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RIFLESSIONI

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RIFLESSIONI

DEI DOMINI E LE LORO MACERIE

In un’isoletta nel mezzo dell’Oceano Pacifico, a oltre 2000 km dal più vicino continente, decine di migliaia di carcasse di albatros vengono filmate e fotografate per un semplice e terrificante motivo: sono piene di plastica. In quelle che erano le loro budella vengono ritrovati accendini, tappi di bottiglia, tubetti, perfettamente intatti e scoloriti tra scheletri e piume.

Dopo terribili agonie, quegli animali così lontani dalla vita umana sono morti per aver ingerito enormi quantità di plastica.

Si calcola che tra neanche trent’anni ci sarà più plastica che pesci negli oceani. Il 95% della plastica che usiamo viene gettato dopo averlo usato poche volte; e la plastica non solo è un derivato del petrolio, risorsa per cui si continuano a portare avanti spietate guerre imperialiste, ma spesso finisce nei mari dove viene ingerita da pesci, tartarughe e uccelli. Sì, un bel po’ di plastica ce la mangiamo anche noi quando mangiamo sushi o bastoncini Findus, ma il punto non è quello.

E il punto non è neanche l’inquinamento in sé, o il provocare dolore e morte a esseri estranei al consumismo, o l’etica vegana con la sua frequente dose di ipocrisia, ma quello che sta alla base di quanto accade almeno dall’Ottocento e che ha a che vedere con altri ambiti della vita umana: il dominio e lo sfruttamento.

Siamo abituati a pensare, noi compagne e compagni, che lo sfruttamento sia solo opera dell’uomo sull’uomo; lo sfruttamento della manodopera, lo sfruttamento dei lavoratori, lo sfruttamento della prostituzione. Posto che l’uomo ha sempre sfruttato altri uomini e altre donne quando si trovava in una posizione di potere, è dalla rivoluzione industriale in poi che questo tipo di sfruttamento ha assunto proporzioni di massa. Con una rapidità impressionante, l’industrializzazione ha travolto il mondo intero, portando a tutto quello che conosciamo e viviamo oggi. Dobbiamo sempre partire da lì, da quando l’idea di profitto a tutti i costi, principio economico ben noto alla borghesia europea da secoli, ha sfondato i confini del pensabile fino a diventare caposaldo indiscutibile delle nostre economie globali.

Ma una delle grandi trasformazioni innescate dalla rivoluzione industriale ha a che vedere con lo sfruttamento industriale della natura e degli animali. Non serve fare l’elenco delle indicibili sofferenze a cui sono costretti miliardi di animali negli allevamenti industriali, o delle devastanti conseguenze delle monoculture, o di come l’agrobusiness stia modificando i rapporti di forza nel mondo. E’ geopolitica, e noi la conosciamo. E poi abbiamo tutti Internet.

Il problema è che abbiamo inquadrato questo tipo di dominio dell’uomo all’interno del campo etico; le varie campagne mediatiche in difesa degli animali hanno puntato sulla pena, sulla pietas, sul senso di colpa. Imprese responsabili di devastazioni umane e ambientali enormi hanno cercato di ripulirsi perché l’essere green oggi ti fa vendere meglio, così metti a tacere tutti quei vegani benpensanti occidentali.

Ma allora perché tutto continua a peggiorare? Perché nonostante l’opinione pubblica mondiale sia a conoscenza di quanto dolore provoca non solo ai contadini indigeni ma anche ai pesci del mare, di quanto faccia male a consumare e buttare via, di quanto sia terribilmente colpevole per il suo stile di vita, niente cambia?

Questa è la stessa domanda per cui ci chiediamo perché continuino a morire centinaia di donne in Italia per mano di uomini possessivi e violenti, se ormai ne parliamo tutti di femminicidio. E per cui ci siamo chiesti per generazioni perché, nonostante l’evidenza dello sfruttamento inumano sulla pelle degli operai e dei minatori e delle prostitute, niente cambiasse davvero.

Sembra sempre che quello spettro non abbia mai spesso di aggirarsi inquieto nel mondo. Sembra anzi che facciamo di tutto per tenerlo in vita, ma perché non siamo capaci di arrivare mai al cuore della questione.

La devastazione ambientale della nostra epoca è, né più né meno, l’ennesima faccia della stessa medaglia. Lo sfruttamento per fare profitto.

Ma anche noi abbiamo interiorizzato l’idea per cui non sia poi così sbagliato sfruttare la natura, riempire le gabbie di esseri viventi e senzienti strappandogli il becco, lasciandoli esposti per tutta la vita a luci accecanti per farli crescere prima. Riempire di ormoni degli animali perché più sono grassi e più soldi fanno fare. E’ business. E’ capitalismo. Produrre plastica fino a farne soffocare miliardi di uccelli marini è una conseguenza del nostro sistema economico, e niente, niente può ridurre la portata di quanto stiamo contribuendo a fare fino a che non si sradicherà il principio di dominio che ha portato a questo e a tutto il resto.

E lo sanno bene tutti coloro che nella storia sono stati dall’altra parte della barricata: non sconfiggi il nemico fino a che non lo sconfiggi anche nei tuoi spazi, nei tuoi luoghi di vita e socialità. Come non sconfiggi il sessismo facendo qualche presentazione di libro, così non puoi limitarti (ammesso anche che lo facciamo!) a consumare meno plastica alle tue iniziative. Questi sono palliativi e noi li consideriamo moderati e fumo negli occhi.

E’ al cuore di questa gravissima odierna forma di sfruttamento che dobbiamo andare. Non solo perché siamo arrivati al punto di trattare degli essere viventi come merce da catena di montaggio (neanche Marx era riuscito ad immaginarlo!) ma perché questa volta il capitale sta sterminando qualcosa che non ha davvero il potere di lottare. E non per mancanza di coscienza di classe, ma per altri ovvi motivi.

Per molto tempo la battaglia ambientale è rimasta confinata ai salotti o all’associazionismo, ma ora dobbiamo davvero assumerci la responsabilità di questa nuova fase del dominio del capitale e della prevaricazione dello sfruttatore. Forse fino ad ora abbiamo sbagliato i termini del problema, ma continuare a ignorare quanto sta succedendo non ha giustificazione.

Ebe

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DI STUPRI, DI DEGRADO E DI MARGINALITÀ

Telegiornale dell’ora di pranzo: notizia di un ennesimo stupro di due ragazzine da parte di due ragazzi Rom. Il tono? Sempre quello da tragedia accompagnato da particolari scabrosi, come se dovessero per forza far salire quell’insieme di disgusto e interesse malato che sembra piacere tanto. Sì, è proprio quello che vogliono fare e chi se ne frega se si parla di persone: l’importante è fare notizia, e in sé e per sé la notizia non serve minimamente a parlare dello stupro, delle cause culturali e materiali che sono alla base di qualsiasi forma di violenza di genere o delle possibili soluzioni a tutto ciò. No, non è questo che interessa. Il sottotitolo della notizia potrebbe essere: “Degrado, cattivo uso dei social, campi rom e immigrazione mettono in serio pericolo le nostre donne”. È sempre la stessa storia trita e ritrita che però sembra non stancare mai: quella tanto decantata opinione pubblica che è subito pronta a riempirsi la bocca famelica delle parole dei mezzi di comunicazione.

Uno stupro è l’occasione perfetta per dire ciò che conviene alla classe dirigente, per mettere in luce qualcosa e adombrarne altre e allora ecco che il giornalista, con il suo tono contrito, dichiara il quartiere Collatino – periferia Est di Roma – uno dei più pericolosi della Capitale, dove il degrado la fa da padrone e la sicurezza – si legga controllo sociale – è scarsa.

Seguiamo però passo passo la notizia, le parole usate, ciò che trapela tra le trame del racconto.

Per prima arriva l’identificazione del quartiere dove si è consumato lo stupro: la periferia. Non importa quanto più o meno vicino al centro sia quel quartiere, quale sia il suo tessuto sociale o il livello economico di chi lo abita; periferia è sempre estrema, marginale, sempre un altrove rispetto a ciò che è normale. Va da sé che normali siano il centro o quartieri non periferici; qui si intende periferico in senso simbolico, nei termini in cui la periferia non è determinata dalla collocazione spaziale lontana dal centro amministrativo e culturale, ma piuttosto da un’insieme di immaginari che la fanno individuare in un determinato luogo. Quando si dice periferia è immediata l’associazione con qualcosa di marginale, di non controllato, dove al potere Statale si sostituisce un potere d’ordine diverso, si potrebbe dire delinquenziale, dove gli scorci sono vie merlati da alti palazzi, piastrellati di strade dissestate, macchiate da aree interstiziali vuote e pericolose. Nella nostra mente si fanno spazio immagini di vite vissute al limite della povertà, della legalità, della normalità appunto. Vite passive, incapaci di migliorarsi e di migliorare lo spazio che attraversano, oggetti e mai soggetti. La periferia non è mai vista – e non si vuole che essa stessa si veda – come soggetto, perché il suo potenziale distruttivo dell’ordine delle cose spaventa e non deve manifestarsi pena il collasso o il compromesso. Che si mantengano allora strati sociali nella loro situazione attuale, che li si nutra di notizie preconfezionate, che si dica loro che è colpa del degrado o degli immigrati, così che il vero nemico possa rimanere al caldo delle sue quattro mura. La somma di questi elementi porta a pensare che sia ovvio che in un quartiere periferico avvengano degli stupri.

Con il concetto di periferia va a braccetto il degrado: questo fantastico, fantasioso degrado che ormai viene sventolato ogni volta che ce n’è occasione, una sorta di barattolo dove si può infilare tutto per non guardare i veri problemi. Guardare al degrado invece che ai casi particolari è un po’ come guardare il dito invece che la luna. Cos’è il degrado? È tutto e niente: è il barbone che dorme in stazione, il rom, è la prostituta sotto casa e i ratti che banchettano tra i cassonetti (cumuli di immondizia non mancano mai nelle periferie), è il pazzo che parla da solo o le giovani ubriache fuori dal pub, sono gli atti “vandalici” dei writers e la rivolta degli abitanti delle case popolari. È tutto ciò che non risponde alle norme di decoro della classe dirigente, alla tranquillità, alla produttività, al rispetto delle regole.

Tornando al servizio del telegiornale, dopo aver descritto come è avvenuto lo stupro si passa alle interviste, e qui l’asino cade con tutto il carretto e pure con il carrettiere: qual è la risposta più ovvia al degrado? Il controllo. Sono gli abitanti stessi che chiedono più sicurezza, più presenza delle forze dell’ordine, senza capire che più controllo non vuol dire quartieri migliori. Più controllo e meno rom, meno immigrati, perché lo sbocco di queste notizie è spesso e tristemente il razzismo. Facile come bere un bicchiere d’acqua è dire “è colpa sua”, del diverso da me: se le cose vanno male, ben più difficile è individuare il vero nemico.

Infine il servizio termina con la specifica che gli stupri si sono verificati mesi prima, ma che le ragazze erano state minacciate e, impaurite, hanno aspettato fino ad ora per denunciare, come se il tempo intercorso tra il fatto e la denuncia debba essere giustificato.

Questo è solo un esempio tra i tanti servizi e articoli che i media di massa diffondono riguardo alla violenza di genere, ma vi è in tutti un filo condutture: quello che parte dalla periferia, passa per il degrado e le migrazioni ed arriva fino alla tanto agognata sicurezza nei quartieri, alla difesa delle “nostre donne”. Quanto pericolose sono tutte queste affermazioni. Tutto è fatto per non risolvere niente. Invece di autorganizzarsi nei quartieri per migliorare qualcosa, per difendersi dagli attacchi delle istituzioni, si trova un nemico facilmente individuabile: lo straniero e/o il degrado. Invece di insegnare sin da piccoli alle bambine l’autodifesa e l’autodeterminazione e ai bambini la parità e il rispetto1, si individuano nella periferia e, ancora una volta, nel degrado e nel migrante la causa degli stupri. Non è nell’interesse della classe dirigente risolvere i reali problemi: piuttosto lo è quello di mantenere lo stato di cose esattamente così com’è.

Le soluzioni sono proposte in continuazione, ma l’interesse istituzionale è altrove: sulle quote rosa e sulla giornata contro la violenza sulle donne (tanto il giorno dopo torna tutto come prima), sulle pubblicità progresso, sui matrimoni gay, mai sull’educazione.

Non si stupra perché si è immigrati, si stupra perché gli uomini sono figli di una cultura patriarcale, perché le condizioni materiali spesso non favoriscono la crescita culturale e personale o il miglioramento.

Nel discorso dei media, che poi è il discorso istituzionale, tutto appare come prestabilito: una sorta di destino cosmico che fa sembrare le cose statiche, immutabili ed eterne. È tutto funzionale affinché niente cambi. Le periferie sono e saranno sempre le discariche umane della società: chi ci vive sembra essere lì sulla base di una volontà superiore, e ovviamente metafisica; le donne continueranno ad essere stuprate almeno che lo Stato non le protegga, almeno che non sguinzagli i suoi cani in ogni via. Che poi questi cani siano uomini e di che specie – quindi pericolosi come tanti altri – non ha importanza, come non ha importanza il loro reale ruolo lì, al margine. Il degrado rimarrà per molto un concetto in voga per racchiudere tutto ciò che si vuole bollare come negativo ed antisociale: gli stranieri, le prostitute, i drogati, gli antagonisti ne saranno i produttori finché ciò farà comodo al discorso egemonico.

A questo punto dobbiamo prendere corda e sasso, legarceli al collo e scegliere un bel ponte da cui buttarci? No. Tutto questo rimarrà così finché si continuerà a chiedere a chi rappresenta il sistema – il quale vuole che tutto rimanga uguale – di risolvere i problemi. Niente muterà finché gli e le abitanti dei quartieri “periferici” non capiranno che non si vive passivamente lo spazio che si attraversa, ma che lo si plasma e lo si deve plasmare in base alle proprie necessità, che il colore della pelle, la religione o la lingua non sono caratteri di un nemico, che le donne possono difendersi da sole, senza l’aiuto di uomini e polizia, che non sono vittime sacrificali, pure vestali di delicato cristallo, ma persone complete e del tutto in grado di affrontare il mondo.

Se le cose stanno così non c’è bisogno di cercare il nemico sulla Luna o su Marte, perché il nemico è proprio lì, qualche km più in là oltre il muro del centro, dietro le porte delle banche, delle borse e delle sedi d’azienda.

Non si vive in periferia perché vi si è caduti da una nuvola: si vive in periferia perché in questa società polarizzata esistono i ricchi ed esistono i poveri, esistono i centri ed esistono le periferie, il margine e l’interno.

MALA SANGRE

1 Non il rispetto da galantuomini, ché quello è figlio dello stesso padre dello stupro, ma quello che viene dal riconoscimento dell’altro o dell’altra come un proprio pari, come un altro essere umano

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LA DISFATTA DEL CINEMA DI ROMA

Erano gli anni ’60 quando la città di Roma era la Hollywood di Italia: in quegli anni, grazie al fiorente cinema, Roma era al centro dell’attenzione di tutti, del mondo. Erano gli anni del boom economico, l’espansione della classe media, il dilagare delle periferie “povere ma belle”; erano gli anni in cui il cinema raccontava tutto questo, erano gli anni del Neorealismo. Venivano raccontate storie di vita quotidiana, di “ragazzi di vita”, di borgate, di amori, di delusioni, di lavoro, di povertà. Roma in quegli anni era tutto questo e lo è tuttora.

Di quello splendore ora rimane solo un pallido ricordo.

Le mani sulla città” che un tempo si muovevano in modo silenzioso, subdolo e discreto ora arraffano alla luce del sole, sono diventate la norma e si vestono da eventi culturali/istituzionali, specchio per le allodole per cittadini ormai stanchi che si aggrappano ad essi per sentirsi parte di un qualcosa.

Dal 26 Ottobre al 5 Novembre si è svolta la Festa del Cinema di Roma presso l’Auditorium Parco della Musica. La manifestazione è organizzata dalla Fondazione cinema per Roma, costituita dai soci fondatori Roma Capitale, Regione Lazio, Provincia di Roma, Camera di commercio, Fondazione musica per Roma. È un evento voluto fortemente dalla giunta veltroniana che al tempo governava la città e che improntò la sua campagna elettorale sulla promozione di eventi e nel riportare la città di Roma ad essere centro nevralgico della cultura.Quest’evento per 12 anni ha portato introiti alle casse del Comune, grazie all’aiuto dei fondi delle banche (nell’ultima edizione maggior sponsor è stata la BNL). Ma quest’anno ai film in concorso, se non al nuovo di Paolo Genovese, è dato poco risalto. Intorno alla Festa è stata costruita una pubblicità mediatica eccessiva per un evento che non sembra aver raggiunto lo scopo che si era prefissato: ovvero la promozione di film nazionali e internazionali. Alla Festa del Cinema possono partecipare tutti: gli accreditati che, a seconda che siano studenti o professionisti, pagano un quantum per ricevere un badge che gli permette di accedere agli eventi e alle proiezioni per tutta la durata della Festa. E poi c’è “il pubblico” ovvero coloro che comprano i biglietti quotidianamente per partecipare a ogni singola proiezione o incontro con gli ospiti nazionali e internazionali che calcano il red carpet. Detta così, sembrerebbe che gli accreditati fruiscano di maggiori agevolazioni, di una via preferenziale per accedere alle varie iniziative. Appunto: sembra. In questi giorni, infatti, davanti alle sale si sono viste file interminabili di accreditati che per ore hanno atteso, spesso invano, di entrare per assistere alle prime dei film. Ma non sono stati i soli sfortunati: anche chi aveva il biglietto singolo è rimasto fuori la porta, per il semplice motivo che per il pubblico sono stati emessi e venduti più biglietti di quanti fossero i posti realmente a disposizione. All’incontro con il regista David Lynch si è evidenziata palesemente tale incongruenza e disorganizzazione (per non dire truffa): dopo ore interminabili di fila non tutti sono riusciti ad entrate nella sala, sia gli accreditati che chi disponeva del biglietto. L’incontro con Lynch si è svolto presso una delle sale più grandi dell’Auditorium con una capienza di 1200 posti a sedere, dei quali più di 1000 sono stati venduti al pubblico. Per questo motivo buona parte degli accreditati e del pubblico pagante è rimasta bloccata dal cordone della sicurezza vedendo, così, svanire la speranza e la voglia di assistere ad un qualcosa che aspettavano da tempo e che, per gli accreditati, poteva essere funzionale ed utile alla propria carriera professionale. È ovvio che si tratti di un’operazione di puro mercato: all’organizzazione per gonfiare le proprie tasche è convenuto molto vendere i biglietti singoli degli eventi infischiandosene se poi tutti potessero o meno riuscire a parteciparvi (molti sono rimasti fuori con il biglietto pagato in mano). Stessa sorte, forse peggiore, per gli accreditati che oltre a motivare la richiesta d’accredito hanno dovuto pagarne il rispettivo contributo. L’organizzazione, alle sacrosante proteste, ha virato subito e in maniera maldestra il problema, dando la colpa al pubblico pagante responsabile di non aver letto attentamente il regolamento della Festa. Sono risultate inutili le ulteriori richieste di informazioni riguardo l’eventuale rimborso. Come succede in questi casi, i tanti esclusi dalla partecipazione all’evento se la sono presa con la sicurezza considerata poco professionale nel gestire il tutto. Una security, è bene dirlo, fatta di ragazzi che per 10 giorni di fila hanno lavorato 12 ore al giorno in piedi e sotto pagati, e che si sono fatti carico della disorganizzazione dei loro capi. Una Festa che ha esaltato la kermesse di stelle cadenti, di meteore e soubrette paillettate che sperano nella visibilità mediatica per poter essere un giorno le vere protagoniste di quel tappeto. Una festa di lustrini e imbolsite signore che hanno mostrato esageratamente sfarzi e pellicce: la passerella dell’esaltazione della superficialità dello spettacolo più bieco, una bella vetrina con al suo interno prodotti vecchi e scadenti. C’è da riconoscere che i film presentati nella sezione Alice nella città, che è la sezione autonoma e parallela che affianca la Festa del Cinema e che cura gli eventi rivolti al settore giovani/educational, ha presentato delle proiezioni interessanti che si spera possano essere veicolate negli istituti di formazione e non vengano dimenticate. La città di Roma ancora una volta ha perso un’occasione: quella di riprendersi dal tracollo culturale subito in questi ultimi anni. Poteva essere un’opportunità per ritornare, anche se a fatica, ad essere la capitale della cultura e dello spettacolo, quello sano, quello intelligente. Un’altra occasione mancata, e in un periodo in cui ci si annunciano stanziamenti di fondi per promuovere la cultura, l’innovazione e la sensibilizzazione delle nuove generazioni su temi di estrema attualità, affrontati da pellicole contemporanee e non. Ma all’interno di questo scintillante e faraonico spot istituzionale di tutto questo non s’è trovato traccia. Tutto questo brutto “teatrino” avvalora ancor più l’importanza dei festival del cinema indipendenti, che promuovono cultura indipendente, si autofinanziano con il sistema del crowdfunding e in cui si dà risalto al cinema e alla funzione sociale che questo può avere. Anche l’aspetto organizzativo funziona decisamente meglio di qualsiasi altro evento istituzionale, perché è assente l’aspetto più bieco della gerarchia burocratica che si evidenzia con l’esercizio del “potere” e dello sfruttamento.

Se l’organizzazione di un evento istituzionale/culturale come questo, della durata di 10 giorni, non è andato per il meglio pur essendosi svolto in un posto chiuso e rivolto ad un numero limitato di persone, c’è da chiedersi come sarebbe andata a finire se si fosse deciso di far svolgere le Olimpiadi in questa città.

Circe

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NON ROVINARE LA NOSTRA AMICIZIA PER CINQUE MINUTI

È strano pensare a come un uomo incredibilmente ricco e potente, abituato ad avere tutto quello che desidera (come donne bellissime e giovanissime ai suoi piedi) si trovi ora abbandonato da tutti, travolto dall’improvviso coraggio che sta animando quelle donne che lo hanno dovuto compiacere e che ne hanno subito il suo ricatto maschilista. Immagino un grande uomo disperato che non ha più quel sorriso beffardo di chi ha il mondo ai suoi piedi, ma la disperazione di un imperatore detronizzato rimasto solo nella stanza del potere.

Quello che fa ribrezzo è l’ipocrisia della corte corrotta che ha prosperato fino a quel momento grazie al potere di quell’uomo, e che ora si precipita a prenderne le distanze: si vogliono tutti lavare le mani, la rispettabile famiglia Obama, la democratica Hillary Clinton, i vari comitati, le varie aziende, i vari attori maschi increduli, proprio quel mondo che ha ignorato il sistema di potere che è sempre esistito ad Hollywood. (altro…)

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IL PAESE DEGLI STUPRI

Non è facile scrivere ancora di omicidi, stupri e persecuzioni quotidiane in un mondo in cui si legge di tutto e si sa ogni cosa ma si finisce poi per provare un senso di nausea e impotenza e si guarda dall’altra parte.
E così si va avanti, una morte di qua, un commento razzista di là, il coro cresce e si autoalimenta e tutti noi ci sfoghiamo sulla tastiera, tutti arrabbiati e intristiti, accusando chi il sistema culturale, chi la politica, chi la polizia o l’immigrato di turno, chi ovviamente la sgualdrina provocante.. Ma poi?
Rimaniamo come sconvolti, in attesa del prossimo omicidio o dell’ennesima violenza notturna. Giorno dopo giorno si consumano eventi gravissimi nel nostro Paese; e poco importa, alla fine, se la ragazzina è stata violentata da un branco di brufolosi insicuri o da un gruppo di marocchini cocainomani, tanto l’età è la stessa. O se è stato il rispettabile uomo in divisa con l’americana o lo straccione che violenta la vecchietta al parco. Fa male, ogni volta e a prescindere dai dettagli e dai carnefici, perché quello che fa male è che sai che succederà di nuovo, e molto presto.
Davvero, c’è così differenza tra il minorenne che uccide la sua ragazza di 16 anni e la donna adulta suicida perché uno suo video porno è diventato virale e lei non ha sopportato la vergogna? Qual è il punto: è la donna vittima o l’uomo carnefice a costituire il problema?
Lo sono entrambi. O meglio, sono entrambi inesistenti, ma perfettamente complementari e indispensabili per la narrazione di chi ci fa la guerra. Inesistenti perché chi stupra non è un mostro, ma semplicemente un uomo in una società patriarcale e capitalista; complementari perché così, ancora una volta, la donna è trasformata nel negativo di un uomo: se lui è un mostro orribile, lei è una vittima indifesa; funzionali perché questa narrazione è perfetta per sorreggere il patriarcato su cui le nostre istituzioni si fondano, dirette o meno che siano da donne. Andando alla radice: è il patriarcato stesso il padre degli stupri.

1) L’uomo carnefice. Prendiamo gli ultimi casi noti di stupratori/assassini: sessantenne siciliano bastona la moglie che finisce in ospedale; gruppo di nordafricani stupra una donna e una trans su una spiaggia; diciassettenne uccide in Salento la ragazzina di 16 con cui stava e la nasconde sotto i sassi; due carabinieri in servizio violentano due studentesse ubriache; bengalese violenta turista nel centro di Roma; bambino rivela alla nonna che è stato il padre a dare fuoco alla mamma, uccidendola, per venti euro..
È ovvio che è un problema culturale: l’uomo non sa accettare che la donna sia un essere libero, libera anche di essere infedele o di ubriacarsi e girare mezza nuda in strada, di rifarsi una vita con un altro o di volersene andare di casa.
Il ragazzo (a noi non importa la nazionalità) vuole vedere solo ragazze fighe e provocanti, le vuole avere davanti agli occhi per il suo piacere e le ciccione sfigate manco le ritiene femmine (e le bullizza a scuola insieme alle secchione frigide); le vuole commentare, toccare, trattare come ha visto fare e le vuole, in fondo, dominare. E in questo il problema culturale diventa a pieno titolo imposizione materiale, concreta.
All’uomo non piace il rifiuto, la risposta volgare, non gli piace che gli si rida in faccia perché ha detto una cosa ridicola (“Abbbbella, che te farei…..”, “Che vuoi sfigato!?”, “Ma vaffanculo, troia lesbica!!”); non vuole che balli con lui e poi balli con un altro, non vuole che decidi tu sulle cose, che ci ripensi, non vuole che ti impicci nei cazzi suoi; non vuole che lo fai arrabbiare quando è nervoso, non vuole che ti metti a piangere perché è nervoso e urla; non vuole che guidi tu perché guida lui, non ti lascia parlare, se ti riempie di regali non gli piace che li rifiuti (“ma che cazzo vuoi allora!?!?”) e non vuole che gli passi davanti agli occhi in quel modo provocante e poi ti lamenti se l’hai provocato…
Non vuole che se fai l’amante gli rompi il cazzo perché lasci la famiglia; non vuole che tu lavori e lui no. Non vuole che stai senza velo perché gli occhi degli altri ti si appiccicherebbero addosso e non va bene, e non vuole che cresci in Italia e pretendi di fare la troietta come le altre; non vuole che conosci donne italiane, stattene in casa e cucina i piatti tradizionali e cresci i figli, e dai sfornane qualcun altro di figlio che tanto solo a quello servi.
Fa veramente fatica ad avere capi-donna, ministri-donna, e considera i gay almeno un gradino sotto di loro (quelli più aperti), e le lesbiche se sono belle le immagina in un video porno e se sono brutte gli fanno schifo.
Spero che ogni uomo che legga abbia la decenza di chiedersi se qualcosa lo sta sbagliando anche lui, perché ci siamo tutti dentro sta merda.

2) La donna vittima. Sul Messaggero di ieri (13 settembre), quotidiano dalla nota sensibilità intellettuale e di genere, hanno pubblicato una mappa coi quartieri di Roma “a rischio stupro”, corredato da intervista ad una poliziotta specializzata in stupri (?). Tralasciando la mappa, perché è ridicolo suggerire alle donne dove andare e non andare la notte, è interessante l’intervista alla sbirra. La signora in divisa ricorda l’importanza di fare attenzione, di non salire in macchina di sconosciuti, di non dare confidenza, di iniziare a correre se ti rendi conto che stanno per stuprarti, chiamare la polizia, e poi (udite, udite!) una volta arrivata al commissariato “la poverina” non si deve nemmeno lavare i denti perché ogni indizio è importante. L’illuminante intervista si chiude con un’analisi sociologica: le tocca ammettere che di solito sono gli italiani a stuprare in strada, e non sono i reietti – come potresti pensare tu lettore del Messaggero – ma anche gente che sembrava per bene!
Se la donna stuprata è vittima, ora lo è due volte. Perché, come ricorda la poliziotta, tanto è inutile cercare di difendersi perché l’uomo è più forte. Può solo sperare che da quelle parti passi qualche angelo o, ancora meglio, una pattuglia della polizia.
Ci sarebbe tanto da dire, e di sicuro non è il Messaggero a dover capire cosa va fatto; è sempre stata l’autorganizzazione e l’autodifesa delle donne, la loro presa di coscienza e la solidarietà a cambiare le cose. Delle volte sono serviti gesti estremi e coraggiosi di donne che hanno alzato la voce invece di scaricarsi la app anti-stupro, e guarda caso sono solo queste le cose che possono farci uscire dal becero patriarcato maschilista in cui ci troviamo, e non la lunga, tragica e insopportabile lista di omicidi cui ci stiamo abituando.
Perché nessun cambiamento culturale è mai passato solo per il laboratorio di genere in classe, o per la legge sullo stalking, e non basta neanche disegnare i nomi delle morte sui muri o colorare di rosa qualche schermata facebook. Di fronte ad un problema così concreto e urgente bisogna ribellarsi ed è più facile di quanto sembri perché tutte siamo vittime in qualche modo, e la lista di prevaricazioni è lunga prima di arrivare allo stupro e alla morte. C’è molto altro che dobbiamo combattere prima, sempre, continuamente, riscoprendo non solo la dignità che ci tolgono molti uomini ma anche la solidarietà che unisce chi sta dalla stessa parte.
Non sono parole vuote. Ogni donna e ogni ragazza sa benissimo come si manifesta quella violenza che purtroppo a volte diventa cronaca nera. È la battutina, lo sguardo, ma è soprattutto quello che abbiamo smesso di fare per paura; ci continuano a dire di non comportarci in un certo modo perché poi ci stuprano, e piano piano interiorizziamo tutto e stiamo attente a come ci vestiamo, alla strada migliore da fare, a uscire sempre in compagnia, a non metterci i tacchi se poi rischiamo le molestie, a vestirci da suorette per andare al lavoro, e competere per un uomo, a giustificare un comportamento violento dentro la coppia, a subire e sperare che… sperare che non succeda a noi.
Noemi, sedicenne ammazzata pochi giorni fa, tornava a casa con i lividi prima di essere uccisa, e la madre si era già rivolta alla Procura per i minori; non può essere un tribunale o un commissariato e salvarci, dobbiamo ribaltare tutto da sole.

Ebe

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RIFLESSIONISUGGESTIONI

MA QUALE INVASIONE… FERMIAMO LA FUGA!

D’estate, come di consueto, il tema dell’immigrazione conquista ancora più posizioni nel dibattito pubblico, e al contempo indietreggia ulteriormente di qualche passo il livello di competenza e serietà con cui si affronta la questione. Negli anni passati si parlava soprattutto di aumenti degli sbarchi, ma quest’anno in territorio libico e in alcuni dei paesi di origine le partenze sono state rese molto più difficili, con la coercizione di forze militari e paramilitari e la regIa politica dei nostri governi. Il dibattito da ombrellone nell’opinione pubblica italiana si è quindi concentrato sulla trita e ritrita questione dell’“invasione”, dei vari centri abitati piccoli o grandi che sostengono di “non poter più sostenere altri arrivi”, fino ad arrivare alla geniale idea di sgomberare un enorme palazzo occupato da 4 anni da centinaia di richiedenti asilo eritrei e somali a piazza Indipendenza, a due passi dalla stazione Termini. Un evento gravissimo e drammatico, che però ha avuto dei risvolti importanti che non ci possono lasciare indifferenti. Innanzitutto il caos politico e concettuale in cui si sono auto-gettati PD e Movimento 5 stelle, che inseguono nella loro propaganda la destra più becera, ma poi restano schiacciati dalle proprie stesse contraddizioni alla prova dei fatti. Anche perché si trattava di richiedenti asilo, ai quali, stando ai trattati internazionali, una casa gliela deve dare lo Stato, il quale quindi doveva solo ringraziarli di averci pensato da soli ad occuparsela, altro che sgombero. La retorica legalitaria e questurina della “guerra agli abusivi” funziona per raccattare qualche titolo sui giornali e contendere qualche voto alla destra, ma all’atto pratico crea enormi problemi, a partire dall’aver lasciato per strada, invece che dentro un palazzo, centinaia di persone, per poi rincarare la dose con le selvagge cariche di pochi giorni fa, che hanno fatto esplodere un autentico bubbone all’interno dell’“intellighenzia” (verrebbe da ridere) della presunta sinistra italiana. Che senso hanno scene come queste? Non è meglio lasciare la gente dentro i palazzi occupati piuttosto che scatenare la guerriglia urbana? Addirittura il “fascista del decoro” Minniti arriva ad ipotizzare di utilizzare beni confiscati alla mafia per tamponare l’emergenza abitativa. Ovvio che alle promesse di personaggi del genere diamo il giusto credito, ma se ciò accadesse anche una sola volta, sarebbe la riprova che i rapporti di forza possono costringere anche i governi peggiori ad attuare misure socialmente sensate. Il punto è sempre lo stesso: è necessario costringerli a farlo. La destra, dal canto suo, ha gioco più facile e continua semplicemente a vomitare odio e a fomentare la guerra tra poveri, che però è un’arma a doppio taglio, come sta sperimentando sulla propria pelle, a suon di bastonate, la destra suprematista americana.
Veniamo a noi: la vicenda di piazza Indipendenza ha ridato fiato anche al nostro punto di vista, quello della solidarietà di classe, anche perché le forze politiche istituzionali continuano in una rincorsa a destra che lascia tantissimo terreno per argomenti radicalmente opposti. Una grande manifestazione ha sfilato per le vie di Roma e continuano assemblee pubbliche, momenti di confronto e prese di parola da parte delle realtà “di movimento” in senso lato. In un contesto del genere, e con il futuro difficile che abbiamo davanti in termini di agibilità politica, appare però fondamentale trovare l’angolazione giusta dalla quale affrontare il tema delle migrazioni e scardinare convinzioni largamente diffuse tra la popolazione, ma basate sui contenuti nulli della propaganda mediatica. Questa angolazione non può che partire da valutazioni materialiste, e un dato su tutti non può più essere ignorato: il nostro è un paese di emigrazione molto più che di immigrazione. I dati del 2016 parlano di 180mila arrivi e 250mila partenze di italiani verso altri paesi. E non per una vacanza o un erasmus, ma per rimanerci. Nella stragrande maggioranza dei casi, a fare lavori umili, non certo a fare tutti quanti i ricercatori nei laboratori del Cern di Ginevra. La retorica dei “ragazzi che cercano fortuna all’estero”, dei “cervelli in fuga”, viene ancora usata ma fa acqua da tutte le parti.
E quindi, se vogliamo tornare a essere efficaci, a parlare alla maggioranza delle persone e farci capire, va bene continuare a contrastare il razzismo e la guerra tra poveri strada per strada, ma dobbiamo rivolgerci in modo convincente anche agli sfruttati nati e cresciuti qui. Prima che emigrino, o che si facciano trascinare dal disagio e dalla propaganda razzista.
La narrazione pubblica è importante, fondamentale in un periodo come questo, di fake news e di licenza di sparare qualunque minchiata. E non significa solo ciò che si scrive sui social, ma ciò che si risponde sull’autobus all’idiota che fa discorsi razzisti, ciò che si dice nelle assemblee di quartiere, che si argomenta a cena con parenti qualunquisti. E ciò che si propone di fare sul terreno della lotta.
In poche parole, la nostra attenzione non può essere rivolta solo ai migranti. Perché un paese da cui emigrano 250mila persone all’anno (Istat) ha tantissimi altri problemi, che come antagonisti, o meglio come rivoluzionari, non possiamo ignorare o sottovalutare. La solidarietà umana e politica, la mano tesa verso chi è in estrema difficoltà, non deve mai mancare, e su questo ci siamo. Ma il discorso politico deve iniziare a essere più coraggioso, e a usare i numeri, non è possibile che ci riduciamo a essere semplicemente dei missionari che invitano alla bontà e alla tolleranza verso gli ultimi. Bontà e tolleranza un cazzo. Il fatto che i nostri amici, i nostri cugini, i nostri compagni se ne vadano altrove invece che provare a strappare qualcosa di meglio qui, nella loro terra, è un fatto sanguinosamente doloroso, che grida vendetta, e che ha dei responsabili. Perché noi che ancora proviamo a starci in Italia lo sappiamo come funziona: alternanza scuola-lavoro, stage e tirocini gratuiti, mesi o anni con paghe da fame prima di arrivare a uno stipendio decente (ovvero in grado di coprire le spese e nulla più), servizi sociali assenti, prospettiva di vivere con i genitori o se va bene con 4 coinquilini fino a 40 anni. Una vita di merda. Che fa venire voglia di emigrare. In alcuni casi anche di uccidersi. E, sarà un discorso cinico, ma i numeri di chi sta messo così sono infinitamente più alti di quelli dei migranti. Se non riusciamo a parlargli è colpa nostra. Se diamo l’impressione di curarci solo di un’esigua minoranza, vuol dire che abbiamo un problema. Non facciamoci trascinare dalla retorica dei razzisti, che concentrano tutto su una singola questione per buttarla in caciara, e quindi attaccano a testa bassa il migrante. Noi non dobbiamo solo difendere il migrante, dobbiamo riprenderci gli autoctoni. Evitare che emigrino, o che si facciano mangiare il cervello dalla propaganda. Cominciando davvero a non essere timidi quando sentiamo i discorsi di merda al lavoro, a scuola, sull’autobus. A dire che non te la puoi prendere con l’immigrato quando tuo nipote fa la stessa sua vita a Londra, dove lava i piatti in uno scantinato. E che a fare quella vita ce l’hanno costretto i padroni e i politici italiani.
Oltre al discorso, ovviamente, c’è l’azione, e lì il terreno si complica, ma le possibilità ci sono. È fondamentale che si individuino terreni di lotta che interessino le masse, la maggioranza delle persone. Perché una lotta non la si fa per convinzione etica. O meglio, la fa solo chi parte da un forte convincimento ideologico, ma sarà sempre un’esigua minoranza. La lotta parte dai bisogni, da ciò che brucia sulla pelle di ognuno. Non possiamo quindi sperare che la lotta per i diritti dei migranti venga attivamente abbracciata da chissà quanta gente. E poi, noi rifiutiamo le frontiere e le divisioni tra persone basate sull’etnia e la provenienza geografica. E preferiamo di conseguenza parlare di sfruttati, non di migranti. Dobbiamo far dimenticare agli autoctoni le inutili polemiche da talk show non tanto prendendo parte anche noi a quelle polemiche, ma proponendo la lotta di classe. Un inizio, ma è solo un esempio tra tanti, potrebbe essere una lotta dura contro l’alternanza scuola-lavoro, condotta da studenti, genitori e docenti (quindi potenzialmente tantissima gente) rifiutando in toto di prestarsi a un simile scempio, che è il simbolo più alto della barbarie a cui ci ha portato la nostra classe politica e imprenditoriale, un vero e proprio ritorno allo sfruttamento del lavoro minorile, che per di più peggiora le condizioni di tutti i lavoratori.
Non serve che diventino tutti antirazzisti, non serve un convincimento ideologico da missionari: serve far luce sulle dinamiche di classe e individuare dei nemici. Perché i tempi sono duri, e in tempi simili le masse hanno bisogno di nemici. Sarà bene che iniziamo ad indicarglieli noi, altrimenti potremmo finire per diventarlo noi, e sarebbe la più grande delle sconfitte. Noi buoni non lo siamo stati mai, perché dovremmo cominciare proprio ora?

ORESTE

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RIFLESSIONI

DOVE NASCONO L'AMORE E L'ODIO: GENOVA PER NOI

Nell’estate del 2001, la generazione di compagni a cui apparteniamo, quella per intenderci protagonista dei movimenti studenteschi del 2008 e del 2010, e adesso affaccendata nella difficile ricostruzione di una lotta di classe potente, era ancora piccola. Chi adesso ha tra i 25 e i 30 anni o poco più, ne aveva allora tra i 10 e i 15. Troppo piccoli non solo per esserci, ma anche per avere un’idea chiara degli accadimenti, delle cause, delle parti in gioco. Abbastanza grandi però per riuscircene a interessare, per capire in linea di massima quello che diceva il telegiornale o l’editoriale di un quotidiano, per impressionarsi vedendo immagini forti, per iniziare timidamente a confrontarsi a tavola con i parenti o a scuola con qualche coetaneo più “sveglio”. E in quell’età in cui ancora le giornate sono occupate in larga parte dalle partite di pallone ai giardini, o al limite dai primi videogame di qualità decente che qualche amico riusciva a procurarsi, di avvenimenti storici ve ne furono. In quell’estate stavamo ancora imparando a fare i conti con la nuova moneta che ci avevano appioppato in tasca, più veloci noi piccoli, confusi e macchinosi i grandi e i vecchi, che continueranno per anni a fare l’equivalenza dei prezzi con le “vecchie Lire”. Di certo, eravamo già abbastanza grandi per ricordare tuttora che, vecchia o nuova moneta, il nostro potere d’acquisto era parecchio superiore, che noi e la gente intorno a noi avevamo un tenore di vita che oggi ci sognamo, ma nonostante questo c’era chi aveva la lungimiranza di scendere in piazza per avvertire tutti del destino crudele che i padroni di tutto il mondo ci stavano preparando, azzeccandoci in pieno. Ma aver avuto ragione su tutta la linea è solo una beffa in più. E a proposito di eventi epocali, appena finita quell’estate, in un caldo e assolato pomeriggio di settembre ci incollammo tutti ai televisori con gli occhi sgranati guardando andare in fumo i simboli di quegli USA che avevamo sempre ritenuto un colosso inattaccabile. Fu un punto di svolta: l’inizio della guerra globale preventiva e dall’altra parte della minaccia terroristica costante con cui facciamo i conti ancora oggi. Facendo due conti al volo, in 16 anni ci siamo fatti sottrarre una quantità di ricchezza da un lato, e di libertà dall’altro, che fa paura. E questo è stato possibile anche perché, durante quell’estate, è successo anche qualcos’altro di epocale. Quella che, per noi, è stata una vera epifania, forse addirittura una seconda nascita, causata, come spesso accade in natura, da una morte.

Il punto qui non è fare un’analisi del movimento No Global, fin troppo sfaccettato forse anche per poter essere definito “movimento”. Dai salotti buoni della sinistra radical, a lotte sociali fortissime, serie e radicali, dai pacifisti alla teppa, c’era davvero di tutto. Quello che qui preme sottolineare è il clima sociale. Il fatto che in tutto il mondo l’opposizione al liberismo, alle logiche guerrafondaie, allo sfruttamento selvaggio, fosse forte, che un discorso anticapitalista fosse di fatto egemone nella società. Non nel senso che fosse maggioritario, ma che si imponeva, costringeva tutti a parlarne, a prendere in qualche modo posizione, a vedere in quelle maree umane che si palesavano in ogni angolo del mondo a contestare i vertici dei “Grandi”, spesso scontrandosi con la polizia, una speranza oppure una minaccia. E il clima che si costruì intorno al G8 di Genova fu davvero quello di una finalissima. Nostro malgrado, detto a posteriori. Perché se una finalissima la perdi, le conseguenze sono terribili, e non essendo quello un torneo sportivo, magari la logica della finalissima sarebbe stato meglio non sposarla. Ma tant’è. Nei mesi precedenti non si parlò d’altro. E noi, ragazzini che già coltivavano ambizioni da adulti, fummo assorbiti dal vortice, complice anche l’estate e quindi l’assenza sia della scuola che dello sport, che fosse praticato o visto da spettatori. Certo, non è che si giunse a formarsi opinioni di senso compiuto sui meccanismi economici della globalizzazione, sul dissesto idrogeologico causato dallo sfruttamento dei territori, o sul riscaldamento globale. Per quanto riguarda il sottoscritto, nemmeno a capire davvero se parteggiare per i manifestanti oppure no. Ma l’attesa era enorme, il disinteresse non era un’opzione ammissibile.

E poi tutto divenne più chiaro, quando finì il tempo dei discorsi e lo scorrere plastico degli eventi si palesò davanti ai nostri occhi, crudo e spietato. E le nostre vite cambiarono, per sempre. Perché dedicare la vita, o larga parte di essa, alla militanza politica, non è una scelta da poco. Magari da piccolo non te lo saresti mai immaginato. Certo, non è che dal giorno dopo ci si mise a volantinare in quartiere, o a fare il collettivo alle scuole medie. Ma la scintilla era scoccata, e non si tornava più indietro, si era diventati compagni. Negli anni seguenti sarebbero arrivate le fondamenta di tutto quanto: i libri letti, le teorizzazioni sentite e fatte, le spiegazioni dei più grandi, le esperienze concrete, le lotte organizzate dando il proprio contributo in prima persona. Ma in quei giorni di fine luglio emettemmo il primo vagito. Perché vedemmo di cosa è capace lo Stato per difendere le vite e gli interessi dei suoi uomini più potenti, e di conseguenza dei ricchi e dei padroni di tutto il mondo. Vedemmo, con occhi ancora innocenti, una violenza davvero efferata, premeditata, goduta e gustata da parte di ogni singolo pezzo di merda di celerino. Vedemmo, nella crudele sequenza del filmato preso dal vivo, la vita sprizzare nel fuoco della rivolta e un secondo dopo giacere a terra, con un buco poco sotto l’occhio. Sapemmo delle torture effettuate con soddisfazione e divertimento, a freddo, nelle caserme, e dell’Arancia Meccanica della Diaz.

E dall’altra parte, nonostante tutto, apprezzammo il coraggio e la dignità, che apparivano davvero enormi, sovrumani, di chi resisteva, non scappava, combatteva. E provammo simpatia, da subito, per chi affronta la piazza a testa alta, piuttosto che per chi si destreggia tra mille distinguo.

E capimmo che a questa gente, agli otto grandi, agli sbirri, e al sistema che rappresentavano e difendevano, non bastava augurare ogni male. Bisognava dare il proprio contributo per farglielo. Perché i Nostri erano in piazza e ci sarebbero tornati, e prima o poi ne avremmo viste di nuovo delle belle, e noi ci saremmo stati. Fare la rivoluzione e fargliele finalmente pagare tutte, nel nome di tutti gli sfruttati della storia. O se questo sarà impossibile, essere almeno una fastidiosa zanzara che turba il sonno dei potenti senza dare pace.

La figura di Carlo è stata oltraggiata dal nemico in ogni modo, e questo non può stupirci. Molto probabilmente è stata abusata anche da noi stessi, nel senso che trattarlo da eroe appare ingiusto sia verso di lui che verso la mentalità collettiva che dovremmo avere. Ma ce lo possiamo anche perdonare, almeno noi che ce la siamo vissuta in quel modo da adolescenti. Resta il fatto che quelle giornate, e la sua morte più di ogni altra cosa, ci hanno insegnato, o forse è meglio dire rivelato, qualcosa che nella vita è fondamentale: che bisogna amare con forza e odiare con ancora più forza. Amare i tuoi compagni di strada, fino all’estremo sacrificio, e odiare chi li mette in pericolo. Per sempre. E non è soltanto un ragionamento lucido e razionale, e neanche uno slancio morale o un qualcosa che a Carlo “gli promettiamo” o “gli giuriamo”. Semplicemente, è qualcosa che è entrato dentro di noi e non se ne andrà più.

Ciao Carlo

Oreste

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VOTA ARTURO! VOTA ARTURO! VOTA ARTURO!

È nato un nuovo movimento, si chiama “Movimento Arturo” ed è il nuovo fenomeno virale e virtuale del momento. Per chi non ne fosse a conoscenza il Movimento Arturo nasce per gioco dall’idea del fumettista Makkox, uno dei protagonisti di Gazebo, programma ormai cult del palinsesto di Rai 3 che va in onda tutti i giorni alle ore 20.10, nota fascia oraria con il massimo di ascolti della rete. Per chi non è avvezzo al tubo catodico, un programma dove si approfondisce, in modo in realtà abbastanza serio ma con toni scanzonati, l’attualità politica, specie tramite l’analisi dell’utilizzo dei social network. A volte tutto ciò è intervallato da brevi documentari di pregevole fattura, in particolare sull’argomento delle migrazioni.

Ma torniamo ad Arturo, nome suggerito proprio da Makkox alla nuova ala scissionista del PD nel caso avesse voluto darsi un abito un po’ più vicino alla quotidianità della gente comune, e non il solito cervellotico nome da professionisti della politica. Come sappiamo la nuova formazione ha optato infine per il nome Articolo 1, per l’appunto. Il team di Gazebo ha lanciato la sfida a quest’ultimo dichiarando che Arturo avrebbe raggiunto in breve tempo un numero superiore di followers su Twitter, e così è stato: il movimento “fake” di sinistra nato per gioco ha di gran lunga superato l’ala scissionista Articolo 1.

Da questo momento “Arturo” è diventato un fenomeno virale, e in pochi giorni si sono venute a creare piccole cellule di simpatizzanti del movimento su tutto il territorio nazionale fino ad arrivare a superare i confini, diventando internazionale. Pian piano si sono create, sempre tramite la creazione di account Twitter o Facebook e la relativa attività di post, costole collaterali come “Arture”, la voce delle donne del movimento che rivendica la propria rappresentatività all’interno del nuovo soggetto politico e il “Movimento Arturo Giovani”, per passare poi all’internazionalismo con “Revolucion Arturo”, succursale argentina del movimento.

Arturo con il passare del tempo sembra mettere vere e proprie radici ed è così che prosegue l’esperimento: i protagonisti di Gazebo decidono di seguire l’iter politico del PD, le primarie. Ecco che parte la macchina che fino a quel momento si era palesata solo come un qualcosa di virtuale e goliardico: in alcuni casi addirittura i gruppi di sostenitori del movimento iniziano a trasformare il fenomeno virtuale in concretezza, dando vita a episodi che alludono a una militanza attiva, benché sempre ammantata di scherzo. Creano un giornale, magliette, pseudo campagne sul web, ma si producono anche in alcuni casi in volantinaggi e banchetti. In qualche modo intorno al movimento si crea un alone di realtà e credibilità e le primarie vedono una partecipazione effettiva quantificabile in migliaia, forse decine di migliaia di persone. I candidati sono i principali volti del programma, Diego Bianchi “Zoro”, Makkox e Andrea Salerno e lo spoglio delle urne è avvenuto in questi giorni, ma non si sa ancora quale di loro sarà il candidato eletto.

Il processo è quello tipico dei mezzi di comunicazione di massa, i quali mettono in piedi un vero e proprio percorso autonomo di esaltazione o esasperazione di fatti di cronaca o notizie. Questo processo creativo riesce ad influenzare l’opinione pubblica, facilmente portata a credere a tutto quello che i media veicolano tanto da ritrovarsi sempre più spesso a vivere e agire in una realtà, di fatto, parallela. Questo fenomeno comunicativo emerge da un legame sinergico tra il mezzo televisivo, nello specifico, e i telespettatori. Il caso di Arturo è emblematico, in un periodo in cui la credibilità della classe politica diminuisce di giorno in giorno e l’opinione pubblica, in questo caso per lo più di sinistra e attenta ai temi sociali, sente di non essere più rappresentata. Il senso di appartenenza a un qualcosa di reale viene sempre meno, si tende ad aggrapparsi a fenomeni virtuali e solo apparentemente reali, addirittura come in questo caso nati per scherzo e andati ben al di là delle intenzioni degli stessi ideatori.

“La comunicazione è un complesso intreccio di elementi culturali e intellettuali che struttura i modi in cui il nostro tempo si rapporta a se stesso. Capire la comunicazione vuol dire comprendere molto di più. Risposta apparente alle laceranti separazioni tra sé e gli altri, tra privato e pubblico, tra pensiero interiore e parole esterne, la nozione spiega le nostre strane esistenze a questo punto della storia. Essa è un ricettacolo nel quale sembrano riversarsi la maggior parte delle nostre speranze e paure.”

John Durham Paters, 1999

Il fenomeno Arturo suggerisce molte possibili analisi sull’attuale pervasività dei messaggi e sulle forme di “partecipazione” che transitano sui social network (e sulla “buona vecchia” televisione, va detto) e ci fa porre delle domande alle quali sarà difficile dare delle risposte. In primis ci conferma che una fascia ampia di popolazione, anche quella attenta ai temi politici, ha ormai perso completamente la fiducia nella classe politica, non riconoscendo più un’appartenenza a qualsivoglia partito, ma preferendo piuttosto seguire, finanche in modo serio e “militante”, i messaggi lanciati da una trasmissione che, pur offrendo spesso servizi giornalistici di alto livello, rimane principalmente comica. Arturo non ha un programma politico o uno statuto, ogni corrente collaterale ne ha sancito uno, rispecchiando i bisogni o la vena satirica dei singoli fautori. È un movimento nato in modo spontaneo dal web che ha messo in moto una vera e propria campagna politica arrivando a rendere il tutto “quasi vero”. Il discorso diventa ancor più tristemente serio se si pensa, come è spontaneo e normale fare, al M5S, nato in un modo considerato altrettanto bizzarro secondo i canoni tradizionali, ma ormai, ahinoi, indiscutibilmente “vero”.

Il punto su cui riflettere non è la nascita o meno di un nuovo movimento, data la quantità spropositata di formazioni, grandi o piccole e più o meno effimere; il punto è il perché questo fenomeno abbia attirato così tanto una fetta di opinione pubblica, senz’altro di idee progressiste e tolleranti, portando addirittura ad accenni di mobilitazione, cosa che sappiamo quanto fatica ad avvenire riguardo a fatti reali che ci riguardano da vicino. La classe politica ha fallito, e su questo non c’è alcun dubbio, ma sicuramente in molto di ciò che facciamo abbiamo fallito anche noi, nel momento in cui all’enorme sbattersi quotidiano non segue mai una simile ondata contagiosa di entusiasmo popolare, fosse anche di puro sostegno sul web. Nel caso specifico il pubblico televisivo è diventato elettorato perché si è riconosciuto e si è sentito parte di questo fenomeno, spostandosi dal web alla televisione fino ad arrivare per le strade con la copiosa partecipazione ai seggi fantoccio per l’elezione del segretario del “partito fake”.

Di sicuro emerge un fatto preoccupante: il predominio della dimensione social nelle relazioni umane dei nostri giorni regala l’illusione che in qualche modo tutto questo sia davvero una forma di attivismo, di partecipazione alla vita politica tout court. Si arriva al paradosso di dedicare del tempo, e qui interviene il concetto di militanza, al preparare uno sketch da far girare sul web, e non passa neanche nell’anticamera del cervello di promuovere un comitato nel proprio quartiere che inizi a occuparsi nel concreto della vita quotidiana. Si sente però anche, e questo è bene tenerlo presente, un diffuso bisogno di grandi entità collettive in cui riconoscersi, cosa che di questi tempi è lontana dalle corde dei “movimenti sociali”.

Tutto sommato dobbiamo ringraziare l’estro degli autori di Gazebo che, partendo da presupposti tutt’altro che seri, hanno scoperchiato una sorta di Vaso di Pandora ponendoci di fronte ad un ampio problema di identità e di non-consapevolezza politica, ma anche a un diffuso bisogno di ritrovare quell’identità e quella consapevolezza in forma collettiva. Ai tempi di Zuckerberg però, e questo è un problema in più, altrimenti forse potremmo davvero dire “W Arturo”.

Oreste&Circe

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RIFLESSIONI

APPUNTI DALL'ERA DEL NULLA

Siamo i figli di mezzo della storia, non abbiamo né uno scopo né un posto. Non abbiamo la Grande Guerra né la Grande Depressione. La nostra grande guerra è quella spirituale, la nostra grande depressione è la nostra vita. Siamo cresciuti con la televisione che ci ha convinti che un giorno saremmo diventati miliardari, miti del cinema, rock star. Ma non è così. E lentamente lo stiamo imparando. E ne abbiamo veramente le palle piene!”
Fight Club, 1999

Contorni sfumati e sapore di plastica. Frammenti di vite accelerate, in fondo, talmente simili da essere interscambiabili.

Il frame di un video mandato in loop per dieci ore. Una serata alterata da droga e alcol in mezzo a conoscenti sconosciuti. Un selfie nel cesso con l’addominale in vista. Le domande di rito per una scopata dell’intensità di una sega. Il mondo visto dallo specchio deformante del social network. Una rissa fuori dal locale per un bicchiere rovesciato.

Una serie di immagini donateci dal nostro presente frustrato e frustrante. Momenti di un tempo tenuto insieme dalla strutturale assenza di senso: proprio questo sembra essere il battito profondo di un’epoca segnata dalla miseria e dalla catastrofe. Ciò che è successo a culture e comunità sparse per il globo sotto l’incedere del capitalismo è oggi diventata una sindrome cronica dell’individuo.

Il mantra produci-consuma-crepa ha invaso ogni angolo della vita: abbaglia il consumatore con i suoi giochini luccicanti sempre nuovi, con le sue offerte sempre rinnovate di divertimento e superfluo benessere e in cambio si prende la vita, la incatena ad un posto di produzione o la getta tra gli scarti, continuando a ripetere che puoi avere tutto. Basta pagarlo.

Per indagare a fondo quest’abisso che è l’esperienza esistenziale occidentale oggi, non basterebbero oceani d’inchiostro e decenni di ricerca e distacco scientifico. Sappiamo però molto bene cos’è quel disagio che stringe alla gola le nostre generazioni. Ne siamo osservatori partecipanti da quando abbiamo emesso il primo vagito. Quando si sentono analisti, cervelloni e critici enunciare che il problema dei giovani (se proprio si voglia dare ancora credito alla stronzata del “disagio giovanile”) siano la droga, la violenza, l’assenza di rapporti umani ci viene da ridere. Sono i problemi questi? No. Sono i sintomi al massimo, o le panacee più precisamente.

La tendenza autodistruttiva dell’animale metropolitano è il suo mantra salvifico, la sua preghiera che lo dota di senso riempiendo per un momento la voragine che cova dentro il petto; l’animale metropolitano consuma il suo tempo come le sostanze, consuma se stesso come le sue relazioni in una coazione a ripetere demenziale, perché fondamentalmente non sa fare altro. È stato educato e programmato a desiderare e consumare.

Molti fanno della vita senza freni una bandiera, uno status quo di cui compiacersi: rivendicano il proprio incedere temporale di aperitivi-feste-after da catena di montaggio gioiosa come rivalsa su un mondo che ci vorrebbe freddi e tristi. Eppure quanti ammettono limpidamente l’ansia che li rode dentro quando la musica e le luci sono spente e la cocaina in corpo s’affievolisce? I minuti di paranoia che s’impongono odiosi tra il fine-serata e il sonno sono forse il momento rivelatore più comprensibile in cui ci appare chiara tutta la miseria di questo tempo e del come lo attraversiamo. Un’epifania triste da consumare in ultimo atto, da soli.

Chi si sia mai approcciato al tema carcere avrà ben presente che l’autolesionismo, al netto delle sue definizioni e implicazioni cliniche, è l’esternazione di tutte quelle pulsioni negative dalla rabbia all’odio, dall’ansia alla frustrazione che, non trovando un obbiettivo contro cui scagliarle, si ritorcono contro se stessi pur di farle fluire all’esterno.

Sempre in tema carcerario, chi è stato detenuto nel periodo delle rivolte ricorda bene come la lotta contro la galera, l’evasione come progetto costante fossero oltre che una pratica politica e resistenziale ben definita, anche e soprattutto un antidoto forte all’annichilimento della persona, all’abbrutimento e all’autolesionismo imposto dalla costrizione: un imporre la propria umanità contro il Nulla.

Negazione dell’imposizione carceraria come pratica politica collettiva, negazione della propria soggettivazione quale recluso come catarsi spirituale personale.

Il parallelismo tra fuori dal carcere e dentro il carcere può forse illuminare il lettore su quale sia la pulsione di un militante politico ad inoltrarsi in un campo che si potrebbe dire Esistenzialista.

Parliamoci onestamente: se qualcuno si mette in testa di sfidare il presente e di rischiare tutto o quasi nel gioco dell’insurrezione non è soltanto per bisogno materiale o coscienza sociale.

In fondo c’è sempre, anche quando negata a sé stessi, una rivolta contro noi stessi quale immagine del mondo deprimente che ci circonda. Vi è un rifiuto intimo e forte di quest’esistenza senza senso che noi per primi perpetriamo come ci è stato insegnato.

Anche quando ci poniamo e autodefiniamo rivoluzionari, non stentiamo a proseguire in un consumo squallido della nostra esperienza di vita. Consumiamo la relazione con i nostri compagni nell’esclusivo momento politico, sia esso lo scontro o l’assemblea, o nella scopata senza passione che ci spacciamo ancora per comunismo degli affetti quando, come ben lo ha definito qualcuno, sarebbe meglio chiamarlo liberismo degli affetti. Consumiamo il nostro dialogo in una battaglia dialettica tra chi ha più nozioni o carisma. Viviamo la nostra militanza come un abito che ci identifica ma di cui ci possiamo sostanzialmente disfare quando cessa di appagarci.

Vogliamo davvero definirci rivoluzionari? Vogliamo davvero distruggere questo mondo-sistema fin nelle sue fondamenta? Allora come cogliamo i terreni dello scontro vertenziale, come interpretiamo l’evolversi materiale delle contraddizioni locali o globali, dobbiamo cogliere anche il dato intimo della sfida, la sua dimensione esistenziale e filosofica. Dobbiamo inseguire e pugnalare questo mondo fin dentro di noi. Altrimenti di poco differiremo da uno zelante parrocchiano.

Prendiamo coscienza di quell’istinto alla rivolta contro noi stessi che ci alberga dentro, non esitiamo ad ammazzare e gettare al ciglio della strada lo sterile animale metropolitano che siamo.

Se la malattia mentale di questo tempo è l’assenza di senso, il vuoto dell’anima, allora la cura sta nell’incendiare le nostre passioni sovversive, nello scegliere di stringere le nostre vite in una complicità tutta umana che si fa politica nello scontro con la disgregazione imperante.

Dotare di senso il nostro tempo significa riempirlo con la costruzione della nostra persona assieme al suo ambiente, significa vivere coscientemente e intensamente ogni momento dell’agire quotidiano come fosse parte integrante della lotta.

Parafrasando, farsi militante rivoluzionario significa anzitutto assegnarsi una felicità difficile ma immediata.

Chi scrive non ci ha mai capito un cazzo di calcio ma ha sempre apprezzato la Curva, e non tanto per il suo carattere muscolare e violento ma per l’intuizione felicissima del vivere collettivamente la passione comune, ancora di più per aver sistematizzato la cifra etica di quest’intuizione: coerenza e mentalità!

Questo a noi oggi sembra mancare: la mentalità, la lente valoriale con cui si interpreta il rapporto con l’esistente; tutte le pratiche e visioni che essa comporta ci dotano di quella forza spirituale che nessuna campagna o slogan – per quanto entusiasmanti – possono darci. La coerenza: la costante e stretta adesione ai principi professati ci pone in sostanziale alterità rispetto al Nulla che ci assedia.

È giunto il momento di strappare il velo di Maya, svelare il trucco. È ora di guardare in faccia le macerie della nostra epoca in tutto il loro dramma, di prendere coraggio e cercare, tra queste macerie, i germogli di una nuova vita, il senso di un nuovo Tempo.

A noi non fanno paura le macerie, perché portiamo un mondo nuovo nei nostri cuori. Questo mondo sta crescendo in questo istante…”
Buenaventura Durruti, 1937

Zero

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RIFLESSIONI

SANTA PALOMBA, PIANETA TERRA

L’area compresa tra la stazione di Pomezia e la zona industriale di Santa Palomba, già di per sé, non evoca pensieri festosi. Chi non la conosce può provare a chiudere gli occhi e immaginare il tragitto che molti operai a molti orari diversi percorrono ogni giorno a piedi: l’uscita dalla stazione con alle spalle la mega-fabbrica della Fiorucci e un’innaturale e inquietante puzza di carne lavorata. L’attraversamento del grosso parcheggio, spettrale quando è buio, pieno di fazzoletti e preservativi, dove i pendolari lasciano la macchina (Pomezia città dista vari chilometri dalla stazione). L’attraversamento dell’Ardeatina, una sorta di terno al lotto tra camion e auto che sfrecciano surfando sulle innumerevoli buche. Infine la zona industriale con il suo dedalo di vie e i capannoni tutti uguali che ti inghiottono per un tot di ore. Un panorama squallido e allo stesso tempo idealtipico, ci saranno centinaia di posti simili in Italia, a metà tra la periferia metropolitana e la provincia anonima e produttiva.

Questo viavai di sfruttati, come in una rappresentazione teatrale che si ripete ogni giorno, andando e tornando si imbatte in quella categoria di sfruttate che invece tendenzialmente trovi lì ferma, le stesse persone allo stesso posto, come se anche il bordo della strada fosse una postazione fissa in catena di montaggio, da cui non ti puoi allontanare neanche di un metro. Ragazze dell’Est Europa, perlopiù belle ma già sfiorite nonostante la giovanissima età. Le africane sono un po’ più nascoste, proprio nei dintorni della stazione. Loro invece sono proprio in bella vista sia di giorno che di notte, su un marciapiede lungo un rettilineo dell’Ardeatina, strada trafficatissima, la principale arteria della zona. Il contesto è quello tipico da cartolina del degrado: un marciapiede stretto, sporco e reso quasi impraticabile proprio dai mucchietti di cenere e cianfrusaglie lasciati dai roghi fatti dalle ragazze per scaldarsi, e dai chiodi arrugginiti, tantissimi, persi dalle assi di legno andate in fumo. Tutto intorno sterpaglie piene di ogni tipo di monnezza. Dietro, i capannoni della zona industriale. All’orizzonte, unica cosa che allieta la vista, i paesi dei Castelli Romani, che sembrano aggrapparsi alle colline per non cadere in quella sorta di girone infernale.

Dietro le spalle delle ragazze c’è una casa a due piani, un po’ diroccata a livello superficiale ma dall’aspetto solido, e con un giardino che se venisse curato sarebbe anche grazioso. Fino a qualche tempo fa era palesemente vuota, adesso invece brulica di vita: finestre aperte, panni stesi, anche qualche bambino che scorrazza, il cancello ridipinto. E spesso, parcheggiate fuori dal cancello e quindi sul bordo dell’Ardeatina, varie Bmw con targhe straniere. Uno sfoggio niente male. Interpelliamo un attimo il cittadino perbene e legalitario che ognuno di noi tiene segregato in un angolo della propria coscienza proprio per interpellarlo in casi simili: «Ma come è possibile tutto questo al bordo di una delle principali arterie dell’hinterland meridionale della Capitale? Basta che passi una volante per capire chi sono quelle ragazze e chi sono quei tizi con macchine costose che hanno creato questa situazione da “casa e bottega”, e porre fine alla situazione». Come sempre, il ragionamento del cittadino perbene è sciocco e superficiale. Evidentemente la sbirraglia di zona prende una bella “stecca” dai trafficanti, ed è una cosa vecchia come il mondo. Certo, ogni tanto ci sono periodi di maggiore discrezione, alcuni giorni le ragazze non ci sono, ma di norma gli affari procedono. Meglio per le ragazze non incappare anche nelle mani della legge, per quanto possibile. Per quanto riguarda i trafficanti, noialtri non siamo gente che invoca l’intervento dello Stato e la galera. Certo, nella scala dell’infamia umana sono ancora più in alto (o più in basso) degli sbirri stessi, ma sarà nostro compito trovare una soluzione anche per loro. Il nodo centrale del discorso resta quello per cui la prostituzione, anche e soprattutto quella così sporca e squallida delle strade di periferia, va avanti in modo galoppante e spesso esibito perché è un fondamentale nutrimento della società capitalista e patriarcale in cui siamo immersi.

Perché qui non stiamo certo nel dibattito femminista, pur interessante, sulla libertà di disporre del proprio corpo eventualmente anche come mezzo di sostentamento. Un dibattito che merita di essere approfondito a parte. Qui il discorso è un altro, perché nessuna persona sana di mente sceglierebbe di andare a esercitare la professione al bordo dell’Ardeatina nella zona industriale di Santa Palomba. Appare chiaro che stiamo parlando di uno dei gradini più bassi, se non il più basso, dello sfruttamento di un essere umano.

E qui interviene il discorso, che faccio da maschio, più soggettivo: quello sulla clientela. Lungi dal voler fare discorsi moralisti sull’opportunità o meno di fare sesso a pagamento, perché qui il tema è proprio un altro. Vedi queste ragazze vestite con il classico abbigliamento grottesco da carnevale sadomaso, e anche se da lontano le vedi improvvisare balletti alle macchine che passano, quando passi loro accanto non puoi non notare gli sguardi assenti, lontani, che non hanno nemmeno la forza di essere tristi. Ci leggi tutte le false promesse, le illusioni, e poi il calcio in culo che le ha buttate in mezzo a una strada, le notti al freddo, gli innumerevoli stupri subiti dagli aguzzini e quelli, a pagamento, dei clienti. E anche, con ogni probabilità, la somministrazione di qualche droga di pessima qualità. E il dubbio che salta alla mente è proprio di funzionalità fisica: come fai a eccitarti? In un parcheggio freddo e buio, nella tua macchina in compagnia di un essere umano vestito con l’abito di scena, che porta scritte in volto tutte le tragedie del mondo e vorrebbe essere ovunque tranne che lì con te. Il fatto che tanti maschi la ritengano una cosa desiderabile fa davvero pensare a quanto schifo faccia questa società non solo dal punto di vista dello sfruttamento economico, ma proprio da quello dei modelli di relazione sociale. Se preferisci spendere 30 euro per stare con una di queste disgraziate nel parcheggio della stazione di Pomezia invece che passare una serata con tua moglie, vogliamo buttare a mare questa schifezza della “famiglia tradizionale”? Lasciare mogli, mariti, fidanzati e reinventarsi qualcosa? Se un ragazzetto non è capace di provarci con una ragazza che gli piace, ma passa le giornate a stalkerare sconosciute sui social al grido di “cagna” e magari spende la paghetta sempre con le ragazze di Santa Palomba, vogliamo riconoscere che c’è un problema grosso? Che siamo inseriti in modelli sociali che in realtà la gente stessa non sopporta, se non grazie alla somministrazione di una serie di svaghi, ovviamente a pagamento e a danno di qualcuno?

Riguardo alle ragazze, la loro liberazione non può che passare dalla lotta di classe, sarà banale ma è così. Perché in una società così marcia, il fatto che magari un tipo coi soldi si innamori di te, ti riscatti e ti si sposi assomiglia più a una prigionia dorata che a una liberazione. Così come il fatto di “fare carriera” e diventare magari un “quadro intermedio” dell’organizzazione criminale, ad esempio una reclutatrice di ragazze, ti farà solo diventare una sfruttatrice a tua volta, e non una persona libera. La loro liberazione non potrà che percorrere la stessa strada di quella di tutte le altre persone che lavorano nei capannoni lì attorno, e che vendono a loro modo il proprio corpo e il proprio tempo, magari in modi appena più rassicuranti e meno scomodi e pericolosi. La società dello sfruttamento si nutre della carne del facchino, del grafico e della prostituta, salvarsi o riscattarsi ognuno per conto suo è impossibile. Poche centinaia di metri di strada a volte rappresentano interi mondi.

Oreste

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