IL GASDOTTO TAP E LA RESISTENZA DEL SALENTO

0 Posted by - 18 aprile 2017 - METROPOLI vs TERRITORI

“Mmara a ci pe’ denaru

l’anima se vende

e mbelena la terra

invece cu se la difende”[1]

Daniele Durante, Ballata per gli ulivi salentini, 2015

Salentu: lu sule, lu mare, lu ientu?

Salento. Terra d’Otranto. Questo lembo di terra, una penisola in pratica, che a Nord confina con la Puglia, a Est con il Mare Adriatico e a Ovest con il Mar Jonio. Mari che si ricongiungono all’estremo Sud, al Capo di Santa Maria di Leuca. 45 km di larghezza, 120 di lunghezza. Una penisoletta, in fin dei conti. La periferia Sud-Est del Paese. La periferia del Sud del Paese.

Di dominazioni e invasioni il Salento ne ha subite a iosa. Terra che ha conosciuto, e conosce ancora, l’emigrazione dettata da un’arretratezza mai colmata dallo Stato unitario. Emigrazione che ha sparso semi in ogni dove, in ogni regione italiana, in tanti Paesi d’Europa e del Mondo.

Periferia anche nella lotta: sì, ci furono le occupazioni delle terre, poi le lotte delle operaie tabacchine, le mobilitazioni del ’77. Poca roba, in confronto alle esperienze di altre zone del Sud, senza andare troppo lontano. Esperienza tramandata, certo, ma ormai edulcorata e intangibile.

Cos’è oggi il Salento? È quel paradiso che tanti vacanzieri descrivono? È quel luogo in cui si mangia benissimo, in cui la cultura popolare è ancora vera e trascinante, in cui il paesaggio è incontaminato? Se lo si mette a confronto con una metropoli, sì, è chiaro, è così.

Peccato che in questa descrizione cui contribuiscono i meccanismi mediatici del turismo non vengano contemplate le centrali a carbone del Nord Salento, il cementificio di Galatina, l’alta incidenza di tumori di Cutrofiano, i rifiuti tossici interrati, i progetti speculativi come i porti turistici che dovrebbero attirare quei fottuti turisti ricchi. Peccato che non si pensi mai a quanto il turismo di massa degli ultimi 15 anni abbia modificato e devastato ampie porzioni di territorio. Peccato che non si pensi mai alla devastazione che tanti salentini hanno operato sulla propria terra: le case abusive sulla spiaggia di Porto Cesareo, i residence di cemento sulla pineta di Rivabella, la piscina sulla scogliera di Porto Miggiano. Peccato che non si pensi mai al continuo dissanguamento (leggi spopolamento) dovuto a una situazione economica che non è crisi, ma cronica. Perché il Salento l’estate è una figata, ma d’inverno?

Sembriamo stupidi e contenti di tutto e in armonia con il mondo, noi salentini, per via dell’immagine che un certo stile musicale diffusosi dagli anni ’90 ci ha fatto appioppare in tutta Italia. Ma si crede davvero che tutte queste domande, tutti questi problemi della e sulla nostra terra non ce li siamo mai posti, non ce li poniamo? Stavamo solo aspettando il momento giusto per dare le nostre risposte. Perché sì, siamo attaccatissimi alla nostra terra, ma non allo schifo che su di essa viene fatto in nome del dio denaro e della speculazione. Anzi, proprio perché viviamo di questo attaccamento, rifiutiamo tutto ciò. Ed è un attaccamento che è difficile spiegare: sembra quasi più simile al rapporto che i popoli indigeni del Centro-Sud America hanno con la propria terra che non la relazione tipica dei popoli europei contemporanei.

Stavamo aspettando il momento giusto, quello in cui la capacità di sopportazione sarebbe venuta meno. Era già successo qualche anno fa, con la Xylella, ma in quel caso gli alberi stavano veramente morendo e molte persone non se la sentivano di mettersi in mezzo, di impedire che i nostri ulivi venissero tagliati e bruciati. Poi ci hanno pensato la magistratura e un pugno di agricoltori seri a smontare l’inganno. Inganno statale ed europeo, è bene ribadirlo.

Il momento giusto si chiama TAP. Trans-Adriatic Pipeline. Un gasdotto che dovrà portare il gas dall’Azerbaijan all’Italia passando per Georgia, Turchia, Grecia e Albania. O meglio, il gas andrà in Europa, perché serve per differenziare l’approvvigionamento energetico dal gas russo. Quindi, capiamoci: un consorzio di multinazionali ha deciso, di comune accordo con l’Unione Europea, e quindi anche con lo Stato italiano, il tracciato del gasdotto. In altre parole: i miliardi hanno deciso. Noi, comunità di Azerbaijan, Georgia, Turchia, Grecia, Albania e Salento non contiamo un cazzo. Non dobbiamo decidere nulla. Non possiamo neanche far presente che quest’opera presenta rischi per l’ambiente e la salute [video1 e video2]. Figuriamoci poi se possiamo asserire che non serva a nulla.

tracciato del gasdotto TAP

Quando è troppo è troppo

Erano anni che se ne parlava: c’è chi si è mosso, chi ha fatto assemblee, chi ha prodotto inchieste e opuscoli, chi ha provato a bloccare il progetto per via legale, chi ha fatto opinione. Con la difficoltà maggiore che questi di TAP arrivavano e sganciavano centinaia di euro ai contadini, finanziavano per migliaia (sempre di euro) progetti locali, feste patronali, tornei di calcio amatoriale, corsi di cucina. La colonizzazione, in pratica. E come in ogni colonizzazione c’è chi si vende, chi tradisce, chi diventa collaborazionista, ma c’è anche chi si ribella. Siamo periferia, non colonia.

Poi a marzo, tutto d’un tratto, la grande paura si palesa: hanno cominciato a espiantare gli ulivi, è iniziata la cantierizzazione nelle campagne vicino San Foca. Subito un pugno di volenterosi si mobilita, giunge sul posto, prova a opporsi. Niente da fare, sono venuti scortati dalla polizia. Il giorno dopo i volenterosi aumentano, ma aumenta anche la polizia. Non si riesce a fermarli. E poi i volenterosi aumentano ancora: non sono più volenterosi, cominciano a essere persone che lottano. Diventano centinaia, si prendono le cariche della polizia. Pure il sindaco di Melendugno si prende la carica. Lo Stato di sopra contro lo Stato di sotto. Lo Stato di sopra riafferma quanto lo Stato di sotto non conti un cazzo. Perché il progetto è “strategico”. Solo che lo Stato di sopra non ha capito una cosa: chi è attaccato alla propria terra è disposto a tutto pur di difenderla. Compaiono le barricate, i mezzi per muoversi devono prima rimuoverle. I celerini diventano operatori ecologici: prima di poter caricare persone disarmate devono rimuovere i sassi delle barricate.

Un bel giorno, poi, in modo del tutto casuale centinaia di persone si ritrovano di sabato mattina a bloccare una strada statale. È solo un pesce d’aprile. Invece di andare a fare una passeggiata a mare, sti burloni. I camion non possono proseguire: gli ulivi già espiantati devono ritornare indietro. Vittoria: piccola, ma pur sempre vittoria. E il giorno appresso non è più un pesce d’aprile, uno scherzo: migliaia di persone si riuniscono sotto la colonna di Sant’Oronzo, acerrimo nemico dei traditori e dei rinnegati. È un’assemblea, forse troppo passerella per i sindaci, che sempre politici rimangono, ma va bene così. Va bene perché 94 su 97 Comuni della Provincia di Lecce firmano un appello contro la TAP. Le uniche pecore nere sono due amministrazioni commissariate e il sindaco di Otranto che mostra buona dose di coerenza perché un altro gasdotto dovrà approdare proprio sul territorio da lui amministrato. E il giorno appresso, un lunedì mattina, 500 persone si ritrovano davanti ai cancelli del cantiere. Tanti, forti, determinati. Da qui non si passa. Qualcuno consiglia a TAP di smetterla con gli espianti per far raffreddare un po’ gli animi. Anche dei simpatici quanto dispettosi folletti ci tengono a esprimere la propria opinione: lu Uru, lu Scazzamurrieddhru[2], lu Sciacuddhri, a seconda del paese di provenienza, di comune accordo con la tramontana fedele compagna del Salento, rimuovono le reti del cantiere, spostano sassi e compongono un mosaico di barricate. Impossibile passare.

 

Poi inteviene il Tar del Lazio e impone la sospensione. Fino al 19 aprile sicuramente non si potrà espiantare. Sono rimasti ormai poche decine di alberi, una cinquantina. TAP ha tempo fino al 30, nel rispetto del ciclo biologico dell’ulivo, per portare a termine la gratificante missione.

Aspettare e vedere.

 

La comunità ritrovata

Gli Ultrà Lecce non sono una curva politicizzata, anzi l’apoliticità è stato uno dei pilastri fin dalla fondazione del gruppo nel 1996, momento di frattura con il passato della Curva Nord. Negli ultimi anni, però, hanno più volte preso parola in difesa della propria terra: contro l’eradicazione degli ulivi per la farsa della Xylella, contro le trivellazioni petrolifere e, ovviamente, contro il gasdotto. Domenica 9 è di nuovo momento per dire la propria, sia con uno striscione sia con i cori. Tutto lo stadio applaude. “Giù le mani dal Salento” viene cantato con rabbia e forza, molto più intensamente di tutti gli altri cori.

Striscione esposto durante Lecce-Taranto del 9 aprile

I 97 Comuni della Provincia di Lecce fanno 800mila abitanti circa: perché i sindaci di questi 94 Comuni firmino l’appello contro il gasdotto significa che la stragrande maggioranza di queste 800mila persone rifiuta il gasdotto. Una compattezza d’opinione mai vista prima nel Salento.

Opinione, certo. Che non significa per forza o immediatamente disponibilità alla lotta. Quella ce l’ha quel centinaio di persone che quotidianamente anima le assemblee del Movimento No TAP. Assemblee al chiaro di luna, nel terreno concesso da una coppia di contadini. Discussioni partecipate con una volontà e intensità impensabili fino a solo un mese fa: decine di interventi, capacità di affrontare dialetticamente l’assemblea e, se giusto, modificare le proprie convinzioni pregresse. Volontà popolare di partecipazione che è uno schiaffo in faccia alla retorica della sfiducia delle persone verso la politica: manrovescio rivolto con forza a chi vorrebbe rappresentare l’insofferenza popolare. Stiamo parlando delle persone che solitamente non militano in collettivi o organizzazioni anticapitaliste. Sono loro che stanno dimostrando la capacità di mettere se stesse e le proprie opinioni in discussione in un ambito di lotta mai conosciuto prima.

Sui compagni e le compagne, invece, c’è da fare un altro discorso. E ciò ch’è scritto si legga come critica costruttiva e non come accusa. Sono tanti i problemi sorti nelle assemblee dopo che i folletti dispettosi hanno eretto le barricate, facendo purtroppo l’errore di utilizzare le pietre di un muretto a secco del 1500. Errore per tanti motivi, ma principalmente per uno: perché le persone del luogo, molte delle quali si sono mobilitate contro la TAP, ci tengono tantissimo in quanto pezzo della storia del loro territorio. E per quanto lo si possa ritenere secondario rispetto al fine della lotta, non ci si può permettere di screditare le opinioni di tanti che partecipano attivamente. Fare questo significa porsi su un piano di presunta superiorità morale e politica. Il Movimento NO TAP, in fin dei conti, è nato giusto un mese fa: non si può avere la fretta di bruciare le tappe organizzative e delle pratiche di lotta. Per due motivi: perché, da un lato, l’espianto di questi ulivi è solo il primo di vari passaggi di costruzione necessari alla realizzazione dell’opera; in altre parole, dev’essere inevitabilmente una lotta di lunga durata. Dall’altro lato, come si può pretendere che persone che si affacciano oggi, per la prima volta, alla politica dal basso e autorganizzata, per quanto determinate possano essere rispetto all’obiettivo da raggiungere, debbano ritenere immediatamente valido un piano di lotta cui non hanno mai partecipato e che per giunta subisce costantemente attacchi mediatici e non gode certo di buona fama? La fretta non è mai fautrice di risultati positivi. Piuttosto, ci vogliono molta calma e razionalità per intraprendere un percorso di lotta che, per una volta, abbia la velleità di vincere e non di auto-raccontarsi. D’altra parte, è necessario specificare un aspetto molto importante: la lotta contro il TAP non la possono vincere i ricorsi legali da soli, né le barricate e le forme di lotta più attive da sole, né la resistenza passiva da sola. In tutti questi anni abbiamo fatto sempre riferimento al movimento No Tav della Valsusa, ne abbiamo cantato le lodi poiché ha avuto la capacità di far convivere e utilizzare insieme differenti pratiche di lotta. Oltre a cantarne le lodi, il Movimento NO TAP ha bisogno di applicare nella pratica quell’insegnamento. Con una specifica molto importante: la scelta delle pratiche non dev’essere dettata dalla propria opinione ideologica pregressa, ma dalla valutazione tattica che si farà di volta in volta circa i rapporti di forza e l’utilità delle varie pratiche a disposizione. L’alternativa a questo modo di agire sono i comunicati di dissociazione in cui chi ha eretto le barricate utilizzando i sassi del muretto del 1500 viene paragonato agli uomini di TAP, oppure le prese di posizione con cui si getta discredito sul Movimento NO TAP e si assume una pratica di lotta totalmente autoreferenziale. In ultimo, l’auspicio è che il Movimento NO TAP sappia e riesca a non adagiarsi sulla posizione oggi conquistata, sulla mobilitazione fin qui dispiegata, ma cerchi costantemente di rimettersi in gioco al fine di diventare un vero e proprio movimento di massa: passaggio fondamentale se si vuole vincere.

Lecce, recinzione del cantiere delle mura antiche.
Perfetta sintesi politica dell’opposizione salentina al TAP

Marc Légasse

 

[1]“Sventurato chi per denaro si vende l’anima e avvelena la terra invece di difenderla”.

[2]Non essendo linguista è un po’ difficile spiegare in maniera comprensibile e corretta, ma “ddhru” ha il suono italiano di “ggiu”, potenziato di una r nascosta tra le g e la i.