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SUGGESTIONI

STORIESUGGESTIONI

CANNIBALI E RE: STORIA, MEMORIA E IDENTITÀ NELL’EPOCA DEI SOCIAL

Nella “piazza” dei social network è oggi possibile rilevare mercanzia di ogni tipo. Gruppi a tema, pagine di scambio e compravendita, profili di organizzazioni sociali e politiche, canali di comunicazione più o meno caserecci. È alle platee virtuali che spesso rivolgono appelli e dichiarazioni tanto istituzioni quanto personaggi di spicco. In sostanza il social network non è più quel potente e ambiguo conntettore di individui come fino a pochi anni fa; ma si rapidamente evoluto, strutturato in modo complesso e variegato coinvolgento sempre più ambiti. Senza addentrarci a sviscerare in modo approfondito questi sviluppi ci limiteremo a notare come a quest’evoluzione del canale non è corrisposta un evoluzione uguale del contenuto, anzi, il livello medio è assai basso ed i risultati spesso grotteschi (esempio perfetto è il tweet del presidente USA sul suo grosso e funzionante pulsante nucleare). Eppure la malleabilità dei social sembra lasciare tuttora (o comunque apre) spazi d’azione per quei volenterosi che abbiano intenzione di fare un uso “alternativo” o per lo meno costruttivo di tale mezzo. È il caso di Cannibali e Re, una pagina facebook a tema storico di grande successo negli ultimi tempi. Quella che segue è quindi un’intervista a quest’ottimo esperimento divulgativo ed ai suoi risvolti anche politici.
Partendo dalle vostre parole – Cannibali e Re è un progetto narrativo di rinnovamento della narrazione storica. Raccontiamo la storia degli ultimi. – vorremmo chiedervi un pò com’è nato questo progetto e quali obbiettivi si era prefisso in origine. Attualmente la vostra pagina ha poco più di un anno di vita ed ha guadagnato un seguito impressionante nella comunità virtuale; come vi spiegate quest’impatto?
CR: Cannibali e Re è nato nella primavera del 2016 a Perugia, città di nascita o di adozione di praticamente tutti i partecipanti al progetto. Ci accomuna ovviamente l’interesse per la storia, una formazione di tipo storico o storico-politico e, allo stesso tempo, un fattore fondamentale per quello che è l’approccio di Cannibali a Re alla storia stessa: la consapevolezza dell’esigenza di fare storia in maniera diversa da quelli che sono i principali contesti nei quali opera la conoscenza storica, oggi, ovvero l’ambito accademico ed editoriale. Tali contesti, spesso autoreferenziali fino all’estremo, hanno reso molti indifferenti o addirittura refrattari allo studio della storia, giudicata – appunto – come una materia fine a se stessa. Proporre una narrazione della storia differente è stato il nostro obiettivo principale sin dal primo istante. Abbiamo mosso così i primi passi su Facebook nel giugno 2016, pur mirando sempre ad una crescita del progetto anche al di fuori dei confini ‘social’. La pagina ha avuto poi una crescita importante nel dicembre dello stesso anno, con l’inizio di una crescita esponenziale che continua ancora oggi e per la quale – ci teniamo a dirlo – non abbiamo speso un solo euro in sponsorizzazioni. Come ce lo spieghiamo? Probabilmente la risposta si può trovare nei tempi incerti che stiamo vivendo. In un mondo dove il nichilismo e l’individualismo rappresentano la risposta di molti alle sfide di oggi, noi rispondiamo con l’idealismo, il coraggio e l’altruismo di chi ci ha preceduto. Ed è ovvio che la scelta di quali storie affrontare faccia la differenza: per quanto si tratti di personaggi sicuramente fondamentali dal punto di vista storico, è difficile che la maggior parte delle persone possano essere ispirate da Napoleone, dal Kaiser Guglielmo o da Winston Churchill. Il motivo è chiaro: nell’epoca in cui vissero questi personaggi, noi, probabilmente, non saremmo stati al loro posto. Ed è quindi una narrazione basata sulle persone comuni che – nonostante tutto – sono riuscite a lasciare un segno indelebile della storia, a fare la differenza. Le storie degli ultimi dimostrano che ognuno di noi può giocare un ruolo importante oggi, ognuno di noi può essere decisivo, e la resa alle difficoltà che viviamo ogni giorno non è più l’unica opzione rimasta.
Alla base del vostro lavoro ci sembra di scorgere una concezione della storia molto politica, vicina a quella di Brecht in domande di un lettore operaio; una Storia fatta quindi non del percorso rigido, insindacabile e aristocratico della storiografia ufficiale ma una Storia fatta tanto da gesti individuali quanto di processi collettivi messi in moto dagli ultimi e quasi sempre oscurati dalla grande narrazione. Qual’è quindi il ruolo per voi della storia? Quali terreni di scontro si vanno a toccare in una narrazione storica di questo tipo?
CR: è esattamente la concezione che abbiamo della storia e che abbiamo iniziato a spiegare rispondendo alla domanda precedente. La Storia, per noi, non può limitarsi al nozionismo o alla storiografia arida e fine a sé stessa. La Storia ha, per noi, un ruolo fondamentale: quello di guidare il mondo intero verso un futuro migliore. Nella storia di chi lotta per i propri diritti e per quelli degli altri, ad esempio si possono trovare, come detto in precedenza, le risposte per affrontare le sfide imposte dai tempi moderni. Guardiamo ad esempio ad argomenti quali la guerra ed il nazionalismo. Ad una narrazione dei conflitti che pone sempre l’accento sullo scontro tra nazioni e Stati, ad un’esaltazione del conflitto e del presunto eroismo presente nell’uccisione reciproca tra esseri umani, noi riteniamo che una lettura appropriata della storia consenta, al contrario, di mettere in risalto l’assurdità del massacro tra le masse di nazioni diversi, con la loro vita decisa da stati maggiori, generali e governanti di entrambi gli schieramenti che saranno gli unici a godere di un qualche tipo di vantaggio a conflitto terminato. Una simile lettura del nostro passato dimostra quanto sia erroneo e superficiale il riaffiorare – in tempi recenti – dei nazionalismi se non di movimenti politici di chiara ispirazione fascista. Questo è solo un esempio basato su un argomento ricorrente dei nostri post, ma possiamo dire lo stesso riguardo i diritti dei malati psichiatrici, la lotta per i diritti civili ed il razzismo in generale, l’autodeterminazione dei popoli e così via. Dalle lotte di chi ci ha preceduto nasce, per noi, l’impulso che porterà ad un mondo migliore. Nel raccontare le storie degli ultimi e degli sfruttati si può incanalare la rabbia verso i veri responsabili delle difficoltà di oggi. Questa è la Storia che vogliamo raccontare. Tale approccio porta ovviamente a continue accuse di parzialità. Una volta siamo troppo filo-sovietici, altre troppo filo-americani. Troppo di sinistra, non abbastanza di sinistra. Abbiamo ricevuto accuse da ogni fronte, a testimonianza della bontà del progetto. Noi lo ribadiamo sempre e comunque: siamo – senza se e senza ma – dalla parte degli ultimi.
Ad ogni vostra pubblicazione segue quasi sempre una discussione con gli utenti in merito al tema trattato; discussione che, al contrario della maggioranza di dibattiti che su FB diventano sterili battibecchi, sviluppa molto l’argomento in questione. Quanto è importante questo nella vostra attività? Da questo si può capire più o meno quale sia il target di persone che siete riusciti a raggiungere?
CR: Il primo passo per uscire dal circolo vizioso dell’autoreferenzialità in ambito storico consiste, secondo noi, nel promuovere la discussione sulla storia stessa. Sin dal primo istante ci siamo prefissati un obiettivo fondamentale: la pagina Facebook sarebbe dovuta essere un luogo di confronto costruttivo. Il dibattito avrebbe dovuto integrare e completare la narrazione dell’argomento trattato in ogni singolo post. La premessa fondamentale affinché si riuscisse ad attuare questo principio è stata, ovviamente una politica precisa sulla gestione dei commenti ai post. Da un lato, proviamo a rispondere ad ogni singolo commento sulla pagina. Vogliamo che chi segue Cannibali e Re ed è interessato dai contenuti che proponiamo capisca che, una volta pubblicato, il contenuto non si esaurisce ma è in realtà ‘vivo’, un punto di partenza per una discussione che coinvolga gli utenti e chi amministra la pagina. Allo stesso tempo, abbiamo lavorato sin dall’inizio per evitare che la discussione degenerasse a causa delle strumentalizzazioni e delle critiche di utenti. Accettiamo le critiche e le considerazioni sui post, a differenza delle polemiche sterili che non contribuiscono in alcun modo al dibattito. Siamo sempre intervenuti con decisione nei confronti di chi si esprimeva tramite insulti e offese. Pensiamo che questo approccio abbia avuto i suoi frutti nel formare una comunità interessata e coinvolta in prima persona, che partecipa volentieri a discussioni che non si trasformano rapidamente in risse telematiche. Non è raro, infatti, che le risposte a commenti polemici arrivino in primo luogo dagli utenti, che hanno capito il nostro approccio e spengono sul nascere ogni polemica causata da ‘troll’ e disturbatori vari. E siamo fieri del fatto – ci riallacciamo così alla seconda parte della domanda – che il pubblico che ci segue sia molto variegato. Ci seguono gli appassionati di storia, siano essi affini o meno al nostro approccio. Ma ci seguono anche persone che non sono mai stati troppo interessati alla storia ma che, appunto, sono stimolate da storie di individui a loro più vicini ed affini. Da un lato siamo sicuramente contenti se veniamo seguiti con interesse da un professore, uno studente di storia o comunque da chi ha una certa competenza del settore. Dall’altro, la nostra più grande soddisfazione è essere riusciti a fare appassionare alla storia chi magari non ha una formazione accademica, chi ha lavorato sin dalla più tenera età, chi suda in una fabbrica, in un call center, in una panetteria o è disoccupato. La nostra dev’essere una storia di tutti, per tutti.
Nell’utilizzo di Facebook, o comunque dei social network, per una divulgazione di questo tipo, così come nella realizzazione di articoli sempre brevi, semplici e di rapida lettura; avete operato una sorta di riappropriazione collettiva della Storia; cioè avete messo in circolo davanti ad un pubblico vastissimo una quantità di argomenti impressionante che solitamente rimane appannaggio di una minoranza di appassionati o addetti ai lavori. Quanto è stato importante il mezzo Facebook? È possibile, alla luce della vostra attività, un utilizzo più ampio e sistematico del social media come “diffusore di cultura” dal basso e di qualità o è un caso fortunato e difficilmente ripetibile il vostro? Quali strade sono percorribili a vostro avviso in questo senso?
CR: Facebook è piombato nella nostra quotidianità come un fulmine a ciel sereno. Si tratta di un mezzo molto ‘versatile’, oltre che dalla portata praticamente universale, che permette dunque di adattarsi alle esigenze più diverse. Chi su Facebook cerca o ha cercato cultura ne trova e ne ha trovato in quantità, anche prima di Cannibali e Re. Da un lato, la sfida che abbiamo portato avanti su Facebook con la nostra pagina è stata proprio quella di ‘attirare’ verso le nostre storie, verso la nostra visione della storia, chi magari in un primo momento non era interessato. Dall’altro, abbiamo provato a dar vita ad un luogo (virtuale) ben distinto da quella tendenza all’odio, all’attacco personale, alla prevaricazione che è tipica di molte pagine del social network. Diremmo quindi che non è tanto Facebook in sé a determinare la riuscita o meno di un progetto, ma piuttosto l’approccio dei singoli nel momento in cui decidono di interagire con questa piattaforma.
A fronte del successo del vostro esperimento, poco tempo fa avete annunciato una sorta di “evoluzione”, con il lancio di un gruppo di ricerca e l’obbiettivo abbastanza dichiarato di una pubblicazione più approfondita. Vi va di raccontare quest’ultimo passaggio?
CR: Nel momento stesso della nascita del progetto ci eravamo prefissati l’obiettivo di uscire quanto prima possibile dall’ambito social. È un processo che ha richiesto moltissimo tempo per una serie di ragioni. Abbiamo avviato questo progetto, come detto in precedenza, promuovendo un approccio particolare alla storia. Appare ovvio, quindi, che nel momento in cui decidiamo di esporci in un contesto differente rispetto a Facebook lo dobbiamo fare tenendo presente le critiche da noi mosse al mondo editoriale. In altre parole, vogliamo essere sicuri di avviare un progetto che partisse dal basso, che vedesse la partecipazione anche di chi sarà il fruitore finale di quel prodotto, prodotto che dovrà essere sviluppato in forme e modalità nuove, che stimolino l’interesse di tutti i lettori, appassionati di storia e non.
Non ci saremmo potuti accontentare, insomma, di fare una raccolta dei nostri post migliori, aggiungere due pagine di introduzione e presentarci al di fuori della pagina Facebook. Stiamo quindi lavorando su queste basi, provando allo stesso tempo a coinvolgere chi ci segue tramite il gruppo legato alla pagina. Si tratta di un processo in divenire e sul quale daremo più dettagli nel momento in cui avremo un quadro chiaro della situazione dal punto di vista dei contenuti e delle tempistiche. Accanto – o meglio al di sopra – di quello che è il progetto dal punto di vista più squisitamente editoriale, c’è la volontà di lavorare attivamente con associazioni ed entità di qualunque tipo che siano in sintonia con i nostri valori. Vogliamo insomma una creare una rete che raggruppi tutti coloro che desiderano approcciarsi alla realtà odierna – passando per la storia ma non solo – rispondendo alla sfida posta oggi da nazionalismo, fascismo ed individualismo con un approccio partecipato dal basso, che identifichi i problemi della società contemporanea non su base etnica quanto, piuttosto, tenendo conto di chi nel corso della storia ha è stato sfruttato e sfruttatore, di chi ha ricoperto posizioni di rilievo decretando il destino di chi, invece, si è sempre ritrovato a subire contro il suo volere.

Zero

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RECENSIONI

PIERO BEVILACQUA: L'UTILITÀ DELLA STORIA

E come potrei sopportare d’essere uomo, se l’uomo non fosse anche poeta e solutore d’enigmi e redentore della casualità!”

Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra

Il libro di Bevilacqua è tanto la proposta culturale di uno storico di professione, quanto una radicale critica al paradigma neoliberista di gestione dell’esistente.

Partendo dal dato fondamentale che il ruolo della Storia sia ormai in declino, come per ogni sapere “improduttivo” e privo di valore di consumo, si ripercorrono le tappe di una modernità che, dal secondo dopoguerra a oggi, ha visto sempre la cultura (e soprattutto l’istruzione scolastica) come strumento del progresso delle nazioni verso un orizzonte di ricchezza sempre maggiore. Oggi – che si è giunti al tramonto di quel mondo, totalmente assorbito nel credo dell’economia di mercato, e anche l’orizzonte del progresso si è tradotto in un vicolo cieco fatto di produzioni e consumi sempre più accelerati e superflui – il sistema scolastico viene assoggettato, come ogni ambito della vita, alle esigenze del mercato.

Tanto la storia quanto la memoria (in quanto forma organizzata di trasmissione di saperi, identità e appartenenza) vengono sempre meno dinnanzi a una temporalità consumistica volta esclusivamente al presente. La memoria resta schiacciata sotto il frantumarsi di tutte le istituzioni sociali, dalla famiglia alla classe, dalle comunità indigene a quelle religiose: gli uomini e le donne dell’oggi vengono così consegnati all’anomia sociale e alla precarietà esistenziale, privati del loro senso collettivo e storico della vita. La Storia deve invece il suo declino anche all’inadeguatezza di un modello d’insegnamento che non tiene conto né delle sfide poste dal mondo esterno né delle esigenze culturali degli studenti. Qui sta la proposta di Bevilacqua: passare da una Storia-racconto (o una “storia da manuale”), che esige l’esclusivo apprendimento mnemonico di eventi trascorsi, a una Storia-problema, ovvero un approccio per cui la presa in esame di un singolo evento/dato storico possa essere un punto d’osservazione per mettere in luce i tratti salienti di intere epoche o di questioni riguardanti l’attualità. Questo mediante uno studio che non sia mnemonico ma fatto di ricerca, analisi e dibattito che fungano essenzialmente da stimolanti dello spirito critico e del senso di ricerca e di confronto negli studenti.

Nell’offrire gli esempi di come possa svilupparsi l’insegnamento della Storia-problema, Bevilacqua ne approfitta per mettere sotto inchiesta (e sotto pesante accusa) i nodi centrali del nostro tempo: il lavoro come motore dominante della società viene disvelato invece come processo storico di messa a frutto brutale e sistematica delle classi subalterne per il profitto delle classi elevate; il territorio e l’ambiente come elementi da scoprire e attori primari della vita sono messi sempre più in pericolo dall’irrazionalità capitalista che li ha storicamente relegati a ruolo di materia prima da saccheggiare. Il consumismo come piano delle élites nordamericane per rilanciare il consumo, poi diffuso in Europa in ottica anticomunista e geopolitica, non appare più come una parte innata nella natura dell’uomo contemporaneo.

Com’è ovvio che sia, tanto la proposta accademica quanto la critica sociale sono ispirate da una concezione della Storia che non fa sconti alla tradizione storiografica né al “grande racconto del potere” e che vede la cultura come strumento primario per analizzare e prendere posizione rispetto all’esistente, oltre che come germe fondativo di un nuovo essere umano e sociale volto prima di tutto al raggiungimento di un benessere armonico collettivo del pianeta. Una ricollocazione dell’uomo all’interno del Sistema Natura che possa essere d’argine al deserto che avanza.

La Storia non può più essere, quindi, lode del potere all’opera, ma riscoperta del rimosso storico, lente d’interpretazione della realtà, antidoto contro la perdita di senso e di valore delle nostre vite, faro che diradi la coltre di menzogne e luoghi comuni che permettono a questo mondo di apparire come l’unico plausibile, porta d’accesso agli altri – inesplorati – mondi possibili.

Zero

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CONTRIBUTIFORMAZIONE

ECONOMIA NELLA CONOSCENZA: PER UN RIPENSAMENTO DELLA CRITICA SCOLASTICA DI PIERRE BOURDIEU

Partendo dai temi trattati nella prima parte del saggio vorremmo ora evidenziare come, a nostro avviso, si possa rileggere l’opera del sociologo francese Pierre Bourdieu sulla scuola alla luce dei cambiamenti accorsi dopo il Processo di Bologna. Inizialmente vorremmo riportare brevemente l’analisi della riproduzione scolastica avanzata da Bourdieu insieme a Jean-Claude Passeron, per poi riprendere gli elementi sottolineati nei paragrafi precedenti e, in conclusione, vedere se e in quali termini possiamo parlare di un “nuovo sistema di violenza simbolica”.

La riflessione dei due sociologi sul valore distintivo del sapere e sul ruolo dell’intellettuale comincia negli anni sessanta con la pubblicazione di un’inchiesta sugli studenti delle Grandes Écoles, I delfini edito nel 1964, e La riproduzione uscito nel 1970. Questi testi minano direttamente l’asse portante dell’ideologia democratica sulla scuola secondo il quale il percorso d’istruzione promuove la mobilità sociale degli individui, spiegando come, suo malgrado, il sistema educativo contribuisce a riprodurre la struttura di classe esistente. In altri termini la scuola, invece di appianare le differenze di classe grazie all’azione pedagogica, favorisce gli studenti e le studentesse che possono vantare un capitale culturale maggiore derivato dalla tradizione famigliare. La cultura “prescrive leggi o regole, e in rapporto a queste leggi o a queste regole ci sono alcuni che risultano più adatti o adattabili, e altri meno”. È in questo senso che Bourdieu introduce il concetto di violenza simbolica, per sottolineare come questa forma particolare di cultura imposta come universale e quindi legittimata socialmente, sia in realtà frutto delle disposizioni particolari della classe dominante. Attraverso questa forma di violenza inconscia l’individuo subisce

“l’inculcazione di forme mentali, di strutture mentali arbitrarie, storiche – l’inculcazione che plasma, in qualche modo, gli spiriti e che li rende, poi, disponibili ad effetti di imposizione fondati sulla riattivazione di queste categorie. […] In fondo la violenza simbolica è una violenza che potremmo chiamare cognitiva: è una violenza che può funzionare solo appoggiandosi sulle strutture cognitive di chi la subisce”.

Questo sistema di potere arbitrario riproduce i rapporti di forza esistenti in quanto ricalca nella sua operatività le strutture di dominio ad esso soggiacenti. L’istituto scolastico, apparentemente fondato sul principio del merito individuale, è invece l’apparato fondamentale che rimarca la classificazione sociale basata sull’appartenenza famigliare. Il valore sociale dell’individuo viene sancito dalla scuola che, per i principi ordinativi che abbiamo delineato, tenderà da una parte a favorire gli studenti appartenenti alla classi sociali benestanti e dall’altra a promuovere gli studenti che si modulano sui valori imposti dall’autorità pedagogica, ovvero quelli delle classi dominanti.

Riprendendo i termini del discorso che abbiamo introdotto nel nostro contributo vorremmo qui sottolineare come il processo di riforma del sistema universitario europeo abbia influito su questa particolare dinamica descritta da Pierre Bourdieu. Senza voler considerare altri aspetti forse sottovalutati dal sociologo francese, quali l’importanza progressiva che ha assunto la cultura mediatica e informatica a scapito di quella scolastica o l’esasperazione della società dei consumi già evidenziata da Jean Baudrillard, crediamo che il Processo di Bologna sia esemplificativo in quanto punto d’arrivo di un percorso storico di riforma dell’istituto scolastico cominciato con i movimenti di protesta degli anni Sessanta e Settanta. La svalutazione progressiva che la cultura, o meglio il processo di acculturazione, ha subito negli ultimi decenni ha gettato le basi ideologiche e fattuali per una rimodulazione del valore della sanzione scolastica. Se, come abbiamo descritto nei paragrafi precedenti, il meccanismo di riproduzione sociale determinato dalla scuola era necessario in quanto modellava gli studenti in una gerarchia e classificazione sociale funzionale al sistema produttivo, ora i termini sembrano invertiti. Non è più la scuola ma bensì il campo economico, in quanto campo dominante, a determinare il valore sociale dell’individuo. Il sistema produttivo è divenuto così pervicace nella struttura sociale che non ha più bisogno di ricercare una legittimazione, che sia esplicita o implicita, passando per il percorso pedagogico. La razionalità strumentale del pensiero neoliberale ha pervaso gli ambiti del vivere sociale introducendo criteri classificatori derivati dalla tradizione economica negli ambienti e apparati più diversi. Rispetto al campo accademico abbiamo cercato di definire questo spostamento valoriale analizzando i concetti di efficienza e rendicontabilità, ma potremmo facilmente estendere il discorso anche ad altri campi del vivere sociale. Con il Processo di Bologna abbiamo visto come l’ideologia dominante, quella neoliberale, ha pervaso la discussione in merito alle riforme volte alla standardizzazione dell’università, agendo quindi sul campo politico per produrre un cambiamento strutturale. A fronte di uno svilimento progressivo del concetto stesso di cultura, l’istituto scolastico non determina più il valore sociale dell’individuo ma viene limitato dal sistema stesso come apparato finalizzato a erogare titoli di acculturazione. D’altra parte l’economia neoliberale stabilisce le classificazioni sociali nelle quali i soggetti si potranno inserire una volta ricevuto dalla scuola i titoli necessari1. Il ciclo di violenza simbolica si è quindi rimodulato cambiando i termini dell’equazione ma non il risultato del sistema. Il campo economico determina il valore dell’individuo considerandolo in funzione delle necessità del sistema produttivo; perché questo sia possibile è necessario che l’istituto scolastico sia riformato secondo i dettami della legge economica attraverso un provvedimento politico che ne avvalli la legittimità. Questo porta a valutare (rendicontazione) l’autorità pedagogica come più o meno funzionale alle necessità produttive di sistema, rivoltando quindi la logica simbolica descritta da Bourdieu. Se prima il sistema d’insegnamento, grazie a un’autonomia relativa, riproduceva le differenze di classe ma, allo stesso tempo, era capace anche di installare una certa resistenza politico-culturale al campo dominante, ora si potrebbe quasi dire che la distinzione funzionale tra i campi non esiste più. Ciò non vuol dire rifiutare di definire il campo scolastico nella sua particolarità (con una forma specifica di distribuzione di capitale e una serie di attori in conflitto per le posizioni dominanti), ma sostanzializzare il rapporto di subordinazione rispetto al campo economico.

Per un’Università critica e autonoma

È interessante rilevare come il processo di riforma del sistema universitario europeo che abbiamo qui brevemente trattato sia cominciato a Bologna dove nel 1088 è stata fondata la prima università in epoca medioevale. Se in quegli anni lo studio universitario era confinato a un’élite ristretta appartenente alle classi sociali più agiate, oggi si parla invece di università di massa per indicare la possibilità per un numero crescente di persone di accedere agli studi superiori. Nella Knowledge economy, come abbiamo visto, questo processo di massificazione sociale, umana e educativa è considerato come necessario e imprescindibile per affrontare le sfide che impone la globalizzazione economica. Lo sviluppo del sistema economico, la competizione a livello europeo e globale, necessitano di un numero sempre crescente di persone competenti, altamente specializzate ed efficienti. L’educazione accademica e la ricerca scientifica, in stretto contatto con il mondo del lavoro, non possono più rivolgersi verso un’élite ristretta e selezionata ma devono trovare il modo di allargare le potenzialità del settore educativo in relazione con le richieste del campo economico. Allo stesso tempo, questo processo riformistico deve porre attenzione a non diminuire la qualità e l’eccellenza dei percorsi a fronte dell’entrata di migliaia di nuovi studenti all’interno delle mura universitarie. Se concettualmente, quindi, l’educazione elitista medioevale e quella massificata sembrano nozioni in completa contraddizione, i due termini si sono dovuti fondere in un nuovo paradigma educativo. In Europa questo nuovo paradigma si è tradotto nello “Spazio Europeo dell’Istruzione Superiore” che è andato a creare un’università di élite all’interno di un sistema massificato di alta educazione. Attraverso i sistemi valutativi di cui abbiamo parlato, le istituzioni accademiche sono costrette a ridimensionare la propria attività per diventare poli d’eccellenza e quindi ricevere fondi necessari per la propria sopravvivenza e, dall’altra parte, devono curare comunque un livello d’istruzione basilare che permetta di rispettare i dettami dell’educazione massificata.

Quello che si può rilevare davanti a queste considerazioni è la perdita progressiva per l’università di quello statuto autonomo che le aveva permesso da una parte di costituirsi come fucina di sapere critico e, dall’altra, di progredire senza dover confrontarsi e soggiacere ai dettami dei campi dominanti, primo tra tutti quello economico. Riprendendo Bourdieu, crediamo che il compito principale che l’Università debba intraprendere sia appunto quello di recuperare l’autonomia che le è stata tolta a causa degli attacchi del sistema ideologico neoliberale. La dissoluzione del confine tra pubblico e privato portata avanti dal capitalismo contemporaneo ha dotato le istituzioni di studi superiori di un certo grado di autonomia, ma soltanto per poterle poi considerare nel sistema alla stregua di qualsiasi impresa privata, sottoponendole quindi a quel controllo continuo di cui abbiamo trattato parlando di efficienza e rendicontabilità. A fronte di questo “tutti coloro che concepiscono la cultura come strumento di libertà che presuppone la libertà, come modus operandi che consente il superamento permanente dell’opus operatum, della cultura cosa” devono impegnarsi nel recuperare quell’autonomia necessaria per affrancarsi dai poteri dominanti e poter svolgere ricerca sociale in maniera indipendente, contribuendo così al bene sociale. Se è vero che la costituzione di una Internazionale degli intellettuali come sosteneva Bourdieu è compito difficile, siamo coscienti che tale sforzo politico non possa esimersi dal costituirsi in ottica internazionale per affrontare le sfide poste da riforme come quella dello “Spazio Europeo di Istruzione Superiore”.

  • 1Una funzione che Bourdieu indicava come afferente all’istituzione pubblica, come sostiene nel Corso al College de France sullo Stato: “Uno delle funzioni più generali dello Stato, infatti, è la produzione e canonizzazione delle classificazioni sociali”.

Calvin

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RIFLESSIONI

DEI DOMINI E LE LORO MACERIE

In un’isoletta nel mezzo dell’Oceano Pacifico, a oltre 2000 km dal più vicino continente, decine di migliaia di carcasse di albatros vengono filmate e fotografate per un semplice e terrificante motivo: sono piene di plastica. In quelle che erano le loro budella vengono ritrovati accendini, tappi di bottiglia, tubetti, perfettamente intatti e scoloriti tra scheletri e piume.

Dopo terribili agonie, quegli animali così lontani dalla vita umana sono morti per aver ingerito enormi quantità di plastica.

Si calcola che tra neanche trent’anni ci sarà più plastica che pesci negli oceani. Il 95% della plastica che usiamo viene gettato dopo averlo usato poche volte; e la plastica non solo è un derivato del petrolio, risorsa per cui si continuano a portare avanti spietate guerre imperialiste, ma spesso finisce nei mari dove viene ingerita da pesci, tartarughe e uccelli. Sì, un bel po’ di plastica ce la mangiamo anche noi quando mangiamo sushi o bastoncini Findus, ma il punto non è quello.

E il punto non è neanche l’inquinamento in sé, o il provocare dolore e morte a esseri estranei al consumismo, o l’etica vegana con la sua frequente dose di ipocrisia, ma quello che sta alla base di quanto accade almeno dall’Ottocento e che ha a che vedere con altri ambiti della vita umana: il dominio e lo sfruttamento.

Siamo abituati a pensare, noi compagne e compagni, che lo sfruttamento sia solo opera dell’uomo sull’uomo; lo sfruttamento della manodopera, lo sfruttamento dei lavoratori, lo sfruttamento della prostituzione. Posto che l’uomo ha sempre sfruttato altri uomini e altre donne quando si trovava in una posizione di potere, è dalla rivoluzione industriale in poi che questo tipo di sfruttamento ha assunto proporzioni di massa. Con una rapidità impressionante, l’industrializzazione ha travolto il mondo intero, portando a tutto quello che conosciamo e viviamo oggi. Dobbiamo sempre partire da lì, da quando l’idea di profitto a tutti i costi, principio economico ben noto alla borghesia europea da secoli, ha sfondato i confini del pensabile fino a diventare caposaldo indiscutibile delle nostre economie globali.

Ma una delle grandi trasformazioni innescate dalla rivoluzione industriale ha a che vedere con lo sfruttamento industriale della natura e degli animali. Non serve fare l’elenco delle indicibili sofferenze a cui sono costretti miliardi di animali negli allevamenti industriali, o delle devastanti conseguenze delle monoculture, o di come l’agrobusiness stia modificando i rapporti di forza nel mondo. E’ geopolitica, e noi la conosciamo. E poi abbiamo tutti Internet.

Il problema è che abbiamo inquadrato questo tipo di dominio dell’uomo all’interno del campo etico; le varie campagne mediatiche in difesa degli animali hanno puntato sulla pena, sulla pietas, sul senso di colpa. Imprese responsabili di devastazioni umane e ambientali enormi hanno cercato di ripulirsi perché l’essere green oggi ti fa vendere meglio, così metti a tacere tutti quei vegani benpensanti occidentali.

Ma allora perché tutto continua a peggiorare? Perché nonostante l’opinione pubblica mondiale sia a conoscenza di quanto dolore provoca non solo ai contadini indigeni ma anche ai pesci del mare, di quanto faccia male a consumare e buttare via, di quanto sia terribilmente colpevole per il suo stile di vita, niente cambia?

Questa è la stessa domanda per cui ci chiediamo perché continuino a morire centinaia di donne in Italia per mano di uomini possessivi e violenti, se ormai ne parliamo tutti di femminicidio. E per cui ci siamo chiesti per generazioni perché, nonostante l’evidenza dello sfruttamento inumano sulla pelle degli operai e dei minatori e delle prostitute, niente cambiasse davvero.

Sembra sempre che quello spettro non abbia mai spesso di aggirarsi inquieto nel mondo. Sembra anzi che facciamo di tutto per tenerlo in vita, ma perché non siamo capaci di arrivare mai al cuore della questione.

La devastazione ambientale della nostra epoca è, né più né meno, l’ennesima faccia della stessa medaglia. Lo sfruttamento per fare profitto.

Ma anche noi abbiamo interiorizzato l’idea per cui non sia poi così sbagliato sfruttare la natura, riempire le gabbie di esseri viventi e senzienti strappandogli il becco, lasciandoli esposti per tutta la vita a luci accecanti per farli crescere prima. Riempire di ormoni degli animali perché più sono grassi e più soldi fanno fare. E’ business. E’ capitalismo. Produrre plastica fino a farne soffocare miliardi di uccelli marini è una conseguenza del nostro sistema economico, e niente, niente può ridurre la portata di quanto stiamo contribuendo a fare fino a che non si sradicherà il principio di dominio che ha portato a questo e a tutto il resto.

E lo sanno bene tutti coloro che nella storia sono stati dall’altra parte della barricata: non sconfiggi il nemico fino a che non lo sconfiggi anche nei tuoi spazi, nei tuoi luoghi di vita e socialità. Come non sconfiggi il sessismo facendo qualche presentazione di libro, così non puoi limitarti (ammesso anche che lo facciamo!) a consumare meno plastica alle tue iniziative. Questi sono palliativi e noi li consideriamo moderati e fumo negli occhi.

E’ al cuore di questa gravissima odierna forma di sfruttamento che dobbiamo andare. Non solo perché siamo arrivati al punto di trattare degli essere viventi come merce da catena di montaggio (neanche Marx era riuscito ad immaginarlo!) ma perché questa volta il capitale sta sterminando qualcosa che non ha davvero il potere di lottare. E non per mancanza di coscienza di classe, ma per altri ovvi motivi.

Per molto tempo la battaglia ambientale è rimasta confinata ai salotti o all’associazionismo, ma ora dobbiamo davvero assumerci la responsabilità di questa nuova fase del dominio del capitale e della prevaricazione dello sfruttatore. Forse fino ad ora abbiamo sbagliato i termini del problema, ma continuare a ignorare quanto sta succedendo non ha giustificazione.

Ebe

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CONTRIBUTIFORMAZIONE

L'ECONOMIA NELLA CONOSCENZA: UN'ANALISI POLITICA DELLO SPAZIO EUROPEO DELL'ISTRUZIONE SUPERIORE

 

“Nelle fabbriche il capitale – come macchine ci usò.

Nelle sue scuole la morale – di chi comanda ci insegnò.”

(Internazionale di Franco Fortini)

Il saggio si struttura su tre diversi piani:

  • Inizialmente descriverò il processo di costruzione dello “Spazio Europeo dell’Istruzione Superiore”, partendo dalla Dichiarazione di Bologna del 1999 e toccando i punti focali dei successivi incontri internazionali;

  • Nel paragrafo seguente cercherò di evidenziare il portato politico di tali provvedimenti e come si possa analizzare alla luce delle ristrutturazioni del capitalismo neoliberale;

  • Nella seconda parte mostrerò come i punti analizzati precedentemente ci inducano a ripensare l’analisi dell’istituto scolastico compiuta dal sociologo francese Pierre Bourdieu alla luce dei cambiamenti accorsi e rifletterò sulla possibilità che l’Università possa tornare ad essere un soggetto centrale nel dibattito politico nazionale e internazionale.

Lo “Spazio Europeo dell’Istruzione Superiore” e il Processo di Bologna

Con la denominazione “Spazio Europeo dell’Istruzione Superiore” si intende un accordo intergovernativo di collaborazione tra vari Ministeri dell’Istruzione volto a rendere maggiormente comparabili e compatibili i sistemi d’istruzione superiore dei paesi afferenti. L’iniziativa parte dal cosiddetto “Processo di Bologna” del giugno 1999, un convegno tenutosi all’Università di Bologna in cui si sono incontrati i rappresentanti di 29 Paesi europei per fissare le basi programmatiche del provvedimento di riforma universitaria.

Nella Dichiarazione finale del Processo di Bologna vengono identificati otto punti principali su cui si struttura il piano di modifica del sistema universitario europeo:

  • creazione di uno “spazio di alta educazione”;

  • come obiettivo primario far sì che le università europee possano essere più competitive sul mercato internazionale;

  • l’adozione di un sistema di certificazioni – titoli – che possa essere esteso a tutti i Paesi e così incoraggiare la mobilità e le possibilità occupazionali dei lavoratori europei all’interno delle nazioni firmatarie;

  • l’adozione di un sistema formativo che preveda due diversi cicli: uno di primo livello della durata di almeno tre anni – Bachelor – e uno di specializzazione o secondo livello della durata generica di due anni – Master;

  • la strutturazione di un sistema di crediti universitari – sistema ECTS – che stabilisca una relazione quantitativa tra l’ammontare di ore di studio e la riuscita di un esame;

  • la promozione della mobilità di studenti, insegnanti e ricercatori;

  • l’implementazione di una serie di criteri e metodologie che possano certificare la qualità dell’insegnamento al di là delle differenze nazionali;

  • la promozione della “dimensione europea dell’istruzione superiore”, un concetto non meglio specificato.

La Dichiarazione di Bologna, come si può notare da questi punti centrali del programma, ha quindi come obiettivo primario quello di accrescere la competitività internazionale degli istituti europei di alta formazione. Perché questo sia possibile vengono previste una serie di riforme strutturali dei sistemi universitari nei vari Paesi, così da uniformare il sistema sia dal punto di vista dei titoli e delle certificazioni, ma anche rispetto al sistema di controllo a cui verranno sottoposte le singole Facoltà. L’organizzazione così prevista si avvicina molto, e in alcuni casi ne è la diretta estensione, a quella inglese, di cui riprende la divisione in due cicli del percorso di studio e, soprattutto, l’attenzione per il mercato del lavoro e le sue esigenze. Nella Dichiarazione di Parigi del 1998 che ha fissato i punti centrali poi discussi nell’incontro di Bologna l’anno successivo, i rappresentanti ministeriali presenti (Francia, Germania, Italia, Gran Bretagna) avevano rilevato la scarsa attrattiva che il sistema d’istruzione europeo aveva nei confronti degli studenti extracomunitari. A differenza dei Paesi anglofoni come Stati Uniti, Canada, Australia e, in parte, anche la Gran Bretagna, l’Europa si trovava svantaggiata in questo contesto, in parte a causa della questione linguistica ma soprattutto per la particolare offerta disciplinare delle sue Università. Furono probabilmente queste considerazioni che fecero sì che il modello di riforma universitaria su cui si orientarono i ministri presenti si avvicinasse così tanto al sistema britannico, preso come modello virtuoso di buona organizzazione.

Aumentare l’attrattiva del sistema universitario europeo in ottica economica fu uno dei punti chiave dell’incontro che si tenne nel marzo 2000 a Lisbona, dove i ministri europei arrivarono alla conclusione che il sistema europeo di istruzione superiore dovesse diventare maggiormente competitivo e dinamico per affrontare le dinamiche concorrenziali a livello globale. È chiaro come le dichiarazioni di Parigi, Lisbona e Bologna siano parte di un discorso più globale che si è sedimentato in quegli anni e che ancora oggi costituisce il nucleo fondante della politica europea sull’istruzione. Se dal Processo di Bologna non risulta così evidente, le Dichiarazioni di Parigi e Lisbona avanzano chiaramente l’idea che anche l’educazione debba essere considerata da un punto di vista economico, un bene commerciabile che deve essere standardizzato per valicare i confini nazionali e reso appetibile per attrarre gli investimenti stranieri – umani e non. Volendo fare un parallelismo, l’introduzione del sistema dei crediti universitari – Sistema ECTS (European Credit Transfer and Accumulation) – può essere considerato alla pari della diffusione della moneta unica: è stato implementata una struttura regolativa che, basandosi su un criterio matematico-quantitativo, può travalicare le differenze nazionali, superando in questo modo sia le difficoltà linguistiche che quelle inerenti ai diversi piani disciplinari. A differenza dell’Euro, il sistema di crediti – così come molti degli otto punti fissati a Bologna – non è stato introdotto contemporaneamente in tutti i Paesi aderenti, ma l’obiettivo del provvedimento risulta comunque chiaro: creare un mercato europeo dell’istruzione superiore per diventare maggiormente competitivi a livello globale e attrarre di conseguenza studenti stranieri – soprattutto dall’Asia – e finanziamenti per la ricerca.

Se questo può essere considerato come l’obiettivo principale di questo percorso, i numerosi incontri che sono susseguiti al Processo di Bologna, di cui l’ultimo si è tenuto a maggio 2015 in Armenia, sono invece serviti a definire la “posta in gioco” e, soprattutto “le regole del gioco”. Identificare un complesso di obiettivi e incoraggiare i governi nazionali a prendere provvedimenti per raggiungerli è stato uno dei traguardi più importanti degli incontri susseguitisi a Bologna, un potente meccanismo di coercizione in mano ai rappresentati dell’Unione Europea. È proprio su tali meccanismi di naturalizzazione del potere che bisogna concentrarci per disvelare quelle logiche occulte che vengono demistificate dietro a provvedimenti assunti come regola e perciò non contestabili.

La riforma universitaria in ottica neoliberale

Il contesto politico nel quale è stata formulata la Dichiarazione di Bologna e i successivi provvedimenti in ambito educativo europeo sono parte di un processo globale di ristrutturazione statale che vede il passaggio dallo Stato sociale ad un modello di organizzazione neoliberale. Il programma neoliberale ha come assioma centrale l’introduzione delle logiche del “libero” mercato all’interno di ogni ambito della vita pubblica, includendo quindi anche i provvedimenti di assistenza sociale e i cosiddetti pubblici servizi. Al di là di una disamina sul principio regolatore dell’economia neoliberale che non approfondiremo in questo saggio, quello che ci interessa rilevare è come due aspetti di tale visione si siano insinuati profondamente all’interno del campo educativo, determinandone quindi i cambiamenti che si sono prodotti negli ultimi anni. Vorremmo partire da due concetti messi in evidenza proprio dalla Dichiarazione di Bologna e evidenziati successivamente anche negli incontri successivi, ovvero l’idea di efficienza e di rendicontazione – efficiency & accountability.

L’idea di efficienza, tratta direttamente dal gergo economico come quella di rendicontazione, implica l’accettazione della logica costi-benefici come principio regolativo del bene pubblico: a fronte degli investimenti che vengono fatti nel settore educativo bisogna porre attenzione all’allocazione di tali risorse per evitare di perdere il denaro in settori considerati come non produttivi. Ancorato a tale concetto vi è quello di rendicontazione: per poter considerare quali settori hanno una bilancia dei pagamenti positiva bisogna poter controllare e calcolare quanto beneficio, in termini economici naturalmente, viene restituito alla collettività, privata o pubblica non importa in quanto si tende comunque a non distinguere tra le due connotazioni. Questi due concetti costituiscono l’asse portante della riforma universitaria europea, i punti focali che accostati a termini come “conoscenza”, “educazione” e “insegnamento” hanno creato quell’apparato ideologico che è punto di forza di tale riforma.

Quello che si è venuto a formare sotto l’egida neoliberale è un sistema egemonico che si basa su un assioma di razionalità strumentale, un sistema di razionalizzazione e omologazione che ha condotto alcuni autori in tempi recenti a parlare di “McDonaldizzazione della società”. Se prima tale sistema veniva applicato principalmente nel settore imprenditoriale privato, ora si è esteso anche a quello pubblico, senza per questo modificare i suoi principi chiave tra i quali: un ampio potere dei manager a cui seguono riorganizzazioni interne delle strutture decisionali in senso verticistico; una maggiore enfasi sul settore del marketing a fini produttivi; un’ottica aziendalistica che mira a razionalizzare gli assetti a fini di una maggiore produttività futura. Il fenomeno della valutazione universitaria1 rientra pienamente in questo sistema di riorganizzazione: la costruzione di classifiche basate su punti mai realmente discussi all’interno delle stesse istituzioni a cui vengono applicate coinvolge l’Università in quanto struttura statale, ma si ripercuote fino a influenzare il lavoro di ricercatori, personale docente e studenti stessi. Come si poterebbero considerare in altro modo i vari sistemi di classificazione che si basano sul numero di citazioni, sulle pubblicazioni in riviste più o meno riconosciute o sull’appartenenza o meno a dipartimenti o Facoltà di prestigio?

L’avvento di tali logiche all’interno dell’Università deve indurre comunque a riflettere sui meccanismi interni che la regolavano prima di questa “managerizzazione” forzata, soprattutto a fronte della risibile resistenza che tale processo di ristrutturazione ha incontrato. La logica dell’autocontrollo e autovalutazione che il sistema accademico aveva formalmente o informalmente costruito, tra cui il “giudizio fra pari”, non ha permesso di contrastare una dinamica che in breve tempo si è diffusa in tutti i settori interessati2. L’autonomia universitaria è stata difesa strenuamente dai rappresentanti del mondo universitario con la convinzione che potesse dotare gli istituti di alta educazione di quelle possibilità decisionali e di ricerca necessarie a crescere qualitativamente e quantitativamente. Questo discorso si è rivelato vincente da un certo punto di vista, ma non ha permesso, anche a fronte di quelle dinamiche interne che rivelavamo prima, di poter imporre una dialettica costruttiva nel momento in cui veniva attaccata l’accademia. Il sistema universitario – non esente già prima da critiche riguardo a questa chiusura elitista – ha visto minare alle basi il meccanismo di controllo che si era dato, spostato – ma non risolto – dalla figura professionale a quella manageriale. L’aspetto importante da rilevare è che questo “movimento” interno al campo non è giustificato da nessuna base – fattuale o logica che sia – che dimostri il valore positivo di tale provvedimento. Ci troviamo davanti non più a una ristrutturazione interna al campo accademico, ma a una forte ingerenza del campo economico dominante che impone la sua logica regolativa anche ai sottocampi dominati. Quello che era considerato un diritto riconosciuto legalmente ai cittadini – il diritto allo studio fino ai suoi massimi gradi – si è trasformato in un bene commercializzabile senza che a questo cambiamento si sia accompagnato un dibattito politico a livello nazionale o europeo.

  • 1In Italia la valutazione degli istituti universitari viene svolta dall’ANVUR (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca), istituita per decreto legge nel 2006. L’agenzia ha fatto richiesta di entrare nel ENQA (European Association of Quality Assurance), suo omologo europeo creato dopo il Processo di Bologna, ma dopo due anni di verifiche la domanda è stata rifiutata.

  • 2Il sistema del “giudizio fra pari” seppur diffuso informalmente in molte Università, non viene riconosciuto formalmente. Una delle poche a farlo è l’Università degli Studi della Tuscia all’Art.16 comma 5 del proprio Statuto interno che regola le modalità d’azione in caso di provvedimenti disciplinari contro personale docente.

Calvin

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RECENSIONI

PIERO BEVILACQUA: LA TERRA È FINITA!

Un breve saggio sulla storia della natura e delle sue manipolazioni da parte dell’uomo.

L’avanzare delle nostre civiltà coincide con un continuo e indiscriminato sfruttamento delle risorse del Pianeta: è grazie a un saccheggio e una manipolazione millenaria che l’umanità ha prosperato uscendo dalle caverne della preistoria per arrivare ai grattacieli odierni. Eppure di questo sfruttamento i libri di storia non parlano, è uno dei grandi rimossi storici su cui si fonda il pensiero economico che oggi domina l’esistente: la natura è stata considerata per millenni corpo inerte, materia prima, al limite paesaggio da ammirare. È nell’attualità che la Terra si pone drammaticamente come un attore vivo e primario, della storia come della vita: le catastrofi ambientali della società industriale, i cambiamenti climatici con le loro precipitazioni e i dispositivi di controllo della vita imposti da un inquinamento sempre più diffuso ci mettono oggi davanti all’evidenza che l’uomo non è più l’essere superiore. I deliri di onnipotenza, di progresso infinito, di dominio della natura crollano come castelli di carta davanti a questa nuova condizione: la Terra è un complesso sistema vivente e per tanto finito nella sua materialità, le ferite che le ha inflitto lo sviluppo umano rischiano di porre fine anche alla sua esistenza. A conti fatti il sogno del progresso si è rivelato un incubo.

Ecco la necessità, quindi, di una storia dell’ambiente che integri e completi quella dell’umanità: Bevilacqua avanza rapidamente dagli albori delle comunità umane alle prese col fuoco, attraversando l’epoca dell’agricoltura e dell’allevamento fino alla rivoluzione industriale, per giungere al contemporaneo turbo-capitalismo. In questo percorso mette in luce come l’esistenza stessa dell’uomo coincida, in certa misura, con una pressione sull’ambiente; ma è con l’avvento del capitale come motore sociale che si crea uno spartiacque: da un lato, una volontà cieca di dominio e sfruttamento sempre maggiori e, dall’altro, una potenza tecnica via via più implacabile hanno messo in atto forme di assoggettamento della natura senza precedenti per ampiezza e gravità. Il risultato di questo percorso storico è trovarsi oggi davanti ad un presente violentato da fenomeni di inquinamento, erosione e squilibrio sconosciuti nel passato e affrontare un futuro funestato dalla possibilità della catastrofe e dall’iniquità. La figura del profugo ambientale sfuggito ad un territorio non più vivibile, o del contadino proletarizzato ammassato nelle sterminate periferie delle megalopoli, o il monitoraggio continuo della qualità dell’aria delle città sono proiezioni vive di questo futuro non troppo lontano.

È evidente che questa sia ormai una consapevolezza diffusa a livello popolare quanto istituzionale, tanto da porsi come terreno di scontro della modernità: dai movimenti ambientalisti degli anni ’80 e ’90 si è passati a movimenti conflittuali; questi, più che porsi il problema di preservare l’ambiente, si pongono quello dell’abitabilità stessa del territorio davanti alla devastazione. Gli Stati nazionali, dal fondo del loro declino, sono costretti a interventi continui e sempre più incisivi per contenere l’impatto ambientale; il capitale si trova in una fase di guerra intestina tra le sue branche più distruttive e dissipative e quelle che invece spingono per una sua ristrutturazione più sostenibile, più green.

È questo il dato fondamentale che si può trarre da questo saggio: su questo crinale si gioca una delle partite più importanti e mistificate del nostro tempo. Sul campo di battaglia si contrappongono interessi e attori irriducibilmente antagonisti tra loro e la posta in gioco non sono più soltanto le condizioni di vita ma l’esistenza stessa della vita sulla Terra: una questione che chi decide di sfidare l’Impero difficilmente potrà eludere d’ora in poi.

Zero

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STORIE

DONNE E RIVOLUZIONE: IL CASO SOVIETICO

Nessuno Stato, nessuna legislazione democratica hanno fatto per la donna la metà di ciò che ha fatto il potere sovietico durante i suoi primi mesi di esistenza”.

Lenin

Il sistema patriarcale nel Novecento ha ricevuto duri scossoni. La modernizzazione in generale da una parte, e l’assalto del movimento eterogeneo delle donne dall’altro hanno destrutturato il dominio del pater familias nella società contemporanea.

Per la storiografia, l’avvento della donna come oggetto e soggetto della storia è già di per sé un sintomo della sua emancipazione. Da un punto di vista disciplinare, dunque, l’attenzione al mondo della donna è oggi ampio nei più disparati campi scientifico-accademici.

Russia, 1917. Quest’anno – 2017 – ricorre il centenario della “rivoluzione contro il Capitale” (Gramsci).

L’Unione Sovietica è stato un laboratorio, talvolta contraddittorio, di sperimentazione sociale e il caso della donna sovietica ci può aiutare, in qualche modo – da una angolatura particolare – a capire in che modo è cambiata la società russa dopo i tumulti dell’Ottobre rosso.

Specifichiamo che, dal momento che l’Unione Sovietica si è estesa dall’Europa fino alle propaggini orientali dell’Asia, arrivando a comprendere più di cento popoli diversi quanto a culture e religioni, in questo articolo ci limiteremo al solo caso della Russia sovietica. Mosca, in particolare, capitale dell’URSS, impose il suo modello. Insomma, l’ideale proposto era uno solo e la periferia finì poi per conformarsi ai dettami del centro.

Diciamo, in generale, che la Rivoluzione sovietica vedrà l’attuazione sistematica di un piano, voluto in primis da Lenin, di parificazione dei diritti degli uomini e delle donne e di integrazione sociale di queste ultime attraverso il lavoro e l’istruzione di massa.

Prima di parlare della donna sovietica, facciamo un passo indietro, partendo dalla Prima Guerra Mondiale. Cominciamo da un dato inconfutabile: il primo conflitto mondiale accelera l’evoluzione del ruolo della donna nella società che, in assenza degli uomini, dà prova della capacità in qualsiasi ambito della vita civile, sociale e materiale; purtroppo non ancora nel campo politico. Per esempio, si possono trovare foto in cui le donne guidano i tram in città perché gli uomini sono al fronte. Le donne entrano anche nell’amministrazione statale, sebbene i salari delle donne saranno sempre minori rispetto a quelli degli uomini. Tra il 1914 e il 1918 il lavoro femminile in Russia era aumentato dal 70 al 400 per cento, naturalmente a seconda dei settori (il più inflazionato era quello del tessile). Ciò dipendeva, come nel resto d’Europa, dal fatto che – lo ribadiamo – molti uomini erano stati chiamati al fronte.

[foto donne che guidano tram]

La posizione sociale della donna era dunque cambiata radicalmente in pochi anni.

Menscevichi e bolscevichi, le due storiche fazioni del partito socialdemocratico russo, avevano ormai iniziato – finalmente! – a prendere sul serio le donne come compagne di lotta.

Proprio l’8 marzo del ‘14 le donne, in forme autorganizzate e senza essere state guidate da alcuna organizzazione politica, scioperano e scendono in strada al grido di “pane e pace”. Nei giorni successivi gli scioperi si estesero ma ad esempio la “Pravda”, il quotidiano dei bolscevichi saluterà così la mobilitazione:

Il primo giorno della rivoluzione è la giornata della donna, il giorno dell’Internazionale delle lavoratrici. Onore alla donna! Nella giornata loro dedicata le donne sono state le prime a scendere nelle strade di Pietroburgo. A Mosca le donne sono entrate nelle caserme e hanno convinto i soldati a schierarsi a fianco della rivoluzione e i soldati le hanno seguite. Onore alla donna!”

[foto manifesto Urss – 8 marzo]

La prima metà del Novecento è dunque caratterizzata da un nuovo protagonismo della donna e da una graduale conquista concreta sul piano delle rivendicazioni politico-sindacali e dei diritti borghesi.

Alla voce “donna” dell’Enciclopedia del Novecento edita negli anni Settanta dalla Treccani, si riconosce che in Unione Sovietica sono cambiate un po’ di cose per quanto riguarda il ruolo sociale della donna. Dopo aver scritto, analizzando certi sondaggi, che gli interessi delle donne “non le spingono verso i campi tecnici”, si riconosce come l’URSS, invece, sia un “esempio rivelatore”, perché con una formazione appropriata è arrivata a formare mezzo milione di ingegneri donne.

In URSS si cercò, e su questo Lenin fu molto deciso, di diversificare al massimo gli studi femminili, in modo da non avere una concentrazione altissima di donne negli studi umanistici e poche presenze negli studi di scienze teoriche e applicate.

Sempre dalla Treccani, leggiamo che “nell’istruzione professionale e tecnica le ragazze sono ovunque nettamente svantaggiate, con l’eccezione dell’URSS e dei paesi dell’Est”.

L’Unione Sovietica raggiunse un primato nell’avere nel proprio tessuto sociale ingegneri donne, ma anche architetti donna, oppure donne con ruoli di alta responsabilità nel settore pubblico.

Tra le principali donne rivoluzionarie ricordiamo:

Aleksandra Kollontaj (1872-1952);

Nadežda Krupskaja (1869-1939), moglie di Lenin, nel 1900 pubblicò in Russia la prima opera in assoluto sulla questione delle donne lavoratrici e da allora non smise mai di occuparsi di questo tema.

Ines Armand (1874-1920), presidente della Conferenza internazionale delle donne comuniste.

Senza dimenticare Clara Zetkin (1857-1933, tedesca), che fu una delle principali organizzatrici del movimento delle donne socialiste tra Otto e Novecento. Conobbe Lenin e, dopo essere stata perseguitata dai nazisti, morì esule in Unione Sovietica.

[foto Kollontaj]

Aleksandra Kollontaj fu al centro del dibattito sulla donna e sulla famiglia nel primo decennio del potere sovietico. Proveniente da un’agiata famiglia borghese, decide di abbracciare il marxismo e di militare nelle fila del movimento operaio internazionale. Sarà lei il primo ministro donna della storia moderna, nonché prima ambasciatrice donna e membro del Comitato Centrale del partito bolscevico. Fu altresì lei a voler festeggiare l’8 marzo come giornata internazionale della donna.

Kollontaj ha una biografia politica molto interessante poiché dirigente bolscevica della prima ora; sarà lei ad intuire da subito – addirittura prima di Trotzkij – la china burocratica del modello sovietico e per rinnovare la politica bolscevica fonderà una sorta di frazione interna al partito bolscevico, denominata “Opposizione operaia”, in cui richiedeva un maggiore ruolo del soggetto operaio nella direzione dello Stato. Passato indenne il periodo stalinista grazie ad un compromesso con le politiche staliniane, la rivoluzionaria bolscevica morirà, ormai anziana. un anno prima di Stalin (1952).

Kollontaj scrisse nel 1918 il fondamentale La nuova morale e la classe operaia in cui si confronta con quello che era un tabù all’interno della stessa classe operaia: la morale sessuale. Con quest’opera, la dirigente bolscevica mise in discussione il dogma comunista secondo cui la liberazione della donna sarebbe giunta esclusivamente e automaticamente con i mutamenti economici. Nelle sue riflessioni si ricollegò a una tematica che in genere veniva attribuita al movimento femminista borghese, ovvero la questione dell’identità e della morale sessuale. Come possiamo vedere, seppur schematicamente, sono tutti temi che esploderanno con il femminismo degli anni Sessanta e Settanta. Difatti, Aleksandra Kollontaj sarà una delle autrici più lette dalle militanti femministe degli anni Settanta.

CODICE CIVILE (URSS, 1917)

Nel dicembre 1917 i bolscevichi e le bolsceviche vararono un decreto sull’uguaglianza della donna e il nuovo diritto di famiglia: fu abolito il matrimonio religioso, restava solo quello civile e veniva istituzionalizzato il divorzio, anche su richiesta di una sola delle parti. I figli, legittimi o meno, avevano ora tutti gli stessi diritti. La potestà maritale viene soppressa, il che significa che il marito non può più imporre alla moglie né il nome, né il domicilio, né la nazionalità.

Infine, e questo sarà uno dei punti su cui più insisterà la Kollontaj, viene garantito il congedo per maternità (pagato) e la protezione sul lavoro della donna.

Ancora, sull’interruzione di gravidanza: l’aborto viene completamente legalizzato senza restrizioni nel novembre 1920.

[manifesto sovietico]

Come si evince da questi dati sintetici, tale codice civile di famiglia fu davvero all’avanguardia mentre la donna occidentale era ancora oppressa. Per raggiungere alcuni di questi diritti, ad esempio, il nostro Paese dovrà aspettare fino alla metà degli anni Settanta.

Il codice è varato dai bolscevichi anche (e soprattutto) per aggredire certe strutture conservatrici e reazionarie che dominavano la cultura patriarcale russa, come ad esempio la Chiesa Ortodossa, ma anche la cultura contadina e quella islamica.

In realtà, la dirigenza sovietica forza molto la mano e ignora una maggioranza del Paese che rimane alla radice sessista e patriarcale. Bisogna forse partire da qui per procedere ad un’analisi aggiornata della società russa contemporanea, che vede drammatici rigurgiti sessisti e reazionari, nonché un nuovo, preoccupante attivismo della Chiesa Ortodossa.

Un altro capitolo del nuovo protagonismo della donna nella società sovietica è segnato dalla guerra civile tra Armata Rossa e Armate bianche controrivoluzionarie che vide le donne impegnate su più campi e a tutti i livelli sociali (medico, militare, politico-civile); di conseguenza, ciò innescò una mobilità sociale ed economica notevole.

Altro dato: con l’appoggio del Comitato Centrale del Partito, si organizzò nel novembre 1918 il I Congresso panrusso delle lavoratrici e delle contadine, cui avrebbero dovuto partecipare 300 delegate. In realtà si presentarono 1147 donne, elette in assemblee locali in rappresentanza di più di un milione di lavoratrici. Questo congresso stabilì che le donne dovevano avere una sezione organizzata, un apparato speciale all’interno del partito bolscevico.

È da tutti questi elementi che nasce e si sviluppa, grazie alla pubblicistica femminile, il mito della “donna nuova”, specchio del nuovo “uomo socialista”.

Anche nella letteratura sovietica si affermò la donna e l’antologia di una studiosa americana (Louise Luke, La donna marxista: varianti sovietiche) ce lo conferma, visto che riporta più di trenta opere di diverse autrici centrate sul tema della “donna nuova”.

Insomma, la donna come motore della Rivoluzione d’Ottobre perché “se la donna ha il diritto di salire sul patibolo, ha ugualmente il diritto di salire alla tribuna” (Olympe De Gouges).

[manifesto Rodchenko]

Ciceruacchio

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RECENSIONI

POPULISMO 2.0

In un caldo pomeriggio domenicale di maggio finiva la stagione regolamentare di Lega Pro. Raidue decideva, in aperta polemica col buonsenso, di ignorare il fatto e lasciare spazio alle notizie di costume parlando dell’elezione di Emmanuel Macron all’Eliseo. Le immagini in diretta mostravano strette di mano, sorrisi e tricolori ondeggianti di felicità. Nello studio una giornalista con forte accento francese parlava della vittoria dell’enfant prodige contro i “populismi di destra e di sinistra”. Di destra e di sinistra. “E congiunzione”, specificherebbe un bravo studente delle elementari. Alle immagini di vittoria di Macron si alternavano le immagini dei volti tristi e tirati degli esponenti del Front National, Marine Le Pen su tutti. Il Fronte era ad un passo dal colpo storico, un risultato che avrebbe premiato la decennale fatica della Le Pen, che aveva spogliato l’antico partito del padre dai folkloristici accenti antisemiti, profondamente razzisti, cattolici e nostalgici, per rivestirlo di temi nuovi, di un nuovo nazionalismo, sociale e antieuropeista. Ma l’esperimento della Le Pen, coraggioso e di destra, viene bollato come dalla giornalista come “populista” ed accomunato a quello “di sinistra”, come se quest’aggettivo fosse sufficiente ad abbattere le differenze ideologiche, fossero anche quelle fondamentali come quelle tra destra e sinistra.


Cos’è il populismo? Prova a spiegarlo Marco Revelli in “Populismo 2.0”, libro uscito quest’anno per Einaudi. Revelli rivisita ed analizza in brevi ma esaustivi capitoli le grandi sorprese della politica internazionale di questi ultimi due anni, cominciando da quello più recente per risalire, poi, indietro nel tempo, tentando così di dare una fisionomia dei movimenti politici che vengono normalmente definiti “populisti” nei paesi occidentali. I primi casi analizzati sono la vittoria di Donald Trump e del fonte del “Leave” nel referendum sulla Brexit. In entrambi i casi si assiste a fenomeni che hanno in comune il fatto di essere stati assolutamente imprevisti. L’analisi del voto che ha portato “The Donald” alla stanza ovale si focalizza su come questo fosse diffuso praticamente ovunque, ma trovasse una particolare intensità nelle zone della così detta Rust Belt, la zona dei grandi laghi e del Midwest, un tempo sede di fabbriche ed industrie (e quindi di working class tradizionalmente orientata al voto democratico) abbandonata e condannata alla decadenza dagli ultimi dieci anni di crisi economica. È stato un voto popolare e di protesta, quindi, a portare Trump alla Casa Bianca, mentre la descrizione mainstream del Maschio WASP fascistoide impaurito dalla (ipotetica) svolta progressista della Clinton lascia parecchie lacune. È stato piuttosto il voto delle fasce sofferenti, o che si sentono impoverite dagli anni di crisi. Lo stesso tipo di voto che ha portato al sorprendente esito della Brexit. A proposito del quale Revelli racconta un aneddoto tanto divertente quanto indicativo: a ridosso del voto i bookmakers indicavano come poche ma grosse cifre fossero state puntate sul “Remain”, mentre la grande maggioranza delle piccole giocate fosse stata fatta sul “Leave”. Insomma: i pochi che avevano grandi somme da spendere, i più ricchi, avevano puntato forte sulla scelta europeista, la massa dei meno abbienti aveva puntato il poco che poteva sull’exit. Forse sarebbe bastato guardare quei dati per mettere in dubbio che l’esito del referendum fosse scontato.

Quelli che Revelli indica come i tratti caratteristici del nuovo populismo sono, appunto, il dilagante successo tra le fasce più povere e impoverite di Paesi in cui le fila della vecchia classe media si sono assottigliate sempre di più, la lotta contro delle élite sentite distanti, soverchianti, estranee e nemiche di quel popolo che pure dicono di rappresentare. È infatti questo sentimento di unità e di comunanza interna delle singole nazioni, popoli che si autodescrivono come puri e incorrotti, lavoratori e vessati, in cui la xenofobia ha un peso spesso forte pur non costituendone un valore fondamentale (“Io non sono razzista, ma…”) che costituisce il dato essenziale del nuovo populismo. Caratterizzato anche dal fatto di sentirsi rappresentati in questa lotta da persone ricche e di successo, teoricamente appartenenti a quella stessa élite contro cui ci si sta ribellando: gli esempi di Trump negli Stati Uniti, di Johnson e Farage nel Regno Unito sono perfetti in questo senso. Ma non bastano a descrivere in pieno il fenomeno, come dimostrano i successi del Front National in Francia e di Alternative fur Deutschland in Germania.

L’impressione è, comunque, di trovarsi di fronte ad un fenomeno talmente complesso e sfaccettato da essere quasi impossibile da definire compiutamente. Un po’ come se, descritti gli occhi, il naso e la bocca di qualcuno si trovasse difficile descriverne il volto nel suo complesso. Cos’è il populismo? Esiste un populismo di destra e di sinistra? E se esistono i populismi va da sé che esistano anche gli establishment contro cui questi si schierano. Sembra quasi che, nell’epoca della post-ideologia, abbandonati gli schematismi desueti della lotta di classe, la dicotomia sia proprio tra lo schieramento populista, trasversale, ed un altro difficile da nominare ma che negli USA può essere identificato con tutto quell’apparato politico spazzato via da Trump, dai suoi milioni e dai suoi modi da redneck, mentre in Europa si può identificare nel campo europeista. Il paragrafo dedicato all’esperimento renziano illumina qualcosa che viene definito “populismo dall’alto”. Il giovane attivo e intraprendente fiorentino, in maniche di camicia rimboccate prometteva riforme e rosei sviluppi europei in un’Italia libera da una classe politica che lui stesso si apprestava a rottamare. Smaltita la sbornia degli entusiasmi iniziali sappiamo che quella prima avventura è finita con il fallimento dei referendum di dicembre del 2016.

Perché se la destra scopre la <<classe operaia>>vuol dire che qualcosa si è rotto. In profondità. Nella classe operaia, primo luogo. Nella destra, anche. E soprattutto nella sinistra. Vuol dire che la sinistra ha lasciato il campo.”

Effettivamente, lasciando da parte tentativi di analisi post ideologici che ben poco hanno a che fare con la realtà si può dire che, in questo breve passaggio Revelli centri il cuore del problema, in ogni caso uno dei sui aspetti più importanti, cioè l’abbandono dell’arena politica da parte della sinistra istituzionale e partitica. Evitando di soffermarci su Syriza e Podemos (movimenti tacciati anch’essi di populismo) ci si può ritrovare stranamente sorpresi dai toni delle dichiarazioni di Farage in solidarietà della Grecia piegata dall’austerity europea, o dalle sfaccettature del voto operaio con cui viene premiato il Front National. Probabilmente la chiave di lettura è tutta lì: esiste da decenni una destra sociale, con i suoi temi e le sue battaglie, che ha avuto vaste praterie da percorrere nel momento in cui la sinistra (quella dei partiti, s’intende) ha smesso di fare discorsi sociali. Pur con la chiave in mano, la porta sembra difficile da scassinare.
Nel frattempo la lettura del libro di Revelli può essere un modo utile per ingannare l’attesa.

Jacques Bonhomme

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RIFLESSIONI

DI STUPRI, DI DEGRADO E DI MARGINALITÀ

Telegiornale dell’ora di pranzo: notizia di un ennesimo stupro di due ragazzine da parte di due ragazzi Rom. Il tono? Sempre quello da tragedia accompagnato da particolari scabrosi, come se dovessero per forza far salire quell’insieme di disgusto e interesse malato che sembra piacere tanto. Sì, è proprio quello che vogliono fare e chi se ne frega se si parla di persone: l’importante è fare notizia, e in sé e per sé la notizia non serve minimamente a parlare dello stupro, delle cause culturali e materiali che sono alla base di qualsiasi forma di violenza di genere o delle possibili soluzioni a tutto ciò. No, non è questo che interessa. Il sottotitolo della notizia potrebbe essere: “Degrado, cattivo uso dei social, campi rom e immigrazione mettono in serio pericolo le nostre donne”. È sempre la stessa storia trita e ritrita che però sembra non stancare mai: quella tanto decantata opinione pubblica che è subito pronta a riempirsi la bocca famelica delle parole dei mezzi di comunicazione.

Uno stupro è l’occasione perfetta per dire ciò che conviene alla classe dirigente, per mettere in luce qualcosa e adombrarne altre e allora ecco che il giornalista, con il suo tono contrito, dichiara il quartiere Collatino – periferia Est di Roma – uno dei più pericolosi della Capitale, dove il degrado la fa da padrone e la sicurezza – si legga controllo sociale – è scarsa.

Seguiamo però passo passo la notizia, le parole usate, ciò che trapela tra le trame del racconto.

Per prima arriva l’identificazione del quartiere dove si è consumato lo stupro: la periferia. Non importa quanto più o meno vicino al centro sia quel quartiere, quale sia il suo tessuto sociale o il livello economico di chi lo abita; periferia è sempre estrema, marginale, sempre un altrove rispetto a ciò che è normale. Va da sé che normali siano il centro o quartieri non periferici; qui si intende periferico in senso simbolico, nei termini in cui la periferia non è determinata dalla collocazione spaziale lontana dal centro amministrativo e culturale, ma piuttosto da un’insieme di immaginari che la fanno individuare in un determinato luogo. Quando si dice periferia è immediata l’associazione con qualcosa di marginale, di non controllato, dove al potere Statale si sostituisce un potere d’ordine diverso, si potrebbe dire delinquenziale, dove gli scorci sono vie merlati da alti palazzi, piastrellati di strade dissestate, macchiate da aree interstiziali vuote e pericolose. Nella nostra mente si fanno spazio immagini di vite vissute al limite della povertà, della legalità, della normalità appunto. Vite passive, incapaci di migliorarsi e di migliorare lo spazio che attraversano, oggetti e mai soggetti. La periferia non è mai vista – e non si vuole che essa stessa si veda – come soggetto, perché il suo potenziale distruttivo dell’ordine delle cose spaventa e non deve manifestarsi pena il collasso o il compromesso. Che si mantengano allora strati sociali nella loro situazione attuale, che li si nutra di notizie preconfezionate, che si dica loro che è colpa del degrado o degli immigrati, così che il vero nemico possa rimanere al caldo delle sue quattro mura. La somma di questi elementi porta a pensare che sia ovvio che in un quartiere periferico avvengano degli stupri.

Con il concetto di periferia va a braccetto il degrado: questo fantastico, fantasioso degrado che ormai viene sventolato ogni volta che ce n’è occasione, una sorta di barattolo dove si può infilare tutto per non guardare i veri problemi. Guardare al degrado invece che ai casi particolari è un po’ come guardare il dito invece che la luna. Cos’è il degrado? È tutto e niente: è il barbone che dorme in stazione, il rom, è la prostituta sotto casa e i ratti che banchettano tra i cassonetti (cumuli di immondizia non mancano mai nelle periferie), è il pazzo che parla da solo o le giovani ubriache fuori dal pub, sono gli atti “vandalici” dei writers e la rivolta degli abitanti delle case popolari. È tutto ciò che non risponde alle norme di decoro della classe dirigente, alla tranquillità, alla produttività, al rispetto delle regole.

Tornando al servizio del telegiornale, dopo aver descritto come è avvenuto lo stupro si passa alle interviste, e qui l’asino cade con tutto il carretto e pure con il carrettiere: qual è la risposta più ovvia al degrado? Il controllo. Sono gli abitanti stessi che chiedono più sicurezza, più presenza delle forze dell’ordine, senza capire che più controllo non vuol dire quartieri migliori. Più controllo e meno rom, meno immigrati, perché lo sbocco di queste notizie è spesso e tristemente il razzismo. Facile come bere un bicchiere d’acqua è dire “è colpa sua”, del diverso da me: se le cose vanno male, ben più difficile è individuare il vero nemico.

Infine il servizio termina con la specifica che gli stupri si sono verificati mesi prima, ma che le ragazze erano state minacciate e, impaurite, hanno aspettato fino ad ora per denunciare, come se il tempo intercorso tra il fatto e la denuncia debba essere giustificato.

Questo è solo un esempio tra i tanti servizi e articoli che i media di massa diffondono riguardo alla violenza di genere, ma vi è in tutti un filo condutture: quello che parte dalla periferia, passa per il degrado e le migrazioni ed arriva fino alla tanto agognata sicurezza nei quartieri, alla difesa delle “nostre donne”. Quanto pericolose sono tutte queste affermazioni. Tutto è fatto per non risolvere niente. Invece di autorganizzarsi nei quartieri per migliorare qualcosa, per difendersi dagli attacchi delle istituzioni, si trova un nemico facilmente individuabile: lo straniero e/o il degrado. Invece di insegnare sin da piccoli alle bambine l’autodifesa e l’autodeterminazione e ai bambini la parità e il rispetto1, si individuano nella periferia e, ancora una volta, nel degrado e nel migrante la causa degli stupri. Non è nell’interesse della classe dirigente risolvere i reali problemi: piuttosto lo è quello di mantenere lo stato di cose esattamente così com’è.

Le soluzioni sono proposte in continuazione, ma l’interesse istituzionale è altrove: sulle quote rosa e sulla giornata contro la violenza sulle donne (tanto il giorno dopo torna tutto come prima), sulle pubblicità progresso, sui matrimoni gay, mai sull’educazione.

Non si stupra perché si è immigrati, si stupra perché gli uomini sono figli di una cultura patriarcale, perché le condizioni materiali spesso non favoriscono la crescita culturale e personale o il miglioramento.

Nel discorso dei media, che poi è il discorso istituzionale, tutto appare come prestabilito: una sorta di destino cosmico che fa sembrare le cose statiche, immutabili ed eterne. È tutto funzionale affinché niente cambi. Le periferie sono e saranno sempre le discariche umane della società: chi ci vive sembra essere lì sulla base di una volontà superiore, e ovviamente metafisica; le donne continueranno ad essere stuprate almeno che lo Stato non le protegga, almeno che non sguinzagli i suoi cani in ogni via. Che poi questi cani siano uomini e di che specie – quindi pericolosi come tanti altri – non ha importanza, come non ha importanza il loro reale ruolo lì, al margine. Il degrado rimarrà per molto un concetto in voga per racchiudere tutto ciò che si vuole bollare come negativo ed antisociale: gli stranieri, le prostitute, i drogati, gli antagonisti ne saranno i produttori finché ciò farà comodo al discorso egemonico.

A questo punto dobbiamo prendere corda e sasso, legarceli al collo e scegliere un bel ponte da cui buttarci? No. Tutto questo rimarrà così finché si continuerà a chiedere a chi rappresenta il sistema – il quale vuole che tutto rimanga uguale – di risolvere i problemi. Niente muterà finché gli e le abitanti dei quartieri “periferici” non capiranno che non si vive passivamente lo spazio che si attraversa, ma che lo si plasma e lo si deve plasmare in base alle proprie necessità, che il colore della pelle, la religione o la lingua non sono caratteri di un nemico, che le donne possono difendersi da sole, senza l’aiuto di uomini e polizia, che non sono vittime sacrificali, pure vestali di delicato cristallo, ma persone complete e del tutto in grado di affrontare il mondo.

Se le cose stanno così non c’è bisogno di cercare il nemico sulla Luna o su Marte, perché il nemico è proprio lì, qualche km più in là oltre il muro del centro, dietro le porte delle banche, delle borse e delle sedi d’azienda.

Non si vive in periferia perché vi si è caduti da una nuvola: si vive in periferia perché in questa società polarizzata esistono i ricchi ed esistono i poveri, esistono i centri ed esistono le periferie, il margine e l’interno.

MALA SANGRE

1 Non il rispetto da galantuomini, ché quello è figlio dello stesso padre dello stupro, ma quello che viene dal riconoscimento dell’altro o dell’altra come un proprio pari, come un altro essere umano

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RIFLESSIONI

LA DISFATTA DEL CINEMA DI ROMA

Erano gli anni ’60 quando la città di Roma era la Hollywood di Italia: in quegli anni, grazie al fiorente cinema, Roma era al centro dell’attenzione di tutti, del mondo. Erano gli anni del boom economico, l’espansione della classe media, il dilagare delle periferie “povere ma belle”; erano gli anni in cui il cinema raccontava tutto questo, erano gli anni del Neorealismo. Venivano raccontate storie di vita quotidiana, di “ragazzi di vita”, di borgate, di amori, di delusioni, di lavoro, di povertà. Roma in quegli anni era tutto questo e lo è tuttora.

Di quello splendore ora rimane solo un pallido ricordo.

Le mani sulla città” che un tempo si muovevano in modo silenzioso, subdolo e discreto ora arraffano alla luce del sole, sono diventate la norma e si vestono da eventi culturali/istituzionali, specchio per le allodole per cittadini ormai stanchi che si aggrappano ad essi per sentirsi parte di un qualcosa.

Dal 26 Ottobre al 5 Novembre si è svolta la Festa del Cinema di Roma presso l’Auditorium Parco della Musica. La manifestazione è organizzata dalla Fondazione cinema per Roma, costituita dai soci fondatori Roma Capitale, Regione Lazio, Provincia di Roma, Camera di commercio, Fondazione musica per Roma. È un evento voluto fortemente dalla giunta veltroniana che al tempo governava la città e che improntò la sua campagna elettorale sulla promozione di eventi e nel riportare la città di Roma ad essere centro nevralgico della cultura.Quest’evento per 12 anni ha portato introiti alle casse del Comune, grazie all’aiuto dei fondi delle banche (nell’ultima edizione maggior sponsor è stata la BNL). Ma quest’anno ai film in concorso, se non al nuovo di Paolo Genovese, è dato poco risalto. Intorno alla Festa è stata costruita una pubblicità mediatica eccessiva per un evento che non sembra aver raggiunto lo scopo che si era prefissato: ovvero la promozione di film nazionali e internazionali. Alla Festa del Cinema possono partecipare tutti: gli accreditati che, a seconda che siano studenti o professionisti, pagano un quantum per ricevere un badge che gli permette di accedere agli eventi e alle proiezioni per tutta la durata della Festa. E poi c’è “il pubblico” ovvero coloro che comprano i biglietti quotidianamente per partecipare a ogni singola proiezione o incontro con gli ospiti nazionali e internazionali che calcano il red carpet. Detta così, sembrerebbe che gli accreditati fruiscano di maggiori agevolazioni, di una via preferenziale per accedere alle varie iniziative. Appunto: sembra. In questi giorni, infatti, davanti alle sale si sono viste file interminabili di accreditati che per ore hanno atteso, spesso invano, di entrare per assistere alle prime dei film. Ma non sono stati i soli sfortunati: anche chi aveva il biglietto singolo è rimasto fuori la porta, per il semplice motivo che per il pubblico sono stati emessi e venduti più biglietti di quanti fossero i posti realmente a disposizione. All’incontro con il regista David Lynch si è evidenziata palesemente tale incongruenza e disorganizzazione (per non dire truffa): dopo ore interminabili di fila non tutti sono riusciti ad entrate nella sala, sia gli accreditati che chi disponeva del biglietto. L’incontro con Lynch si è svolto presso una delle sale più grandi dell’Auditorium con una capienza di 1200 posti a sedere, dei quali più di 1000 sono stati venduti al pubblico. Per questo motivo buona parte degli accreditati e del pubblico pagante è rimasta bloccata dal cordone della sicurezza vedendo, così, svanire la speranza e la voglia di assistere ad un qualcosa che aspettavano da tempo e che, per gli accreditati, poteva essere funzionale ed utile alla propria carriera professionale. È ovvio che si tratti di un’operazione di puro mercato: all’organizzazione per gonfiare le proprie tasche è convenuto molto vendere i biglietti singoli degli eventi infischiandosene se poi tutti potessero o meno riuscire a parteciparvi (molti sono rimasti fuori con il biglietto pagato in mano). Stessa sorte, forse peggiore, per gli accreditati che oltre a motivare la richiesta d’accredito hanno dovuto pagarne il rispettivo contributo. L’organizzazione, alle sacrosante proteste, ha virato subito e in maniera maldestra il problema, dando la colpa al pubblico pagante responsabile di non aver letto attentamente il regolamento della Festa. Sono risultate inutili le ulteriori richieste di informazioni riguardo l’eventuale rimborso. Come succede in questi casi, i tanti esclusi dalla partecipazione all’evento se la sono presa con la sicurezza considerata poco professionale nel gestire il tutto. Una security, è bene dirlo, fatta di ragazzi che per 10 giorni di fila hanno lavorato 12 ore al giorno in piedi e sotto pagati, e che si sono fatti carico della disorganizzazione dei loro capi. Una Festa che ha esaltato la kermesse di stelle cadenti, di meteore e soubrette paillettate che sperano nella visibilità mediatica per poter essere un giorno le vere protagoniste di quel tappeto. Una festa di lustrini e imbolsite signore che hanno mostrato esageratamente sfarzi e pellicce: la passerella dell’esaltazione della superficialità dello spettacolo più bieco, una bella vetrina con al suo interno prodotti vecchi e scadenti. C’è da riconoscere che i film presentati nella sezione Alice nella città, che è la sezione autonoma e parallela che affianca la Festa del Cinema e che cura gli eventi rivolti al settore giovani/educational, ha presentato delle proiezioni interessanti che si spera possano essere veicolate negli istituti di formazione e non vengano dimenticate. La città di Roma ancora una volta ha perso un’occasione: quella di riprendersi dal tracollo culturale subito in questi ultimi anni. Poteva essere un’opportunità per ritornare, anche se a fatica, ad essere la capitale della cultura e dello spettacolo, quello sano, quello intelligente. Un’altra occasione mancata, e in un periodo in cui ci si annunciano stanziamenti di fondi per promuovere la cultura, l’innovazione e la sensibilizzazione delle nuove generazioni su temi di estrema attualità, affrontati da pellicole contemporanee e non. Ma all’interno di questo scintillante e faraonico spot istituzionale di tutto questo non s’è trovato traccia. Tutto questo brutto “teatrino” avvalora ancor più l’importanza dei festival del cinema indipendenti, che promuovono cultura indipendente, si autofinanziano con il sistema del crowdfunding e in cui si dà risalto al cinema e alla funzione sociale che questo può avere. Anche l’aspetto organizzativo funziona decisamente meglio di qualsiasi altro evento istituzionale, perché è assente l’aspetto più bieco della gerarchia burocratica che si evidenzia con l’esercizio del “potere” e dello sfruttamento.

Se l’organizzazione di un evento istituzionale/culturale come questo, della durata di 10 giorni, non è andato per il meglio pur essendosi svolto in un posto chiuso e rivolto ad un numero limitato di persone, c’è da chiedersi come sarebbe andata a finire se si fosse deciso di far svolgere le Olimpiadi in questa città.

Circe

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