IL SULTANO E GABRIELE

0 Posted by - 20 aprile 2017 - INTERNAZIONALISMO

Il sequestro di Gabriele Del Grande avviene nel contesto di una Turchia lanciata in una svolta dittatoriale interna e in un espansionismo bellico che dura ormai da anni. Un Paese in cui voci come la sua e quella di tanti altri vanno messe a tacere. Compito nostro è aiutare queste voci a risuonare e sostenere chi lotta per la libertà.

La domenica di Pasqua la Turchia ha vissuto l’ennesimo passaggio nel suo percorso politico di stampo autoritario. Con la vittoria nel referendum sulla riforma dell’assetto istituzionale Erdoğan ha blindato la propria leadership: presidenzialismo assoluto e rieleggibilità per altri due mandati, fino al 2029, le principali novità introdotte. I numeri raccontano l’ennesimo colpo di mano: Erdoğan avrebbe vinto col 51%; anche se fosse un risultato regolare, in nessuno Stato sedicente democratico riforme così pesanti potrebbero passare con la metà dell’elettorato contraria. Inoltre fonti autorevoli denunciano, come prevedibile, gravi brogli sufficienti anche a ribaltare il risultato. A noi del resto poco interessa, in linea di massima, dibattere attorno alle cifre elettorali, in un clima politico in cui, brogli o meno, ogni parvenza di agibilità per l’opposizione è ormai cancellata da tempo. Non è difficile immaginare il clima ai seggi elettorali, tra intimidazioni e violenze da una parte e promesse e corruzione dall’altro.

Ma non lo si immagina certo per partito preso: in Turchia negli ultimi anni sono stati migliaia gli arresti di oppositori politici, in buona parte appartenenti alla sinistra rivoluzionaria. Più recentemente si è passati a esponenti di partiti (addirittura i leader dell’HDP1, partito che ha ottenuto il 10%), sindacalisti, giornalisti, insomma un attacco deciso non solo al mondo della militanza rivoluzionaria, ma a una buona fetta di “società civile”: specie dopo il fallito golpe dell’estate scorsa, gli arresti di massa hanno colpito anche avvocati, magistrati, professori, professionisti, dipendenti pubblici. Ci sono omicidi politici e sparizioni. E poi ci sono i kurdi, cui in questi anni la Turchia ha continuato a fare una guerra spietata, per procura in territorio siriano, principalmente tramite l’ISIS, e “di persona” sul proprio stesso territorio statale, dove ha raso al suolo interi villaggi a cannonate continuando a seminare morte e distruzione.

Erdoğan è quindi lanciatissimo nel suo progetto di politica di potenza regionale, di ruolo guida dell’Islam sunnita, con la partnership soprattutto economica delle petro-monarchie del Golfo. Il vero Califfato, verrebbe da dire. Una potenza espansionista e protagonista assoluta della guerra mondiale strisciante che di fatto è già in atto da anni. Se uniamo le riforme istituzionali varate nel tempo, il livello di repressione interna, l’espansionismo bellico, la mente non può evitare di correre ai totalitarismi europei del Novecento. La Turchia di Erdoğan è insomma non solo un mostro per chi ci vive, ma un autentico pericolo pubblico, un nemico giurato per chiunque abbia a cuore le sorti di questo pianeta.

C’è un piccolo problema: la Turchia è alleata del Paese in cui viviamo, e in generale dei Paesi europei. Che tra l’altro tiene al guinzaglio con il ricatto dei migranti: “io li fermo e voi mi pagate e non mi rompete le scatole”. Questo giochetto è già valso miliardi di euro di finanziamenti e una grande accondiscendenza a livello politico. Inoltre, la Turchia è la seconda potenza militare della stessa alleanza di cui facciamo parte anche noi, e Trump sembra aver gradito molto la vittoria referendaria del collega turco. Insomma, le istituzioni politiche, economiche e militari italiane ed europee sono legate in modo strettissimo alle sorti di questo nuovo tiranno ottomano (come rileva inoltre l’inchiesta pubblicata recentemente dall’Espresso riguardo il coinvolgimento di Erdoğan e di suoi uomini di fiducia nel progetto del gasdotto TAP-TANAP). E con esse, tutto il mondo della stampa e dell’opinionismo che si portano appresso: quando si parla di Turchia le notizie si fanno rarefatte e normalizzate, la figura di Erdoğan è presentata per lo più come quella di un affidabile capo di Stato “certo un po’ autoritario, ma che vuoi, da quelle parti son fatti così”. Fino ad arrivare all’infinita ipocrisia di celebrare le “belle guerrigliere kurde che combattono l’ISIS” omettendo di aggiungere che è proprio Erdoğan che reprime e uccide quotidianamente loro e il loro popolo.

Ed è proprio il legame profondo con il regime turco che spiega tutto l’imbarazzo di questi giorni. Gabriele Del Grande è stato arbitrariamente sequestrato dalle autorità turche ormai oltre dieci giorni fa, e di fatto non se ne hanno notizie ufficiali. Per adesso non è stato fatto visitare da nessuno, né avvocati né personale del consolato. Le poche notizie che se ne hanno è riuscito a farle pervenire lui: si trova in un centro detentivo, una sorta di CIE, in attesa di verifiche che evidentemente non si ha nessuna fretta di fare. Gabriele è un reporter indipendente e si trovava regolarmente sul territorio turco, ma evidentemente è stato ritenuto una persona da neutralizzare. Come decine di migliaia di altre in Turchia, per i motivi più disparati. Dopo il suo messaggio del 18 aprile, in cui ha dichiarato l’intenzione di fare lo sciopero della fame e ha chiesto a tutti di mobilitarsi, non è più stato possibile far finta di niente: sono arrivate le proteste ufficiali a livello diplomatico e sulla stampa la notizia è uscita in modo importante. Quando si è ipocriti è sempre facile salvarsi in calcio d’angolo.

Resta la consapevolezza che la Turchia di Erdoğan è una realtà da combattere. Non certo schierandosi sullo scacchiere internazionale con gli opposti imperialismi, ma sostenendo chi la combatte dal basso. L’opposizione turca e la lotta del popolo kurdo. E, nel nostro piccolo, andando a denunciare tutti i legami tra il sistema politico ed economico italiano ed europeo e quello turco, e andando a colpirli, quando possibile, con la mobilitazione. Sperando che Gabriele possa presto raccontarci quello che ha visto, come sempre.

Oreste

1Halkların Demokratik Partisi, Partito Democratico dei Popoli; riunisce forze della sinistra kurda e della sinistra rivoluzionaria turca.