GUEROS: un film di Alonso Ruizpalacio

0 Posted by - 12 aprile 2017 - RECENSIONI

A volte è così che va”

Pellicola di un bianco e nero opalescente che appare come l’unico mezzo adoperabile per il proprio scopo, ovvero mettere nero su bianco l’amore del regista nei confronti della propria città e del proprio Paese.

La storia si svolge in Messico, precisamente a Città del Messico dove vive Fede, studente universitario che passa le sue giornate a casa con il suo amico e coinquilino Santos, in attesa che accada qualcosa nelle loro vite. Oltre a condividere l’appartamento, i due condividono l’interesse verso lo sciopero che i loro compagni hanno organizzato alla Universidad Nacional Autónoma de México.

Qualcosa accade, però, a portare scompiglio nelle loro vite: è Tomás, fratello di Fede e adolescente problematico, spedito dalla madre a Città del Messico per la cattiva condotta e nella speranza che possa cambiare atteggiamento nei confronti di ciò che lo circonda. Tomás a causa del colore chiaro della pelle, viene etichettato con l’appellativo güeros, diverso in apparenza perché con meno sangue indio nelle vene.

Sarà proprio Tomás, piombando nella notte nell’appartamento con in spalla uno zaino e la cassetta di Epigmenio Cruz, cantautore messicano degli anni ’60, lasciatagli dal padre prima che venisse a mancare, a portare nella vita dei due squattrinati il cambiamento che tanto aspettavano.

I tre ragazzi accompagnati da Ana, una giovane brillante idealista circondata da uomini che non sempre paiono alla sua altezza, intraprendono un viaggio on the road alla ricerca del misterioso cantautore messicano, con l’obiettivo di farsi autografare la cassetta. Il viaggio è il medium che viene utilizzato dal regista per narrare il cambiamento di ciascun personaggio e per dare ritmo alla storia, un viaggio che intraprende lo spettatore insieme ai protagonisti grazie all’utilizzo che il regista fa della macchina da presa, spezzando il ritmo del racconto, inquadrando il paesaggio e i personaggi e utilizzando la musica come compagna di viaggio.

È il primo lungometraggio del regista messicano che, riprendendo i tratti intimisti, le fughe rocambolesche, i primi piani intensi e silenziosi e i tempi dell’azione dilatati classici del cinema della nouvelle vague francese, vuole raccontare la sua terra e la sua città con un po’ di nostalgia. La pellicola risulta essere interessante nonostante la storia non sia delle più originali e la prima parte fatichi a decollare; la maggior parte delle riprese sono tutte in soggettiva, proprio per permettere allo spettatore di avere il punto di vista dei protagonisti e per renderlo più partecipe.

La critica che gli si può muovere è l’aver voluto affrontato troppi temi quali la contestazione studentesca nell’università caratterizzata da grida di slogan, le diatribe tra tendenze di pensiero opposte, con azioni poco concludenti e molto ideologiche. “Essere giovani e non essere rivoluzionari è una contraddizione” scritta vergata dagli occupanti su di una parete dell’università è scelta come slogan per il lancio del film. In quanto essere giovani – e rivoluzionari – non significa guardare unicamente al passato, ma utilizzarlo, semmai, come fonte di ispirazione. È il 1999 e il Movimiento Estudiantil decide di occupare l’UNAM per contrapporsi alla decisione presa dal rettore Francisco Barnés di introdurre delle tasse d’iscrizione universitarie, attacco diretto al diritto alla gratuità dell’istruzione. Gli studenti furono appoggiati da numerosi cittadini della capitale e dal Movimento Zapatista, mentre videro schierarsi contro le testate giornalistiche e le maggiori reti televisive. Questo disagio giovanile e sociale era figlio di politiche neoliberiste, attuate dal governo, che crearono malessere sociale. Il movimento studentesco ebbe però solo delle piccole conquiste: il riconoscimento di un consiglio di delegati studenteschi e l’abrogazione momentanea della nuova tassa d’iscrizione.

All’interno della narrazione filmica c’è un ritorno al passato con lo sguardo sul futuro. Il passato con il bianco e nero, il movimento studentesco del 1999 e le sonorità caratteristiche degli anni ’60; il futuro dato dal punto di vista del giovane Tomás che si ritrova catapultato in situazioni a lui finora estranee: a lui si affida la speranza del domani.

Ruizpalacio è stato un regista coraggioso: ha voluto affrontare temi importanti quali il senso di inutilità sociale che affligge la sua, la mia, la nostra generazione che non riceve stimoli e input per reagire e che ricorre la maggior parte delle volte a crearseli.

Tocca delicatamente il problema del pregiudizio etnico all’interno della stessa comunità: güeros è infatti un termine gergale messicano usato per definire una persone di pelle più chiara, spesso utilizzata come dispregiativo.

Allontanandosi dal tipo di racconto di registi come Iñarritu, suo compaesano che vince l’Oscar raccontando di lotte con orsi e parlando di stazioni spaziali, Ruizpalacio riesce a regalarci una storia vera con semplicità e dedizione e una gran dose di amore verso il proprio Paese. Ci racconta il Messico più quotidiano, urbano, degli universitari e delle persone comuni, con semplicità e non superficialità. Il suo è un punto di vista intimista, frammentato assemblaggio di istanze poetiche, sociali e di storie vere, reali. Uno sguardo vero e concreto di chi ha tanto da raccontare.

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