare scheda bianca. Il partito fascista Casapound ha invece triplicato i propri consensi, passando dai circa 2mila voti del 2016 (elezioni comunali) ai quasi 5mila di oggi; i “fascisti del terzo millennio” hanno raggiunto il 9 % dei voti grazie anche all’appoggio di due “liste civiche” (Assotutela e Cittadini per il X Municipio).

Fin qui, la cronaca politico-elettorale. La politica lidense si è arricchita in questi ultimi giorni di un fatto eclatante: un giornalista della (brutta) trasmissione “Nemo” di Rai2 stava intervistando Roberto Spada, membro della nota famiglia criminale di Ostia, sull’appoggio – espresso tramite un post su Facebook – che quest’ultimo ha dato a Luca Marsella, candidato di Casapound alle elezioni e noto ducetto del Litorale. Provocato e infastidito dalle domande, Roberto Spada ha colpito il giornalista con una violenta testata rompendogli il setto nasale. Non pago, Spada ha inseguito il giornalista e il cameraman prendendoli a manganellate. Una brutta scena, senz’altro, che però non scandalizza chi vive le periferie, dove certi conti si regolano, qualora provocati, anche con azioni “muscolari” dominate dai rapporti di forza.

All’aggressione è seguita la condanna di tutto il mondo politico e istituzionale, nonché quello giornalistico, con in primis personaggi che hanno contribuito (e contribuiscono) a legittimare nel dibattito pubblico formazioni fasciste come Casapound e Forza Nuova (Formigli, Mentana, Parenzo, ma la lista potrebbe allungarsi). Proprio il giornalista aggredito ad Ostia, Daniele Piervincenzi, si era reso protagonista di un servizio acritico su Castellino, Boccacci & co. Potremmo sentenziare: “Il fascismo dà, il fascismo toglie”.

Ieri, giovedì 9 novembre, Roberto Spada è stato prelevato dalla sua abitazione e posto in stato di fermo dai Carabinieri. È stato possibile effettuare l’operazione poliziesca solamente dando al capo d’imputazione (lesioni aggravate) l’aggravante di aver agito in un contesto mafioso.

Sulla connivenza tra Casapound e il “clan” Spada si è ormai scritto e detto molto. Basti qui ripetere che si tratta di un’alleanza tattica. Casapound non pesta i piedi alla famiglia Spada, anzi: se capita, organizzano anche iniziative congiunte e tutto finisce a tarallucci e vino, con qualche foto sorridente e con dei “like” sui social. Difatti, Casapound ad Ostia non ha mai parlato di usura (storico cavallo di battaglia della destra) e mafia, in un territorio infiltrato non solo dalla famiglia Spada, ma anche da famiglie che portano famigerati nomi come Fasciani e Triassi. Roberto Spada, fratello del celebre Carmine (detto “Romoletto”) intanto ha assicurato piena agibilità ai fascisti nel quartiere di Ostia Nuova, continuando a portare avanti indisturbato quello strano welfare criminale che molti proletari conoscono vivendo le contraddizioni della vita quotidiana.

Ciò su cui bisogna riflettere è però fino a quando Casapound vorrà mantenere tale “alleanza”, che comunque un pacchetto di voti alle urne lo ha certamente portato1. Nella conferenza stampa di Casapound convocata ieri si è notato un non-equilibrio tra Luca Marsella (il ducetto di Ostia) e Simone Di Stefano (leader nazionale di Casapound). Marsella – assieme alla “compagna” di vita Carlotta Chiaraluce – ha cercato di difendere Roberto Spada con tutti i mezzi retorici possibili; Di Stefano è sembrato invece più preoccupato. C’è da difendere l’onore, su scala nazionale, del partito dei “fascisti del terzo millennio”. La connivenza tra fascismo e mafia potrebbe indebolire Casapound. Ma qui torniamo sui dati elettorali: Casapound ha sbandierato come “vittoria” questo ultimo risultato elettorale, ma il 9 % dei voti in un municipio dove ha votato poco più del 36 per cento, è pur sempre una vittoria di Pirro. Davvero Casapound può diventare una forza nazionale in grado di entrare in Parlamento? Su questo rimaniamo scettici, mentre invece la stampa continua a gonfiare il fenomeno e accordagli credibilità e legittimità. Lo sdoganamento fascista ha assunto infatti una precisa strategia mediatica che li dipinge come gli unici in grado di rappresentare un’alternativa al degrado delle periferie. E quindi giù con la retorica dei “bravi ragazzi”.

Ostia e il suo entroterra sono stati prosciugati, in questi ultimi anni di commissariamento, fino a diventare un deserto (politico e istituzionale): malaffare e corruzione dilaganti, imprenditori balneari sempre più avidi di potere e sfruttamento, assenza di referenti politici. A corollario, viene evocato il “vuoto dello Stato”. Lo Stato è invece presente con le sue volontarie deficienze, con le sue incapacità, con la sua corruzione, talvolta con la sua repressione.

Le compagne e i compagni si sono piano piano ritirati dal territorio di Ostia, e non è questa la sede per analizzarne le cause. Anche i partiti della cosiddetta “sinistra radicale”, un tempo presenti sul territorio, sono ormai agonizzanti, tanto che Rifondazione Comunista ha fornito il proprio sostegno ad una lista capeggiata da un sacerdote premuroso di ricordare la sua vita da “prete di strada”.

Qualcuno-a sta provando a far ripartire un discorso ricominciando a immaginare un Municipio diverso, anche se è difficile “eleggere le lotte” quando esse sono assenti e l’astensionismo è il partito di maggioranza assoluta.

Intanto, per sabato 11 novembre, ad una settimana dal ballottaggio, è stato convocato da Laboratorio Civico X (la lista capeggiata dal prete De Donno) un corteo per le strade di Ostia con l’iniziale slogan di “Fermiamo la mafia – Stop ai clan”, in seguito modificato in “Fermiamo la violenza fascista e mafiosa”. Al corteo si è aggiunto poi il sostegno della stessa amministrazione comunale al grido di “Uniti per la legalità”, fornendo così un assist elettorale alla candidata grillina in corsa al ballottaggio.

Le periferie sono grandi, terribili e complicate. Ogni azione lanciata sulla sua complessità può svegliare echi inaspettati. Il celebre aforisma di Mao ha sempre la capacità di risollevare il morale: “Grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è dunque eccellente”. Per il momento, il cielo del cervello ci impone solo il tempo delicato dell’analisi.

1L’analisi dei flussi elettorali nelle sezioni di Ostia Nuova conferma il trend di un travaso di voti dal Movimento Cinque Stelle a Casapound rispetto alle ultime elezioni comunali (dove però non si votò al Municipio X, allora commissariato per mafia). Ma Ostia Nuova non è il solo quartiere popolare e proletario in cui Casapound è andato bene: punte del 20% si sono toccate anche nel quartiere di San Giorgio (Acilia), dove Casapound ha chiuso la propria campagna elettorale. Viceversa, i camerati del terzo millennio sono andati molto bene anche in quartieri borghesi come Casal Palocco e Infernetto (dove Casapound ha portato avanti la lotta per la chiusura di un centro d’accoglienza per migranti).

Ciceruacchio

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UN' EMERGENZA ABITATIVA CHE DURA DA SESSANT'ANNI:LE LOTTE DI IERI E OGGI VOL.2

 Nei primi anni Ottanta, si disgregava progressivamente la solidarietà di una classe che faceva sempre più fatica a riconoscersi come gruppo con medesimi interessi e analoghe condizioni materiali. Gli operai perdevano il proprio ruolo di avanguardia politica in un processo collettivo rivoluzionario. Iniziava ad assumere centralità un ceto intermedio di impiegati, commercianti e piccoli imprenditori.

Se gli anni Ottanta sono stati gli anni della cassa integrazione e dei licenziamenti di massa, gli anni Novanta e Duemila diventano gli anni della precarietà di massa. I salari reali diminuiscono e si moltiplicano le forme di lavoro atipiche che non garantiscono una continuità di reddito nel tempo. All’inizio degli anni Duemila, si percorre una fase di espansione della base occupazionale e di riduzione della disoccupazione; ma le condizioni dei lavoratori peggiorarono drasticamente: diminuiscono i salari reali e, quindi, il potere d’acquisto, aumenta l’instabilità lavorativa, si diffonde il fenomeno della sottoccupazione e dei working poori. Per incoraggiare l’occupabilità della popolazione attiva e stimolare le assunzioni da parte delle aziende vengono attuate politiche di flessibilità numerica in entrata, attraverso l’introduzione di contratti a tempo determinato, e in uscita, attraverso l’eliminazione o l’ammorbidimento delle tutele contro il licenziamento. Si realizzano politiche di flessibilità organizzativa attraverso l’esternalizzazione di parte dell’attività produttive: si moltiplicano le cooperative che non rispettano minimamente le condizioni contrattuali previste dal CCNL. I contratti flessibili si sostituiscono progressivamente alla vecchia forma a tempo pieno e indeterminato, rendendo precari e instabili i percorsi lavorativi ed esistenziali. Il Pacchetto Treu del 1997 e legge Biagi del 2003 codificano e regolano queste nuove forme contrattuali.

Per quanto riguarda la questione abitativa, ripercorrendo storicamente la curva del mercato immobiliare, dei consumi e dei redditiii, si osserva che nel decennio Sessanta i redditi hanno avuto un incremento del cinquanta per cento, mentre gli affitti e i consumi sono aumentati solo di un quarto percentuale; nel decennio Settanta la quota di proprietari di case superava il cinquanta per cento della popolazione e le famiglie riuscivano a mantenere un costante accumulo di denaro. Dalla fine degli anni Settanta e per tutti gli anni Ottanta, l’inflazione ha causato un innalzamento degli affitti e dei consumi; solo due strumenti legislativi, l’equo canoneiii e la scala mobileiv (entrambi aboliti negli anni Novanta), hanno salvaguardato i risparmi di lavoratori e famiglie.

La logica “investi sul mattone” per proteggere i risparmi dall’inflazione è stata propagandata chiaramente; la casa è passata ad essere da bene d’uso a un bene d’investimento e una fonte di reddito per moltissime famiglie. Dalla seconda metà degli anni Novanta e per tutto il primo decennio Duemila, i costi per i consumi e il mantenimento dell’abitazione iniziano ad incidere eccessivamente sul reddito delle famiglie. I proprietari di case diventano il 70% della popolazione residente; ma in verità aumentano i proprietari di mutui perché solo attraverso l’indebitamento si è in grado di acquistare un alloggio. Dal 2005, per la prima volta, la curva dei costi per l’abitazione supera quella dei redditi. Il processo di cartolarizzazione e vendita del patrimonio pubblico e il processo di liberalizzazione del mercato degli affitti aggravano ulteriormente la situazione. Con la crisi finanziaria legata principalmente allo scoppio della bolla immobiliare, l’abitazione rappresenta un simbolo di status sociale e un bene di lusso per gli esclusi dal mercato.

Negli ultimi due decenni, i prezzi delle abitazioni sono cresciuti in modo inversamente proporzionale al numero di alloggi popolari. Stando ai dati pubblicati da Federcasa, in totale si contano meno di un milione di alloggi di edilizia residenziale pubblica, di cui circa 800 mila gestite dalle Aziende Casa (ex IACP); dopo il processo di dismissione avviato con la legge 560 del 1993, l’offerta è calata del 22%. Il ricavato dalle vendite – lontano dai prezzi di mercato – non è stato sufficiente a costruire nemmeno un terzo del patrimonio venduto. Anche l’offerta residenziale destinata ad alcune categorie di lavoratori (Poste, Ferrovie, etc.), le case degli Enti previdenziali (INPS, ex INPDAP) e delle compagnie assicurative hanno subito un graduale e massiccio processo di cartolarizzazione e dismissione. La Riforma Dini del 1995 (legge n. 335), la legge del 2001 recante disposizioni in materia di privatizzazione e valorizzazione del patrimonio immobiliare pubblico (legge n. 410), la finanziaria del 2003 che permetteva la vendita del patrimonio di Regioni, Comuni ed Enti locali hanno ulteriormente affermato il concetto di “fare cassa” per il risanamento del debito pubblico. Infine, la legge che disciplina le locazioni e il rilascio degli immobili a uso abitativo (legge n. 431 del 1998) completa la liberalizzazione del mercato delle locazioni e alimenta dinamiche d’innalzamento degli affittiv.

Queste scelte chiaramente di natura politica hanno generato processi di impoverimento e aumento del disagio abitativo sia in termini di aggravamento dell’incidenza dei costi sul reddito (negli ultimi dieci anni, il costo generale della casa è cresciuto del 77% per chi si trova in affitto e del 24% per chi ha la proprietà; le retribuzioni, invece, sono cresciute solo del 18%) sia in termini di espulsione da aree e quartieri per le famiglie che non hanno potuto acquistare gli alloggi in vendita o pagare i crescenti canoni di affitto.

Per questi motivi, l’emergenza abitativa è riesplosa con tutta la sua dirompenza. Si è sottovalutato il problema per lungo tempo perché si è pensato che riguardasse fasce ridotte della popolazione.

A fronte di un surplus di 5,6 milioni di case vuote e un invenduto di 540 mila unitàvi, il numero di persone che perdono casa sono in costante crescita. Come si osserva dai grafici, negli ultimi vent’anni sono aumentate le richieste di esecuzione soprattutto per un’impossibilità a sostenere i costi dell’affitto; si tratta di “morosi incolpevoli”, secondo una definizione introdotta proprio negli ultimi anni.

A Roma, in particolare, il mercato immobiliare presenta i costi più elevati: l’affitto di una stanza si aggira intorno ai 450 eurovii al mese, i canoni medi delle abitazioni (arredate) al libero mercato stanno intorno ai 727 euro al mese per un monolocale, 850 euro per un bilocale, 1.042 euro per un trilocale e 1.023 euro per un quadrilocaleviii. Dal 2007 a oggi si registra una variazione percentuale del +42% di sfratti emessi e del +37% di sfratti eseguiti con l’intervento della forza pubblica.

Ultimi dati disponibili, nel 2015 è stato emesso uno sfratto ogni 399 nuclei familiari, ma molte grandi città presentano una situazione peggiore della media nazionale: Roma con uno sfratto ogni 272 famiglie, Genova 1/317, Firenze 1/323, Palermo 1/324, Napoli 1/335, Verona 1/353, Milano 1/357 e Bologna 1/696.ix

Per questo motivo, sono riesplose le iniziative antisfratto e le occupazioni di immobili in tutta Italia. A Roma, in particolare, si contano oltre sessanta occupazioni a scopo abitativo e una decina di progetti di autorecupero. Ma in verità il numero è sottostimato perché sfuggono dal conteggio palazzine occupate indipendentemente dai movimenti di lotta per la casa e le occupazioni di singoli appartamenti di enti pubblici lasciati invenduti o di alloggi popolari.

Proprio il successo e l’espandersi di queste iniziative organizzate ha avuto però come effetto negativo la reazione dura da parte dello Stato, con forme di repressione volte a negare la legittimità di tali azioni. L’ultimo provvedimento legislativo, conosciuto con il nome di “Piano casa Lupix, rappresenta un dispositivo di controllo perché prevede disposizioni che favoriscono la dismissione del patrimonio residenziale pubblico (art. 3) e il contrasto alle occupazioni abusive d’immobili (art. 5).

Questo provvedimento impedisce a chiunque occupi un edificio di chiedere la residenza e l’allacciamento a pubblici servizi: energia elettrica, gas, servizi idrici e telefonia fissa. Inoltre dispone che gli occupanti abusivi di edifici pubblici non possono partecipare alle procedure di assegnazione di questi alloggi per i cinque anni successivi (art. 5, comma 1-bis). All’acuirsi dell’emergenza abitativa, dunque, si risponde con un irrigidimento legislativo che ha pesanti conseguenze e ricadute sull’esercizio di alcuni diritti. Impedire di chiedere la residenza anagrafica comporta diverse negazioni: l’iscrizione al Servizio Sanitario Regionale che garantisce l’assistenza sanitaria (assistenza medica e pediatrica, farmaceutica, specialistica ambulatoriale, ospedaliera, domiciliare e consultoriale); l’accesso alle prestazioni socio-assistenziali; l’accesso al sistema scolastico; per i cittadini italiani, l’iscrizione nelle liste elettorali del comune e l’esercizio del diritto di voto; per le persone rifugiate e immigrate, ostacola la possibilità di rilascio del permesso di soggiorno o l’acquisizione della cittadinanza.

Questo provvedimento genera una zona del non essere e dell’esclusione perché, di fatto, discrimina e rende illegali le persone che occupano casa per necessità. Colpisce senza pietà chi si attiva e reagisce ai pesanti attacchi di un ceto politico disponibile unicamente a seguire e applicare politiche neo-liberiste.

Ma perché negli ultimissimi anni le lotte non portano a vittorie reali?

La difficoltà sta nel fatto che, a differenza dei decenni passati, non c’è una base sociale coese e consapevole. Molte persone non hanno una precisa collocazione di classe e una chiara visione dei propri interessi. Anche nei quartieri più periferici, molte famiglie si riconoscono e si identificano come proprietari di case. Il fatto che l’emergenza abitativa colpisce sempre più persone (ad esempio il proprio vicino di casa, un parente, un amico, un collega), vedere eseguiti sempre più sfratti per le vie dei propri quartieri, la difficoltà a pagare le bollette sono questioni rilegate a “problema privato”. Le colpe vengono scaricate su chi subisce e non sui veri responsabili del problema: amministrazioni locali, Governo e Stato. Spesso si generano guerre tra poveri; la destra cavalca il problema degli sfratti per mettere contro proletari italiani e proletari di origine straniera.

Come si può uscire da questo impasse? Come ricreare dei veri rapporti di forza? Come riuscire a legittimare pratiche di autorganizzazione e di resistenza messe in campo dal basso?

In questa fase storica, a queste domande non corrispondono adeguate risposte. È importante il lavoro capillare nei quartieri per diffondere l’idea che non è giusto risolvere privatamente problemi generati da fattori di natura sociale ed economica; che la lotta e la resistenza paga; che l’unione e la solidarietà, al di là dell’appartenenza nazionale, sono gli unici fattori che possono riuscire a contrastare i dispositivi di controllo e repressione esercitati dai poteri politici ed economici.

Chiara D.

i Pugliese, E., Rebeggiani, E. (2004). Occupazione e disoccupazione in Italia. Dal dopoguerra ai giorni nostri. Roma: Edizioni Lavoro.

ii Cresme – Riusa (2012). Il mercato immobiliare in Italia e nelle città. Estratto da <www.ordinearchitetti.mi.it/download/file/11106>.

iii L’equo canone è uno strumento di politica abitativa che prevede la determinazione dell’ammontare massimo del canone di locazione non sulla base dai prezzi di mercato e dalla libera contrattazione delle parti, ma sulla base delle condizioni dell’alloggio. La legge del 1978 prevedeva che l’affitto e il subaffitto di un’abitazione non potesse superare il 3,85% del valore locativo dell’immobile.

iv Strumento di politica economica finalizzato a mantenere costante il potere d’acquisto, indicizzando i salari all’aumento dei prezzi.

v Graziani, A. (2005), Disagio abitativo e nuove povertà. Firenze: Alinea.

vi Fonte: censimento 2011.

vii Elaborazione dati provenienti dal sito <www.easystanza.it>.

viii Fonte dati Nomisma.

ix Ministero degli Interni (2015). Gli sfratti in Italia: andamento delle procedure di rilascio di immobili ad uso abitativo. In < http://ucs.interno.gov.it/ucs/contenuti/168224.htm>.

x D.L. n. 47/2014, poi convertito con modifiche dalla L. n. 80/2014.

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METROPOLI vs TERRITORI

LE ISTITUZIONI CHIUDONO, LA COMUNITÀ RIAPRE – Sul Campo di calcio di Villa Gordiani

Villa Gordiani è un quartiere che si sviluppa ai lati di via Prenestina, nel quadrante di Roma Est. Prende il nome dall’omonimo Parco, istituito negli anni ’30 del secolo scorso e ricco di frammenti archeologici. Una parte significativa è composta da case popolari costruite principalmente negli anni ’50. Negli stessi anni in cui queste venivano costruite vedeva la luce anche un campo di calcio all’interno del Parco. Un campo che, in questi decenni, ha ospitato centinaia, forse migliaia di partite che attiravano ogni domenica tanti abitanti del quartiere. Impossibile calcolare quanti ragazzi abbiano calpestato la terra di quel rettangolo. Ci hanno giocato squadre non gloriose dal punto di vista dei meriti sportivi, ma sicuramente importanti in quanto punto di riferimento in un quartiere periferico i cui unici luoghi di socialità erano la piazzetta, i muretti, i cortili dei lotti delle case popolari.

Oggi l’amministrazione municipale si è messa in testa di smantellare il campo, farlo diventare “area verde” e, al posto della casetta dei vecchi custodi, istituire un Centro documentale. La direttiva è dell’8 maggio scorso. Per le sorti alterne di questi ultimi anni, rimandiamo – per sinteticità – all’articolo apparso su Romatoday qualche giorno fa, mentre su alcuni passaggi degli ultimi due anni è bene fare un po’ di chiarezza, perché è stato detto tanto sul campo: che era abbandonato, che così non serve a nulla, che i progetti di riqualificazione costano troppo, e bla bla bla. Perché se qualcuno, dalla propria tastiera o dalla poltrona politica su cui siede o sedeva, parla, o meglio blatera, nel frattempo ci sono tanti e tante che hanno agito, si sono rimboccati le maniche, sporcati fisicamente le mani, fatti un culo così. Ed è bene ristabilire un ordine di rispetto e credibilità che non si guadagna col parlare ma con l’impegno concreto.

Quasi due anni fa cominciammo a riunirci fra compagni del Collettivo Promakos, ragazzi del quartiere e studenti medi di zona per dar vita ad un progetto sociale di costruzione di una squadra di calcio popolare di Villa Gordiani. Potevamo muoverci, appunto, su un retroterra che aveva già conosciuto una squadra di quartiere, quindi decidemmo di dare al progetto il nome di Riportiamo il calcio a Villa Gordiani. Abbiamo passato molto tempo a discutere, a confrontarci su cosa voglia dire, per noi, calcio popolare. Poi abbiamo iniziato a spostarci su un livello comunicativo e pratico, fatto di striscionate, volantini, tazebao, per provare a sensibilizzare un quartiere sicuramente bendisposto ma assopito nella routine della vita di periferia.

Le prime iniziative pubbliche sono di poco più di un anno fa: andavamo dentro il Parco, disegnavamo un campetto, mettevamo due porticine e coinvolgevamo i bambini che si aggiravano nei dintorni. E contemporaneamente volantinavamo e parlavamo con i genitori e con gli “avventori” del Parco. Un giorno d’aprile, poi, abbiamo organizzato anche un dibattito sul calcio e uno spettacolino teatrale. Sempre dentro il Parco, ma fuori dal Campo.

Iniziativa del 16 aprile 2016

A giugno-luglio abbiamo pensato che le proiezioni degli Europei potessero essere un ottimo momento di aggregazione e socialità per il quartiere: i risultati sono andati oltre ogni più rosea previsione, visto che ad ogni partita dell’Italia possiamo dire, senza rischio di azzardo, che fossero presenti quasi 300 persone. Riunite per vedere insieme la partita nel Parco del proprio quartiere. Con la finale abbiamo provato a fare un passo ulteriore: abbiamo riaperto il Campo, ne abbiamo pulito una parte e fatto la proiezione. “Pulire una parte” significava “deforestare” da piante alte quanto noi; fare la proiezione significava autorganizzarsi in tutto e per tutto, dal telo, al proiettore, al generatore, alle casse, all’antenna. Un lavoro difficile, ma che svolto collettivamente ci ha reso felici dei risultati che abbiamo raggiunto.

10 luglio 2016: proiezione della finale degli Europei dentro il Campo

In autunno abbiamo continuato a pulire di tanto in tanto il campo senza però proporre iniziative pubbliche: diciamo che autunno e inverno non sono proprio favorevoli in termini climatici alle iniziative all’aperto. Ci siamo però concentrati sull’organizzazione di una giornata, la domenica di Carnevale, molto riuscita: giochi per i bambini, torneo di calcetto, pranzo sociale, musica, decine di persone. In quell’occasione eravamo riusciti a pulire gran parte del campo: certo, non a fondo, ma comunque fruibile.

Ad aprile ritorniamo a pulire il campo: è diventato una distesa di papaveri. Tutto molto bello, se non fosse per la beffa che al di là della recinzione non ci sia nemmeno un papavero. E soprattutto quello è un Campo di calcio, non un tipico quadretto olandese. Ci mettiamo d’impegno, raccogliamo il sostegno e l’aiuto di altre persone del quartiere, liberiamo una metà: ci serviva per ricominciare, il 7 maggio, con i tornei di calcetto. E così avrebbe dovuto essere, in condizioni normali, anche per domenica 21.

Una delle tante giornate di pulizia del Campo

In questi quasi due anni avremmo potuto fare di più e non vogliamo nasconderci dietro un dito: abbiamo avuto difficoltà organizzative, principalmente dettate dai numeri, dagli impegni, dal fatto che ognuno di noi oltre ad una vita privata conduce anche lotte in altri ambiti e temi. L’impegno che abbiamo messo è stato tanto, forse abbiamo avuto qualche mancanza, magari anche fatto degli errori, ma ad aprile scorso avevamo deciso di dare una svolta e produrre l’accelerazione giusta che ci portasse ad iscrivere la nascente squadra al prossimo campionato di Terza categoria. E in realtà riuscire a fare questo non è un problema insormontabile: la registrazione dell’Asd è alle porte e per raggiungere la cifra necessaria all’iscrizione e a tutte le altre spese stiamo per lanciare una campagna di raccolta fondi. Ci basta accelerare e abbiamo tutte le capacità per farlo.

La grande incognita è sempre stata sul Campo: a gennaio andammo a parlare con l’assessora a Cultura e Sport del V Municipio. Ci aveva assicurato che l’amministrazione avrebbe prodotto un bando per l’assegnazione. Allo stesso tempo, alcune uscite informali ci avevano infuso il sospetto della volontà di smantellare il Campo. In risposta abbiamo delineato alcuni punti su cui strutturare una raccolta firme che, al momento, conta su centinaia di sottoscrizioni.

La decisione del Municipio è folle per vari motivi: per smantellare il campo, gli spogliatoi e ristrutturare la casetta per trasformarla in centro documentale, servono gli stessi soldi che potrebbero essere utilizzati per mantenere e ripristinare una struttura sportiva già esistente. Inoltre, viviamo in un Paese che sullo sport e sull’accessibilità a esso non ci crede e non ci punta: le strutture sportive sono sempre di meno, quelle di proprietà pubblica vengono abbandonate e lasciate all’incuria, si fanno strada quelle private. In altre parole, anche sul tema sportivo e calcistico c’è un devastante disimpegno pubblico, mentre rimangono e avanzano solo le società sportive che devono lucrare e fare profitti. Il capitalismo italiano applicato allo sport. Se guardiamo a Villa Gordiani nello specifico, l’esempio è ancor più emblematico: la struttura pubblica è abbandonata, e centri ricettivi sono quelle 2 o 3 società sportive che chiedono centinaia di euro ogni anno per iscrivere un bambino alla scuola calcio, che hanno disponibilità di campi e campetti da affittare a pagamento. Un quartiere, quindi, dove il calcio è quasi completamente mercificato. Se non consideriamo i ragazzi che giocano in piazzetta. E questa scelta municipale suona anche come beffa per chi sta cominciando a rivendicare con forza una soluzione a problemi comuni e diffusi: le case popolari sono fatiscenti e le manutenzioni non vengono fatte; non che questo dipenda dall’amministrazione municipale, ma se questa avesse a cuore i problemi reali farebbe qualcosa in tal senso. Villa Gordiani è invasa, già adesso e come ogni anno, dagli scarafaggi, il Parco anche dai topi: si vuole smantellare un campo per trasformarlo in area verde, ma il resto dell’area verde su cui sorge non vede alcuna manutenzione, così come il quartiere è abbandonato a se stesso. Altre strutture che offrono servizi al quartiere sono sotto sgombero o a rischio chiusura.

Questo è il quadro di desertificazione entro cui iscrivere la decisione di smantellamento del Campo: è il quadro classico dei quartieri popolari romani, in cui i servizi mancano, i rifiuti vengono raccolti molto meno spesso dei quartieri ricchi, in cui mancano luoghi di socialità che non siano commercializzati, in cui lo Stato si palesa solo per togliere, mai per dare. Problemi piccoli, problemi grandi. Sommati creano esasperazione.

Dicevamo che Villa Gordiani è un quartiere assopito: negli ultimi tempi, però, si sta risvegliando grazie alla lotta contro gli sgomberi delle case popolari che vede la partecipazione di decine di persone. Oggi la sfida deve muovere contemporaneamente su piani diversi: bisogna difendere quel minimo che abbiamo e passare al contrattacco. Dobbiamo lavorare affinché il quartiere torni ad essere una comunità che unifica i diversi problemi e istanze in una rivendicazione complessiva.

Il progetto proposto da Riportiamo il calcio a Villa Gordiani può svolgere una funzione fondamentale: si inserisce nel solco della critica dal basso al calcio moderno, nella proposta di uno sport basato sull’aggregazione e la solidarietà contro la mercificazione imperante, nella diffusione di squadre popolari su tutto il territorio nazionale. In questo senso la lotta per il Campo di calcio non è solo difensiva, non è il classico “NO” per cui i movimenti vengono spesso criticati. È un NO che rafforza un SI. È negare per proporre. È la difesa di un minimo già esistente necessaria per la costruzione di qualcosa di concreto.

Non sarà facile, perché se fino a poco tempo fa potevamo chiedere l’assegnazione del Campo ad un’amministrazione sorda e incapace, oggi siamo costretti a difendere quello stesso Campo da un’amministrazione nemica delle istanze del quartiere. Vincere è d’obbligo: per farlo abbiamo bisogno del sostegno e della mobilitazione degli abitanti di Villa Gordiani e della solidarietà delle persone e dei compagni degli altri quartieri della zona.

IL QUARTIERE HA BISOGNO DEL CAMPO

IL CAMPO HA BISOGNO DEL QUARTIERE!

Riportiamo il calcio a Villa Gordiani

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