VOTA ARTURO! VOTA ARTURO! VOTA ARTURO!

0 Posted by - 15 maggio 2017 - RIFLESSIONI

È nato un nuovo movimento, si chiama “Movimento Arturo” ed è il nuovo fenomeno virale e virtuale del momento. Per chi non ne fosse a conoscenza il Movimento Arturo nasce per gioco dall’idea del fumettista Makkox, uno dei protagonisti di Gazebo, programma ormai cult del palinsesto di Rai 3 che va in onda tutti i giorni alle ore 20.10, nota fascia oraria con il massimo di ascolti della rete. Per chi non è avvezzo al tubo catodico, un programma dove si approfondisce, in modo in realtà abbastanza serio ma con toni scanzonati, l’attualità politica, specie tramite l’analisi dell’utilizzo dei social network. A volte tutto ciò è intervallato da brevi documentari di pregevole fattura, in particolare sull’argomento delle migrazioni.

Ma torniamo ad Arturo, nome suggerito proprio da Makkox alla nuova ala scissionista del PD nel caso avesse voluto darsi un abito un po’ più vicino alla quotidianità della gente comune, e non il solito cervellotico nome da professionisti della politica. Come sappiamo la nuova formazione ha optato infine per il nome Articolo 1, per l’appunto. Il team di Gazebo ha lanciato la sfida a quest’ultimo dichiarando che Arturo avrebbe raggiunto in breve tempo un numero superiore di followers su Twitter, e così è stato: il movimento “fake” di sinistra nato per gioco ha di gran lunga superato l’ala scissionista Articolo 1.

Da questo momento “Arturo” è diventato un fenomeno virale, e in pochi giorni si sono venute a creare piccole cellule di simpatizzanti del movimento su tutto il territorio nazionale fino ad arrivare a superare i confini, diventando internazionale. Pian piano si sono create, sempre tramite la creazione di account Twitter o Facebook e la relativa attività di post, costole collaterali come “Arture”, la voce delle donne del movimento che rivendica la propria rappresentatività all’interno del nuovo soggetto politico e il “Movimento Arturo Giovani”, per passare poi all’internazionalismo con “Revolucion Arturo”, succursale argentina del movimento.

Arturo con il passare del tempo sembra mettere vere e proprie radici ed è così che prosegue l’esperimento: i protagonisti di Gazebo decidono di seguire l’iter politico del PD, le primarie. Ecco che parte la macchina che fino a quel momento si era palesata solo come un qualcosa di virtuale e goliardico: in alcuni casi addirittura i gruppi di sostenitori del movimento iniziano a trasformare il fenomeno virtuale in concretezza, dando vita a episodi che alludono a una militanza attiva, benché sempre ammantata di scherzo. Creano un giornale, magliette, pseudo campagne sul web, ma si producono anche in alcuni casi in volantinaggi e banchetti. In qualche modo intorno al movimento si crea un alone di realtà e credibilità e le primarie vedono una partecipazione effettiva quantificabile in migliaia, forse decine di migliaia di persone. I candidati sono i principali volti del programma, Diego Bianchi “Zoro”, Makkox e Andrea Salerno e lo spoglio delle urne è avvenuto in questi giorni, ma non si sa ancora quale di loro sarà il candidato eletto.

Il processo è quello tipico dei mezzi di comunicazione di massa, i quali mettono in piedi un vero e proprio percorso autonomo di esaltazione o esasperazione di fatti di cronaca o notizie. Questo processo creativo riesce ad influenzare l’opinione pubblica, facilmente portata a credere a tutto quello che i media veicolano tanto da ritrovarsi sempre più spesso a vivere e agire in una realtà, di fatto, parallela. Questo fenomeno comunicativo emerge da un legame sinergico tra il mezzo televisivo, nello specifico, e i telespettatori. Il caso di Arturo è emblematico, in un periodo in cui la credibilità della classe politica diminuisce di giorno in giorno e l’opinione pubblica, in questo caso per lo più di sinistra e attenta ai temi sociali, sente di non essere più rappresentata. Il senso di appartenenza a un qualcosa di reale viene sempre meno, si tende ad aggrapparsi a fenomeni virtuali e solo apparentemente reali, addirittura come in questo caso nati per scherzo e andati ben al di là delle intenzioni degli stessi ideatori.

“La comunicazione è un complesso intreccio di elementi culturali e intellettuali che struttura i modi in cui il nostro tempo si rapporta a se stesso. Capire la comunicazione vuol dire comprendere molto di più. Risposta apparente alle laceranti separazioni tra sé e gli altri, tra privato e pubblico, tra pensiero interiore e parole esterne, la nozione spiega le nostre strane esistenze a questo punto della storia. Essa è un ricettacolo nel quale sembrano riversarsi la maggior parte delle nostre speranze e paure.”

John Durham Paters, 1999

Il fenomeno Arturo suggerisce molte possibili analisi sull’attuale pervasività dei messaggi e sulle forme di “partecipazione” che transitano sui social network (e sulla “buona vecchia” televisione, va detto) e ci fa porre delle domande alle quali sarà difficile dare delle risposte. In primis ci conferma che una fascia ampia di popolazione, anche quella attenta ai temi politici, ha ormai perso completamente la fiducia nella classe politica, non riconoscendo più un’appartenenza a qualsivoglia partito, ma preferendo piuttosto seguire, finanche in modo serio e “militante”, i messaggi lanciati da una trasmissione che, pur offrendo spesso servizi giornalistici di alto livello, rimane principalmente comica. Arturo non ha un programma politico o uno statuto, ogni corrente collaterale ne ha sancito uno, rispecchiando i bisogni o la vena satirica dei singoli fautori. È un movimento nato in modo spontaneo dal web che ha messo in moto una vera e propria campagna politica arrivando a rendere il tutto “quasi vero”. Il discorso diventa ancor più tristemente serio se si pensa, come è spontaneo e normale fare, al M5S, nato in un modo considerato altrettanto bizzarro secondo i canoni tradizionali, ma ormai, ahinoi, indiscutibilmente “vero”.

Il punto su cui riflettere non è la nascita o meno di un nuovo movimento, data la quantità spropositata di formazioni, grandi o piccole e più o meno effimere; il punto è il perché questo fenomeno abbia attirato così tanto una fetta di opinione pubblica, senz’altro di idee progressiste e tolleranti, portando addirittura ad accenni di mobilitazione, cosa che sappiamo quanto fatica ad avvenire riguardo a fatti reali che ci riguardano da vicino. La classe politica ha fallito, e su questo non c’è alcun dubbio, ma sicuramente in molto di ciò che facciamo abbiamo fallito anche noi, nel momento in cui all’enorme sbattersi quotidiano non segue mai una simile ondata contagiosa di entusiasmo popolare, fosse anche di puro sostegno sul web. Nel caso specifico il pubblico televisivo è diventato elettorato perché si è riconosciuto e si è sentito parte di questo fenomeno, spostandosi dal web alla televisione fino ad arrivare per le strade con la copiosa partecipazione ai seggi fantoccio per l’elezione del segretario del “partito fake”.

Di sicuro emerge un fatto preoccupante: il predominio della dimensione social nelle relazioni umane dei nostri giorni regala l’illusione che in qualche modo tutto questo sia davvero una forma di attivismo, di partecipazione alla vita politica tout court. Si arriva al paradosso di dedicare del tempo, e qui interviene il concetto di militanza, al preparare uno sketch da far girare sul web, e non passa neanche nell’anticamera del cervello di promuovere un comitato nel proprio quartiere che inizi a occuparsi nel concreto della vita quotidiana. Si sente però anche, e questo è bene tenerlo presente, un diffuso bisogno di grandi entità collettive in cui riconoscersi, cosa che di questi tempi è lontana dalle corde dei “movimenti sociali”.

Tutto sommato dobbiamo ringraziare l’estro degli autori di Gazebo che, partendo da presupposti tutt’altro che seri, hanno scoperchiato una sorta di Vaso di Pandora ponendoci di fronte ad un ampio problema di identità e di non-consapevolezza politica, ma anche a un diffuso bisogno di ritrovare quell’identità e quella consapevolezza in forma collettiva. Ai tempi di Zuckerberg però, e questo è un problema in più, altrimenti forse potremmo davvero dire “W Arturo”.

Oreste&Circe