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CANNIBALI E RE: STORIA, MEMORIA E IDENTITÀ NELL’EPOCA DEI SOCIAL

Nella “piazza” dei social network è oggi possibile rilevare mercanzia di ogni tipo. Gruppi a tema, pagine di scambio e compravendita, profili di organizzazioni sociali e politiche, canali di comunicazione più o meno caserecci. È alle platee virtuali che spesso rivolgono appelli e dichiarazioni tanto istituzioni quanto personaggi di spicco. In sostanza il social network non è più quel potente e ambiguo conntettore di individui come fino a pochi anni fa; ma si rapidamente evoluto, strutturato in modo complesso e variegato coinvolgento sempre più ambiti. Senza addentrarci a sviscerare in modo approfondito questi sviluppi ci limiteremo a notare come a quest’evoluzione del canale non è corrisposta un evoluzione uguale del contenuto, anzi, il livello medio è assai basso ed i risultati spesso grotteschi (esempio perfetto è il tweet del presidente USA sul suo grosso e funzionante pulsante nucleare). Eppure la malleabilità dei social sembra lasciare tuttora (o comunque apre) spazi d’azione per quei volenterosi che abbiano intenzione di fare un uso “alternativo” o per lo meno costruttivo di tale mezzo. È il caso di Cannibali e Re, una pagina facebook a tema storico di grande successo negli ultimi tempi. Quella che segue è quindi un’intervista a quest’ottimo esperimento divulgativo ed ai suoi risvolti anche politici.
Partendo dalle vostre parole – Cannibali e Re è un progetto narrativo di rinnovamento della narrazione storica. Raccontiamo la storia degli ultimi. – vorremmo chiedervi un pò com’è nato questo progetto e quali obbiettivi si era prefisso in origine. Attualmente la vostra pagina ha poco più di un anno di vita ed ha guadagnato un seguito impressionante nella comunità virtuale; come vi spiegate quest’impatto?
CR: Cannibali e Re è nato nella primavera del 2016 a Perugia, città di nascita o di adozione di praticamente tutti i partecipanti al progetto. Ci accomuna ovviamente l’interesse per la storia, una formazione di tipo storico o storico-politico e, allo stesso tempo, un fattore fondamentale per quello che è l’approccio di Cannibali a Re alla storia stessa: la consapevolezza dell’esigenza di fare storia in maniera diversa da quelli che sono i principali contesti nei quali opera la conoscenza storica, oggi, ovvero l’ambito accademico ed editoriale. Tali contesti, spesso autoreferenziali fino all’estremo, hanno reso molti indifferenti o addirittura refrattari allo studio della storia, giudicata – appunto – come una materia fine a se stessa. Proporre una narrazione della storia differente è stato il nostro obiettivo principale sin dal primo istante. Abbiamo mosso così i primi passi su Facebook nel giugno 2016, pur mirando sempre ad una crescita del progetto anche al di fuori dei confini ‘social’. La pagina ha avuto poi una crescita importante nel dicembre dello stesso anno, con l’inizio di una crescita esponenziale che continua ancora oggi e per la quale – ci teniamo a dirlo – non abbiamo speso un solo euro in sponsorizzazioni. Come ce lo spieghiamo? Probabilmente la risposta si può trovare nei tempi incerti che stiamo vivendo. In un mondo dove il nichilismo e l’individualismo rappresentano la risposta di molti alle sfide di oggi, noi rispondiamo con l’idealismo, il coraggio e l’altruismo di chi ci ha preceduto. Ed è ovvio che la scelta di quali storie affrontare faccia la differenza: per quanto si tratti di personaggi sicuramente fondamentali dal punto di vista storico, è difficile che la maggior parte delle persone possano essere ispirate da Napoleone, dal Kaiser Guglielmo o da Winston Churchill. Il motivo è chiaro: nell’epoca in cui vissero questi personaggi, noi, probabilmente, non saremmo stati al loro posto. Ed è quindi una narrazione basata sulle persone comuni che – nonostante tutto – sono riuscite a lasciare un segno indelebile della storia, a fare la differenza. Le storie degli ultimi dimostrano che ognuno di noi può giocare un ruolo importante oggi, ognuno di noi può essere decisivo, e la resa alle difficoltà che viviamo ogni giorno non è più l’unica opzione rimasta.
Alla base del vostro lavoro ci sembra di scorgere una concezione della storia molto politica, vicina a quella di Brecht in domande di un lettore operaio; una Storia fatta quindi non del percorso rigido, insindacabile e aristocratico della storiografia ufficiale ma una Storia fatta tanto da gesti individuali quanto di processi collettivi messi in moto dagli ultimi e quasi sempre oscurati dalla grande narrazione. Qual’è quindi il ruolo per voi della storia? Quali terreni di scontro si vanno a toccare in una narrazione storica di questo tipo?
CR: è esattamente la concezione che abbiamo della storia e che abbiamo iniziato a spiegare rispondendo alla domanda precedente. La Storia, per noi, non può limitarsi al nozionismo o alla storiografia arida e fine a sé stessa. La Storia ha, per noi, un ruolo fondamentale: quello di guidare il mondo intero verso un futuro migliore. Nella storia di chi lotta per i propri diritti e per quelli degli altri, ad esempio si possono trovare, come detto in precedenza, le risposte per affrontare le sfide imposte dai tempi moderni. Guardiamo ad esempio ad argomenti quali la guerra ed il nazionalismo. Ad una narrazione dei conflitti che pone sempre l’accento sullo scontro tra nazioni e Stati, ad un’esaltazione del conflitto e del presunto eroismo presente nell’uccisione reciproca tra esseri umani, noi riteniamo che una lettura appropriata della storia consenta, al contrario, di mettere in risalto l’assurdità del massacro tra le masse di nazioni diversi, con la loro vita decisa da stati maggiori, generali e governanti di entrambi gli schieramenti che saranno gli unici a godere di un qualche tipo di vantaggio a conflitto terminato. Una simile lettura del nostro passato dimostra quanto sia erroneo e superficiale il riaffiorare – in tempi recenti – dei nazionalismi se non di movimenti politici di chiara ispirazione fascista. Questo è solo un esempio basato su un argomento ricorrente dei nostri post, ma possiamo dire lo stesso riguardo i diritti dei malati psichiatrici, la lotta per i diritti civili ed il razzismo in generale, l’autodeterminazione dei popoli e così via. Dalle lotte di chi ci ha preceduto nasce, per noi, l’impulso che porterà ad un mondo migliore. Nel raccontare le storie degli ultimi e degli sfruttati si può incanalare la rabbia verso i veri responsabili delle difficoltà di oggi. Questa è la Storia che vogliamo raccontare. Tale approccio porta ovviamente a continue accuse di parzialità. Una volta siamo troppo filo-sovietici, altre troppo filo-americani. Troppo di sinistra, non abbastanza di sinistra. Abbiamo ricevuto accuse da ogni fronte, a testimonianza della bontà del progetto. Noi lo ribadiamo sempre e comunque: siamo – senza se e senza ma – dalla parte degli ultimi.
Ad ogni vostra pubblicazione segue quasi sempre una discussione con gli utenti in merito al tema trattato; discussione che, al contrario della maggioranza di dibattiti che su FB diventano sterili battibecchi, sviluppa molto l’argomento in questione. Quanto è importante questo nella vostra attività? Da questo si può capire più o meno quale sia il target di persone che siete riusciti a raggiungere?
CR: Il primo passo per uscire dal circolo vizioso dell’autoreferenzialità in ambito storico consiste, secondo noi, nel promuovere la discussione sulla storia stessa. Sin dal primo istante ci siamo prefissati un obiettivo fondamentale: la pagina Facebook sarebbe dovuta essere un luogo di confronto costruttivo. Il dibattito avrebbe dovuto integrare e completare la narrazione dell’argomento trattato in ogni singolo post. La premessa fondamentale affinché si riuscisse ad attuare questo principio è stata, ovviamente una politica precisa sulla gestione dei commenti ai post. Da un lato, proviamo a rispondere ad ogni singolo commento sulla pagina. Vogliamo che chi segue Cannibali e Re ed è interessato dai contenuti che proponiamo capisca che, una volta pubblicato, il contenuto non si esaurisce ma è in realtà ‘vivo’, un punto di partenza per una discussione che coinvolga gli utenti e chi amministra la pagina. Allo stesso tempo, abbiamo lavorato sin dall’inizio per evitare che la discussione degenerasse a causa delle strumentalizzazioni e delle critiche di utenti. Accettiamo le critiche e le considerazioni sui post, a differenza delle polemiche sterili che non contribuiscono in alcun modo al dibattito. Siamo sempre intervenuti con decisione nei confronti di chi si esprimeva tramite insulti e offese. Pensiamo che questo approccio abbia avuto i suoi frutti nel formare una comunità interessata e coinvolta in prima persona, che partecipa volentieri a discussioni che non si trasformano rapidamente in risse telematiche. Non è raro, infatti, che le risposte a commenti polemici arrivino in primo luogo dagli utenti, che hanno capito il nostro approccio e spengono sul nascere ogni polemica causata da ‘troll’ e disturbatori vari. E siamo fieri del fatto – ci riallacciamo così alla seconda parte della domanda – che il pubblico che ci segue sia molto variegato. Ci seguono gli appassionati di storia, siano essi affini o meno al nostro approccio. Ma ci seguono anche persone che non sono mai stati troppo interessati alla storia ma che, appunto, sono stimolate da storie di individui a loro più vicini ed affini. Da un lato siamo sicuramente contenti se veniamo seguiti con interesse da un professore, uno studente di storia o comunque da chi ha una certa competenza del settore. Dall’altro, la nostra più grande soddisfazione è essere riusciti a fare appassionare alla storia chi magari non ha una formazione accademica, chi ha lavorato sin dalla più tenera età, chi suda in una fabbrica, in un call center, in una panetteria o è disoccupato. La nostra dev’essere una storia di tutti, per tutti.
Nell’utilizzo di Facebook, o comunque dei social network, per una divulgazione di questo tipo, così come nella realizzazione di articoli sempre brevi, semplici e di rapida lettura; avete operato una sorta di riappropriazione collettiva della Storia; cioè avete messo in circolo davanti ad un pubblico vastissimo una quantità di argomenti impressionante che solitamente rimane appannaggio di una minoranza di appassionati o addetti ai lavori. Quanto è stato importante il mezzo Facebook? È possibile, alla luce della vostra attività, un utilizzo più ampio e sistematico del social media come “diffusore di cultura” dal basso e di qualità o è un caso fortunato e difficilmente ripetibile il vostro? Quali strade sono percorribili a vostro avviso in questo senso?
CR: Facebook è piombato nella nostra quotidianità come un fulmine a ciel sereno. Si tratta di un mezzo molto ‘versatile’, oltre che dalla portata praticamente universale, che permette dunque di adattarsi alle esigenze più diverse. Chi su Facebook cerca o ha cercato cultura ne trova e ne ha trovato in quantità, anche prima di Cannibali e Re. Da un lato, la sfida che abbiamo portato avanti su Facebook con la nostra pagina è stata proprio quella di ‘attirare’ verso le nostre storie, verso la nostra visione della storia, chi magari in un primo momento non era interessato. Dall’altro, abbiamo provato a dar vita ad un luogo (virtuale) ben distinto da quella tendenza all’odio, all’attacco personale, alla prevaricazione che è tipica di molte pagine del social network. Diremmo quindi che non è tanto Facebook in sé a determinare la riuscita o meno di un progetto, ma piuttosto l’approccio dei singoli nel momento in cui decidono di interagire con questa piattaforma.
A fronte del successo del vostro esperimento, poco tempo fa avete annunciato una sorta di “evoluzione”, con il lancio di un gruppo di ricerca e l’obbiettivo abbastanza dichiarato di una pubblicazione più approfondita. Vi va di raccontare quest’ultimo passaggio?
CR: Nel momento stesso della nascita del progetto ci eravamo prefissati l’obiettivo di uscire quanto prima possibile dall’ambito social. È un processo che ha richiesto moltissimo tempo per una serie di ragioni. Abbiamo avviato questo progetto, come detto in precedenza, promuovendo un approccio particolare alla storia. Appare ovvio, quindi, che nel momento in cui decidiamo di esporci in un contesto differente rispetto a Facebook lo dobbiamo fare tenendo presente le critiche da noi mosse al mondo editoriale. In altre parole, vogliamo essere sicuri di avviare un progetto che partisse dal basso, che vedesse la partecipazione anche di chi sarà il fruitore finale di quel prodotto, prodotto che dovrà essere sviluppato in forme e modalità nuove, che stimolino l’interesse di tutti i lettori, appassionati di storia e non.
Non ci saremmo potuti accontentare, insomma, di fare una raccolta dei nostri post migliori, aggiungere due pagine di introduzione e presentarci al di fuori della pagina Facebook. Stiamo quindi lavorando su queste basi, provando allo stesso tempo a coinvolgere chi ci segue tramite il gruppo legato alla pagina. Si tratta di un processo in divenire e sul quale daremo più dettagli nel momento in cui avremo un quadro chiaro della situazione dal punto di vista dei contenuti e delle tempistiche. Accanto – o meglio al di sopra – di quello che è il progetto dal punto di vista più squisitamente editoriale, c’è la volontà di lavorare attivamente con associazioni ed entità di qualunque tipo che siano in sintonia con i nostri valori. Vogliamo insomma una creare una rete che raggruppi tutti coloro che desiderano approcciarsi alla realtà odierna – passando per la storia ma non solo – rispondendo alla sfida posta oggi da nazionalismo, fascismo ed individualismo con un approccio partecipato dal basso, che identifichi i problemi della società contemporanea non su base etnica quanto, piuttosto, tenendo conto di chi nel corso della storia ha è stato sfruttato e sfruttatore, di chi ha ricoperto posizioni di rilievo decretando il destino di chi, invece, si è sempre ritrovato a subire contro il suo volere.

Zero

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STORIE

DONNE E RIVOLUZIONE: IL CASO SOVIETICO

Nessuno Stato, nessuna legislazione democratica hanno fatto per la donna la metà di ciò che ha fatto il potere sovietico durante i suoi primi mesi di esistenza”.

Lenin

Il sistema patriarcale nel Novecento ha ricevuto duri scossoni. La modernizzazione in generale da una parte, e l’assalto del movimento eterogeneo delle donne dall’altro hanno destrutturato il dominio del pater familias nella società contemporanea.

Per la storiografia, l’avvento della donna come oggetto e soggetto della storia è già di per sé un sintomo della sua emancipazione. Da un punto di vista disciplinare, dunque, l’attenzione al mondo della donna è oggi ampio nei più disparati campi scientifico-accademici.

Russia, 1917. Quest’anno – 2017 – ricorre il centenario della “rivoluzione contro il Capitale” (Gramsci).

L’Unione Sovietica è stato un laboratorio, talvolta contraddittorio, di sperimentazione sociale e il caso della donna sovietica ci può aiutare, in qualche modo – da una angolatura particolare – a capire in che modo è cambiata la società russa dopo i tumulti dell’Ottobre rosso.

Specifichiamo che, dal momento che l’Unione Sovietica si è estesa dall’Europa fino alle propaggini orientali dell’Asia, arrivando a comprendere più di cento popoli diversi quanto a culture e religioni, in questo articolo ci limiteremo al solo caso della Russia sovietica. Mosca, in particolare, capitale dell’URSS, impose il suo modello. Insomma, l’ideale proposto era uno solo e la periferia finì poi per conformarsi ai dettami del centro.

Diciamo, in generale, che la Rivoluzione sovietica vedrà l’attuazione sistematica di un piano, voluto in primis da Lenin, di parificazione dei diritti degli uomini e delle donne e di integrazione sociale di queste ultime attraverso il lavoro e l’istruzione di massa.

Prima di parlare della donna sovietica, facciamo un passo indietro, partendo dalla Prima Guerra Mondiale. Cominciamo da un dato inconfutabile: il primo conflitto mondiale accelera l’evoluzione del ruolo della donna nella società che, in assenza degli uomini, dà prova della capacità in qualsiasi ambito della vita civile, sociale e materiale; purtroppo non ancora nel campo politico. Per esempio, si possono trovare foto in cui le donne guidano i tram in città perché gli uomini sono al fronte. Le donne entrano anche nell’amministrazione statale, sebbene i salari delle donne saranno sempre minori rispetto a quelli degli uomini. Tra il 1914 e il 1918 il lavoro femminile in Russia era aumentato dal 70 al 400 per cento, naturalmente a seconda dei settori (il più inflazionato era quello del tessile). Ciò dipendeva, come nel resto d’Europa, dal fatto che – lo ribadiamo – molti uomini erano stati chiamati al fronte.

[foto donne che guidano tram]

La posizione sociale della donna era dunque cambiata radicalmente in pochi anni.

Menscevichi e bolscevichi, le due storiche fazioni del partito socialdemocratico russo, avevano ormai iniziato – finalmente! – a prendere sul serio le donne come compagne di lotta.

Proprio l’8 marzo del ‘14 le donne, in forme autorganizzate e senza essere state guidate da alcuna organizzazione politica, scioperano e scendono in strada al grido di “pane e pace”. Nei giorni successivi gli scioperi si estesero ma ad esempio la “Pravda”, il quotidiano dei bolscevichi saluterà così la mobilitazione:

Il primo giorno della rivoluzione è la giornata della donna, il giorno dell’Internazionale delle lavoratrici. Onore alla donna! Nella giornata loro dedicata le donne sono state le prime a scendere nelle strade di Pietroburgo. A Mosca le donne sono entrate nelle caserme e hanno convinto i soldati a schierarsi a fianco della rivoluzione e i soldati le hanno seguite. Onore alla donna!”

[foto manifesto Urss – 8 marzo]

La prima metà del Novecento è dunque caratterizzata da un nuovo protagonismo della donna e da una graduale conquista concreta sul piano delle rivendicazioni politico-sindacali e dei diritti borghesi.

Alla voce “donna” dell’Enciclopedia del Novecento edita negli anni Settanta dalla Treccani, si riconosce che in Unione Sovietica sono cambiate un po’ di cose per quanto riguarda il ruolo sociale della donna. Dopo aver scritto, analizzando certi sondaggi, che gli interessi delle donne “non le spingono verso i campi tecnici”, si riconosce come l’URSS, invece, sia un “esempio rivelatore”, perché con una formazione appropriata è arrivata a formare mezzo milione di ingegneri donne.

In URSS si cercò, e su questo Lenin fu molto deciso, di diversificare al massimo gli studi femminili, in modo da non avere una concentrazione altissima di donne negli studi umanistici e poche presenze negli studi di scienze teoriche e applicate.

Sempre dalla Treccani, leggiamo che “nell’istruzione professionale e tecnica le ragazze sono ovunque nettamente svantaggiate, con l’eccezione dell’URSS e dei paesi dell’Est”.

L’Unione Sovietica raggiunse un primato nell’avere nel proprio tessuto sociale ingegneri donne, ma anche architetti donna, oppure donne con ruoli di alta responsabilità nel settore pubblico.

Tra le principali donne rivoluzionarie ricordiamo:

Aleksandra Kollontaj (1872-1952);

Nadežda Krupskaja (1869-1939), moglie di Lenin, nel 1900 pubblicò in Russia la prima opera in assoluto sulla questione delle donne lavoratrici e da allora non smise mai di occuparsi di questo tema.

Ines Armand (1874-1920), presidente della Conferenza internazionale delle donne comuniste.

Senza dimenticare Clara Zetkin (1857-1933, tedesca), che fu una delle principali organizzatrici del movimento delle donne socialiste tra Otto e Novecento. Conobbe Lenin e, dopo essere stata perseguitata dai nazisti, morì esule in Unione Sovietica.

[foto Kollontaj]

Aleksandra Kollontaj fu al centro del dibattito sulla donna e sulla famiglia nel primo decennio del potere sovietico. Proveniente da un’agiata famiglia borghese, decide di abbracciare il marxismo e di militare nelle fila del movimento operaio internazionale. Sarà lei il primo ministro donna della storia moderna, nonché prima ambasciatrice donna e membro del Comitato Centrale del partito bolscevico. Fu altresì lei a voler festeggiare l’8 marzo come giornata internazionale della donna.

Kollontaj ha una biografia politica molto interessante poiché dirigente bolscevica della prima ora; sarà lei ad intuire da subito – addirittura prima di Trotzkij – la china burocratica del modello sovietico e per rinnovare la politica bolscevica fonderà una sorta di frazione interna al partito bolscevico, denominata “Opposizione operaia”, in cui richiedeva un maggiore ruolo del soggetto operaio nella direzione dello Stato. Passato indenne il periodo stalinista grazie ad un compromesso con le politiche staliniane, la rivoluzionaria bolscevica morirà, ormai anziana. un anno prima di Stalin (1952).

Kollontaj scrisse nel 1918 il fondamentale La nuova morale e la classe operaia in cui si confronta con quello che era un tabù all’interno della stessa classe operaia: la morale sessuale. Con quest’opera, la dirigente bolscevica mise in discussione il dogma comunista secondo cui la liberazione della donna sarebbe giunta esclusivamente e automaticamente con i mutamenti economici. Nelle sue riflessioni si ricollegò a una tematica che in genere veniva attribuita al movimento femminista borghese, ovvero la questione dell’identità e della morale sessuale. Come possiamo vedere, seppur schematicamente, sono tutti temi che esploderanno con il femminismo degli anni Sessanta e Settanta. Difatti, Aleksandra Kollontaj sarà una delle autrici più lette dalle militanti femministe degli anni Settanta.

CODICE CIVILE (URSS, 1917)

Nel dicembre 1917 i bolscevichi e le bolsceviche vararono un decreto sull’uguaglianza della donna e il nuovo diritto di famiglia: fu abolito il matrimonio religioso, restava solo quello civile e veniva istituzionalizzato il divorzio, anche su richiesta di una sola delle parti. I figli, legittimi o meno, avevano ora tutti gli stessi diritti. La potestà maritale viene soppressa, il che significa che il marito non può più imporre alla moglie né il nome, né il domicilio, né la nazionalità.

Infine, e questo sarà uno dei punti su cui più insisterà la Kollontaj, viene garantito il congedo per maternità (pagato) e la protezione sul lavoro della donna.

Ancora, sull’interruzione di gravidanza: l’aborto viene completamente legalizzato senza restrizioni nel novembre 1920.

[manifesto sovietico]

Come si evince da questi dati sintetici, tale codice civile di famiglia fu davvero all’avanguardia mentre la donna occidentale era ancora oppressa. Per raggiungere alcuni di questi diritti, ad esempio, il nostro Paese dovrà aspettare fino alla metà degli anni Settanta.

Il codice è varato dai bolscevichi anche (e soprattutto) per aggredire certe strutture conservatrici e reazionarie che dominavano la cultura patriarcale russa, come ad esempio la Chiesa Ortodossa, ma anche la cultura contadina e quella islamica.

In realtà, la dirigenza sovietica forza molto la mano e ignora una maggioranza del Paese che rimane alla radice sessista e patriarcale. Bisogna forse partire da qui per procedere ad un’analisi aggiornata della società russa contemporanea, che vede drammatici rigurgiti sessisti e reazionari, nonché un nuovo, preoccupante attivismo della Chiesa Ortodossa.

Un altro capitolo del nuovo protagonismo della donna nella società sovietica è segnato dalla guerra civile tra Armata Rossa e Armate bianche controrivoluzionarie che vide le donne impegnate su più campi e a tutti i livelli sociali (medico, militare, politico-civile); di conseguenza, ciò innescò una mobilità sociale ed economica notevole.

Altro dato: con l’appoggio del Comitato Centrale del Partito, si organizzò nel novembre 1918 il I Congresso panrusso delle lavoratrici e delle contadine, cui avrebbero dovuto partecipare 300 delegate. In realtà si presentarono 1147 donne, elette in assemblee locali in rappresentanza di più di un milione di lavoratrici. Questo congresso stabilì che le donne dovevano avere una sezione organizzata, un apparato speciale all’interno del partito bolscevico.

È da tutti questi elementi che nasce e si sviluppa, grazie alla pubblicistica femminile, il mito della “donna nuova”, specchio del nuovo “uomo socialista”.

Anche nella letteratura sovietica si affermò la donna e l’antologia di una studiosa americana (Louise Luke, La donna marxista: varianti sovietiche) ce lo conferma, visto che riporta più di trenta opere di diverse autrici centrate sul tema della “donna nuova”.

Insomma, la donna come motore della Rivoluzione d’Ottobre perché “se la donna ha il diritto di salire sul patibolo, ha ugualmente il diritto di salire alla tribuna” (Olympe De Gouges).

[manifesto Rodchenko]

Ciceruacchio

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STORIE

AUTODIFESA NEL TERRITORIO: PRATICHE E VISIONI DAL BLACK PANTHER PARTY

1966. Oakland. Due giovani afroamericani: Bobby Seal e Huey P. Newton danno vita al Partito della Pantera Nera per l’Autodifesa. È il tempo del movimento contro la segregazione razziale, del Black Power, di King e Malcolm X. Sono i mesi in cui alla conquista dei diritti politici fa da contraltare la miseria dei ghetti. In cui il movimento pacifista perde slancio e i giovani proletari neri incendiano le periferie contro gli abusi polizieschi.

Ecco come l’autodifesa viene ad essere uno dei cardini principali del discorso politico del BPP; parlare di essa è un po’ come parlare dell’intera epopea delle Pantere.

Come ogni fenomeno politico, la Pantera non irrompe sulla scena dal nulla, è il frutto maturo di un lungo processo politico andato via via radicalizzandosi, in cui un’istanza “liberal” va indurendosi nello scontro contro un potere strutturalmente violento e razzista; allo stesso modo le istanze che pone sono il portato di esperienze collettive pregresse.

Quello dell’autodifesa è un concetto che prende forma all’interno del nazionalismo nero, che vede la popolazione afroamericana come nazione disgregata ed oppressa; la problematica strutturale dei ghetti, insieme alla repressione poliziesca e alla violenza razziale della middle class bianca che chiudono ogni margine di manovra ad un movimento pacifista come quello per i diritti civili, necessitano una risposta all’altezza: l’autodifesa, appunto.

Su questa doppia istanza, pragmatica e politica, i fondatori centrano l’attività del partito intendendo l’autodifesa come strumento d’organizzazione delle masse; nella suggestione primordiale di Newton:

quando i neri scelgono un proprio rappresentante, questo si trova in una posizione assurda perché non rappresenta alcun potere politico, […] l’unico modo per avere effettivamente peso è quello che è comunemente detto potere militare […]”.

Per Newton, il fucile è il megafono della gente nera.

Rispondendo quindi all’esigenza concreta delle masse di tutelarsi dalla brutalità poliziesca, il Black Panther attiva il proprio programma rivoluzionario catturando, in brevissimo tempo, la simpatia della larga maggioranza della popolazione dei ghetti e l’entusiasmo di moltissimi giovani entrati poi come effettivi nel partito.

È importante sottolineare che l’autodifesa armata era più un messaggio retorico verso l’esterno che una pratica effettiva messa in campo: lo sfoggio di armi, l’obbligo per i militanti di possederle e saperle maneggiare, i pattugliamenti di controllo della polizia, rientrava tutto, in modo chiaro e netto, all’interno dei limiti appunto della difesa e di parametri legali garantiti dalla costituzione americana ma alienati de facto alla componente nera.

Un elemento che dà allora forza e significato dirompenti all’autodifesa è il contesto generale in cui viene inserita; quella concezione nazionalista rivoluzionaria che il BPP traduce nel termine di Colonia Interna: la comunità nera viene ascritta all’innumerevole serie di colonie, più o meno esplicite, degli USA; pertanto il suo percorso di liberazione è interno al processo di liberazione ed autodeterminazione che scuoteva metà del globo dal giogo dell’imperialismo. La differenza però, tra il ghetto ed il Vietnam o la Korea, è che la colonia nera si trova all’interno del territorio e del sistema della macchina imperialista e dall’interno può concorrere ad incepparla e mandarla in frantumi.

Una politica armata ed una corretta concezione internazionalista ed antimperialista della lotta, unite alla spavalderia nell’essere rivendicate, fanno la forza del BPP nel momento di sua massima espansione e, contemporaneamente, il terrore della dirigenza yankee che scatenerà su di esso una repressione feroce e sproporzionata.

Una critica mossa in tempi non sospetti, che si rivelerà drammaticamente fondata, è quella di M. L. King secondo cui

“è pericoloso organizzare un movimento attorno all’autodifesa. La linea di demarcazione tra violenza difensiva e violenza aggressiva è molto sottile […] e le parole che arrivano ad orecchie non sofisticate possono essere interpretate come un invito all’aggressione.”

Nel momento del suo zenit, il BPP spese grandi energie a far fronte al problema interno di organizzazione e disciplina, purgandosi di elementi infiltrati (veri o presunti), teste calde ed incontrollabili. Allo stesso tempo però la retorica del partito si faceva sempre più violenta, trascendendo molto spesso i confini della difesa ed esasperando ancor di più una repressione già scatenata.

In linea generale, non si può certo dire che le Pantere siano state del tutto estranee da eccessi di zelo rivoluzionario, ma è anche placido affermare che la quasi totalità di scontri a fuoco che li ha visti protagonisti è attribuibile a provocazioni o aggressioni poliziesche.

Se l’elemento militare, che caratterizzò in questo senso l’attività del partito, fu il trampolino di lancio e lo scheletro della Pantera, c’è da dire che era anche destinato, in una seconda fase, ovvero quella della ritirata di fronte alla reazione, a farsi sempre più discreto e lasciar posto all’anima più politica: quella dei Programmi Sociali per il popolo volti a costruire infrastrutture di sopravvivenza che, se nell’immediato rispondevano ad esigenze concrete della gente (cibo, vestiti, istruzione, sanità), in prospettiva avrebbero garantito la sussistenza delle comunità nelle fasi imminenti della rivoluzione. Su questa linea vennero fondati il Free Food Program, il Centro sanitario del Popolo che garantiva assistenza gratuita ai proletari neri e le Scuole di Liberazione che assolvevano al compito di istruire la comunità nera su principi solidali e rivoluzionari.

È il momento della svolta intercomunitarista; ma l’autodifesa veniva meno nel momento dell’empasse più tragica ed i programmi sociali in vista della rivoluzione venivano incrementati nel momento in cui la rivoluzione stessa non era più che una mera illusione: strangolata dalla brutalità poliziesca, isolata da una stampa diffamatoria ed insidiata dal flagello dell’eroina (volutamente importata dall’FBI nei ghetti per freddare i bollori rivoluzionari).

Al fianco della controrivoluzione, un tempismo perverso disinnescò i due tratti più dirompenti del programma delle Pantere, facendo sì che invece di procedere parallelamente, l’uno cedesse il passo all’altro.

Oggi le visioni del BPP, ad oltre 40 anni dalla sua disfatta, rivelano la loro estrema attualità tra le fiamme dei riot e nella potenza delle manifestazioni del Black Lives Matter (detto per inciso: più simile al movimento per i diritti civili di M. L. King che alle tesi del BPP) che sono tornati a muovere le comunità afroamericane dai fatti di Ferguson1 ad oggi. Come allora, nei ghetti si continua a morire di droga, di fame e di polizia. Segno che la Pantera è stata battuta militarmente ma il suo spettro si aggira per le metropoli più vivo che mai.

Se si volesse cogliere ora l’ascia di guerra caduta dalle mani di questi combattenti, non dovremmo certo metterci, basco in testa e fucile alla mano, a pattugliare le strade dei quartieri, ma la ritroveremmo nella capacità d’organizzare le comunità sulla base dei loro bisogni concreti; non con spirito volontaristico del voler aiutare gli sfruttati ma con l’obiettivo ultimo sempre davanti agli occhi: sovvertire l’esistente, spezzare le sue catene. Finalizzare ogni sforzo alla realizzazione di un progetto complessivo, con un occhio all’immediato ed uno all’infinito.

Il senso ultimo dell’odissea delle Black Panthers è Seize the time: cogliere l’occasione!

Zero

1Ci si riferisce alla rivolta scoppiata il 10 agosto 2014, e proseguita diversi giorni, a Ferguson, sobborgo di Saint Louis, nello Stato del Missouri; tutto cominciò con la veglia funebre di Micheal Brown, 18enne ucciso con vari colpi di pistola sparati da un agente di polizia.

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STORIE

LAS PATRONAS CONTRA LA BESTIA

In alcuni Paesi dell’America Latina si aggira la Bestia. No, non è figura mitologica o un personaggio delle fiabe che incute timore e fascino. La Bestia in questione fa parte del mondo reale ed ogni anno miete migliaia di vittime. La Bestia è un treno merci che attraversa i Paesi del nord del Sud America per giungere negli Stati Uniti; trasporta tutti beni che riguardano il primo settore dell’economia, ortaggi, frutta, grano e minerali.

Migliaia di guatemaltechi, honduregni, messicani, salvadoregni e cubani ogni giorno salgono sulla Bestia, che percorre all’incirca 5.000 km di strada, attaccati ad essa come mosche sul dorso di un bufalo, per scappare dalla povertà e dalla guerra dei cartelli della droga per trovare fortuna e salvezza negli Stati Uniti.

Intere famiglie intraprendono questo viaggio estenuante illegalmente da un capo all’altro del Messico senza sapere se giungeranno sani e salvi alla meta. Per loro rappresenta l’unica speranza e l’unico modo per non essere fermati dai controlli dei funzionari dell’immigrazione e dalle forze armate territoriali e statali. I migranti che ogni anno salgono sulla bestia sono centinaia di migliaia di vittime e purtroppo non tutti riescono a sopravvivere. Sono appollaiati sul tetto di ogni vagone, alcuni di loro si nascondono tra un convoglio e l’altro per non essere scoperti, molte volte si addormentano e come il treno prende una curva vengono sbalzati fuori dai binari rimanendo spesso mutilati – infatti alcuni Messicani vengono riconosciuti come invalidi della bestia – altri invece non ce la fanno e la Bestia li divora.

Quando la Bestia attraversa il povero villaggio di Veracruz, in Messico, avviene un fatto straordinario che va al di là di qualsiasi racconto mitologico o fantastico perché si tratta di un piccolo miracolo di umanità. Circa 22 anni fa, due sorelle, mentre passavano di lì dopo aver fatto la spesa per la colazione da dare alle loro famiglie, ad un certo punto sentono, quasi più forte dello sferragliare del treno, delle grida di persone che urlavano “madre tenemos hambre” (mamma abbiamo fame), loro istintivamente lanciano il sacchetto con quel poco che avevano sul tetto del treno per sfamare almeno due delle migliaia di migranti che si trovavano sulla Bestia.

Questo piccolo gesto ha dato vita ad una catena di solidarietà da parte di tutti gli abitanti del villaggio di Veracruz che da 22 anni, a proprie spese, preparano ogni giorno un sacchetto con razioni di cibo e acqua da lanciare ai migranti che vengono trasportati dalla Bestia. Ogni giorno, uomini e donne, al momento del passaggio del treno, si affacciano per cercare di lanciare i sacchetti di cibo ai migranti. Il loro lancio sembra quasi una disciplina olimpica, sono diventate espertissime e non sbagliano mai un lancio. Vengono chiamate “Las Patronas”, il nome viene dal villaggio da cui provengono e il significato in italiano, facilmente intuibile, è molto evocativo: le Sante Patrone. Hanno iniziato questo atto di solidarietà nel 1995 completamente da sole, da un po’ di anni vengono aiutate dalle ONG internazionali e sono state riconosciute come le guardiane dei migranti.

In questo villaggio di umanità e solidarietà, le sue donne sono state protagoniste di un documentario – “Llévate mis amores” (Porta con te i miei amori) del 2014 diretto da Arturo González Villaseñor – che ha vinto importanti premi come la seconda edizione del Concorso Internazionale di Film-Documentari su Migrazione ed Esuli (Ceme-Doc). Purtroppo il documentario è difficile da reperire, ma su internet si trovano moltissimi video che testimoniano e mostrano l’amore di queste donne nell’aiutare i migranti in difficoltà.

La storia de Las Patronas dovrebbe essere conosciuta in tutto il mondo, uscire dagli Stati dell’America Latina per affacciarsi ai Paesi occidentali, affinché ne prendano l’esempio. Pensate, queste donne aiutano persone che non hanno mai visto e che non rivedranno mai e sono disposte a cedere quei pochi viveri che hanno per sfamare almeno una piccola parte di loro. In un periodo in cui le politiche sui flussi migratori si fanno sempre più rigide e il tema dell’accoglienza è ormai argomento ostico, vedi la nuova politica a riguardo dell’attuale governo Trump negli Usa e in alcuni Paesi d’Europa, tra i quali il nostro con la recente approvazione della legge Minniti-Orlando. Dove si costruiscono muri e si firmano ordini esecutivi di espulsione immediata, dove la paura del diverso oscura i reali problemi che affliggono i nostri territori, questa storia potrebbe risultare anacronistica o, peggio, fantasiosa.

Nell’epoca in cui le barriere del pregiudizio e del razzismo la fanno da padrona, capitanati da una demagogia disarmante sia della classe politica che dei comuni cittadini, riscontriamo, invece, che un piccolo villaggio riesce a buttarle giù grazie ad un gratuito atto d’amore e accoglienza pur essendo, quest’ultima, di passaggio.

Circe

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