25 MARZO E DINTORNI: DI PIAZZE BLINDATE E SIMULAZIONI DEL CONFLITTO

0 Posted by - 14 aprile 2017 - EDITORIALI

La giornata romana del 25 marzo contro le celebrazioni della firma dei Trattati di Roma, più che per il suo svolgimento a livello di cronaca, lascia importanti spunti di riflessione sulla fase politica che stiamo attraversando, sia a livello soggettivo “di movimento”, sia a livello di strategie del nemico.

Non serve spendere molte parole sulle altre piazze di quella giornata, da quella fallimentare della destra sociale a quella riformista della CGIL che vedeva presenti anche Cobas e pezzi di “movimento”, in particolar modo vari centri sociali romani, e si fermava alla stantia rivendicazione di “diritti”, aggregando a un certo punto addirittura la manifestazione filo-europeista capeggiata da Emma Bonino. Andiamo avanti. Nel pomeriggio a Piramide si radunava il concentramento del corteo che era ormai da giorni sotto i riflettori dell’“ordinato delirio” scatenato da media e Ministero degli Interni. L’unica piazza anticapitalista della giornata, convocata dalla piattaforma Eurostop e con adesioni di varie aree di movimento. Per gli artefici della strategia della tensione una calata di barbari pronti a marciare sulle rovine fumanti della Città Eterna. Non è certo la prima volta che si scatena una simile cagnara, e non è mai stata condizione sufficiente per far fallire una mobilitazione; stavolta ha toccato vette piuttosto alte di non-sense: ad esempio, era davvero fantasioso ipotizzare arrivi dall’estero per un corteo del genere, ma tant’è. Ma questa mobilitazione è stata soprattutto la scusa per testare un nuovo passo in avanti della repressione a 360 gradi del dissenso sociale.

Premessa: qui non si vuole certo gridare alla democrazia violata, alla libertà d’opinione o simili discorsi da salotto. Ma non bisogna dimenticarsi mai della società in cui si è immersi: piaccia o no, decine di milioni di persone intorno a noi nelle istituzioni partorite dalla nostra democrazia rappresentativa hanno fiducia. Forse la stanno perdendo nei “politici”, ma non negli apparati di sicurezza, nelle istituzioni vere e proprie. E quindi è necessario raccontare e spiegare con ogni mezzo che sono state sequestrate oltre 150 persone in caserma senza motivo, che si danno i fogli di via in base all’appartenenza politica, che indumenti di uso quotidiano nei giorni di corteo diventano corpo del reato su tutta l’estensione della città in cui si manifesta, che un intero spezzone di corteo sia stato fronteggiato con un’aggressione preventiva da parte dei cordoni di polizia. A che serve ergersi sul piedistallo del “ma noi lo sappiamo da sempre che le cose funzionano così, è ridicolo reclamare alcunché dalle cosiddette istituzioni democratiche”? È una posizione esteticamente accattivante ma che non sembra portare lontano. Un po’ di sana propaganda concediamocela ogni tanto, almeno quando il nemico fa qualche mezzo passo falso.

Ma veniamo a noi. Perché questo corteo è stato anche un segno dei tempi, duri, che viviamo soggettivamente. La gente non era molta, qualche migliaio di persone, cinquemila a essere generosi, per un corteo nazionale contro nemici tanto odiati e potenti come i capi di Stato dell’Unione Europea. Sulla lettura politica dell’UE e il dibattito che ne consegue, e specie sul perché evidentemente non catturi al momento molta attenzione tra gli sfruttati di casa nostra, è opportuno tornare in altra sede e con calma, quindi ci si limiterà per ora a parlare delle forme di protesta.

E questo induce subito a pensare se sia ancora il caso di spendere energie organizzative significative per appuntamenti del genere. In cui l’ordine pubblico è quello dei protocolli per le visite di Stato, in cui lo stato d’eccezione, già galoppante nella quotidianità, viene applicato senza alcun senso della misura. Adesso poi che c’è anche l’altra scusa del terrorismo. Il contro-vertice ha stufato, ce lo possiamo dire. Non entusiasma neppure i militanti. Il “grande corteo che invade le vie del centro” sembra ce lo vogliano togliere per sempre con i mille protocolli sulla sicurezza, ma tornerà, se ci sarà mobilitazione sociale diffusa e continua. Se i capi di Stato verranno in un periodo di scioperi, occupazioni, picchetti, non ci sarà strategia della tensione che tenga, si manifesterà, pacificamente o col fuoco spontaneo della rivolta, secondo quel che vuole la collettività. Ma fingere che quel clima ci sia non serve, chiamare alla contro-mobilitazione in tempo di pace sociale non funziona.

E con questo una riflessione si impone anche sulle pratiche, a maggior ragione dopo i fatti di Lucca durante il G7 dei Ministri degli Esteri: in tempi di simili dispiegamenti di apparati, sembra auspicabile dichiarare concluso il tempo del tafferuglio, del “prendersi una carica”, dello scontro simulato a favore di fotografo. In primis per un discorso di autotutela: sono anni che lo Stato non gioca più a questo gioco e distribuisce punti di sutura e anni di galera come caramelle. Le “cariche di alleggerimento”, che ci mandavano a casa con qualche livido e la prima pagina dei giornali on-line garantita per qualche ora, ce le possiamo scordare. Le botte e gli arresti non si possono regalare, non ce lo possiamo proprio permettere, perché nella quotidianità c’è un bisogno estremo di presenza attiva. Ma i motivi sono anche altri: ogni volta che il nemico ci rincorre diventa più forte. Ogni volta che subisce due colpetti con un’asta di plastica e poi può rincorrerci per chilometri e manganellarci a sangue, un cordone di polizia rafforza la propria fiducia nel fatto che il conflitto sociale sia una roba da buffoni, una rappresentazione farsesca. E la volta dopo picchierà ancora più forte. Ma l’effetto più grave è su chi ci vede dall’esterno: la persona che “paga la crisi”, che è incazzata, che forse ha addirittura la mezza tentazione di scendere in piazza con noi, se vede che la pratica è quella di andare a rimbalzare volontariamente contro un cordone di polizia e poi prendere una marea di botte, il dubbio se scendere o meno in piazza con noi se lo toglie subito. Perché prima provochiamo, e poi rischiamo pure di farci male. Allora, possiamo tornare a ragionare sulle pratiche? Sul fatto che non è illecito anche fare dei cortei pacifici, se si pensa di avere delle cose da dire ma non c’è il fuoco della rivolta che divampa dalla piazza? La rivolta è una cosa seria. Non la si può recitare, e il bello è che spesso se ne accorgono tutti tranne noi compagni.

Quando giochiamo in casa, sul nostro terreno, il discorso cambia, il terreno di scontro si fa reale, le contraddizioni sono vissute anche da chi ci osserva da fuori, non siamo chiusi in un acquario assieme soltanto alla polizia: in Valsusa, alla mensa di Bologna, ai cancelli della Logistica, nelle occupazioni di case giochiamo la nostra partita. Con l’obiettivo di allargarsi, di tracimare, è ovvio. Noi possiamo e dobbiamo essere abbastanza intelligenti da non chiuderci negli schemi imposti dal nemico, da non sprecare energie sotto gli occhi soddisfatti di padroni e questurini. Un operaio di Pomigliano, mentre il 25 marzo lo spezzone era bloccato e circondato dalla polizia, dal microfono ha detto una cosa del genere: “Abbiamo visto quello che siete in grado di fare per impedire di manifestare dissenso in una giornata come questa. Avete tirato fuori storie di black bloc e altre mille cazzate. Ma i problemi vanno avanti, e se la risposta è questa i black bloc ve li ritrovate ai cancelli delle fabbriche”. Chiaramente una semplificazione, ma insomma, l’immagine rende.

È davvero il tempo di mettere in discussione un po’ di cose che facciamo per abitudine, di sforzare la fantasia, di beffare l’apparato di potere non facendosi trovare dove lui vuole che siamo. Non è uno sforzo semplice, mettersi in discussione costa sempre tanto, ma la sensazione è che sia una necessità da un lato drammatica, ma dall’altro lato anche lo stimolo che sprona a scrollarci di dosso un po’ di ruggine.

Giorno d’estate, giorno fatto di niente

Francesco Guccini

Lo sbirro possiamo immaginarcelo tirato a lucido ed annoiato, la pistola nella fondina, il passo marziale e la divisa più scura sotto le ascelle, inumidite dal piacevole caldo di un sabato pomeriggio di marzo. Probabilmente ha esordito, come forse suggerisce un manuale, con il più abusato dei: “Documenti, prego”. Poi il valzer dei controlli, delle cordialità da impiegato statale, i “lei” ed i “voi” pronunciati con affettazione, ad ostentare un rispetto che non c’è. Dall’altra parte gli occhiali da sole che scivolano placidi sull’incavo laterale del setto nasale, mentre i jeans si riscaldano sul guard-rail, la tensione e la noia: l’attesa.

Non lo sapremo mai, forse. Di certo non così nel dettaglio. Perché la storia finisce qui, con una telefonata:

– Ci stanno portando via per identificarci.

– Eh, ma dove?

– Non lo so, questi non parlano.

– Va be’, ma siete in arresto?

– No, che arresto: non avevamo nulla addosso, solo le magliette… e i panini.

– Comunque chiedi, fateci sapere…See…

– Aspé, hanno detto dove ci stanno portando.

Tor Cervara. Al centro d’identificazione. Dopo la telefonata, di storia ne comincia un’altra. Assurda da raccontare, come parlare dell’aria dentro un contenitore di plastica. Fatto sta che una fetta importante della giornata del 25 marzo si è svolta in quel contenitore. Un contenitore dalla forma moderna: basso, ricoperto di vetrate oscure che riflettono la luce e non lasciano vedere dentro. Sembra galleggiare come su un pantano d’asfalto leggermente rialzato rispetto al livello della strada, e circondato da alte sbarre di ferro che gli insulti della ruggine, dopo anni, cominciano finalmente a far arrossire.

Una parte importante del corteo è finita qui: il pullman da Torino, quello dalla Val Susa, i vicentini, i pisani, qualcuno di Bologna, un nove-posti di foggiani. Tutti fermati prima di poter accedere alla Capitale, controllati e portati nel Centro d’Identificazione di via Salviati. Gente che voleva essere ad un corteo, come noi. E che invece, adesso, è rinchiusa lì dentro, ferma a contare i minuti e ad aspettare. Esattamente come noi, qui fuori, stiamo aspettando che loro escano.

Le portiere aperte della macchina favorisco il circolo dell’aria, ed aiutano la cronaca radiofonica a disperdersi nell’aria: ascoltiamo Radio Onda Rossa, i compagni parlano e raccontano una città blindata, una pace terrificante.

Ogni tanto, dai cellulari, arrivano notizie da chi sta dentro: “tutto bene”, “tra poco ci fanno uscire”. Un mantra che va avanti per ore. Iniziamo a viaggiare per fare rifornimento di birre. Passiamo davanti la sede della Polizia Stradale: una struttura circolare, svettante, vetrate oscure e cemento color pastello. Esteticamente non sarebbe manco male, viene da pensare, se non fosse che si trova in un posto sperduto, e qui sembra quasi irreale. Le strade sono malamente asfaltate, sterrate in alcuni punti, visibilmente abbandonate. E tutto sembra essere sospeso. Ogni tanto un gruppetto di rom ci passa affianco: lo sguardo stanco e attento, ci degnano di un’occhiata e poi passano avanti. Qui vicino c’è il campo rom più grande d’Europa, lo abbiamo intravisto venendo: una rete metallica, e dietro roulotte, strutture in lamiera, polvere e panni stessi. Quello che viene in mente pensando a una favela – forse pure peggio – e di fronte il Centro d’Identificazione della Polizia, la struttura moderna di controllo, le divise e i blindati. Chissà se questa specie di metafora urbanistica è volontaria.
La birra rinfresca l’attesa. I nostri sono ancora lì dentro. E dentro parlano, sia con noi che con le divise: chiedono spiegazioni che non arrivano, mentre ci dicono di stare tranquilli, della placida routine di una giornata di repressione. Ogni tanto sentiamo alzare dei boati, dei cori, vengono da dentro. Decidiamo di avvicinarci al retro della struttura. E lì vediamo dei compagni che hanno srotolato uno striscione e dato vita ad un corteo interno. Protestano. Ci avviciniamo alle sbarre, ci vedono e si avvicinano a noi. Sono torinesi, sono chiusi lì dentro da più di quattro ore perché la polizia ha trovato, nello zaino di un signore di settantacinque anni, un coltello da formaggio infilzato in una forma di montasio. Il pullman dei vicentini è stato fermato perché due ragazzi avevano delle felpe nere. Dei ragazzi pisani rischiano l’arresto per lo stesso motivo. I foggiani, invece, sono stati fermati per dei “normali controlli”: non avevano con sé né coltellini da formaggio né indumenti atti a ripararsi dal freddo, ma sono stati ugualmente fermati. Eppure sono lì, tutti lì. Un numero di quasi 150 persone bloccate, a cui è stato impedito di partecipare ad una manifestazione legittima. Capiamo di non essere soli lì fuori, riconosciamo Nicoletta Dosio. È con un’europarlamentare che ha (o, meglio, avrebbe) il diritto di parlare con chi è recluso, ma le viene negato. Inizia a digitare il numero del Ministero degli Interni, per chiedere spiegazioni, ma anche lì nicchiano. In deroga alle leggi di quella Repubblica che dovrebbero difendere. Insieme al corteo finisce anche l’attesa. Difficile non pensare che l’obiettivo di quest’operazione fosse d’impedire ai forestieri la partecipazione al corteo. Alcuni di essi verranno onorati con dei fogli di via. Gli viene impedito di entrare a Roma, per anni, con motivazioni pretestuose. “Possono pure fare ricorso”, ci spiega uno dei funzionari, cordialmente. Cioè: soldi, avvocati, spese. E intanto il tempo passa.

Qualcuno ha scritto: “Oggi per gli ultrà, domani per tutta la città. Domani è arrivato”. Ecco: il senso della giornata è, in una battuta, questo. Gli spazi d’azione si restringono, ed è davvero difficile sentir parlare di democrazia e libertà d’espressione in giornate come queste. Forse è questa idea, possente e forte, che dobbiamo al più presto sovvertire: l’idea per cui, nei limiti della legalità – cioè del vivere in un consesso comune e civile – sia concesso a tutti di esprimersi in libertà. Che la legalità non è sinonimo di giustizia, tutt’altro, e che il concetto di libertà è assai relativo. È un problema che diventa sempre più serio, e che dev’essere affrontato con coscienza, e con armi più pericolose ed affilate di quelle della retorica.

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