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PIERO BEVILACQUA: L'UTILITÀ DELLA STORIA

E come potrei sopportare d’essere uomo, se l’uomo non fosse anche poeta e solutore d’enigmi e redentore della casualità!”

Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra

Il libro di Bevilacqua è tanto la proposta culturale di uno storico di professione, quanto una radicale critica al paradigma neoliberista di gestione dell’esistente.

Partendo dal dato fondamentale che il ruolo della Storia sia ormai in declino, come per ogni sapere “improduttivo” e privo di valore di consumo, si ripercorrono le tappe di una modernità che, dal secondo dopoguerra a oggi, ha visto sempre la cultura (e soprattutto l’istruzione scolastica) come strumento del progresso delle nazioni verso un orizzonte di ricchezza sempre maggiore. Oggi – che si è giunti al tramonto di quel mondo, totalmente assorbito nel credo dell’economia di mercato, e anche l’orizzonte del progresso si è tradotto in un vicolo cieco fatto di produzioni e consumi sempre più accelerati e superflui – il sistema scolastico viene assoggettato, come ogni ambito della vita, alle esigenze del mercato.

Tanto la storia quanto la memoria (in quanto forma organizzata di trasmissione di saperi, identità e appartenenza) vengono sempre meno dinnanzi a una temporalità consumistica volta esclusivamente al presente. La memoria resta schiacciata sotto il frantumarsi di tutte le istituzioni sociali, dalla famiglia alla classe, dalle comunità indigene a quelle religiose: gli uomini e le donne dell’oggi vengono così consegnati all’anomia sociale e alla precarietà esistenziale, privati del loro senso collettivo e storico della vita. La Storia deve invece il suo declino anche all’inadeguatezza di un modello d’insegnamento che non tiene conto né delle sfide poste dal mondo esterno né delle esigenze culturali degli studenti. Qui sta la proposta di Bevilacqua: passare da una Storia-racconto (o una “storia da manuale”), che esige l’esclusivo apprendimento mnemonico di eventi trascorsi, a una Storia-problema, ovvero un approccio per cui la presa in esame di un singolo evento/dato storico possa essere un punto d’osservazione per mettere in luce i tratti salienti di intere epoche o di questioni riguardanti l’attualità. Questo mediante uno studio che non sia mnemonico ma fatto di ricerca, analisi e dibattito che fungano essenzialmente da stimolanti dello spirito critico e del senso di ricerca e di confronto negli studenti.

Nell’offrire gli esempi di come possa svilupparsi l’insegnamento della Storia-problema, Bevilacqua ne approfitta per mettere sotto inchiesta (e sotto pesante accusa) i nodi centrali del nostro tempo: il lavoro come motore dominante della società viene disvelato invece come processo storico di messa a frutto brutale e sistematica delle classi subalterne per il profitto delle classi elevate; il territorio e l’ambiente come elementi da scoprire e attori primari della vita sono messi sempre più in pericolo dall’irrazionalità capitalista che li ha storicamente relegati a ruolo di materia prima da saccheggiare. Il consumismo come piano delle élites nordamericane per rilanciare il consumo, poi diffuso in Europa in ottica anticomunista e geopolitica, non appare più come una parte innata nella natura dell’uomo contemporaneo.

Com’è ovvio che sia, tanto la proposta accademica quanto la critica sociale sono ispirate da una concezione della Storia che non fa sconti alla tradizione storiografica né al “grande racconto del potere” e che vede la cultura come strumento primario per analizzare e prendere posizione rispetto all’esistente, oltre che come germe fondativo di un nuovo essere umano e sociale volto prima di tutto al raggiungimento di un benessere armonico collettivo del pianeta. Una ricollocazione dell’uomo all’interno del Sistema Natura che possa essere d’argine al deserto che avanza.

La Storia non può più essere, quindi, lode del potere all’opera, ma riscoperta del rimosso storico, lente d’interpretazione della realtà, antidoto contro la perdita di senso e di valore delle nostre vite, faro che diradi la coltre di menzogne e luoghi comuni che permettono a questo mondo di apparire come l’unico plausibile, porta d’accesso agli altri – inesplorati – mondi possibili.

Zero

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PIERO BEVILACQUA: LA TERRA È FINITA!

Un breve saggio sulla storia della natura e delle sue manipolazioni da parte dell’uomo.

L’avanzare delle nostre civiltà coincide con un continuo e indiscriminato sfruttamento delle risorse del Pianeta: è grazie a un saccheggio e una manipolazione millenaria che l’umanità ha prosperato uscendo dalle caverne della preistoria per arrivare ai grattacieli odierni. Eppure di questo sfruttamento i libri di storia non parlano, è uno dei grandi rimossi storici su cui si fonda il pensiero economico che oggi domina l’esistente: la natura è stata considerata per millenni corpo inerte, materia prima, al limite paesaggio da ammirare. È nell’attualità che la Terra si pone drammaticamente come un attore vivo e primario, della storia come della vita: le catastrofi ambientali della società industriale, i cambiamenti climatici con le loro precipitazioni e i dispositivi di controllo della vita imposti da un inquinamento sempre più diffuso ci mettono oggi davanti all’evidenza che l’uomo non è più l’essere superiore. I deliri di onnipotenza, di progresso infinito, di dominio della natura crollano come castelli di carta davanti a questa nuova condizione: la Terra è un complesso sistema vivente e per tanto finito nella sua materialità, le ferite che le ha inflitto lo sviluppo umano rischiano di porre fine anche alla sua esistenza. A conti fatti il sogno del progresso si è rivelato un incubo.

Ecco la necessità, quindi, di una storia dell’ambiente che integri e completi quella dell’umanità: Bevilacqua avanza rapidamente dagli albori delle comunità umane alle prese col fuoco, attraversando l’epoca dell’agricoltura e dell’allevamento fino alla rivoluzione industriale, per giungere al contemporaneo turbo-capitalismo. In questo percorso mette in luce come l’esistenza stessa dell’uomo coincida, in certa misura, con una pressione sull’ambiente; ma è con l’avvento del capitale come motore sociale che si crea uno spartiacque: da un lato, una volontà cieca di dominio e sfruttamento sempre maggiori e, dall’altro, una potenza tecnica via via più implacabile hanno messo in atto forme di assoggettamento della natura senza precedenti per ampiezza e gravità. Il risultato di questo percorso storico è trovarsi oggi davanti ad un presente violentato da fenomeni di inquinamento, erosione e squilibrio sconosciuti nel passato e affrontare un futuro funestato dalla possibilità della catastrofe e dall’iniquità. La figura del profugo ambientale sfuggito ad un territorio non più vivibile, o del contadino proletarizzato ammassato nelle sterminate periferie delle megalopoli, o il monitoraggio continuo della qualità dell’aria delle città sono proiezioni vive di questo futuro non troppo lontano.

È evidente che questa sia ormai una consapevolezza diffusa a livello popolare quanto istituzionale, tanto da porsi come terreno di scontro della modernità: dai movimenti ambientalisti degli anni ’80 e ’90 si è passati a movimenti conflittuali; questi, più che porsi il problema di preservare l’ambiente, si pongono quello dell’abitabilità stessa del territorio davanti alla devastazione. Gli Stati nazionali, dal fondo del loro declino, sono costretti a interventi continui e sempre più incisivi per contenere l’impatto ambientale; il capitale si trova in una fase di guerra intestina tra le sue branche più distruttive e dissipative e quelle che invece spingono per una sua ristrutturazione più sostenibile, più green.

È questo il dato fondamentale che si può trarre da questo saggio: su questo crinale si gioca una delle partite più importanti e mistificate del nostro tempo. Sul campo di battaglia si contrappongono interessi e attori irriducibilmente antagonisti tra loro e la posta in gioco non sono più soltanto le condizioni di vita ma l’esistenza stessa della vita sulla Terra: una questione che chi decide di sfidare l’Impero difficilmente potrà eludere d’ora in poi.

Zero

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POPULISMO 2.0

In un caldo pomeriggio domenicale di maggio finiva la stagione regolamentare di Lega Pro. Raidue decideva, in aperta polemica col buonsenso, di ignorare il fatto e lasciare spazio alle notizie di costume parlando dell’elezione di Emmanuel Macron all’Eliseo. Le immagini in diretta mostravano strette di mano, sorrisi e tricolori ondeggianti di felicità. Nello studio una giornalista con forte accento francese parlava della vittoria dell’enfant prodige contro i “populismi di destra e di sinistra”. Di destra e di sinistra. “E congiunzione”, specificherebbe un bravo studente delle elementari. Alle immagini di vittoria di Macron si alternavano le immagini dei volti tristi e tirati degli esponenti del Front National, Marine Le Pen su tutti. Il Fronte era ad un passo dal colpo storico, un risultato che avrebbe premiato la decennale fatica della Le Pen, che aveva spogliato l’antico partito del padre dai folkloristici accenti antisemiti, profondamente razzisti, cattolici e nostalgici, per rivestirlo di temi nuovi, di un nuovo nazionalismo, sociale e antieuropeista. Ma l’esperimento della Le Pen, coraggioso e di destra, viene bollato come dalla giornalista come “populista” ed accomunato a quello “di sinistra”, come se quest’aggettivo fosse sufficiente ad abbattere le differenze ideologiche, fossero anche quelle fondamentali come quelle tra destra e sinistra.


Cos’è il populismo? Prova a spiegarlo Marco Revelli in “Populismo 2.0”, libro uscito quest’anno per Einaudi. Revelli rivisita ed analizza in brevi ma esaustivi capitoli le grandi sorprese della politica internazionale di questi ultimi due anni, cominciando da quello più recente per risalire, poi, indietro nel tempo, tentando così di dare una fisionomia dei movimenti politici che vengono normalmente definiti “populisti” nei paesi occidentali. I primi casi analizzati sono la vittoria di Donald Trump e del fonte del “Leave” nel referendum sulla Brexit. In entrambi i casi si assiste a fenomeni che hanno in comune il fatto di essere stati assolutamente imprevisti. L’analisi del voto che ha portato “The Donald” alla stanza ovale si focalizza su come questo fosse diffuso praticamente ovunque, ma trovasse una particolare intensità nelle zone della così detta Rust Belt, la zona dei grandi laghi e del Midwest, un tempo sede di fabbriche ed industrie (e quindi di working class tradizionalmente orientata al voto democratico) abbandonata e condannata alla decadenza dagli ultimi dieci anni di crisi economica. È stato un voto popolare e di protesta, quindi, a portare Trump alla Casa Bianca, mentre la descrizione mainstream del Maschio WASP fascistoide impaurito dalla (ipotetica) svolta progressista della Clinton lascia parecchie lacune. È stato piuttosto il voto delle fasce sofferenti, o che si sentono impoverite dagli anni di crisi. Lo stesso tipo di voto che ha portato al sorprendente esito della Brexit. A proposito del quale Revelli racconta un aneddoto tanto divertente quanto indicativo: a ridosso del voto i bookmakers indicavano come poche ma grosse cifre fossero state puntate sul “Remain”, mentre la grande maggioranza delle piccole giocate fosse stata fatta sul “Leave”. Insomma: i pochi che avevano grandi somme da spendere, i più ricchi, avevano puntato forte sulla scelta europeista, la massa dei meno abbienti aveva puntato il poco che poteva sull’exit. Forse sarebbe bastato guardare quei dati per mettere in dubbio che l’esito del referendum fosse scontato.

Quelli che Revelli indica come i tratti caratteristici del nuovo populismo sono, appunto, il dilagante successo tra le fasce più povere e impoverite di Paesi in cui le fila della vecchia classe media si sono assottigliate sempre di più, la lotta contro delle élite sentite distanti, soverchianti, estranee e nemiche di quel popolo che pure dicono di rappresentare. È infatti questo sentimento di unità e di comunanza interna delle singole nazioni, popoli che si autodescrivono come puri e incorrotti, lavoratori e vessati, in cui la xenofobia ha un peso spesso forte pur non costituendone un valore fondamentale (“Io non sono razzista, ma…”) che costituisce il dato essenziale del nuovo populismo. Caratterizzato anche dal fatto di sentirsi rappresentati in questa lotta da persone ricche e di successo, teoricamente appartenenti a quella stessa élite contro cui ci si sta ribellando: gli esempi di Trump negli Stati Uniti, di Johnson e Farage nel Regno Unito sono perfetti in questo senso. Ma non bastano a descrivere in pieno il fenomeno, come dimostrano i successi del Front National in Francia e di Alternative fur Deutschland in Germania.

L’impressione è, comunque, di trovarsi di fronte ad un fenomeno talmente complesso e sfaccettato da essere quasi impossibile da definire compiutamente. Un po’ come se, descritti gli occhi, il naso e la bocca di qualcuno si trovasse difficile descriverne il volto nel suo complesso. Cos’è il populismo? Esiste un populismo di destra e di sinistra? E se esistono i populismi va da sé che esistano anche gli establishment contro cui questi si schierano. Sembra quasi che, nell’epoca della post-ideologia, abbandonati gli schematismi desueti della lotta di classe, la dicotomia sia proprio tra lo schieramento populista, trasversale, ed un altro difficile da nominare ma che negli USA può essere identificato con tutto quell’apparato politico spazzato via da Trump, dai suoi milioni e dai suoi modi da redneck, mentre in Europa si può identificare nel campo europeista. Il paragrafo dedicato all’esperimento renziano illumina qualcosa che viene definito “populismo dall’alto”. Il giovane attivo e intraprendente fiorentino, in maniche di camicia rimboccate prometteva riforme e rosei sviluppi europei in un’Italia libera da una classe politica che lui stesso si apprestava a rottamare. Smaltita la sbornia degli entusiasmi iniziali sappiamo che quella prima avventura è finita con il fallimento dei referendum di dicembre del 2016.

Perché se la destra scopre la <<classe operaia>>vuol dire che qualcosa si è rotto. In profondità. Nella classe operaia, primo luogo. Nella destra, anche. E soprattutto nella sinistra. Vuol dire che la sinistra ha lasciato il campo.”

Effettivamente, lasciando da parte tentativi di analisi post ideologici che ben poco hanno a che fare con la realtà si può dire che, in questo breve passaggio Revelli centri il cuore del problema, in ogni caso uno dei sui aspetti più importanti, cioè l’abbandono dell’arena politica da parte della sinistra istituzionale e partitica. Evitando di soffermarci su Syriza e Podemos (movimenti tacciati anch’essi di populismo) ci si può ritrovare stranamente sorpresi dai toni delle dichiarazioni di Farage in solidarietà della Grecia piegata dall’austerity europea, o dalle sfaccettature del voto operaio con cui viene premiato il Front National. Probabilmente la chiave di lettura è tutta lì: esiste da decenni una destra sociale, con i suoi temi e le sue battaglie, che ha avuto vaste praterie da percorrere nel momento in cui la sinistra (quella dei partiti, s’intende) ha smesso di fare discorsi sociali. Pur con la chiave in mano, la porta sembra difficile da scassinare.
Nel frattempo la lettura del libro di Revelli può essere un modo utile per ingannare l’attesa.

Jacques Bonhomme

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“LA ISLA MÍNIMA” – di Alberto Rodríguez

Paesaggi vasti e semideserti di una natura che prende il sopravvento su tutto, soprattutto sulle persone. La pellicola è ambientata in un piccolo paese andaluso a Sud della Spagna, sulle rive del fiume Guadalquivir. Due sorelle di 15 e 16 anni scompaiono, una sera, alla fine della classica festa di paese. A risolvere il caso vengono chiamati da Madrid due poliziotti che fin da subito mostrano caratteristiche diverse tra loro. Pedro è un uomo razionale determinato a risolvere il caso e con le idee chiare su come svolgere il proprio lavoro e sulle modalità da adottare, allontanato da Madrid e trasferito in periferia a causa di una lettera di denuncia nei riguardi di un suo superiore legato al regime fascista di Franco. Juan è invece un poliziotto con molta più esperienza lavorativa ma di indole irascibile e spesso cruento nell’estorcere informazioni. All’apparenza è un uomo tranquillo ma coperto da un velo di mistero e si scoprirà avere un passato molto più torbido di quanto lui possa far credere.

Messe da parte le divergenze ideologiche, i due poliziotti iniziano ad indagare sulla scomparsa delle sorelle scontrandosi con l’ambiente che li circondano. La situazione socio economica del piccolo paese è drammatica; la maggior parte della popolazione vive di raccolto e di caccia illegale per poter sopravvivere. Dopo lunghe ricerche e con l’aiuto di una “medium” del paese ritrovano i corpi torturati, violentati e gettati nel fiume. Di lì a poco scopriranno che altre due ragazze, della stessa età delle due sorelle appena ritrovate, sono state uccise, massacrate e gettate nel fiume due anni addietro, sempre in corrispondenza della festa paesana.

Il caso si fa sempre più melmoso, come le paludi che circondano il piccolo paese dove il tempo sembra essersi fermato; tra risaie e paesaggi desolati i due poliziotti, decisi nel risolvere il caso, intraprendono lunghe indagini accurate fatte di interrogatori ai paesani omertosi e supposizioni spesso infondate. Grazie alle informazioni estorte spesso con i modi bruschi e violenti di Juan, poco condivisi da Pedro, i due riescono ad individuare dei tratti che accomunano gli omicidi delle ragazze: tutte volevano fuggire dal paese dove si sentivano strette e soggette a pettegolezzi e male lingue, volevano cercare un lavoro e creare altrove la loro vita; in più, tutte avevano una cosa in comune, Quin, un ragazzo giovane e intraprendente e fidanzato attualmente con una giovane ragazza, Marina. Quest’ultima, con l’aiuto della mamma delle due sorelle uccise e forse l’unica a contribuire alle indagini, rivela che aveva subito abusi e violenze: legata al letto e costretta a fare delle foto di nudo, con le quali sarebbe stata minacciata e umiliata in tutto il paese. Quin e una figura maschile misteriosa erano i protagonisti degli abusi e vessazioni nei confronti di Marina e, si scoprirà in seguito, delle altre ragazze trovate uccise. La svolta avviene quando Juan e Pedro scoprono che tutte le ragazze coinvolte erano in possesso di un volantino che pubblicizzava la possibilità di lavorare fuori da quel paese tanto odiato. I due poliziotti partono alla ricerca di colui che aveva dato alle giovani ragazze il volantino insieme ad una mera illusione di fuga. Scoprono che si tratta di un uomo che lavorava presso un hotel di Málaga, un certo Sebastián: non lavora più lì perché è stato cacciato e risulta ricercato da due anni. Così, grazie alla testimonianza della padrona della tenuta dove Quin portava le giovani ragazze e grazie alla testimonianza della giovane Marina, Juan e Pedro scoprono che il custode della tenuta è proprio quel Sebastián che stanno cercando ed è lui che, con l’aiuto di Quin, porta lì le ragazze, le violenta, le denuda, le scatta le foto e poi le uccide. I due poliziotti salgono in macchina e partono in un rocambolesco inseguimento di Sebastián tra paludi e stradine senza uscita, riuscendo a raggiungerlo ed infine ad ucciderlo. Nel bagagliaio della macchina viene ritrovata Marina, che viene portata in salvo da un destino brutalmente scritto.

È il 1980 e in Spagna si è appena conclusa la “transizione” politica: finita l’era del Regime franchista nel 1975, che ha lasciato strascichi di una forte depressione socio-culturale ed economica, di lì a poco (nel 1981) avverrà il tentativo di golpe da parte dell’esercito bloccato da re Juan Carlos che si schiererà a favore del Parlamento e della Costituzione “democratica”. Il paese è diviso a metà tra coloro che sono ancora legati al Regime franchista e coloro che auspicano l’inizio di una nuova era politica e democratica. Se i problemi erano presenti nella capitale, Madrid, a risentirne maggiormente erano i piccoli paesi di provincia come quello in cui viene ambientata la storia. Questo periodo di transizione non è presente in modo evidente nella pellicola ma fa da sottofondo, con i continui annunci di scioperi sentiti alla radio e alla televisione, le scritte di protesta contro Franco sui muri e gli scioperi dei braccianti che devono raccogliere il riso e lottare per un salario migliore e per la sconfitta del caporalato.

Il quadro dove viene ritratta la storia rappresenta, attraverso metafore e allegorie, il periodo storico di quel tempo: come la scelta di voler immergere il racconto in un paesino circondato da paludi, metafora di un Paese impantanato che fa fatica ad uscirne fuori, o attraverso i due protagonisti grazie ad un ritratto fatto di sfumature e per niente manicheo che ne fa il regista, e che andiamo ad analizzare nello specifico.

Pedro, un giovane poliziotto allontanato da Madrid a causa delle sue idee in contrasto con le politiche militari del tempo, rappresenta la Spagna che vuole rinascere e allontanarsi dalla mentalità di regime. Rappresentativa è la scena in cui i due poliziotti entrano nella stanza dell’albergo del paese in cui alloggeranno e Pedro nota sulla parete un crocefisso con attaccate le foto dei dittatori del XX secolo: con disprezzo lo toglie e lo chiude nel cassetto, segnale di voler chiudere con il passato.

Juan invece è un uomo di molta esperienza ma con un passato alle spalle oscuro e torbido: è un uomo che ama godersi ciò che lo circonda, svolge le indagini con acutezza rendendosi amichevole con gli abitanti del posto per instaurare rapporti di fiducia, risultando paradossalmente un personaggio empatico. Pedro, grazie a delle soffiate della stampa, scoprirà che Juan ha fatto parte della Gestapo di Franco: veniva chiamato “il corvo” perché famoso torturatore di dissidenti e colpevole di aver ucciso una giovane ragazza durante una manifestazione contro il Regime.

Il regista ha voluto affrontare anche il tema della figura femminile, raccontando di donne che vengono viste come oggetto in una società profondamente maschilista e patriarcale che si sente in diritto di usarle, sfruttarle e metterle da parte. Le figure femminili che vengono ritratte sono di donne omertose che hanno il timore di dire la loro per paura di scatenare l’ira di un marito autoritario o di un padre-padrone. Donne che hanno come unica via di fuga la morte.

È una pellicola che rispetta i canoni del thriller e del noir, un giallo che gioca di contrasti, rappresentati dai personaggi, dai luoghi e dalla messa in scena. Il buio pieno e la luce accecante, il poliziotto buono e quello cattivo, la figura della donna che se non è madre e moglie è donna da postriboli. È una pellicola che mette in luce i contrasti che caratterizzano la situazione di quell‘epoca ma che riflette anche su quella attuale. Toccando il problema della donna nella società rurale e cittadina, il lavoro dei braccianti e la forte disuguaglianza tra la metropoli e i piccoli paesi confinanti.

Circe

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SENZA PERDERE LA TENEREZZA: TAIBO E IL CHE

Si è molto sviluppato in me il senso del collettivo in contrapposizione al privato, sono sempre il solitario che ero, alla ricerca della mia strada senza l’aiuto di nessuno, ma adesso ho il senso del mio dovere storico. Non ho casa, né moglie, né figli, né genitori, né fratelli, i miei amici sono tali finché la pensano politicamente come me, e tuttavia sono felice, sento la presenza di qualcosa nella mia vita, non solo una grande forza interiore, che ho sempre sentito, ma anche una capacità di trasmetterla agli altri, e il fatalismo della mia missione mi toglie ogni timore.”

Ernesto Guevara – Lettera alla madre

Senza perdere la tenerezza: una biografia di mille pagine, un corredo fotografico di oltre duecento immagini, un uso delle fonti ricchissimo (solo la bibliografia di riferimento conta una lista di circa sessanta pagine, senza contare le innumerevoli interviste). In sintesi, un testo storico di prim’ordine.

Ma è davvero solo questo? No, di certo; Taibo ha passato anni e anni a raccogliere materiale sul Che e del Che, a studiarne la figura, le idee, la storia; Taibo ha interrogato a fondo il fantasma del Comandante, ne ha seguito i passi fino a farselo familiare, come un amico.

Il libro è il risultato di questa meravigliosa ricerca e parte da prima della nascita fino a dopo la morte di Ernesto Guevara de la Serna, il Che. I viaggi giovanili alla scoperta del continente latino americano, la prima esperienza in fatto di rivoluzioni (e di imperialismo yankee) nel Guatemala di Arbenz, la Rivoluzione cubana prima sulle montagne con un fucile in spalla e poi nei ministeri a costruire la nuova società; i viaggi diplomatici, le critiche al comunismo sovietico, la guerriglia fallita in Congo e quella, fatale, in Bolivia. Tutta la vita di quest’uomo trova la materia dell’inchiostro in una narrazione semplice e coinvolgente e attraverso la sua storia emerge la storia di tutto il Sud del mondo, specialmente quello americano, in un’epoca in cui la Rivoluzione era la parola d’ordine delle masse proletarie di ogni angolo del globo.

In fondo, oltre le vicende personali, è questo che crea un mito: la rarissima capacità di racchiudere in un corpo umano le aspirazioni, i sentimenti e le delusioni di un intero popolo; in questo caso del popolo dei dannati della Terra.

Non c’è dubbio che il Comandante Guevara sia uno dei personaggi fondamentali dell’epopea rivoluzionaria, tanto per le gesta quanto per il pensiero: come ebbe a dire Sartre, ricordandone la figura, “fu l’essere umano più completo del suo tempo, un uomo d’azione ma non un soldato, un pensatore eccezionale ma non un intellettuale, un militante che sacrificò affetti, vita e morte alla sua missione, ma che conservò sempre una forte umanità.

Come il titolo sembra suggerire, è proprio questa qualità che Taibo mette sotto i riflettori: l’umanità che mantenne per tutta la vita il Che è innanzitutto la via attraverso cui lo scrittore sottrae il mito dalle grinfie dell’abuso e lo riempe di senso, gli restituisce i suoi tratti di uomo, ne significa gesti e parole. L’immagine del Che ambasciatore, in visita in India, che addenta famelico un panino ci restituisce il senso di questo personaggio tanto quanto il suo sguardo strafottente alla giornalista americana Lisa Howard, o il suo viso sporco mentre guida un trattore nella zafra, il taglio della canna da zucchero.

Sembra banale, ma è proprio l’irriducibile umanità di questo personaggio a renderlo un rivoluzionario modello. Un’umanità, però, tutta politica, che non lascia scampo al desiderio individuale e si consegna mani e piedi al senso del proprio dovere rivoluzionario. Il Comandante che aveva sempre fretta, che non finiva mai di allacciarsi gli stivali, non risparmiava nulla di se stesso alla Rivoluzione: né tempo, né famiglia, né aspirazioni. È dunque l’umanità traducibile nella coerenza e sensibilità idealistica di un grande militante comunista dalla ferrea volontà. Questo per buona pace di chi vorrebbe farne un’icona di ribellismo aprioristico da stampare sulle t-shirt e per quella di chi vorrebbe farne sembrare le gesta semplice folklore storico di un’epoca ormai sbiadita, tanto tra i compagni “rottamatori” quanto tra i teologi della fine della storia.

La sensibilità di un individuo, se slegata dalle sue azioni, vale quanto uno sputo per terra. È quando si connette ad un principio rivoluzionario e al coraggio di tradurlo in pratica che diviene arma potente e monito per chi si vorrebbe libero.

Oltre il suo percorso storico, il Comandante Che Guevara è proprio questo: un esempio folgorante e irremovibile, che spazza via tutto il ciarpame di cui è stata coperta la sua immagine, per dire che ancora oggi è necessario, giusto e doveroso combattere il capitale, osare l’impossibile, vincere la Storia!

Zero

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CHIAMARLO AMORE NON SI PUÒ

Ci sono libri che smuovono qualcosa e che vorresti che tutti leggessero subito. E non solo i tuoi amici, conoscenti e familiari, ma vorresti andare in giro e darlo a tutte le ragazze che conosci e non conosci, agli adolescenti maschi che non si rendono conto del problema.

Chiamarlo amore non si può è una raccolta di 23 racconti scritti da autrici italiane e pubblicato nel 2013 da una casa editrice foggiana, Matilda editrice, molto impegnata nella prevenzione della violenza di genere e nell’educazione alla differenza.

Ogni racconto ti colpisce dentro perché parla di violenza sulle donne in vari modi: c’è la bambina che parla col cadavere della madre appena trucidada dal padre violento, c’è la ragazzina stuprata dal branco e quella in fuga con la madre, c’è quella chiamata puttana da tutti perché ha rifiutato un ragazzo carino e c’è quella studiosa con le scarpe da ginnastica che si trasforma in una bambolina provocante per volere del fidanzato. In ogni racconto c’è una donna tormentata che a volte resiste, raramente si ribella, spesso non sa che fare e purtroppo nella maggior parte di casi inizia a interiorizzare, a crederci che sì, è davvero lei a sbagliare, ad avere qualcosa che non va, e si costringe a subire anche se in cuor suo sa che non è giusto, nascondendo i lividi con foulard colorati e occhiali da sole.

E tu sei come uno spettatore muto, sgomento che ogni poche pagine si immerge in una qualsiasi fatto di cronaca come se ti calassi in tutte quelle orribili storie che senti in tv e le vedi da vicino per poi andartene via e entrare di nuovo in un’altra casa, in un’altra storia crudele e ingiusta.

E’ lì che questo libro ti fa capire, se ce ne fosse mai il bisogno, che da qualche parte bisogna agire immediatamente; non c’è disegno di legge da aspettare o finanziamenti da ricevere nel frattempo perché lo capisci leggendo che è un fatto di cultura. Di stereotipi, di quotidianità, di circoli viziosi da spezzare prima di tutto nel tuo quotidiano.

All’inizio mi sembravano storie esagerate. Poi mi sono resa conto che molte di quelle cose le ho subite io stessa, molte altre le ho conosciute indirettamente, e la totalità sono parte della mia giornata come donna. Ho pensato che ovunque succede che ci sia una prevaricazione da parte di un uomo, di un gruppo di compagni, di un maschio qualsiasi che ti invade in qualche modo e che subiamo un giudizio continuo, per ogni cosa che facciamo. Ho capito che non possiamo più riempirci la bocca di belle parole e grandi propositi finché non riusciamo a riconoscere, ognuno di noi, che il circolo della violenza e degli stereotipi di genere parte anche da noi. C’è una ragazzina del racconto che capisce che è ora di fare qualcosa subito, perché vede il fratello diventare come il padre violento.

I libri aiutano a riconoscere che non sei solo, che qualcosa succede anche a te, ti aiutano a mettere meglio a fuoco e a riflettere. Spero che questi racconti passino di mano in mano e che facciano partire prima che un dibattito magari buonista e banale un dialogo interiore e la presa di coscienza che abbiamo tutti bisogno di liberarci da qualcosa per avere un mondo davvero libero.

Nota finale: insieme al libro viene regalata una scatola di DISAMOREX, un finto farmaco che ha l’obiettivo di “essere un salvavita per le donne vittime di una qualche forma di violenza che si configura nel rapporto di coppia (psicologica, verbale, fisica, sessuale) con un’attenzione particolare ai rapporti fra adolescenti.”

Ebe

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