LA VIA DEL BEDUINO

0 Posted by - 26 aprile 2017 - RIFLESSIONI

Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità.”

J. Göbbels

I finti stupri inventati di sana pianta dai giornali tedeschi per soffiare sulla brace viva del razzismo, strampalate teorie economiche che mirano alla pancia delle vittime del capitalismo d’assalto per guadagnare consensi con soluzioni facili, le baggianate di Salvini sugli immigrati, le teorie del complotto supersegrete e spiattellate su facebook, il vittimismo, il fatalismo, il dileggio delle idee altrui, le paure repressive. Quando si parla di post-verità si parla di una tempesta di sabbia, composta di tanti singoli granelli che ci vorticano attorno, offuscando la vista; impossibile arrestarli, impossibile fermarla, siamo come esploratori francesi che non vedono più oltre dal loro naso: confusi, dobbiamo capirci qualcosa prima di perderci. Il termine post-verità è stato indicato come parola dell’anno 2016 dall’Oxford English Dictionary, a seguito della rilevanza assunta nell’ambito del dibattito sul referendum della scorsa estate sulla Brexit, e della vittoria dell’Alt-right di Trump nelle ultime elezioni presidenziali statunitensi. In questi, come in altri momenti discorsi, si è parlato di post-verità, come la tendenza di consistenti gruppi di persone nel formulare giudizi o di sposare posizioni non basate su fatti reali.

Basta un poco di zucchero…” – La capacità di questo fenomeno d’investire gli ambiti più disparati trova un’evidenza lampante nella diffusione delle pseudo-scienze e delle posizioni antivacciniste. Un brutto giorno un medico omeopata statunitense, un ex predicatore, pubblicò uno studio in cui proponeva un nesso causale tra vaccinazioni ed autismo. Di questo studio è stata più volte dimostrata l’infondatezza e la scarsa attendibilità scientifica, tuttavia il danno era ormai fatto: l’idea di una connessione causale tra vaccini ed autismo aveva cominciato a diffondersi a macchia d’olio, una macchia che continua ad allargarsi anche oggi con un successo difficilmente arginabile. Peggio: gli antivaccinisti considerano chiunque provi a sottoporgli le evidenze scientifiche che dimostrano la benignità dei vaccini degli ingenui, nel migliore dei casi, dei delinquenti nel peggiore. La “teoria” è diventata un “fatto” o, meglio, una “verità”, e coloro che provano a confutarla lo fanno per loschi scopi. Ad esempio c’è chi sostiene che siano le case farmaceutiche che producono i vaccini a creare in laboratorio quelle malattie che rendono i vaccini stessi indispensabili; ovviamente non c’è nessuna prova che un simile complotto esista, ma chi ne sostiene l’esistenza non ne sente l’esigenza: è una teoria che basta a sé. Gli effetti della diffusione di questo modo di pensare si fanno progressivamente più tangibili. Nel febbraio 2015 l’Italia ha ricevuto un richiamo ufficiale dall’OMS per il calo delle vaccinazioni, mentre sulle pagine di cronaca sono cominciati ad apparire sinistri articoli che parlano di bambini morti di morbillo. La situazione può dirsi sensibilmente peggiore in Romania, dove a un netto calo delle vaccinazioni è corrisposto un altrettanto tangibile aumento di mortalità infantile causato da determinate malattie. Si teme che vada in crisi il sistema dell’immunità di gregge. Nel frattempo le posizioni critiche, di “dissenso”, verso la scienza tradizionale si sono moltiplicate. Le teorie creazioniste recuperano terreno, e l’idea che la Terra sia piatta trova consensi.

Quid est Veritas?” (Gv 18,38) – Questi ultimi citati sono ovviamente dei casi estremi, ma valgono come indicatori di una tendenza. Venendo però al caso più drammaticamente attuale, quello dei vaccini, è notevole come le tesi scientifiche, basate su prove e dati statistici vengano messe in discussione, nella maggior parte dei casi, da antitesi che non hanno alcun fondamento reale. Esiste quindi una dicotomia netta in questo caso. Ci sono altri casi, altri ambiti, in cui questa divisione manichea è più difficilmente riscontrabile. Uno di questi è la politica, cioè il dibattito politico inteso in senso ampio. La ricerca d’imparzialità nel dibattito politico è cosa folle: nella politica istituzionale ogni partito si fa rappresentante di una fetta della società, di una classe, con la sua propria ideologia, che è alla base dei modelli di analisi del reale. C’è chi vede nella maggiore flessibilità dei contratti, nella completa liberalizzazione del mercato del lavoro, dei modi per ridare fiducia agli investimenti e rilanciare un’economia claudicante; in un’altra ottica, c’è chi chiama tutto questo “precariato”, uno status che condanna chi lo subisce ad un’indigenza crescente. Punti di vista discutibili, coscientemente parziali, tuttavia razionali. Nel brodo della propaganda, però, può finirci di tutto, con il risultato di servire un piatto torbido. Un governo può vantare di aver ottenuto un aumento dell’occupazione in un dato trimestre, omettendo però di dire che s’è trattato di un fenomeno di congiuntura, e che il saldo annuale dell’occupazione è negativo. In altri casi, ben peggiori di questo per le conseguenze che comportano, un politico xenofobo pensa di guadagnar consensi solleticando gli istinti razzisti del suo elettorato con un’aggressività mascherata da vittimismo: in Italia è all’ordine del giorno il discorso sulle politiche di gestione dei flussi migratori, ma questa viene raccontata come un sistema perverso in cui, da una parte, alcune istituzioni corrotte approfittano dei flussi per intascare soldi, mentre dall’altra i “clandestini” (parola amorfa che nella bocca di politici xenofobi vuol dire tutto e nulla) godrebbero di privilegi rispetto agli autoctoni che sono sempre tutti onesti, lavorano e pagano le tasse. Che la gestione dei flussi migratori sia fatta male è cosa difficilmente discutibile, tuttavia una cosa è denunciare i costi e gli sprechi del business dell’accoglienza, drammaticamente reali, altra è lasciar intendere che, per motivi logici a noi assolutamente oscuri, le istituzioni italiane ed europee preferiscano mantenere gli immigrati lasciando “il popolo” [che concetto tossico!] nella disperazione. Anche in questo caso è l’idea preconcetta ad innalzare un’opinione, peraltro sballata, al rango di “verità”. Altro esempio clamoroso è quello della Brexit: al di là dell’analisi minuta del voto, e dell’opinione che si può avere sull’UE, è un fatto che il “Leave” abbia vinto grazie ad una propaganda che proponeva l’uscita dalla gabbia dell’Unione Europea come il solo modo necessario per poter praticare idee parecchio fantasiose. Una su tutte: Nigel Farage ha per mesi parlato dei milioni di sterline (tra l’altro esagerando la somma) che il Regno Unito era costretto a versare all’UE dicendo che, se avesse vinto il “Leave”, quei fondi avrebbero potuto essere destinati alla sanità. Ovviamente si trattava di una balla, cosa che il leader dell’UKIP ha ammesso in diretta tv due giorni dopo aver vinto il referendum ma, ecco, la propaganda per l’uscita dall’UE è stata basata anche su questo. E chi ha votato a favore del “Leave” ha preferito credere a queste promesse piuttosto che alla realtà che le smentiva. Inoltre i dati sul voto ci dicono che questi erano per lo più concentrati nelle zone deindustrializzate dell’Inghilterra del Nord, mentre la vittoria del “Remain” c’è stata a Londra e in altri centri urbani, magari dotati di poli universitari.

Il Diavolo e l’acqua santa – Una simile tendenza non poteva passare inosservata. Per giorni i quotidiani hanno evidenziato come nella ricca, cosmopolita ed aperta capitale britannica il “Remain” abbia vinto, e invece perso nel Nord del Paese, un’Inghilterra chiusa, vecchia, provinciale, ignorante e razzista che però s’imponeva su quella moderna e multietnica, e tradiva gli ideali dei giovani della “generazione Erasmus”. I toni sono più o meno gli stessi che vengono usati di solito per stigmatizzare le posizioni sull’immigrazione dei leghisti o delle formazioni di estrema destra. Una condanna, però, che appare interessata, pelosa, tutto sommato debole. Che si parli di vaccini, di economia, di informazione o di immigrazione la diffusione delle fake news, ed il favore con cui sono accolte, è caratterizzato da una forte diffidenza, quando non un netto rifiuto per tutto ciò che viene da ambiti istituzionali: si diffida delle associazioni di medici, degli organi di stampa normalmente ritenuti autorevoli, delle accademie, delle istituzioni politiche e statali, dei partiti. Lo stampo di questo rifiuto però ha una connotazione fortemente reazionaria e non progressista. Ad esempio, sarebbe difficile individuare una comunità di punti di vista tra un extraparlamentare di sinistra che non vota perché rifiuta il concetto di delega, e chi non vota per mero disinteresse, sublimando, con esso, il concetto stesso della delega seppur condita con rassegnazione. Questa diffidenza viene percepita dalle istituzioni che ne sono oggetto, e da quei ceti sociali che si sentono da esse rappresentate, ma non compresa. Se ne ignora, malignamente o meno, il quadro sociale che le contiene e determina e alimenta, e si preferisce bollarle ora come razziste, ora come frutto di una sorta d’ignoranza diffusa, a seconda dei casi. Lungi dal volerne comprendere la complessità, questi comportamenti vengono stigmatizzati e condannati, creando un solco trasversale tra chi ne addita, superficialmente, la nocività e quanti, sentendosi perseguitati come i martiri cristiani dei primi secoli, si radicalizzano nelle loro convinzioni. Le istituzioni corrono ai ripari, e già a fine gennaio 2016 il presidente dell’Antitrust, Giovanni Pitruzzella, parlava di misure atte a contrastare il fenomeno delle fake news; a fine febbraio di quest’anno si discuteva in parlamento della possibilità di applicare un controllo a siti web e social network, tramite algoritmi e delegando l’attuazione di questi controlli ai gestori dei social.

Us and them, and after all we’re only ordinary men…” – Fuori dai delirii dei cospirazionisti, e degli sciacallaggi dei razzisti a caccia di voti, esiste una realtà fatta di comunicazione, di idee, di leggi che possono reprimerle. Peggio: di leggi che possono assegnare il compito di questa repressione a enti privati, poiché essi devono praticarla nell’ambito dei siti che essi stessi gestiscono. Le prospettive che si aprono sono oscure e inquietanti: la tempesta di sabbia prende corpo. Quali saranno i parametri con cui delle notizie, o delle opinioni, verranno giudicate vere? E se invece si parlasse di cose verosimili? Ad esempio, qual è la credibilità che viene normalmente attribuita ai No Tav quando parlano delle infiltrazioni mafiose in Val Susa nonostante i periodici arresti? Qual è stata, in passato, la credibilità attribuita agli studenti che contestavano le riforme universitarie poiché temevano che avrebbero prodotto una diminuzione concreta del diritto allo studio (e le statistiche sulle iscrizioni e accessibilità dimostrano che ci videro giusto)? Immaginiamo di voler pubblicare oggi, per la prima volta, quel magnifico volumetto che è La strage di Stato: come verrebbe trattata quella tesi? Che reazioni susciterebbe?

Le fake news sobillano quegli umori di cui sono pregne quelle frazioni di territorio, quegli strati sociali che abbiamo individuato come oggetto del nostro agire politico. E tutto di questo discorso ci riguarda nella sua profonda contraddittorietà: dalla capacità di arginare le idiozie antivax, a quella di comprendere le zone grigie in cui si muovono e trovano agio le bufale sugli immigrati e le facili ricette anticrisi. Come in un gioco perverso alimentano quegli stessi sentimenti che le hanno scaturite, amplificandoli. È una fetta di realtà su cui dobbiamo riflettere, con elasticità.

Questo scritto non ha la pretesa di essere conclusivo su un argomento così complesso, ma vuole spronare ad una riflessione sulla comunicazione e sui nostri modi di comunicare, senza creare allarmismi idioti, o evocare futuri huxleiani, ma segnalando l’urgenza di diventare presto beduini in questa tormenta.

Jaques Bonhomme