CHE SUCCEDE IN ROJAVA: MECCANISMI DI AUTOGOVERNO

0 Posted by - 22 aprile 2017 - INTERNAZIONALISMO

Rojava1, Siria del Nord.

Ultimamente si è parlato e scritto a fiumi, nel mondo, di questo spicchio di terra fino a pochi anni fa sconosciuto. È stata la difesa eroica di Kobanê contro le forze dell’ISIS a portare alla luce la situazione creatasi nella zona della Siria a maggioranza kurda: l’unico territorio astenutosi dalla guerra civile che imperversa nel Paese da ormai cinque anni e che, ponendo in essere una frattura rivoluzionaria, è diventato una punta di diamante nella lotta all’imperialismo oscurantista del Daesh.

Senza entrare nel merito, per quanto possibile, delle vicende belliche o dell’evoluzione storica della questione kurda, che tratteremo separatamente in altre pubblicazioni, vorremmo qui stendere una panoramica sul modello politico che la Rivoluzione confederale sta mettendo in piedi in Rojava.

È dal solco delle primavere arabe che dobbiamo partire per comprendere l’evoluzione dell’autonomia kurda com’è oggi declinata. Precisamente, nell’estate del 2011, quando le proteste popolari contro il regime di Assad evolvono in lotta armata: mettendo da un lato dello scontro il potere costituito del partito Ba’ath, dall’altro quello che presto verrà a definirsi come FSA (Free Syrian Army), ovvero un agglomerato di soggetti all’opposizione che vede unite le formazioni laiche di stampo più repubblicano fino ai jihadisti del calibro di Al-Nusra. Questo scontro in meno di un anno diventerà guerra civile con lo scoppio della battaglia di Aleppo nel luglio 2012.

In questo scenario il PYD (Partito di Unità Democratica, corrispettivo siriano del PKK turco), di concerto con il KCK (Consiglio Nazionale Kurdo, altro partito maggioritario), opta per una tattica di sottrazione dallo scontro più generale e di liberazione dei territori a maggioranza kurda: nel giro di poche settimane le YPG (Unità di Protezione del Popolo, braccio armato del PYD) respingono le forze lealiste assumendo il controllo effettivo di alcune zone del Nord del Paese; arrivando in alcuni casi ad ottenere il ritiro completo tanto dell’esercito quanto dell’amministrazione statale, in altri casi ad una situazione di stallo che vede operare contemporaneamente nella stessa città la nuova amministrazione rivoluzionaria e la vecchia macchina governativa, senza che tra le due vi sia un canale comunicativo minimo od uno sbilanciamento del rapporto di forza.

La rapidità di quest’operazione iniziale è dovuta essenzialmente a due fattori: da un lato, la scarsa resistenza di Damasco che, trovandosi davanti ad un fronte che non metteva essenzialmente in pericolo l’esistenza stessa dello Stato, ha permesso il riposizionamento delle sue forze su fronti ben più caldi e strategici; dall’altro, soprattutto l’appoggio della schiacciante maggioranza della popolazione alle YPG ed alla loro ipotesi politica.

Davanti allo sgretolamento del potere statale, viene allora a prodursi la condizione favorevole alla concretizzazione del progetto di Confederalismo Democratico proposto da Oçalan, leader del popolo kurdo: l’autogoverno è un obiettivo politico ed una necessità strategica. Non a caso, nel momento stesso in cui si stabilì la manovra militare, venne anche creato il DBK (Comitato Supremo Kurdo) come organo amministrativo della regione.

I primi, e non solo, interventi rivoluzionari avvengono quindi più come risposta politica ad esigenze concrete che come attuazione di un programma predefinito. Gli atti ufficiali, in sostanza, si limitano a ratificare e sistematizzare situazioni già date alla base: nel gennaio 2014 viene promulgata la Carta del Contratto Sociale del Rojava, una sorta di costituzione che fissa gli elementi cardine del nuovo sistema e sancisce la divisione della regione in tre cantoni – Efrînê, Kobanê e Cizîrê – mettendo nero su bianco ciò che la comunità aveva già nella pratica definito; anche la dichiarazione di autonomia della regione del 17 marzo 2016 non fa che rendere evidente ed ufficiale qualcosa che nei fatti era già realtà.

Questo rapporto tra ipotesi politica e concretizzazione rivoluzionaria è uno dei punti forse più importanti da tenere in considerazione per capire i meccanismi di questo processo: quello che il partito propone come teoria diviene un’indicazione generica che le Comuni raccolgono ed a cui rispondono secondo le proprie esigenze o intenzioni; viceversa, ciò che le Comuni realizzano nel quotidiano è per il partito e per l’amministrazione, ovvero l’elemento guida della loro azione. Tutto il processo di trasformazione sociale si profila quindi come uno scambio dialettico continuo tra l’apparato organizzativo e la massa. Questo incedere è da imputare a tre fattori: il ruolo del PYD, la struttura sociale basata sulle Comuni ed il ruolo del Tev-Dem (Movimento per la Società Democratica, che ingloba un elevato numero di organizzazioni, associazioni e movimenti), e del suo corrispettivo femminile Kongrea-Star (Movimento delle Donne).

A differenza dell’impostazione leninista, il partito non si è posto come avanguardia che occupa le posizioni chiave per determinare l’evolversi delle cose, ma si è dato il compito di agitatore ed organizzatore sociale e fucina di quadri rivoluzionari in seno alla popolazione; demandando invece il ruolo amministrativo/gestionale a tutto un’insieme di realtà sociali e politiche che hanno preso parte al progetto d’autonomia (questo lo si può notare già nella creazione del DBK di concerto con altri partiti) con la creazione di istituzioni a livello federale, cantonale e locale che rappresentino lo spettro più ampio possibile delle componenti etniche e culturali presenti, nonché bilanciando il ruolo maschile a quello femminile (ogni carica è ricoperta da due delegati: un uomo e una donna).

Quest’impostazione del partito è orientata a far sì che sia il popolo il propulsore rivoluzionario e non l’avanguardia militante, rendendo la proposta politica di quest’ultima nel tempo sempre meno distinguibile dall’istanza del popolo stesso.

Qui entrano in gioco il Tev-Dem ed il Kongrea-Star, reali motori della rivoluzione: sono i movimenti che si sono incaricati di diffondere l’ideologia e l’impostazione dell’autonomia democratica per tutto il Rojava. Mobilitando costantemente la popolazione, stimolando interventi sociali e offrendo l’impulso per la creazione di Comuni e cooperative pongono le basi per un nuovo ordinamento e le condizioni per un’indipendenza decisionale del popolo che rendano superfluo il ruolo del partito e permettano alla Rivoluzione di camminare sulle proprie gambe.

È proprio all’impegno costante del Tev-Dem che si deve l’intelaiatura di Comuni che animano oggi la quotidianità della Siria del Nord: la Comune si può definire come l’organismo minimo di organizzazione sociale, che trova risposta alle esigenze collettive e porta, dal basso, l’istanza popolare alle istituzioni federali. La partecipazione alla Comune è libera e garantita a chiunque; funzionano come luogo di discussione e decisione orizzontale; per temi specifici si serve di commissioni elette periodicamente che si occupano di mettere in pratica le direttive assembleari. Esistono Comuni di ogni tipo: di quartiere o villaggio, di lavoro o formazione, delle donne o dei reduci; una persona può essere membro di una o più assemblee al contempo creando così una sorta di rete molto fitta di percorsi che si intrecciano vicendevolmente, finendo per essere un unico laboratorio che trasmette via via verso l’alto le decisioni e le linee guida della società democratica.

Certo, un processo del genere non può essere univoco e lineare. Difatti, per quanto sia grande il coinvolgimento popolare, non mancano contraddizioni o opposizioni a questo modello: non tutti partecipano o vedono con simpatia le Comuni. A Qamishlo (capitale del Cantone di Cizîrê), ad esempio, vi è un intero quartiere ancora lealista e governato dal partito Ba’ath e sono frequenti le tensioni con le Asayş (una sorta di “guardie rosse” kurde); o il partito ENKS (costola del partito iracheno di Barzani, filo-occidentale) con il suo seguito che osteggia apertamente il modello confederale ed il ruolo del PYD.

Contraddizioni che si rispecchiano anche nella struttura economica della Rivoluzione, la quale più che imporsi e sostituire il vecchio modo di produzione, punta a concorrere con esso e sussumerlo nel tempo. L’economia tradizionale della regione ha due volti: quella chiusa, di villaggio e autosussistenza per alcuni gruppi, ed un capitalismo primitivo basato sul piccolo commercio, l’artigianato e la piccola produzione che riguarda soprattutto le città. L’estrazione del petrolio, unica attività di grandi dimensioni, era prima appannaggio del regime, mentre ora è sotto il controllo del DBK per la vendita interna alla popolazione civile per scopi domestici: una sorta di piccolo capitalismo di Stato che ha permesso il finanziamento e la costituzione sia delle YPG/YPJ (Unità di Protezione delle Donne) che delle nuove istituzioni. Stante questa situazione, il tentativo operato dalle Comuni è quello di costituire cooperative che sopperiscano alle necessità prodotte dalla guerra e combattano la disoccupazione: ne sono infatti state create per i trasporti, per il settore tessile, per l’agricoltura (convertendo, tra l’altro, le monocolture di regime in colture variegate e sostenibili).

Sono le Comuni locali a stabilire la nascita di una cooperativa ed i suoi criteri di funzionamento, ad essa devono appartenere i membri coinvolti come, sempre ad essa, deve rispondere l’impresa riguardo i propri risultati; gli utili dell’attività vengono divisi in tre parti: la quota maggiore è equamente ripartita tra lavoratori, la seconda va a formare un fondo comune della cooperativa ed un’ultima alla Comune o al cantone come imposta. Se chiunque può partecipare alle Comuni così non è per le cooperative, per motivi di responsabilità ed equità: non possono accedervi chi ha un parente già occupato in loco, familiari di disertori delle YPG/YPJ, speculatori e responsabili di fallimenti economici. Certo, i tratti pre-esistenti dell’economia locale kurda (quasi pre-capitalistica) rendono gioco facile a questo tentativo di mettere in concorrenza due modelli di produzione puntando ad una collettivizzazione che avvenga sul lungo periodo e su spinta e opera dei lavoratori stessi. Ciò che però appare più interessante è il rapporto sociale che si viene a creare con il lavoro: quando è un’assemblea a decidere dell’avvio di un impresa ed ha su di essa potere di veto e di controllo, si lega indissolubilmente la produzione di ricchezza con il volere ed i bisogni del tessuto sociale. Il lavoro nelle cooperative così come la politica nelle Comuni divengono parte integrante della vita del popolo che le agisce e non più qualcosa da subire come decisione calata dall’alto di un potere statale: diventano i meccanismi di autogoverno di un popolo rivoluzionario in lotta.

Zero

1In lingua kurda Rojava significa Occidente. Le terre kurde sono divise in quattro Stati: il Kurdistan del Nord (Bakur) è sotto occupazione turca; il Kurdistan del Sud (Basur) sotto quella irachena nonostante l’amministrazione regionale autonoma dei kurdi di Barzani; il Kurdistan dell’Est (Rojhelat) sotto occupazione iraniana.