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CONTRIBUTI

DOCUMENTI-CONTRIBUTI

CONTRIBUTIFORMAZIONE

ECONOMIA NELLA CONOSCENZA: PER UN RIPENSAMENTO DELLA CRITICA SCOLASTICA DI PIERRE BOURDIEU

Partendo dai temi trattati nella prima parte del saggio vorremmo ora evidenziare come, a nostro avviso, si possa rileggere l’opera del sociologo francese Pierre Bourdieu sulla scuola alla luce dei cambiamenti accorsi dopo il Processo di Bologna. Inizialmente vorremmo riportare brevemente l’analisi della riproduzione scolastica avanzata da Bourdieu insieme a Jean-Claude Passeron, per poi riprendere gli elementi sottolineati nei paragrafi precedenti e, in conclusione, vedere se e in quali termini possiamo parlare di un “nuovo sistema di violenza simbolica”.

La riflessione dei due sociologi sul valore distintivo del sapere e sul ruolo dell’intellettuale comincia negli anni sessanta con la pubblicazione di un’inchiesta sugli studenti delle Grandes Écoles, I delfini edito nel 1964, e La riproduzione uscito nel 1970. Questi testi minano direttamente l’asse portante dell’ideologia democratica sulla scuola secondo il quale il percorso d’istruzione promuove la mobilità sociale degli individui, spiegando come, suo malgrado, il sistema educativo contribuisce a riprodurre la struttura di classe esistente. In altri termini la scuola, invece di appianare le differenze di classe grazie all’azione pedagogica, favorisce gli studenti e le studentesse che possono vantare un capitale culturale maggiore derivato dalla tradizione famigliare. La cultura “prescrive leggi o regole, e in rapporto a queste leggi o a queste regole ci sono alcuni che risultano più adatti o adattabili, e altri meno”. È in questo senso che Bourdieu introduce il concetto di violenza simbolica, per sottolineare come questa forma particolare di cultura imposta come universale e quindi legittimata socialmente, sia in realtà frutto delle disposizioni particolari della classe dominante. Attraverso questa forma di violenza inconscia l’individuo subisce

“l’inculcazione di forme mentali, di strutture mentali arbitrarie, storiche – l’inculcazione che plasma, in qualche modo, gli spiriti e che li rende, poi, disponibili ad effetti di imposizione fondati sulla riattivazione di queste categorie. […] In fondo la violenza simbolica è una violenza che potremmo chiamare cognitiva: è una violenza che può funzionare solo appoggiandosi sulle strutture cognitive di chi la subisce”.

Questo sistema di potere arbitrario riproduce i rapporti di forza esistenti in quanto ricalca nella sua operatività le strutture di dominio ad esso soggiacenti. L’istituto scolastico, apparentemente fondato sul principio del merito individuale, è invece l’apparato fondamentale che rimarca la classificazione sociale basata sull’appartenenza famigliare. Il valore sociale dell’individuo viene sancito dalla scuola che, per i principi ordinativi che abbiamo delineato, tenderà da una parte a favorire gli studenti appartenenti alla classi sociali benestanti e dall’altra a promuovere gli studenti che si modulano sui valori imposti dall’autorità pedagogica, ovvero quelli delle classi dominanti.

Riprendendo i termini del discorso che abbiamo introdotto nel nostro contributo vorremmo qui sottolineare come il processo di riforma del sistema universitario europeo abbia influito su questa particolare dinamica descritta da Pierre Bourdieu. Senza voler considerare altri aspetti forse sottovalutati dal sociologo francese, quali l’importanza progressiva che ha assunto la cultura mediatica e informatica a scapito di quella scolastica o l’esasperazione della società dei consumi già evidenziata da Jean Baudrillard, crediamo che il Processo di Bologna sia esemplificativo in quanto punto d’arrivo di un percorso storico di riforma dell’istituto scolastico cominciato con i movimenti di protesta degli anni Sessanta e Settanta. La svalutazione progressiva che la cultura, o meglio il processo di acculturazione, ha subito negli ultimi decenni ha gettato le basi ideologiche e fattuali per una rimodulazione del valore della sanzione scolastica. Se, come abbiamo descritto nei paragrafi precedenti, il meccanismo di riproduzione sociale determinato dalla scuola era necessario in quanto modellava gli studenti in una gerarchia e classificazione sociale funzionale al sistema produttivo, ora i termini sembrano invertiti. Non è più la scuola ma bensì il campo economico, in quanto campo dominante, a determinare il valore sociale dell’individuo. Il sistema produttivo è divenuto così pervicace nella struttura sociale che non ha più bisogno di ricercare una legittimazione, che sia esplicita o implicita, passando per il percorso pedagogico. La razionalità strumentale del pensiero neoliberale ha pervaso gli ambiti del vivere sociale introducendo criteri classificatori derivati dalla tradizione economica negli ambienti e apparati più diversi. Rispetto al campo accademico abbiamo cercato di definire questo spostamento valoriale analizzando i concetti di efficienza e rendicontabilità, ma potremmo facilmente estendere il discorso anche ad altri campi del vivere sociale. Con il Processo di Bologna abbiamo visto come l’ideologia dominante, quella neoliberale, ha pervaso la discussione in merito alle riforme volte alla standardizzazione dell’università, agendo quindi sul campo politico per produrre un cambiamento strutturale. A fronte di uno svilimento progressivo del concetto stesso di cultura, l’istituto scolastico non determina più il valore sociale dell’individuo ma viene limitato dal sistema stesso come apparato finalizzato a erogare titoli di acculturazione. D’altra parte l’economia neoliberale stabilisce le classificazioni sociali nelle quali i soggetti si potranno inserire una volta ricevuto dalla scuola i titoli necessari1. Il ciclo di violenza simbolica si è quindi rimodulato cambiando i termini dell’equazione ma non il risultato del sistema. Il campo economico determina il valore dell’individuo considerandolo in funzione delle necessità del sistema produttivo; perché questo sia possibile è necessario che l’istituto scolastico sia riformato secondo i dettami della legge economica attraverso un provvedimento politico che ne avvalli la legittimità. Questo porta a valutare (rendicontazione) l’autorità pedagogica come più o meno funzionale alle necessità produttive di sistema, rivoltando quindi la logica simbolica descritta da Bourdieu. Se prima il sistema d’insegnamento, grazie a un’autonomia relativa, riproduceva le differenze di classe ma, allo stesso tempo, era capace anche di installare una certa resistenza politico-culturale al campo dominante, ora si potrebbe quasi dire che la distinzione funzionale tra i campi non esiste più. Ciò non vuol dire rifiutare di definire il campo scolastico nella sua particolarità (con una forma specifica di distribuzione di capitale e una serie di attori in conflitto per le posizioni dominanti), ma sostanzializzare il rapporto di subordinazione rispetto al campo economico.

Per un’Università critica e autonoma

È interessante rilevare come il processo di riforma del sistema universitario europeo che abbiamo qui brevemente trattato sia cominciato a Bologna dove nel 1088 è stata fondata la prima università in epoca medioevale. Se in quegli anni lo studio universitario era confinato a un’élite ristretta appartenente alle classi sociali più agiate, oggi si parla invece di università di massa per indicare la possibilità per un numero crescente di persone di accedere agli studi superiori. Nella Knowledge economy, come abbiamo visto, questo processo di massificazione sociale, umana e educativa è considerato come necessario e imprescindibile per affrontare le sfide che impone la globalizzazione economica. Lo sviluppo del sistema economico, la competizione a livello europeo e globale, necessitano di un numero sempre crescente di persone competenti, altamente specializzate ed efficienti. L’educazione accademica e la ricerca scientifica, in stretto contatto con il mondo del lavoro, non possono più rivolgersi verso un’élite ristretta e selezionata ma devono trovare il modo di allargare le potenzialità del settore educativo in relazione con le richieste del campo economico. Allo stesso tempo, questo processo riformistico deve porre attenzione a non diminuire la qualità e l’eccellenza dei percorsi a fronte dell’entrata di migliaia di nuovi studenti all’interno delle mura universitarie. Se concettualmente, quindi, l’educazione elitista medioevale e quella massificata sembrano nozioni in completa contraddizione, i due termini si sono dovuti fondere in un nuovo paradigma educativo. In Europa questo nuovo paradigma si è tradotto nello “Spazio Europeo dell’Istruzione Superiore” che è andato a creare un’università di élite all’interno di un sistema massificato di alta educazione. Attraverso i sistemi valutativi di cui abbiamo parlato, le istituzioni accademiche sono costrette a ridimensionare la propria attività per diventare poli d’eccellenza e quindi ricevere fondi necessari per la propria sopravvivenza e, dall’altra parte, devono curare comunque un livello d’istruzione basilare che permetta di rispettare i dettami dell’educazione massificata.

Quello che si può rilevare davanti a queste considerazioni è la perdita progressiva per l’università di quello statuto autonomo che le aveva permesso da una parte di costituirsi come fucina di sapere critico e, dall’altra, di progredire senza dover confrontarsi e soggiacere ai dettami dei campi dominanti, primo tra tutti quello economico. Riprendendo Bourdieu, crediamo che il compito principale che l’Università debba intraprendere sia appunto quello di recuperare l’autonomia che le è stata tolta a causa degli attacchi del sistema ideologico neoliberale. La dissoluzione del confine tra pubblico e privato portata avanti dal capitalismo contemporaneo ha dotato le istituzioni di studi superiori di un certo grado di autonomia, ma soltanto per poterle poi considerare nel sistema alla stregua di qualsiasi impresa privata, sottoponendole quindi a quel controllo continuo di cui abbiamo trattato parlando di efficienza e rendicontabilità. A fronte di questo “tutti coloro che concepiscono la cultura come strumento di libertà che presuppone la libertà, come modus operandi che consente il superamento permanente dell’opus operatum, della cultura cosa” devono impegnarsi nel recuperare quell’autonomia necessaria per affrancarsi dai poteri dominanti e poter svolgere ricerca sociale in maniera indipendente, contribuendo così al bene sociale. Se è vero che la costituzione di una Internazionale degli intellettuali come sosteneva Bourdieu è compito difficile, siamo coscienti che tale sforzo politico non possa esimersi dal costituirsi in ottica internazionale per affrontare le sfide poste da riforme come quella dello “Spazio Europeo di Istruzione Superiore”.

  • 1Una funzione che Bourdieu indicava come afferente all’istituzione pubblica, come sostiene nel Corso al College de France sullo Stato: “Uno delle funzioni più generali dello Stato, infatti, è la produzione e canonizzazione delle classificazioni sociali”.

Calvin

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CONTRIBUTIFORMAZIONE

L'ECONOMIA NELLA CONOSCENZA: UN'ANALISI POLITICA DELLO SPAZIO EUROPEO DELL'ISTRUZIONE SUPERIORE

 

“Nelle fabbriche il capitale – come macchine ci usò.

Nelle sue scuole la morale – di chi comanda ci insegnò.”

(Internazionale di Franco Fortini)

Il saggio si struttura su tre diversi piani:

  • Inizialmente descriverò il processo di costruzione dello “Spazio Europeo dell’Istruzione Superiore”, partendo dalla Dichiarazione di Bologna del 1999 e toccando i punti focali dei successivi incontri internazionali;

  • Nel paragrafo seguente cercherò di evidenziare il portato politico di tali provvedimenti e come si possa analizzare alla luce delle ristrutturazioni del capitalismo neoliberale;

  • Nella seconda parte mostrerò come i punti analizzati precedentemente ci inducano a ripensare l’analisi dell’istituto scolastico compiuta dal sociologo francese Pierre Bourdieu alla luce dei cambiamenti accorsi e rifletterò sulla possibilità che l’Università possa tornare ad essere un soggetto centrale nel dibattito politico nazionale e internazionale.

Lo “Spazio Europeo dell’Istruzione Superiore” e il Processo di Bologna

Con la denominazione “Spazio Europeo dell’Istruzione Superiore” si intende un accordo intergovernativo di collaborazione tra vari Ministeri dell’Istruzione volto a rendere maggiormente comparabili e compatibili i sistemi d’istruzione superiore dei paesi afferenti. L’iniziativa parte dal cosiddetto “Processo di Bologna” del giugno 1999, un convegno tenutosi all’Università di Bologna in cui si sono incontrati i rappresentanti di 29 Paesi europei per fissare le basi programmatiche del provvedimento di riforma universitaria.

Nella Dichiarazione finale del Processo di Bologna vengono identificati otto punti principali su cui si struttura il piano di modifica del sistema universitario europeo:

  • creazione di uno “spazio di alta educazione”;

  • come obiettivo primario far sì che le università europee possano essere più competitive sul mercato internazionale;

  • l’adozione di un sistema di certificazioni – titoli – che possa essere esteso a tutti i Paesi e così incoraggiare la mobilità e le possibilità occupazionali dei lavoratori europei all’interno delle nazioni firmatarie;

  • l’adozione di un sistema formativo che preveda due diversi cicli: uno di primo livello della durata di almeno tre anni – Bachelor – e uno di specializzazione o secondo livello della durata generica di due anni – Master;

  • la strutturazione di un sistema di crediti universitari – sistema ECTS – che stabilisca una relazione quantitativa tra l’ammontare di ore di studio e la riuscita di un esame;

  • la promozione della mobilità di studenti, insegnanti e ricercatori;

  • l’implementazione di una serie di criteri e metodologie che possano certificare la qualità dell’insegnamento al di là delle differenze nazionali;

  • la promozione della “dimensione europea dell’istruzione superiore”, un concetto non meglio specificato.

La Dichiarazione di Bologna, come si può notare da questi punti centrali del programma, ha quindi come obiettivo primario quello di accrescere la competitività internazionale degli istituti europei di alta formazione. Perché questo sia possibile vengono previste una serie di riforme strutturali dei sistemi universitari nei vari Paesi, così da uniformare il sistema sia dal punto di vista dei titoli e delle certificazioni, ma anche rispetto al sistema di controllo a cui verranno sottoposte le singole Facoltà. L’organizzazione così prevista si avvicina molto, e in alcuni casi ne è la diretta estensione, a quella inglese, di cui riprende la divisione in due cicli del percorso di studio e, soprattutto, l’attenzione per il mercato del lavoro e le sue esigenze. Nella Dichiarazione di Parigi del 1998 che ha fissato i punti centrali poi discussi nell’incontro di Bologna l’anno successivo, i rappresentanti ministeriali presenti (Francia, Germania, Italia, Gran Bretagna) avevano rilevato la scarsa attrattiva che il sistema d’istruzione europeo aveva nei confronti degli studenti extracomunitari. A differenza dei Paesi anglofoni come Stati Uniti, Canada, Australia e, in parte, anche la Gran Bretagna, l’Europa si trovava svantaggiata in questo contesto, in parte a causa della questione linguistica ma soprattutto per la particolare offerta disciplinare delle sue Università. Furono probabilmente queste considerazioni che fecero sì che il modello di riforma universitaria su cui si orientarono i ministri presenti si avvicinasse così tanto al sistema britannico, preso come modello virtuoso di buona organizzazione.

Aumentare l’attrattiva del sistema universitario europeo in ottica economica fu uno dei punti chiave dell’incontro che si tenne nel marzo 2000 a Lisbona, dove i ministri europei arrivarono alla conclusione che il sistema europeo di istruzione superiore dovesse diventare maggiormente competitivo e dinamico per affrontare le dinamiche concorrenziali a livello globale. È chiaro come le dichiarazioni di Parigi, Lisbona e Bologna siano parte di un discorso più globale che si è sedimentato in quegli anni e che ancora oggi costituisce il nucleo fondante della politica europea sull’istruzione. Se dal Processo di Bologna non risulta così evidente, le Dichiarazioni di Parigi e Lisbona avanzano chiaramente l’idea che anche l’educazione debba essere considerata da un punto di vista economico, un bene commerciabile che deve essere standardizzato per valicare i confini nazionali e reso appetibile per attrarre gli investimenti stranieri – umani e non. Volendo fare un parallelismo, l’introduzione del sistema dei crediti universitari – Sistema ECTS (European Credit Transfer and Accumulation) – può essere considerato alla pari della diffusione della moneta unica: è stato implementata una struttura regolativa che, basandosi su un criterio matematico-quantitativo, può travalicare le differenze nazionali, superando in questo modo sia le difficoltà linguistiche che quelle inerenti ai diversi piani disciplinari. A differenza dell’Euro, il sistema di crediti – così come molti degli otto punti fissati a Bologna – non è stato introdotto contemporaneamente in tutti i Paesi aderenti, ma l’obiettivo del provvedimento risulta comunque chiaro: creare un mercato europeo dell’istruzione superiore per diventare maggiormente competitivi a livello globale e attrarre di conseguenza studenti stranieri – soprattutto dall’Asia – e finanziamenti per la ricerca.

Se questo può essere considerato come l’obiettivo principale di questo percorso, i numerosi incontri che sono susseguiti al Processo di Bologna, di cui l’ultimo si è tenuto a maggio 2015 in Armenia, sono invece serviti a definire la “posta in gioco” e, soprattutto “le regole del gioco”. Identificare un complesso di obiettivi e incoraggiare i governi nazionali a prendere provvedimenti per raggiungerli è stato uno dei traguardi più importanti degli incontri susseguitisi a Bologna, un potente meccanismo di coercizione in mano ai rappresentati dell’Unione Europea. È proprio su tali meccanismi di naturalizzazione del potere che bisogna concentrarci per disvelare quelle logiche occulte che vengono demistificate dietro a provvedimenti assunti come regola e perciò non contestabili.

La riforma universitaria in ottica neoliberale

Il contesto politico nel quale è stata formulata la Dichiarazione di Bologna e i successivi provvedimenti in ambito educativo europeo sono parte di un processo globale di ristrutturazione statale che vede il passaggio dallo Stato sociale ad un modello di organizzazione neoliberale. Il programma neoliberale ha come assioma centrale l’introduzione delle logiche del “libero” mercato all’interno di ogni ambito della vita pubblica, includendo quindi anche i provvedimenti di assistenza sociale e i cosiddetti pubblici servizi. Al di là di una disamina sul principio regolatore dell’economia neoliberale che non approfondiremo in questo saggio, quello che ci interessa rilevare è come due aspetti di tale visione si siano insinuati profondamente all’interno del campo educativo, determinandone quindi i cambiamenti che si sono prodotti negli ultimi anni. Vorremmo partire da due concetti messi in evidenza proprio dalla Dichiarazione di Bologna e evidenziati successivamente anche negli incontri successivi, ovvero l’idea di efficienza e di rendicontazione – efficiency & accountability.

L’idea di efficienza, tratta direttamente dal gergo economico come quella di rendicontazione, implica l’accettazione della logica costi-benefici come principio regolativo del bene pubblico: a fronte degli investimenti che vengono fatti nel settore educativo bisogna porre attenzione all’allocazione di tali risorse per evitare di perdere il denaro in settori considerati come non produttivi. Ancorato a tale concetto vi è quello di rendicontazione: per poter considerare quali settori hanno una bilancia dei pagamenti positiva bisogna poter controllare e calcolare quanto beneficio, in termini economici naturalmente, viene restituito alla collettività, privata o pubblica non importa in quanto si tende comunque a non distinguere tra le due connotazioni. Questi due concetti costituiscono l’asse portante della riforma universitaria europea, i punti focali che accostati a termini come “conoscenza”, “educazione” e “insegnamento” hanno creato quell’apparato ideologico che è punto di forza di tale riforma.

Quello che si è venuto a formare sotto l’egida neoliberale è un sistema egemonico che si basa su un assioma di razionalità strumentale, un sistema di razionalizzazione e omologazione che ha condotto alcuni autori in tempi recenti a parlare di “McDonaldizzazione della società”. Se prima tale sistema veniva applicato principalmente nel settore imprenditoriale privato, ora si è esteso anche a quello pubblico, senza per questo modificare i suoi principi chiave tra i quali: un ampio potere dei manager a cui seguono riorganizzazioni interne delle strutture decisionali in senso verticistico; una maggiore enfasi sul settore del marketing a fini produttivi; un’ottica aziendalistica che mira a razionalizzare gli assetti a fini di una maggiore produttività futura. Il fenomeno della valutazione universitaria1 rientra pienamente in questo sistema di riorganizzazione: la costruzione di classifiche basate su punti mai realmente discussi all’interno delle stesse istituzioni a cui vengono applicate coinvolge l’Università in quanto struttura statale, ma si ripercuote fino a influenzare il lavoro di ricercatori, personale docente e studenti stessi. Come si poterebbero considerare in altro modo i vari sistemi di classificazione che si basano sul numero di citazioni, sulle pubblicazioni in riviste più o meno riconosciute o sull’appartenenza o meno a dipartimenti o Facoltà di prestigio?

L’avvento di tali logiche all’interno dell’Università deve indurre comunque a riflettere sui meccanismi interni che la regolavano prima di questa “managerizzazione” forzata, soprattutto a fronte della risibile resistenza che tale processo di ristrutturazione ha incontrato. La logica dell’autocontrollo e autovalutazione che il sistema accademico aveva formalmente o informalmente costruito, tra cui il “giudizio fra pari”, non ha permesso di contrastare una dinamica che in breve tempo si è diffusa in tutti i settori interessati2. L’autonomia universitaria è stata difesa strenuamente dai rappresentanti del mondo universitario con la convinzione che potesse dotare gli istituti di alta educazione di quelle possibilità decisionali e di ricerca necessarie a crescere qualitativamente e quantitativamente. Questo discorso si è rivelato vincente da un certo punto di vista, ma non ha permesso, anche a fronte di quelle dinamiche interne che rivelavamo prima, di poter imporre una dialettica costruttiva nel momento in cui veniva attaccata l’accademia. Il sistema universitario – non esente già prima da critiche riguardo a questa chiusura elitista – ha visto minare alle basi il meccanismo di controllo che si era dato, spostato – ma non risolto – dalla figura professionale a quella manageriale. L’aspetto importante da rilevare è che questo “movimento” interno al campo non è giustificato da nessuna base – fattuale o logica che sia – che dimostri il valore positivo di tale provvedimento. Ci troviamo davanti non più a una ristrutturazione interna al campo accademico, ma a una forte ingerenza del campo economico dominante che impone la sua logica regolativa anche ai sottocampi dominati. Quello che era considerato un diritto riconosciuto legalmente ai cittadini – il diritto allo studio fino ai suoi massimi gradi – si è trasformato in un bene commercializzabile senza che a questo cambiamento si sia accompagnato un dibattito politico a livello nazionale o europeo.

  • 1In Italia la valutazione degli istituti universitari viene svolta dall’ANVUR (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca), istituita per decreto legge nel 2006. L’agenzia ha fatto richiesta di entrare nel ENQA (European Association of Quality Assurance), suo omologo europeo creato dopo il Processo di Bologna, ma dopo due anni di verifiche la domanda è stata rifiutata.

  • 2Il sistema del “giudizio fra pari” seppur diffuso informalmente in molte Università, non viene riconosciuto formalmente. Una delle poche a farlo è l’Università degli Studi della Tuscia all’Art.16 comma 5 del proprio Statuto interno che regola le modalità d’azione in caso di provvedimenti disciplinari contro personale docente.

Calvin

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CONTRIBUTIINTERNAZIONALISMO

I SEMI E LE MACERIE: UNA NUOVA PROPOSTA DAL MESSICO CHE RESISTE

Il Messico: un Paese attraversato da una dolorosa scia di sangue, nascosta dietro la facciata di una ridente cartolina caraibica o la foto di una maestosa piramide. Dietro l’immagine turistica, il potere politico e quello legato al crimine organizzato, fusi in un’assassina simbiosi, da almeno 10 anni continuano a portare avanti una guerra senza scrupoli contro la popolazione in generale e più sistematicamente contro i popoli indigeni e contro le donne (nella sola Ciudad Juarez ne scompare una a settimana e nell’hinterland di Città del Messico in questi mesi del 2017 già si sono registrati 258 femminicidi). Il saldo di questa guerra non dichiarata, dal 2006 a oggi, è di 170.000 morti ammazzati e circa 30.000 “desaparecidos”. Questi sono i numeri sconcertanti della dittatura neoliberista in Messico, cifre globalmente inferiori solo alla Siria e alla sua drammatica guerra.

La forma di governo che il Narco-Stato messicano impone è basata sulla connivenza completa fra partiti politici e cartelli mafiosi, a tutela degli interessi economici delle imprese multinazionali, impegnate a spolpare il sottosuolo (petrolio e minerali), il suolo (monocoltivi, legna, acqua ed energia elettrica) e la popolazione (come mano d’opera migrante, come esercito di riserva o come ornamenti folkloristici nelle destinazioni turistiche). Di solito si definisce questo tipo di economia d’assalto “capitalismo estrattivista”, basato nel furto violento e diretto delle materia prime e dei territori, con tutti i suoi abitanti e culture. I pistoleros mafiosi intervengono spesso nelle zone rurali per generare terrore e spopolare i luoghi che le imprese multinazionali hanno preso di mira, ne segue la militarizzazione e l’installazione del progetto economico previsto (una miniera o un giacimento petrolifero, per esempio). Si stima all’incirca che il 20 o il 30% del territorio messicano sia già stato dato in concessione a compagnie multinazionali, per l’“esplorazione” di possibili giacimenti o per l’impianto di grandi coltivazioni transgeniche. Parliamo di milioni di ettari, un’estensione nella sua totalità maggiore a quella della penisola italiana.

La cosiddetta guerra al narcotraffico, di cui ogni tanto si parla nei telegiornali europei (più per un morboso piacere del sangue che per fare reale informazione) non ha in realtà altro scopo che militarizzare ulteriormente i territori per meglio garantirne la devastazione e il saccheggio e l’annichilimento dell’intero tessuto sociale, il quale viene poi riplasmato sugli interessi del capitale stesso.

Allora come non parlare del popolo Coca di Jalisco, a cui l’imprenditore Guillermo Moreno ha già sottratto vari ettari di terra comunitaria? Come non parlare di ciò che sono stati costretti a subire i popoli Otomí Ñhañu, Ñathö, Hui hú, e Matlatzinca aggrediti dalla grande opera dell’autostrada Toluca-Naucalpan, giunta a sventrare terre e a distruggere case e luoghi sacri? Come non parlare dell’incedere dell’industria straniera mineraria ed eolica che nel sud di Veracruz pone a rischio l’esistenza stessa dei popoli Nahua e Popoluca, già assediati e stremati dal narcotraffico? E in Michoacán, a Ostula, Aguila e Cherán dove il narco e l’estrazione del ferro sono la ragione di morte per decine di contadini organizzati in difesa della propria terra? Per ogni territorio un progetto di saccheggio e morte, per ogni popolo indigeno una possibilità imminente di estinzione (attraverso l’assimilazione o lo sterminio).

Citiamo fra i tanti morti di questa guerra il compagno Rodrigo Guadalupe, ammazzato nel suo villaggio, Cruztón, in Chiapas, da un gruppo armato lo scorso 22 maggio, sotto una pioggia di proiettili che si è abbattuta sul presidio permanente a difesa dei terreni comunitari nei quali per giunta si trova proprio il cimitero. Allo stesso modo ricordiamo Jaime Lopez Hernández, dell’organizzazione OIDHO, nello Stato di Oaxaca, anche lui assassinato in un cimitero comunitario, dagli stessi interessi di mafiosi e capitalisti. Li citiamo, fra tanti, perché abbiamo potuto conoscere i loro occhi, le loro parole e i loro sogni di libertà: gli stessi nostri. Ma sono solo due delle 16.000 persone assassinate ogni anno in questa enorme macelleria a cielo aperto chiamata Messico.

La lista di infamie, saccheggi, sparizioni, stupri e omicidi potrebbe continuare all’infinito e peggiora vertiginosamente di giorno in giorno. “Tutto questo deve essere fermato, bisogna organizzarsi e prepararsi per resistere alla tormenta che ci viene addosso”, continuano a dirci le compagne e i compagni dell’Ejercito Zapatista de Liberación Nacional e del Congreso Nacional Indígena (CNI): molte organizzazioni politiche e comunitarie di questi popoli originari alle prese con la devastazione capitalista si ritrovano in una struttura nazionale, il CNI appunto, per condividere programmi di lotta, solidarizzare e trovare una formula per fare uscire il Messico dal sistema capitalista, mantenendosi in basso e a sinistra naturalmente. Inutile dire che all’interno del CNI (attivo dal 1996) gli zapatisti costituiscono una parte molto importante dell’ossatura, essendone tra l’altro i fondatori.

A ottobre del 2016, in occasione dei suoi vent’anni, si è aperta la prima sessione del V congresso del CNI con una dichiarazione, per bocca del Subcomandante Galeano, che è arrivata a spiazzare e provocare diverse reazioni. Il Congreso Nacional Indígena ha fatto partire una consultazione in ognuno dei suoi popoli per “smantellare dal basso il potere che ci impongono dall’alto e che ci offre un panorama di morte, violenza, spoliazione e distruzione“. Ci si è quindi dichiarati in assemblea permanente per far partire una serie di consulte finalizzate alla formazione di un Consiglio Indigeno di Governo (CIG) il cui proposito è esplicitamente quello di governare il Paese, con gli stessi principi e criteri che reggono il sistema autonomo zapatista in Chiapas. Una sorta di Giunta del Buon Governo, ma a livello nazionale.

Il Consiglio Indigeno di Governo, nominato il 28 maggio 2017 in un’assemblea in Chiapas con 1400 delegati di svariati popoli indigeni messicani, è un organo collettivo, formato da delegati provenienti dalle assemblee di ogni territorio, popolo e tribù che lo compongono e dovrà prendere in considerazione i popoli di tutto il Messico, indigeni e (successivamente anche) non indigeni e chiunque sia sfruttato, represso e emarginato. Si tratta di una proposta necessaria e di vitale importanza, attraverso la quale l’EZLN sta cercando di indirizzare il CNI verso un livello superiore di organizzazione che lo ponga come reale soggetto politico rivoluzionario all’interno del Paese. Una scelta necessaria e anche disperata, come lo fu quella armata del 1° gennaio del ’94. Oggi come allora sorge immediato il dovere di dire “BASTA!” visto che la guerra di oggi è per volume di fuoco, estensione geografica e numero di morti, decisivamente maggiore a quella di allora. La Comandancia zapatista ha lasciato intendere, vista la situazione, che questo Consiglio Indigeno di Governo potrebbe essere la ultima possibilità di cambiare il Paese attraverso la via pacifica.

C’è anche un’altra parte di questa proposta, poi ratificata in accordo con la plenaria della seconda sessione del V congresso del CNI tenutasi nel caracol di Oventik il primo gennaio 2017, che ha fatto molto discutere; il Consiglio Indigeno di Governo sarà rappresentato da una portavoce, “una donna indigena del CNI, di sangue indigeno e che conosca la propria cultura” e “che sarà candidata indipendente alla presidenza del Messico per le elezioni del 2018.È la parte più mediatica di tutta la proposta, quella che ha anche permesso di rompere il muro di silenzio attorno allo zapatismo, strategia usata dal potere negli ultimi 15 anni per isolare l’EZLN. Con una “cannonata” di questo tipo tutti i partiti, i mass media e le altre organizzazioni hanno dovuto rispondere e prendere posizione: ciò ha fatto in modo che i detrattori dell’EZLN aprissero bocca per dimostrare quanto, a dir loro, il CNI si lascerebbe pilotare dagli zapatisti, come se i popoli indigeni fossero un gregge di pecore sempre prone e pronte a seguire il pastore; solito cliché razzista sempre in voga da destra e, sfortunatamente, anche a sinistra. Altri, meno attenti alle complesse tematiche messicane, hanno gridato al tradimento, giudicando la questione elettorale in estrema contraddizione con la tradizione politica dell’EZLN.

In realtà gli zapatisti continueranno a non presentarsi alle elezioni e a non votare, neppure per la candidata del CNI, come dichiarato in un lungo comunicato del 17 novembre 2016, dove ribadiscono il loro rifiuto al potere, dando però appoggio pieno, politico, logistico ed economico all’iniziativa del CNI. La portavoce del Consiglio Indigeno di Governo, nonostante la confusione intorno al tema, non è zapatista: si tratta di María de Jesús Patricio Martínez ed è una compagna – medica erborista – appartenente al popolo Nahuatl di Jalisco, nominata nella scorsa e partecipatissima assemblea di maggio (con 1400 delegati, come già menzionato).

L’EZLN e il CNI sono perfettamente consapevoli che il terreno elettorale è insidioso quanto strutturalmente infame, si basa sulla sopraffazione, sul calcolo politico e sulla frode ed è per questo che sanno benissimo che nel 2018 non vinceranno alle elezioni e tantomeno interessa loro. La vera sfida politica è che il Consiglio Indigeno di Governo continui ad andare avanti al di là dei risultati elettorali del 2018, mantenendosi come una struttura di governo autonoma nazionale, così come lo sono le Giunte del Buon Governo nelle zone liberate del Chiapas. La candidatura della portavoce del Consiglio Indigeno di Governo vuole provare a colpire la classe politica dove gli fa più male, serve a fare da trait d’union all’interno del CNI e anche a generare una sorta di censimento per vedere le forze su cui si può potenzialmente contare a livello nazionale. Non secondaria è la questione della repressione: gli attacchi nei confronti delle comunità aderenti al CNI si stanno facendo sempre più frequenti, e una partecipazione alla campagna elettorale sarà utile nel rompere il silenzio mediatico riguardo ogni denuncia per arrivare a quanta più gente possibile, riproponendo con vigore la questione indigena nell’agenda nazionale. È doveroso sottolineare che il CNI e l’EZLN non stanno creando nessun partito o struttura elettorale parallela (con deputati e amministratori locali); stanno cercando invece di organizzare una nuova articolazione sociale che possa destabilizzare e distruggere l’ammuffito sistema politico messicano.

La parte principale della proposta dunque, a parte quella più prettamente strategica della partecipazione alle elezioni, continua a essere la creazione di questa federazione di autonomie che è il Consiglio Indigeno di Governo. Qualora questo laboratorio di autogoverno nazionale avesse successo potrebbe quest’ultimo anche configurarsi come una forza suscettibile di riconoscimento politico a livello internazionale, capace di stabilire relazioni con rappresentanze politiche di altre geografie per dissuadere una possibile invasione militare da parte degli Stati Uniti o una qualsiasi altra operazione di matrice imperialista.

È un’offensiva, un contrattacco che pretende di colpire la politica di sopra. Bisogna agire subito, attaccare adesso prima che sia troppo tardi e bisogna farlo insieme. La tormenta è già qui, è arrivata e si fa sempre più burrascosa, l’EZLN e il CNI hanno tratto il loro dado: “Invitiamo i popoli originari di questo Paese, i collettivi della Sexta, i lavoratori e le lavoratrici, i fronti e i comitati in lotta dalla campagna e dalle città, la comunità studentesca, intellettuale, artistica e scientifica, la società civile non organizzata e tutte le persone di buon cuore a serrare i ranghi e passare all’offensiva, a smantellare il potere in alto e a ricostituirci non più solo come popoli, ma come un Paese, in basso e a sinistra, a unirci in un’unica organizzazione in cui la dignità sia la nostra ultima parola e la nostra prima azione. Vi invitiamo a organizzarci e fermare questa guerra, a non avere paura di costruirci e seminare sulle rovine lasciate dal capitalismo.

Nodo Solidale

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CONTRIBUTIMETROPOLI vs TERRITORI

UN' EMERGENZA ABITATIVA CHE DURA DA SESSANT'ANNI:LE LOTTE DI IERI E OGGI VOL.2

 Nei primi anni Ottanta, si disgregava progressivamente la solidarietà di una classe che faceva sempre più fatica a riconoscersi come gruppo con medesimi interessi e analoghe condizioni materiali. Gli operai perdevano il proprio ruolo di avanguardia politica in un processo collettivo rivoluzionario. Iniziava ad assumere centralità un ceto intermedio di impiegati, commercianti e piccoli imprenditori.

Se gli anni Ottanta sono stati gli anni della cassa integrazione e dei licenziamenti di massa, gli anni Novanta e Duemila diventano gli anni della precarietà di massa. I salari reali diminuiscono e si moltiplicano le forme di lavoro atipiche che non garantiscono una continuità di reddito nel tempo. All’inizio degli anni Duemila, si percorre una fase di espansione della base occupazionale e di riduzione della disoccupazione; ma le condizioni dei lavoratori peggiorarono drasticamente: diminuiscono i salari reali e, quindi, il potere d’acquisto, aumenta l’instabilità lavorativa, si diffonde il fenomeno della sottoccupazione e dei working poori. Per incoraggiare l’occupabilità della popolazione attiva e stimolare le assunzioni da parte delle aziende vengono attuate politiche di flessibilità numerica in entrata, attraverso l’introduzione di contratti a tempo determinato, e in uscita, attraverso l’eliminazione o l’ammorbidimento delle tutele contro il licenziamento. Si realizzano politiche di flessibilità organizzativa attraverso l’esternalizzazione di parte dell’attività produttive: si moltiplicano le cooperative che non rispettano minimamente le condizioni contrattuali previste dal CCNL. I contratti flessibili si sostituiscono progressivamente alla vecchia forma a tempo pieno e indeterminato, rendendo precari e instabili i percorsi lavorativi ed esistenziali. Il Pacchetto Treu del 1997 e legge Biagi del 2003 codificano e regolano queste nuove forme contrattuali.

Per quanto riguarda la questione abitativa, ripercorrendo storicamente la curva del mercato immobiliare, dei consumi e dei redditiii, si osserva che nel decennio Sessanta i redditi hanno avuto un incremento del cinquanta per cento, mentre gli affitti e i consumi sono aumentati solo di un quarto percentuale; nel decennio Settanta la quota di proprietari di case superava il cinquanta per cento della popolazione e le famiglie riuscivano a mantenere un costante accumulo di denaro. Dalla fine degli anni Settanta e per tutti gli anni Ottanta, l’inflazione ha causato un innalzamento degli affitti e dei consumi; solo due strumenti legislativi, l’equo canoneiii e la scala mobileiv (entrambi aboliti negli anni Novanta), hanno salvaguardato i risparmi di lavoratori e famiglie.

La logica “investi sul mattone” per proteggere i risparmi dall’inflazione è stata propagandata chiaramente; la casa è passata ad essere da bene d’uso a un bene d’investimento e una fonte di reddito per moltissime famiglie. Dalla seconda metà degli anni Novanta e per tutto il primo decennio Duemila, i costi per i consumi e il mantenimento dell’abitazione iniziano ad incidere eccessivamente sul reddito delle famiglie. I proprietari di case diventano il 70% della popolazione residente; ma in verità aumentano i proprietari di mutui perché solo attraverso l’indebitamento si è in grado di acquistare un alloggio. Dal 2005, per la prima volta, la curva dei costi per l’abitazione supera quella dei redditi. Il processo di cartolarizzazione e vendita del patrimonio pubblico e il processo di liberalizzazione del mercato degli affitti aggravano ulteriormente la situazione. Con la crisi finanziaria legata principalmente allo scoppio della bolla immobiliare, l’abitazione rappresenta un simbolo di status sociale e un bene di lusso per gli esclusi dal mercato.

Negli ultimi due decenni, i prezzi delle abitazioni sono cresciuti in modo inversamente proporzionale al numero di alloggi popolari. Stando ai dati pubblicati da Federcasa, in totale si contano meno di un milione di alloggi di edilizia residenziale pubblica, di cui circa 800 mila gestite dalle Aziende Casa (ex IACP); dopo il processo di dismissione avviato con la legge 560 del 1993, l’offerta è calata del 22%. Il ricavato dalle vendite – lontano dai prezzi di mercato – non è stato sufficiente a costruire nemmeno un terzo del patrimonio venduto. Anche l’offerta residenziale destinata ad alcune categorie di lavoratori (Poste, Ferrovie, etc.), le case degli Enti previdenziali (INPS, ex INPDAP) e delle compagnie assicurative hanno subito un graduale e massiccio processo di cartolarizzazione e dismissione. La Riforma Dini del 1995 (legge n. 335), la legge del 2001 recante disposizioni in materia di privatizzazione e valorizzazione del patrimonio immobiliare pubblico (legge n. 410), la finanziaria del 2003 che permetteva la vendita del patrimonio di Regioni, Comuni ed Enti locali hanno ulteriormente affermato il concetto di “fare cassa” per il risanamento del debito pubblico. Infine, la legge che disciplina le locazioni e il rilascio degli immobili a uso abitativo (legge n. 431 del 1998) completa la liberalizzazione del mercato delle locazioni e alimenta dinamiche d’innalzamento degli affittiv.

Queste scelte chiaramente di natura politica hanno generato processi di impoverimento e aumento del disagio abitativo sia in termini di aggravamento dell’incidenza dei costi sul reddito (negli ultimi dieci anni, il costo generale della casa è cresciuto del 77% per chi si trova in affitto e del 24% per chi ha la proprietà; le retribuzioni, invece, sono cresciute solo del 18%) sia in termini di espulsione da aree e quartieri per le famiglie che non hanno potuto acquistare gli alloggi in vendita o pagare i crescenti canoni di affitto.

Per questi motivi, l’emergenza abitativa è riesplosa con tutta la sua dirompenza. Si è sottovalutato il problema per lungo tempo perché si è pensato che riguardasse fasce ridotte della popolazione.

A fronte di un surplus di 5,6 milioni di case vuote e un invenduto di 540 mila unitàvi, il numero di persone che perdono casa sono in costante crescita. Come si osserva dai grafici, negli ultimi vent’anni sono aumentate le richieste di esecuzione soprattutto per un’impossibilità a sostenere i costi dell’affitto; si tratta di “morosi incolpevoli”, secondo una definizione introdotta proprio negli ultimi anni.

A Roma, in particolare, il mercato immobiliare presenta i costi più elevati: l’affitto di una stanza si aggira intorno ai 450 eurovii al mese, i canoni medi delle abitazioni (arredate) al libero mercato stanno intorno ai 727 euro al mese per un monolocale, 850 euro per un bilocale, 1.042 euro per un trilocale e 1.023 euro per un quadrilocaleviii. Dal 2007 a oggi si registra una variazione percentuale del +42% di sfratti emessi e del +37% di sfratti eseguiti con l’intervento della forza pubblica.

Ultimi dati disponibili, nel 2015 è stato emesso uno sfratto ogni 399 nuclei familiari, ma molte grandi città presentano una situazione peggiore della media nazionale: Roma con uno sfratto ogni 272 famiglie, Genova 1/317, Firenze 1/323, Palermo 1/324, Napoli 1/335, Verona 1/353, Milano 1/357 e Bologna 1/696.ix

Per questo motivo, sono riesplose le iniziative antisfratto e le occupazioni di immobili in tutta Italia. A Roma, in particolare, si contano oltre sessanta occupazioni a scopo abitativo e una decina di progetti di autorecupero. Ma in verità il numero è sottostimato perché sfuggono dal conteggio palazzine occupate indipendentemente dai movimenti di lotta per la casa e le occupazioni di singoli appartamenti di enti pubblici lasciati invenduti o di alloggi popolari.

Proprio il successo e l’espandersi di queste iniziative organizzate ha avuto però come effetto negativo la reazione dura da parte dello Stato, con forme di repressione volte a negare la legittimità di tali azioni. L’ultimo provvedimento legislativo, conosciuto con il nome di “Piano casa Lupix, rappresenta un dispositivo di controllo perché prevede disposizioni che favoriscono la dismissione del patrimonio residenziale pubblico (art. 3) e il contrasto alle occupazioni abusive d’immobili (art. 5).

Questo provvedimento impedisce a chiunque occupi un edificio di chiedere la residenza e l’allacciamento a pubblici servizi: energia elettrica, gas, servizi idrici e telefonia fissa. Inoltre dispone che gli occupanti abusivi di edifici pubblici non possono partecipare alle procedure di assegnazione di questi alloggi per i cinque anni successivi (art. 5, comma 1-bis). All’acuirsi dell’emergenza abitativa, dunque, si risponde con un irrigidimento legislativo che ha pesanti conseguenze e ricadute sull’esercizio di alcuni diritti. Impedire di chiedere la residenza anagrafica comporta diverse negazioni: l’iscrizione al Servizio Sanitario Regionale che garantisce l’assistenza sanitaria (assistenza medica e pediatrica, farmaceutica, specialistica ambulatoriale, ospedaliera, domiciliare e consultoriale); l’accesso alle prestazioni socio-assistenziali; l’accesso al sistema scolastico; per i cittadini italiani, l’iscrizione nelle liste elettorali del comune e l’esercizio del diritto di voto; per le persone rifugiate e immigrate, ostacola la possibilità di rilascio del permesso di soggiorno o l’acquisizione della cittadinanza.

Questo provvedimento genera una zona del non essere e dell’esclusione perché, di fatto, discrimina e rende illegali le persone che occupano casa per necessità. Colpisce senza pietà chi si attiva e reagisce ai pesanti attacchi di un ceto politico disponibile unicamente a seguire e applicare politiche neo-liberiste.

Ma perché negli ultimissimi anni le lotte non portano a vittorie reali?

La difficoltà sta nel fatto che, a differenza dei decenni passati, non c’è una base sociale coese e consapevole. Molte persone non hanno una precisa collocazione di classe e una chiara visione dei propri interessi. Anche nei quartieri più periferici, molte famiglie si riconoscono e si identificano come proprietari di case. Il fatto che l’emergenza abitativa colpisce sempre più persone (ad esempio il proprio vicino di casa, un parente, un amico, un collega), vedere eseguiti sempre più sfratti per le vie dei propri quartieri, la difficoltà a pagare le bollette sono questioni rilegate a “problema privato”. Le colpe vengono scaricate su chi subisce e non sui veri responsabili del problema: amministrazioni locali, Governo e Stato. Spesso si generano guerre tra poveri; la destra cavalca il problema degli sfratti per mettere contro proletari italiani e proletari di origine straniera.

Come si può uscire da questo impasse? Come ricreare dei veri rapporti di forza? Come riuscire a legittimare pratiche di autorganizzazione e di resistenza messe in campo dal basso?

In questa fase storica, a queste domande non corrispondono adeguate risposte. È importante il lavoro capillare nei quartieri per diffondere l’idea che non è giusto risolvere privatamente problemi generati da fattori di natura sociale ed economica; che la lotta e la resistenza paga; che l’unione e la solidarietà, al di là dell’appartenenza nazionale, sono gli unici fattori che possono riuscire a contrastare i dispositivi di controllo e repressione esercitati dai poteri politici ed economici.

Chiara D.

i Pugliese, E., Rebeggiani, E. (2004). Occupazione e disoccupazione in Italia. Dal dopoguerra ai giorni nostri. Roma: Edizioni Lavoro.

ii Cresme – Riusa (2012). Il mercato immobiliare in Italia e nelle città. Estratto da <www.ordinearchitetti.mi.it/download/file/11106>.

iii L’equo canone è uno strumento di politica abitativa che prevede la determinazione dell’ammontare massimo del canone di locazione non sulla base dai prezzi di mercato e dalla libera contrattazione delle parti, ma sulla base delle condizioni dell’alloggio. La legge del 1978 prevedeva che l’affitto e il subaffitto di un’abitazione non potesse superare il 3,85% del valore locativo dell’immobile.

iv Strumento di politica economica finalizzato a mantenere costante il potere d’acquisto, indicizzando i salari all’aumento dei prezzi.

v Graziani, A. (2005), Disagio abitativo e nuove povertà. Firenze: Alinea.

vi Fonte: censimento 2011.

vii Elaborazione dati provenienti dal sito <www.easystanza.it>.

viii Fonte dati Nomisma.

ix Ministero degli Interni (2015). Gli sfratti in Italia: andamento delle procedure di rilascio di immobili ad uso abitativo. In < http://ucs.interno.gov.it/ucs/contenuti/168224.htm>.

x D.L. n. 47/2014, poi convertito con modifiche dalla L. n. 80/2014.

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