CHE CENTO FIORI NASCANO

0 Posted by - 3 maggio 2017 - FORMAZIONE

Analisi delle riforme universitarie negli ultimi 25 anni

Dopo l’imponente movimento dell’Onda e le sue propaggini che hanno reso possibile una giornata storica come quella del 14 dicembre 2010, il mondo della formazione, e soprattutto l’Università, ha vissuto un momento non solo di riflusso, ma anche di crisi costante e crescente dei movimenti e della partecipazione. Come analizzare dunque la situazione attuale e riconquistare ancor prima che un futuro, il presente della nostra Università?

Abbiamo pensato che un primo passo potesse essere quello di esaminare le più importanti riforme degli ultimi 25 anni e ricostruire il processo di smantellamento che possiamo percepire sulla nostra pelle: la “Ruberti” del 1989 che istituì l’Autonomia degli Atenei; la “Zecchino-Berlinguer” del 1999 che introdusse il 3+2 ed altri dettami del Processo di Bologna; la “Moratti” del 2004 che estese e approfondì le sostanziali modifiche della Zecchino; infine, la “Gelmini” del 2010 che, unitamente alla Riforma Brunetta del 2008, ha dato l’ennesimo colpo di grazia andando a modificare ancor più radicalmente gli atenei e permettendo definitivamente l’entrata dei privati all’interno dell’Università pubblica.

Il lavoro d’analisi che ne è venuto fuori non vuole e non può essere esaustivo: l’intenzione principale è stata quella di delineare i tratti di un processo durato 25 anni, cercando i punti in comune tra le varie riforme; l’obiettivo insomma, era quello di tracciare un filo logico. L’analisi che ne è scaturita, seppur generale, è rimasta parziale: il processo di trasformazione dell’Università non può essere compreso se non lo si affianca allo studio di quanto è avvenuto per la Scuola. Per comprendere ogni singola sfaccettatura e parte in causa, crediamo sia necessario un dibattito a tutto tondo all’interno del mondo della formazione; dibattito che tenga conto dei problemi degli studenti sia da un punto di vista delle condizioni materiali, che degli obiettivi della formazione, dei lavoratori impiegati in Scuole e Università (docenti – precari e di ruolo -, personale tecnico-amministrativo, personale dei servizi come pulizie e guardiani), del personale della Ricerca (dottorandi e ricercatori precari) e, più in generale, come l’istruzione scolastica e universitaria si inserisce all’interno del sistema economico, sociale e politico in cui viviamo.

Detto in altre parole: tutti i soggetti e le categorie che, nel mondo della formazione, si trovano in una posizione di subordine rispetto agli interessi speculativi e di profitto dei governi, dei dirigenti e del mercato capitalistico, devono porsi, oggi, nell’ottica di confrontarsi e affrontare insieme problemi che, seppur specifici per ogni categoria, sono intrinsecamente legati tra loro.

Gli obiettivi di un dibattito di questo tipo dovrebbero essere, a nostro avviso, quello di trovare delle pratiche di lotta che possano incidere sulla realtà attuale e, cosa ancor più importante, individuare degli elementi che possano costituire un mondo della formazione antagonista al sistema capitalistico.

Volendo tirare le somme da questo lavoro di analisi, ci è possibile evidenziare alcuni punti: al di là che si consideri giusta o sbagliata l’autonomia degli atenei rispetto al Ministero, è immediatamente riconoscibile la dannosità di tutti gli interventi legislativi che, a partire dalla riforma “Ruberti” del 1989, hanno teso ad estendere i criteri dell’autonomia. Nel momento in cui è stata ideata l’autonomia regolamentata, infatti, non è stata accompagnata da veri e propri criteri e linee guida: si è quindi generato un vuoto normativo che per tutti gli anni Novanta ha generato un caos su cui poi hanno dovuto intervenire le successive riforme. L’autonomia, di per sé, non spiega molto e va accompagnata ai drastici tagli che il mondo della formazione tutto ha subito in questi decenni: tagli che non erano inseriti direttamente nelle riforme che abbiamo analizzato, ma che puntualmente arrivavano a corredo nelle annuali leggi finanziarie. Disporre maggiore autonomia e, contemporaneamente, tagliare i fondi alle università ha generato dissesti finanziari, debiti e in alcuni casi fallimenti. E in questi problemi si sono inserite le aperture graduali, ma via via più profonde, all’intervento e agli investimenti di enti privati.

Dagli anni ‘90 in Italia si verifica un meccanismo che può essere considerato valido per ogni settore e servizio dello Stato (nei suoi vari livelli): tagliare finanziamenti, generare situazioni critiche, aprire al finanziamento privato o, ancora peggio, vendere il settore o il servizio a imprese private. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: da un lato, è stata enormemente ridotta l’offerta formativa – sia tramite interventi ministeriali sia per decisioni prese dai singoli atenei – e particolarmente quella poco redditizia in termini di iscrizioni, di sbocchi professionali e quindi di finanziamenti esterni. Dall’altro, a pagarne le conseguenze sono stati vari soggetti che compongono il mondo universitario: dottorandi e ricercatori, principalmente tramite misure che ne hanno decretato una condizione di precarietà permanente; famiglie e studenti che hanno visto un incremento esorbitante delle tasse, la riduzione delle borse di studio (e si dovrebbe anche parlare di tutto ciò che, negli anni del percorso universitario, parla di spesa come gli affitti, i libri, ecc.), ed in questo non si può nascondere l’enorme divario che esiste tra le università del Sud e quelle del Nord, e quindi problemi tendenzialmente maggiori per gli studenti meridionali; personale tecnico-amministrativo che in molti casi ha subito sostanziosi tagli in busta paga; lavoratori e lavoratrici dei servizi, quali ad esempio guardiani e pulizie, che sono stati esternalizzati e dunque vivono una situazione di precarietà lavorativa e salariale maggiore di quanta ne avrebbero se fossero ancora dipendenti diretti delle Università.

Le conseguenze dei tagli e degli interventi legislativi di tutti i governi – di centro, di centro-sinistra, di centro-destra – che si sono succeduti le paga tutto il Paese: l’Università pubblica così come è oggi organizzata va esclusivamente a vantaggio del profitto di dirigenti, banche ed imprese.

Tra l’altro, nel caso dell’Università la scusa della crisi non può neanche essere presa in considerazione: la ristrutturazione del mondo della formazione, infatti, non è partita dal 2008, ma da circa 25 anni a questa parte. A partire dalla riforma “Zecchino” inoltre, si è detto di voler impostare la formazione universitaria in vista dell’entrata nel mercato del lavoro. In un Paese altamente scolarizzato e con elevata quantità di laureati, ma che conosce una disoccupazione giovanile del 40 %, forse sarebbe bene dire a chiare lettere che gli intenti di collegare l’istruzione universitaria al mondo del lavoro sono falliti. O meglio, in alcuni casi il legame regge: per quei settori scientifici in cui le imprese investono e da cui pretendono un certo tipo di formazione e un certo numero di laureati. La retorica del merito, però, viene ampiamente sbugiardata dalla situazione attuale: in circa 10 anni le iscrizioni al primo anno sono calate di più del 20 %; la disoccupazione giovanile viaggia, appunto, a livelli altissimi e l’emigrazione ha ricominciato a crescere già da qualche anno. In poche parole, il mercato del lavoro non assorbe, né tantomeno “accetta” i laureati.

Nel sistema capitalistico la meritocrazia non può esistere.

Crediamo allora che si debba riprendere un dibattito all’interno dell’Università e nel mondo della formazione per riprenderci la didattica e garantire a noi stessi che gli anni passati all’università siano realmente serviti a formare cultura e sapere; dobbiamo trovare il modo per autoridurre i costi che la carriera universitaria ci impone, a partire dalle tasse per arrivare agli affitti; dobbiamo capire in che modo i giovani delle classi subalterne possano di nuovo avere la possibilità di formarsi in maniera completa e gratuita; dobbiamo impedire che continuino a sfruttarci e sottopagarci per lavori di ricerca o nei servizi che l’università eroga.

Anche se nero e cupo, il futuro è nelle nostre mani.

In allegato (qui in basso) proponiamo il pdf dell’opuscolo che abbiamo prodotto e stampato nell’ottobre del 2015.

CHE CENTO FIORI NASCANO – Analisi delle riforme universitarie negli ultimi 25 anni

Collettivo Autorganizzato Scienze Politiche