UNA BANDIERA CHIAMATA SOLIDARIETÀ: UN’INTERVISTA AGLI INTERNAZIONALISTI IN ROJAVA

0 Posted by - 5 maggio 2017 - INTERNAZIONALISMO

Quella che segue è un’intervista che ci ha rilasciato un compagno internazionalista attualmente impegnato nella guerra in Siria al fianco della Rivoluzione Confederale. Con lui abbiamo provato a delineare un po’ gli ultimi sviluppi di questa lotta e cercato di mettere in luce il fenomeno, inedito per i nostri giorni, dell’internazionalismo militante che sempre più sta coinvolgendo soggetti e strutture che lottano per un cambiamento dell’esistente.

Ciao, voi fate parte dell’Antifa Internationalist Tabur, una formazione internazionalista combattente. Potete raccontarci un po’ la storia di questo gruppo? Come e quando è nato, su quali basi si è costituito, in che attività è attualmente impegnato?

Ciao. Innanzitutto noi facciamo parte dell’AIT, la parola tabur in curdo vuol dire unità o battaglione.

È una formazione internazionalista nata ufficialmente, in origine da pochi compagni, il 20 novembre scorso; la data scelta non è affatto casuale: é un omaggio alla figura del grande rivoluzionario Buenaventura Durruti nell’anniversario della sua morte, il 20 novembre 1937, durante la rivoluzione spagnola.

Le basi ideologiche su cui si è aggregata sono quelle dell’antifascismo, dell’antisessimo, dell’antiautoritarismo ed ovviamente dell’anticapitalismo. Su questo minimo comune denominatore il gruppo è andato via via aumentando i suoi effettivi, segno che le scommesse ed il lavoro che abbiamo fatto sta dando i suoi frutti. L’idea all’origine era quella di essere un punto di riferimento in Rojava per tutti i compagni internazionalisti che venivano unendosi alle YPG/YPJ; per tutte quelle persone che condividono con noi i principi di cui sopra ed anche per quelle che, con meno esperienza politica, abbiano voglia di sperimentarsi nella lotta, evolversi e crescere con noi.

Il battaglione ha partecipato in gennaio alle battaglie sui fronti tra Membij e Al-bab, difendendo il fronte da attacchi esterni, mentre dentro la città di Al-bab la lotta tra esercito turco e ISIS si risolveva con la fuga concordata di quest’ultimi.

Attualmente siamo impegnati nell’operazione Raqqa; siamo ora rientrati dopo due settimane dalle azioni cui abbiamo partecipato per la liberazione della cittadina di Al-Kamarah ad est di Raqqa. Quando non siamo impegnati in nessun fronte, viviamo nella Nokta (base in curdo) in cui le giornate passano tra i vari parxwarde: gli addestramenti militari e ideologici, ma anche lo sport, i giochi, lo stare insieme per divertirsi e per confrontarsi politicamente con gli altri compagni.

Non siete l’unico gruppo di volontari internazionali sul campo; si è visto prima il Lions of Rojava, successivamente l’International Freedom Battalion e molto recentemente l’International Revolutionary People Guerrilla Forces. Quali sono i rapporti politici e organizzativi tra le varie formazioni? C’è un rapporto gerarchico tra esse, di coordinamento orizzontale o di semplice autonomia? Invece qual’è il rapporto rispetto alle YPG/YPJ e le SDF?

No, non siamo assolutamente l’unico gruppo del genere; intanto ti correggo sui Lions of Rojava, che non era un battaglione inquadrato ma un gruppo di collegamento logistico tra lo YPG e gli internazionali, questo da circa un anno non esiste più.

Con gli altri gruppi che hai nominato, l’IFB e l’IRPGF, agiamo ovviamente in coordinazione, tanto per la propaganda quanto per le questioni pratiche. Non c’è affatto un rapporto gerarchico tra di esse; anche perché l’IFB è un gruppo formato da varie realtà anarchiche e comuniste di varie parti del mondo, l’IRPGF è invece dichiaratamente anarchico; ci unisce un fondamento ideologico comune e l’internazionalismo militante.

Nessuna formazione è di per se autonoma ma agiamo tutti in coordinazione; detto ciò, alcuni gruppi come il nostro hanno deciso di entrare organicamente, in quanto Tabur, all’interno dello YPG e delle SDF.

Questa dell’AIT è stata una scelta dettata dalla volontà, già esplicata, di essere un punto di riferimento per gli internazionalisti proprio all’interno dello YPG

C’è stata una sorta di evoluzione nella partecipazione di volontari al fronte: inizialmente si erano viste figure provenienti dal mondo militare, spinte più da una sorta di avventurismo; ora si è giunti ad una situazione in cui gli internazionali sono soprattutto compagni antifascisti che si impegnano nella lotta. Come interpreti questa tendenza all’internazionalismo militante degli ultimi anni?

Negli ultimi anni e soprattutto negli ultimi mesi c’è stata effettivamente un’evoluzione dei volontari accorsi a supportare il Rojava: all’inizio della guerra era presente quella sorta di avventurismo che dite, venivano molti ex militari o fanatici della guerra; oggi invece c’è stato un vero è proprio cambio di rotta; conosco anche ex soldati che hanno lasciato l’esercito e che non sono affatto degli esaltati ma vengono a dare il loro contributo qui come fanno molti compagni e antifascisti. Questo cambio di tendenza in parte è opera di quei compagni che negli anni passati sono venuti in Kurdistan per fare informazione e propaganda su ciò che realmente è la rivoluzione confederale; una rivoluzione portata sotto gli occhi del mondo dall’eroica resistenza di Kobane, che ha messo in luce l’importanza di questa lotta iniziata ufficialmente il 19 luglio del 2012 ma che affonda le sue radici molto più indietro nel passato. Quindi è grazie al lavoro svolto precedentemente dai compagni che vediamo, nell’ultimo anno, l’afflusso di molti volontari nelle fila dello YPG.

Anche gli apparati repressivi degli stati occidentali si sono accorti di questa tendenza internazionalista; si è iniziato a parlare di foreign fighters e di arresti per chi va a combattere all’estero nelle formazioni rivoluzionarie. Quale credi sarà l’atteggiamento degli stati verso questo fenomeno?

Come sempre, gli apparati repressivi d’occidente sono molto attenti a ciò che succede all’interno dei movimenti; c’è da dire che è proprio negli ultimi anni, con l’emergere del fenomeno della solidarietà internazionalista, che hanno iniziato a parlare di foreign fighters: un’etichetta che rifiutiamo perché indicavaoriginariamente chi partiva per andare a combattere nell’ISIS. In Europa gli stati che più si sono distinti per la persecuzione dell’internazionalismo sono ad oggi Spagna e Belgio con l’arresto di molti compagni e compagne tornati da qui.

In Italia si è iniziato a discutere di ciò intorno a settembre, parlando di chi viene a combattere come di terroristi, quando sappiamo che il terrorismo vero è quello di chi fomenta la guerra e di chi compie stragi in Europa come in Siria e dovunque; fino ad ora non c’è stato nessun caso di persecuzione giudiziaria verso gli internazionalisti, in primis perché non vi è ancora nessuna legge che vieti esplicitamente quest’attività ma anche perché è una tesi insostenibile in un processo: come si fa ad accusare una persona di terrorismo quando questa viene qui a combattere l’ISIS e difendere i popoli del nord della Siria proprio dal terrorismo?

Ovviamente il futuro su questo frangente è imprevedibile ed è difficile coglierne le eventuali evoluzioni; possiamo dire intanto che per quanto siano rari ed improbabili i provvedimenti penali, in alcuni stati sono già in atto tentativi di divisione del movimento internazionalista con la classica divisione tra buoni e cattivi che agisce differenziando chi viene a combattere con alle spalle una storia di militanza politica e chi ci viene scevro da un certo background. Finora si è sempre rifiutata con forza questa divisione in quanto chi viene qui lo fa per supportare una rivoluzione e difendere un popolo, e questo lo rende a tutti gli effetti un compagno a prescindere da un qualsiasi “curriculum”.

A chi osserva dalle nostre latitudini è difficile farsi un quadro chiaro della situazione; sono molti gli attori che partecipano, tanto sul campo quanto nella diplomazia internazionale, e lo scenario è assai complesso. Voi avete partecipato da poco alla liberazione di Al-Karamah, nel quadro della campagna per Raqqa.

Cosa potete dirci riguardo alla situazione attuale e alle prospettive di questa guerra di resistenza?

A chi osserva da Occidente quanto avviene qui, ovviamente le notizie arrivano molto annebbiate e confuse, complice l’informazione scorretta e parziale portata avanti dai media mainstream. Pensiamo poi ad i poteri forti in gioco sul campo siriano e basta citare stati come gli USA, la Russia, la Turchia, l’Iran o gli Hezbolla libanesi: ognuno di questi gioca le sue carte a proprio favore, con strategie diverse e spesso opposte che però sono sempre in contrasto con le volontà e i bisogni del popolo siriano e della rivoluzione confederale. L’operazione di Raqqa che va avanti senza soste da novembre, di cui la liberazione di Al-Karamah è stato un piccolo passaggio, è stata avviata anche nel tentativo di unire i vari popoli dell’area in questa lotta: l’obbiettivo principale è certo la liberazione della città e delle zone limitrofe, ma porta con sé questa speranza più grande; basti pensare che dall’inizio dell’operazione più di 5000 arabi si sono uniti alle SDF e allo YPG/YPJ o hanno partecipato con le proprie brigate, assieme a curdi,turchi, turkmeni, armeni e assiri.

Anche nei villaggi liberati sul percorso si è avuta un’ottima risposta dei locali che hanno creato consigli popolari in supporto a questa campagna. È inoltre la partecipazione attiva delle donne che gioca un ruolo fondamentale: se pensiamo ad un villaggio sperduto dove regnano assoluti il maschilismo ed il patriarcato e la rivoluzione si presenta con le donne in prima fila che talvolta dirigono personalmente le operazioni militari, agli occhi di queste persone è un fatto che porta con sè un fortissimo messaggio rivoluzionario.

Per il futuro è difficile fare previsioni ma quello che i compagni e le compagne stanno facendo oggi è gettare dei semi con la speranza che sboccino poi in fiori; è grazie all’impegno, ai sacrifici e alla costanza di questi combattenti se già oggi possiamo vederne i primi frutti; poi è ovvio che i risultati ad esempio dell’operazione Raqqa non si raccoglieranno nel giro di mesi ma di anni. Se questa rivoluzione vincerà, e per ora sta vincendo, sarà certo per il sacrificio dei molti compagni ma anche per il supporto internazionale che può e deve ricevere.

La rivoluzione confederale è strettamente oggi legata alla guerra di resistenza contro ISIS, cosa potete dirci del rapporto tra questi due fattori? Cosa credete sia necessario al successo di questa rivoluzione?

La rivoluzione è nata ufficialmente nel luglio del 2012 con la dichiarazione della Carta del Rojava, quindi ben prima dell’arrivo di ISIS, Al-Nusra e degli altri gruppi islamisti, in questo senso la rivoluzione è un processo indipendente dalla guerra. Poi è stata da conosciuta nel corso del conflitto grazie a Kobane; la guerra però è un deficit che frena l’avanzata rivoluzionaria portandosi dietro anche la chiusura delle frontiere, ad esempio ad est dal Kurdistan iracheno guidato da Barzani e a nord dalla Turchia. La guerra è purtroppo un mezzo necessario per difendersi dal nemico e permettere ai popoli della regione di vivere in libertà, uguaglianza e reciproca tolleranza.

Alla vittoria del Rojava è necessaria la partecipazione attiva di tutti e tutte nel portare avanti questo esperimento ed un lavoro capillare e forte nella società civile; in questo gli schemi ideologici sono difficili spesso da mettere in pratica dopo anni di regime di Assad e dopo che il capitalismo ha invaso pesantemente le vite, il lavoro è quindi ancora molto da fare e richiede impegno e dialogo continui.

Come pensate che possano contribuire i compagni ed i solidali all’estero per supportare attivamente questo processo rivoluzionario? Cosa possono apprendere da esperienze come la rivoluzione curda e la vostra azione internazionalista?

I solidali dall’estero possono supportare in molti modi, innanzitutto con l’informazione reale su ciò che avviene qui o sostenendo economicamente. Si può apprendere molto da quest’esperienza: innanzitutto il dialogo tra le varie etnie o le varie scuole politiche; poi questo processo non è partito dal nulla ma da anni ed anni di duro lavoro, di critica e soprattutto autocritica per analizzare gli errori passati e come non ripeterli, l’adattare alla realtà le nostre idee senza che siano semplici pretese ideologiche.

L’assenza di dialogo, di autocritica, di analisi, di volontà di cogliere le occasioni sono tutti deficit che i movimenti occidentali oggi scontano e che sono di ostacolo al loro avanzamento e che potrebbero cogliere da qui.

Noi siamo venuti qui per supportare l’azione dei popoli qui presenti e combattere l’ISIS; in occasione del Newroz del 21 marzo abbiamo scritto un appello all’unità di tutte le formazioni rivoluzionarie ad unirsi in questa lotta cercando di rompere confini e barriere. Purtroppo in Europa c’è una forte crisi ideologica, di cui noi stessi siamo parte. La nostra azione internazionalista vuole essere un passo avanti in questo senso, vuole essere uno stimolo per tutti coloro che lottano affinché si creino reti di supporto ovunque, che possano cambiare davvero l’esistente.

Per chiudere, volete mandare un messaggio a chi legge dall’Italia?

Sono state molte le critiche ricevute dalla rivoluzione qui in Rojava; ci mancherebbe altro, le critiche sono fatte per migliorare, confrontarsi e crescere insieme. Purtroppo però in Italia si cade spesso in polemiche sterili assolutamente non costruttive e fini a se stesse, senza cercare di costruire un dialogo. Quello che noi diciamo è che comprendiamo tutti i dubbi circa questa rivoluzione, ma siamo consapevoli anche della mancanza di informazione che ci circonda ed invitiamo quindi ad informarsi bene su ciò che avviene qui e di mettersi in gioco per avanzare ed evolversi e cambiare insieme a noi, ai curdi, agli arabi, ai circassi ed a tutti i popoli che lottano al nostro fianco.

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