IL BARONE SANGUINARIO: UN LIBRO DI VLADIMIR POZNER

0 Posted by - 24 aprile 2017 - RIFLESSIONI

In una delle lunghe avventure di cui Hugo Pratt l’ha reso protagonista, Corto Maltese si perde nelle steppe della Mongolia ricoperte di neve durante una tormenta. È in questo girovagare che si ritrova prigioniero in un accampamento di yurte dove conosce il Barone Roman von Ungern-Sternberg.

Pratt inserisce così, in un’avventura magica, irreale e fantastica un personaggio vero, storico, e tetro; ce ne restituisce un ritratto non troppo dissimile dal vero: il suo barone crede ai presagi, consulta gli sciamani delle steppe, è convinto di discendere da Gengis Khan e che sia scritto ch’egli è destinato a ripeterne le imprese. L’incontro tra il marinaio e il barone decaduto è fugace, ma il suo è un personaggio che rimane impresso: oscuro, malvagio, tuttavia seducente.

È questa mistura di impressioni, di emozioni accennate, che emerge nel romanzo di Vladimir Pozner Il barone sanguinario. Pozner nasce in Francia nel 1905, figlio di russi rifugiatisi nella Ville lumière per sfuggire alle persecuzioni dello Zar. È un ebreo, comunista, antifascista: riparerà negli Stati Uniti al momento dell’invasione nazista. È a quest’uomo che, nella prima metà degli anni ’30, un editore, in vena di pubblicare biografie di personaggi storici con una vita avventurosa e misteriosa, propone di scrivere la storia del barone von Ungern-Sternberg.

Nella prima parte di questa ricostruzione Pozner ci accompagna in una Parigi fredda e oscura, come i dubbi che lo assillano nel dover ricercare notizie su un personaggio di cui quasi nessuno sembra ricordare nulla. Pozner ricerca nelle biblioteche, conosce i pochi e poveri reduci della dissolta aristocrazia zarista, scava nei vecchi articoli di giornale, si muove in cabaret gestiti da maître sospettosi e taciturni, fa domande e dà confidenza ai tassisti notturni di Parigi: tutti russi, tutti ex ufficiali o sottufficiali zaristi dediti alla vodka, alla violenza domestica e ai ricordi rancorosi. Tutti anticomunisti. La descrizione di questo degrado, però, non scade mai nella compassione. Pozner sa da quale fronte sono tornati questi reduci, e non li ha in simpatia. Pur percependo il fascino del male, si rifiuta di cedervi, di vestire di poesia questi sconfitti, o di un qualche tipo di epica l’eroe della sua storia, che passa a raccontare nella seconda parte del libro.

Il racconto dei fatti procede in modo piano, consequenziale, senza anticipazioni e pochi salti, in maniera quasi cronachistica. Indulgendo nelle descrizioni, Pozner dipinge la sconfinata steppa russa e gli altopiani mongoli: il teatro in cui si svolge il suo dramma. La dolcezza delle pennellate di sfondo fa da contrappunto all’oscurità del protagonista. Ungern è un personaggio malato, debole e insonne, quasi deforme fisicamente, sconvolto dall’odio, dall’ira e dai sospetti. Non sono pochi tra i suoi compagni d’arme e sottoposti a finire uccisi per sciocchezze. Ma le torture più orrende vengono riservate alle spie e ai soldati sovietici che hanno la sventura di venire catturati. Il “Barone sanguinario” è convinto che il comunismo sia una malattia provocata da una sorta di decadenza spirituale degli uomini, si convince che egli, reincarnazione di Gengis Khan, sia destinato a fondare un regno teocratico di religione buddhista in Mongolia, per poi ripartire da lì con un suo esercito, una nuova Orda d’Oro, per restituire a tutte le famiglie nobili d’Europa i loro troni, ristabilendo l’antica autorità gerarchica. Passo fondamentale per la realizzazione di questo progetto è la conquista di Urga, la capitale mongola. Tradizionalismo, restaurazione gerarchica, fanatismo religioso e antisemitismo viscerale: il libro, pubblicato per la prima volta nel 1937, dà l’impressione di scimmiottare, di alludere in maniera sinistra ad alcune tragiche idee parecchio diffuse nell’Europa dell’epoca. Addirittura di profetizzarne le conseguenze. Quando l’armata di Ungern prende Urga per giorni si susseguono episodi di giustizia sommaria, epurazioni di comunisti, semplici cittadini. E di ebrei. I rastrellamenti e le esecuzioni di ebrei, siano essi uomini, donne o bambini, vengono descritti senza parsimonia e sembrano quasi presagire quello che i nazisti faranno in Europa da lì a pochi anni. Una volta diventato padrone di Urga, il “barone sanguinario” viene dichiarato protettore del buddhismo dal Dalai Lama, quasi fosse l’emanazione di un’entità divina.

Quella di Ungern-Sternberg è anche la storia di un mondo in declino e in fuga. Attraverso le sue vicende Pozner ci racconta di treni carichi d’oro guidati da atamani in fuga, generali di eserciti composti da soli ufficiali, pronti a vendersi al miglior offerente – giapponesi, britannici, statunitensi – mentre l’esercito, quello vero, composto di soldati, ha ormai la stella rossa cucita sul bavero e dà loro la caccia. Gli agenti esterni in quella fetta di mondo sono tanti e attivi: quello alla corte del barone von Ungern-Sternberg è un giapponese di nome Suzuki, unico che sembra in grado di criticarlo, di metterne, anche solo velatamente, in discussione l’autorità. Le spie simpatizzano per il vecchio mondo in declino e provano a contrastare il nuovo governo sovietico, che però procede e li contrasta, guidato dal suo esercito. L’Armata Rossa non compare mai direttamente, se non alla fine del libro, ma aleggerà attorno ai protagonisti di questa tragedia per tutto il tempo, come un fantasma evocato dai comunisti sopravvissuti in Urga che spiano e complottano e favoriscono l’arrivo dell’armata sovietica per liberarsi del barone, che finirà catturato, processato e fucilato.

Durante il processo egli è scosso, silenzioso e inerte, preparato a ciò che lo attende. Chi parla, invece, in un angolo di quell’aula di tribunale, è un anziano professore che spiega ad alcuni giovani entusiasti e curiosi che quello sotto processo è “un feudatario smarrito nel ventesimo secolo”. Un feudatario che sta per essere fucilato. In definitiva, questo romanzo biografico può anche essere letto così: la Rivoluzione, i Soviet, sono il mondo nuovo che deve seppellire quello vecchio e, visto quello che era, non è poi nemmeno il caso di piangerlo troppo.

Jaques Bonhomme