DAVIDE CONTRO IL GIGANTE: ovvero di territori resistenti e devastazioni liberiste

0 Posted by - 12 aprile 2017 - METROPOLI vs TERRITORI

Anni ’80. Boom economico, cemento e guerra fredda, discoteche al neon e riflussi rivoluzionari annegati nell’eroina. Il capitalismo corre forte e guadagna terreno ovunque. Difficile stargli appresso di questi tempi nella sua giostra di soldi, distruzioni e autocelebrazioni.

Uno dei sintomi nuovi di questa corsa sfrenata è l’ambientalismo: il terrore del terzo conflitto mondiale, la bomba atomica e gli incidenti nucleari funestano il futuro dell’umanità; la crisi petrolifera del ’73 ha messo una pietra tombale sull’idea di progresso come sfruttamento illimitato delle risorse del pianeta: è il momento dei Verdi, degli ambientalisti che difendono i boschi incatenandosi agli alberi, dei raduni per il disarmo nucleare e dei referendum contro l’energia atomica, di greenpeace e degli assalti alle baleniere.

Pur esistendo all’interno del movimento ecologista alcune branche più radicali o teoricamente più avanzate, l’istanza non è di per sè antististema o anticapitalista; esso si pone piuttosto come sensibilità collettiva partecipata tanto dal basso che da quelle istituzioni più “illuminate”, volto alla conservazione del “bene Natura” ed una sua considerazione che vada oltre la semplice potenzialità economica. Il fiorire dell’ambientalismo allora è in parte spiegabile con la “novità” e l’urgenza del tema messo sotto i riflettori; d’altra parte è il suo essere movimento di “conservazione” che, non mettendo a critica gli assetti di potere o il conflitto capitale-lavoro, si profila come compatibile al sistema e quindi al sicuro (si fa per dire) dalle mani pesanti della repressione.

Val Susa. Siamo ormai verso la fine degli anni ’80 e si inizia a discutere di linee ferroviarie ad alta velocità per collegare Francia e Italia; nonostante esista già una linea che serva la tratta in questione, i giornali iniziano a declamare la necessità di questo nuovo SuperTreno; i valligiani sono da subito scettici, avendo toccato con mano altri precedenti danni collaterali di queste infrastrutture.

Gli anni passano, politici e amministratori si succedono, ma il progetto della linea Torino-Lione resta sempre lì: tra la cupidigia degli affaristi e la determinazione degli abitanti. A forme di protesta flebili e cittadiniste, iniziano viavia ad affiancarsi forme più radicali come il sabotaggio e l’azione diretta; l’aria si scalda ma ancora non è percepibile la dimensione che assumerà il movimento d’opposizione alla TAV di lì a qualche anno.

È con il 2000 che l’istanza antagonista, quella cittadina e quella ecologista iniziano a trovare progressivamente un piano d’azione ed un nemico comuni grazie al blocco di interessi creatosi attorno all’alta velocità: intrecci di politica e malaffare, ulteriori danni ad un territorio già in parte compromesso, spreco immane di fondi pubblici per un’opera dalla palese inutilità. In poche parole: l’essenza del capitalismo predatore e neoliberista.

Senza qui fare una storia dettagliata del movimento NO TAV possiamo limitarci a sottolineare l’importanza, ormai sotto gli occhi di tutti, che ha assunto il fenomeno valsusino oggi; travalicando i confini locali ed imponendosi in cima all’agenda politica italiana e come modello di riferimento internazionale per le lotte anticapitaliste.

Sul come si sia giunti a questo punto ci sembra invece il nodo interessante su cui riflettere:

negli anni si sono incontrati sul terreno di battaglia molteplici soggettività, ognuna col suo bagaglio di pratiche e visioni differenti. Si è assistiti quindi a marce notturne in cui le parrocchiane col rosario si trovavano subito dietro a giovani incappucciati e armati di pietre; manifestazioni in cui alla testa si trovavano i sindaci dei paesi della Valle mentre al centro si “battevano” le reti del cantiere e in coda personalità di spicco del mondo della cultura ne difendevano le ragioni.

Se questo cocktail umano e politico è stato possibile è grazie innanzitutto ad un’intuizione formidabile quanto semplice: davanti ad un nemico comune, irremovibile nella sua volontà ed arrogante nella sua forza spropositata, solo l’unione delle pratiche e degli intenti permette di far fronte all’offensiva del potere.

Il celebre “siam tutti black block” sta a significare proprio quest’unità nella resistenza; che si scalza dalle rituali divisioni ed etichettature operate dai media.

Ma non c’è solo questo: nella complicità che si crea tra un corteo, uno scontro, un’assemblea ed una polentata, nella forza che deriva dall’affrontare assieme la repressione si crea questa contaminazione delle soggettività; e le visioni che ognuna si porta appresso non vengono a sommarsi algebricamente ma si intrecciano l’un l’altra costruendo così un discorso “altro e contro” rispetto a quello del potere.

Ecco come la difesa della Terra coincide con quella dei suoi abitanti e del loro stile di vita; come l’ostilità verso l’imposizione di un treno evolve in ostilità verso le ingiustizie del capitale ed il contropotere fattuale dell’autorganizzazione fa da contrappeso al potere poliziesco del padronato.

Oggi la Valsusa continua a resistere strenuamente e a rappresentare un esempio vincente per chi si oppone alle follie del neoliberismo.

Una storia molto simile la si può trovare a pochi km da Nantes, nella Loira Atlantica, a Notre-Dame-des-Landes dove, a partire dal 1972, gli abitanti si sono trovati a fare i conti con il progetto di un mega aeroporto che avrebbe stravolto il territorio circostante. Pur incontrando quasi subito la reazioni di residenti ed ecologisti, è dal 2008 che la situazione ha assunto una rilevanza di primo piano. Da otto anni, infatti, si sono installati nella zona molti squatters, occupando i casali e gli edifici abbandonati perché comprati dalla Vinci (multinazionale del cemento e delle grandi opere, analoga della CMC in Valsusa). L’azione diretta e l’istanza radicale sono armi che si sono aggiunte all’arsenale dei soggetti già in lotta e l’incontro tra antagonisti e contadini ha dato prova della sua efficacia nel 2012 in occasione dell’Operazione César: un’azione di sgombero su larga scala volta a recuperare gli immobili e ripristinare il diritto della Vinci a costruire.

L’operazione si risolse in un clamoroso autogol: le case occupate vennero difese da trattori incatenati tutti attorno, le strade videro sorgere barricate semi-permanenti mentre i boschi diventavano l’incubo dei celerini abituati a muoversi sul cemento. La ZAD (Zone à Défendre, come venne ad autodefinirsi) si difese tenacemente sul campo e innescò un vasto movimento di solidarietà che portò oltre 40mila persone a manifestare a Nantes in quei giorni.

Nella resistenza e grazie alla forza acquisita lungo il cammino, Notre-Dame-des-Landes si trasformò in un territorio fuori legge: i mezzi per sostenere la difesa alla Op. César divennero un sistema di “approvvigionamento autonomo” per quanto riguarda cibo, vestiti e beni necessari che devono arrivare dall’esterno ed essere distribuiti gratuitamente; la necessità di contrastare la narrazione dei media mainstream ha portato alla nascita di Radio Klaxon, a forme di controllo e identificazione dei giornalisti all’interno della ZAD ed alla spontanea pratica di rilasciare interviste, sempre a titolo individuale, a nome Camille (nome sia maschile che femminile in Francia). Ciò che era nato come pratica di difesa si è radicato nel terreno, ha germogliato ed ha portato ad un’evoluzione di quel territorio ridisegnandone la geografia tanto fisica quanto sociale e valoriale.

Anche qui l’opposizione e la resistenza ad una mega-opera ha finito per dispiegare un rifiuto totale del mondo neoliberista e si è posta come reale antagonista di quest’ultimo nella lotta e nella costruzione del futuro. Politica e Vita si intrecciano contro Finanza e Morte.

Sono in fondo molto simili le rivendicazioni del popolo Sioux che a Standing Rock (Sud Dakota – USA) ha lottato contro un oleodotto che stuprerà le loro terre sacre. Attraverso questi indiani che hanno riaffermato la propria identità culturale e appartenenza davanti a schiere di celerini, di militari armati fino ai denti, si erge tutta la storia dei popoli nativi americani in oltre tre secoli di soprusi, lotte, sconfitte. Little Big Horn, i caduti dell’AIM (American Indian Movement) a Wounded Knee sembravano tornare immediati e reali nelle notti gelide in cui si rimaneva in piedi tra pallottole di gomma, granate e cannoni d’acqua; i fantasmi ritornano e si legano agli antirazzisti armati di Austin (Texas) e ai neri dei ghetti in rivolta contro la polizia, ritornano e dicono che nonostante mille disfatte ancora è necessario sollevarsi e resistere agli attacchi del capitalismo.

Si potrebbe continuare a correre in giro per il globo terrestre, saltare di continente in continente, di regione di regione e trovare oggi mille “territori in resistenza”; tanto per ricordare alcuni solo in Italia: a Niscemi, Sicilia, ci si continua ad opporre al Muos come in Sardegna si lotta contro il poligono militare e in Abruzzo e Basilicata contro le trivellazioni.

E non è più l’ambientalismo hippy o piccolo borghese a dirigere l’orchestra, ma una visione sinergica che mette insieme l’umano, la cultura, la solidarietà, la Terra, la giustizia contro un esistente fatto di profitti, disparità, malessere, distruzione. Una visione di riscatto per noi, di terribile fine per padroni e speculatori.

Quale che sia il luogo, la lingua parlata o la cultura d’appartenenza, quali che siano le condizioni particolari che influenzano i caratteri salienti della lotta, i Territori oggi sono il campo privilegiato di ricomposizione e di contrasto al neoliberismo; sono lo spazio in cui una contraddizione locale matura in sperimentazione generale ed antagonista. È ormai entrato nel linguaggio e nel sentire comuni che il Territorio non sia solo una porzione geografica delimitata da un qualche confine fisico o immaginario, ma la vita stessa che all’interno di quell’area si muove e pulsa. Tocca oggi significarla quella vita, tocca scaldarla fino a renderla incandescente e luminosa, a renderla fuoco!

Contro una morte fredda e anonima, di cemento, che ci accompagna e circonda ogni giorno, tocca viverla quella vita, insieme, gioiosamente, sovversivamente, fino in fondo.

Zero