APPUNTI DALL’ERA DEL NULLA

0 Posted by - 9 maggio 2017 - RIFLESSIONI

Siamo i figli di mezzo della storia, non abbiamo né uno scopo né un posto. Non abbiamo la Grande Guerra né la Grande Depressione. La nostra grande guerra è quella spirituale, la nostra grande depressione è la nostra vita. Siamo cresciuti con la televisione che ci ha convinti che un giorno saremmo diventati miliardari, miti del cinema, rock star. Ma non è così. E lentamente lo stiamo imparando. E ne abbiamo veramente le palle piene!”

Fight Club, 1999

Contorni sfumati e sapore di plastica. Frammenti di vite accelerate, in fondo, talmente simili da essere interscambiabili.

Il frame di un video mandato in loop per dieci ore. Una serata alterata da droga e alcol in mezzo a conoscenti sconosciuti. Un selfie nel cesso con l’addominale in vista. Le domande di rito per una scopata dell’intensità di una sega. Il mondo visto dallo specchio deformante del social network. Una rissa fuori dal locale per un bicchiere rovesciato.

Una serie di immagini donateci dal nostro presente frustrato e frustrante. Momenti di un tempo tenuto insieme dalla strutturale assenza di senso: proprio questo sembra essere il battito profondo di un’epoca segnata dalla miseria e dalla catastrofe. Ciò che è successo a culture e comunità sparse per il globo sotto l’incedere del capitalismo è oggi diventata una sindrome cronica dell’individuo.

Il mantra produci-consuma-crepa ha invaso ogni angolo della vita: abbaglia il consumatore con i suoi giochini luccicanti sempre nuovi, con le sue offerte sempre rinnovate di divertimento e superfluo benessere e in cambio si prende la vita, la incatena ad un posto di produzione o la getta tra gli scarti, continuando a ripetere che puoi avere tutto. Basta pagarlo.

Per indagare a fondo quest’abisso che è l’esperienza esistenziale occidentale oggi, non basterebbero oceani d’inchiostro e decenni di ricerca e distacco scientifico. Sappiamo però molto bene cos’è quel disagio che stringe alla gola le nostre generazioni. Ne siamo osservatori partecipanti da quando abbiamo emesso il primo vagito. Quando si sentono analisti, cervelloni e critici enunciare che il problema dei giovani (se proprio si voglia dare ancora credito alla stronzata del “disagio giovanile”) siano la droga, la violenza, l’assenza di rapporti umani ci viene da ridere. Sono i problemi questi? No. Sono i sintomi al massimo, o le panacee più precisamente.

La tendenza autodistruttiva dell’animale metropolitano è il suo mantra salvifico, la sua preghiera che lo dota di senso riempiendo per un momento la voragine che cova dentro il petto; l’animale metropolitano consuma il suo tempo come le sostanze, consuma se stesso come le sue relazioni in una coazione a ripetere demenziale, perché fondamentalmente non sa fare altro. È stato educato e programmato a desiderare e consumare.

Molti fanno della vita senza freni una bandiera, uno status quo di cui compiacersi: rivendicano il proprio incedere temporale di aperitivi-feste-after da catena di montaggio gioiosa come rivalsa su un mondo che ci vorrebbe freddi e tristi. Eppure quanti ammettono limpidamente l’ansia che li rode dentro quando la musica e le luci sono spente e la cocaina in corpo s’affievolisce? I minuti di paranoia che s’impongono odiosi tra il fine-serata e il sonno sono forse il momento rivelatore più comprensibile in cui ci appare chiara tutta la miseria di questo tempo e del come lo attraversiamo. Un’epifania triste da consumare in ultimo atto, da soli.

Chi si sia mai approcciato al tema carcere avrà ben presente che l’autolesionismo, al netto delle sue definizioni e implicazioni cliniche, è l’esternazione di tutte quelle pulsioni negative dalla rabbia all’odio, dall’ansia alla frustrazione che, non trovando un obbiettivo contro cui scagliarle, si ritorcono contro se stessi pur di farle fluire all’esterno.

Sempre in tema carcerario, chi è stato detenuto nel periodo delle rivolte ricorda bene come la lotta contro la galera, l’evasione come progetto costante fossero oltre che una pratica politica e resistenziale ben definita, anche e soprattutto un antidoto forte all’annichilimento della persona, all’abbrutimento e all’autolesionismo imposto dalla costrizione: un imporre la propria umanità contro il Nulla.

Negazione dell’imposizione carceraria come pratica politica collettiva, negazione della propria soggettivazione quale recluso come catarsi spirituale personale.

Il parallelismo tra fuori dal carcere e dentro il carcere può forse illuminare il lettore su quale sia la pulsione di un militante politico ad inoltrarsi in un campo che si potrebbe dire Esistenzialista.

Parliamoci onestamente: se qualcuno si mette in testa di sfidare il presente e di rischiare tutto o quasi nel gioco dell’insurrezione non è soltanto per bisogno materiale o coscienza sociale.

In fondo c’è sempre, anche quando negata a sé stessi, una rivolta contro noi stessi quale immagine del mondo deprimente che ci circonda. Vi è un rifiuto intimo e forte di quest’esistenza senza senso che noi per primi perpetriamo come ci è stato insegnato.

Anche quando ci poniamo e autodefiniamo rivoluzionari, non stentiamo a proseguire in un consumo squallido della nostra esperienza di vita. Consumiamo la relazione con i nostri compagni nell’esclusivo momento politico, sia esso lo scontro o l’assemblea, o nella scopata senza passione che ci spacciamo ancora per comunismo degli affetti quando, come ben lo ha definito qualcuno, sarebbe meglio chiamarlo liberismo degli affetti. Consumiamo il nostro dialogo in una battaglia dialettica tra chi ha più nozioni o carisma. Viviamo la nostra militanza come un abito che ci identifica ma di cui ci possiamo sostanzialmente disfare quando cessa di appagarci.

Vogliamo davvero definirci rivoluzionari? Vogliamo davvero distruggere questo mondo-sistema fin nelle sue fondamenta? Allora come cogliamo i terreni dello scontro vertenziale, come interpretiamo l’evolversi materiale delle contraddizioni locali o globali, dobbiamo cogliere anche il dato intimo della sfida, la sua dimensione esistenziale e filosofica. Dobbiamo inseguire e pugnalare questo mondo fin dentro di noi. Altrimenti di poco differiremo da uno zelante parrocchiano.

Prendiamo coscienza di quell’istinto alla rivolta contro noi stessi che ci alberga dentro, non esitiamo ad ammazzare e gettare al ciglio della strada lo sterile animale metropolitano che siamo.

Se la malattia mentale di questo tempo è l’assenza di senso, il vuoto dell’anima, allora la cura sta nell’incendiare le nostre passioni sovversive, nello scegliere di stringere le nostre vite in una complicità tutta umana che si fa politica nello scontro con la disgregazione imperante.

Dotare di senso il nostro tempo significa riempirlo con la costruzione della nostra persona assieme al suo ambiente, significa vivere coscientemente e intensamente ogni momento dell’agire quotidiano come fosse parte integrante della lotta.

Parafrasando, farsi militante rivoluzionario significa anzitutto assegnarsi una felicità difficile ma immediata.

Chi scrive non ci ha mai capito un cazzo di calcio ma ha sempre apprezzato la Curva, e non tanto per il suo carattere muscolare e violento ma per l’intuizione felicissima del vivere collettivamente la passione comune, ancora di più per aver sistematizzato la cifra etica di quest’intuizione: coerenza e mentalità!

Questo a noi oggi sembra mancare: la mentalità, la lente valoriale con cui si interpreta il rapporto con l’esistente; tutte le pratiche e visioni che essa comporta ci dotano di quella forza spirituale che nessuna campagna o slogan – per quanto entusiasmanti – possono darci. La coerenza: la costante e stretta adesione ai principi professati ci pone in sostanziale alterità rispetto al Nulla che ci assedia.

È giunto il momento di strappare il velo di Maya, svelare il trucco. È ora di guardare in faccia le macerie della nostra epoca in tutto il loro dramma, di prendere coraggio e cercare, tra queste macerie, i germogli di una nuova vita, il senso di un nuovo Tempo.

A noi non fanno paura le macerie, perché portiamo un mondo nuovo nei nostri cuori. Questo mondo sta crescendo in questo istante…”

Buenaventura Durruti, 1937

Zero