UN’EMERGENZA ABITATIVA CHE DURA SESSANT’ANNI. LE LOTTE DI IERI E OGGI VOL.1

0 Posted by - 1 giugno 2017 - DOCUMENTI

In Italia, sin dagli anni Sessanta, le lotte per la casa hanno assunto una certa risonanza. Per quale motivo?

Dopo il secondo conflitto mondiale, si verificò uno sviluppo economico polarizzato: le strutture produttive, i centri decisionali e di potere si concentrarono in alcune zone, determinando un forte squilibrio territoriale; la divergenza tra le cosiddette zone centrali e zone periferiche si delineava secondo una logica produttivistica. Questo binomio centro-periferia non riguardava solo l’asse Nord-Sud o città-campagna, ma anche la città: quartieri centrali e periferie, aree urbanizzate e non urbanizzate.

In questi decenni, l’emergenza abitativa era dovuta soprattutto alla mancanza di case e alla conseguente speculazione edilizia. Molte città italiane iniziarono a subire un incremento della popolazione a seguito di massicci flussi migratori interni. La politica dei lavori pubblici, la ricostruzione post-bellica e l’espansione del settore residenziale assorbirono forza-lavoro in molte città del Centro Italia (ad esempio Roma); ma fu soprattutto lo sviluppo industriale a dare massimo impulso alla crescita occupazionale, in particolare nelle città del cosiddetto triangolo industriale1.

All’epoca, si poteva alzare lo sguardo sull’orizzonte e perdere il conto delle decine di gru che si dispiegavano nelle città in continua espansione. La legge 167 del 1962 (rinnovata nel 1971) favorì l’esproprio e l’acquisizione da parte dei Comuni di aree e terreni per la costruzione di edilizia economica e popolare e di servizi complementari urbani e sociali. Furono abbattute baraccopoli e spuntarono isolati di palazzoni (come Corviale a Roma o le Vele a Napoli); furono innalzati migliaia di edifici, costruiti ex novo interi quartieri, edificati ettari di campagna: 73.400 case nel 1950, 273.500 nel 1957 e 450.000 nel 1964. Solo il 16 per cento degli investimenti complessivi del settore venne destinato ai progetti di edilizia abitativa pubblica2.

Riprendendo alcune fonti dell’epoca, lo scenario delle principali città italiane era il seguente:

– Milano: nonostante ci fossero 300 mila persone senza casa e indici di sovraffollamento altissimi, risultavano esserci 40 mila case vuote e 16 mila edifici di nuova costruzione non adibiti ad uso abitativo3.

– Torino: l’affitto assorbiva oltre il 30% del salario nelle case di edilizia pubblica e quasi la metà per le case private. Gli italiani provenienti dalle regioni del Sud, spesso impiegati nelle fabbriche a circa cento mila lire mensili, pagavano 20/25.000 lire al mese a persona per camere con più letti. Una situazione che ricorda quella dei migranti stranieri di oggi4.

– Napoli: più di ventimila persone vivevano in baracche collocate al centro della città oppure in strutture residenziali pagate dal Comune5.

– Roma: a fronte di trentaduemila case vuote, si stimavano sedicimila famiglie nei borghetti, sessantanovemila in coabitazione, novecentomila nelle borgate6.

Vigne Nuove in costruzione

Rientra nei finanziamenti straordinari GESCAL del 1969 per la costruzione di alloggi e servizi collettivi, insieme a Laurentino 38 e Corviale.

Fonte: http://polinice.org/2016/03/08/il-progetto-di-vigne-nuove-a-roma-missione-incompiuta/

Baracche borgata Villa Gordiani

Contrasto tra palazzoni e baracche nella Borgata Villa Gordiani a Roma Est.

Fonte: http://geomodi.blogspot.it/2012/05/le-migrazioni-interne-lesempio.html

La speculazione mostrò il suo crudele predominio sul pubblico interesse.

Nel 1963 furono realizzate oltre 417 mila abitazioni spendendo 2.162 miliardi di lire, nel 1973 furono costruite 190 mila case con 4.658 miliardi di lire7. I finanziamenti per l’edilizia residenziale pubblica calarono progressivamente; nella metà degli anni Settanta, il valore degli investimenti pubblici rispetto al totale del settore giunse al 3%8. Quindi, ai processi d’inurbamento non corrisposero sufficienti politiche abitative e adeguati piani regolatori; l’alta richiesta di case e le dinamiche speculative fecero aumentare i prezzi di costruzione, sfavorendo l’incontro tra domanda e offerta.

Come osservano Balestrini e Moroni, la rendita immobiliare

“diventa, oltre che un ulteriore elemento di arricchimento, anche elemento di controllo e razionalizzazione degli insediamenti abitativi per stratificazione di classe”9.

I territori urbani si plasmarono rispecchiando la stratificazione sociale: le classi subalterne, i proletari, i contadini e i migranti devono abitare le periferie e le aree non urbanizzate occupate da baraccopoli. I nuovi quartieri che sorgono dove prima c’era la campagna romana vengono edificati

“in serie con criteri in serie, per famiglie pensate in serie (cioè che presentino, più o meno, le medesime caratteristiche sociali generali), per bisogni in serie per attese sociali in serie”10.

Molti centri storici furono riqualificati e risanati per far spazio alle attività terziarie, ai flussi di turisti e agli addetti ai ruoli direzionali.

In questi anni, quindi, esplose forte la conflittualità sociale.

Le lotte per la casa presero avvio in moltissime città e quartieri: in periferia, dove c’erano edifici pubblici dello IACP e della Gescal costruiti ma non assegnati; nelle zone centrali, dove i processi di riqualificazione urbana e gentrificazione provocarono l’aumento dei prezzi immobiliari e l’espulsione delle classi popolari. Nel Nord Italia il conflitto coinvolse soprattutto la classe lavoratrice operaia: la pratica principale fu l’autoriduzione degli affitti e delle bollette.

Il periodo della Resistenza rappresentò un terreno fertile per le prime formazioni dei movimenti urbani. Da alcune organizzazioni degli anni Quaranta, come i Comitati di liberazione rionali, nacquero molti organismi atti ad aggregare – fuori dalla fabbrica – la popolazione dei quartieri e delle città: le Consulte popolari sorsero negli anni Cinquanta e rappresentarono una delle più grosse organizzazioni da cui decollò un movimento di massa sui temi della casa, delle borgate, dello sviluppo urbano durante gli anni Cinquanta e Sessanta; da queste esperienze sorsero i Consigli di zona, che rappresentavano un luogo d’incontro e coordinamento tra persone che portavano avanti sia lotte sul lavoro sia lotte sociali (casa, trasporti, scuola, etc.). In un secondo tempo, sorsero i Comitati di quartiere che puntavano a informare gli abitanti sui problemi dei propri territori (dai piani regolatori alle anomalie nella gestione e pianificazione urbana da parte delle amministrazioni comunali); in questi spazi ci si organizzava per praticare l’autoriduzione dei fitti, l’occupazione di aree verdi, la creazione di centri sociali e asili nido, etc.

Le principali realtà politiche attive in quegli anni non chiedevano solo più case per tutti e a un costo più basso, ma avevano l’ambizione di cambiare la gestione capitalistica delle città attraverso forme di contropotere. Rivendicare la casa voleva dire provare a organizzare gli abitanti e i lavoratori sui territori, rendendoli soggetti attivi in grado di esprimersi contro la speculazione edilizia, la rendita e le istituzioni locali che non erano in grado di rispondere ai reali interessi del proletariato e del sotto-proletariato.

Un focus specifico su Roma.

Nella capitale si protestava contro il risanamento degli alloggi creati in epoca fascista a Gordiani, a Pietralata, a San Basilio e per l’eliminazione dei borghetti abusivi disseminati intorno alle principali consolari romane e funzionali al “controllo” della forza-lavoro immigrata. Nei quartieri periferici romani (Primavalle, Torpignattara, Garbatella, etc.) si cercò di unire le lotte sulla questione urbana a quelle contro la disoccupazione. Fu realizzato uno «sciopero a rovescio», in cui gruppi di famiglie e persone si autorganizzavano per costruire una strada o per realizzare altri lavori necessari nei quartieri; furono avviate battaglie per la “libertà di residenza”; si voleva abrogare una legge fascista (n. 1092/1939) che vietava l’iscrizione nel registro anagrafico e nelle liste elettorali e l’assistenza sanitaria dei lavoratori immigrati. Una legge che difatti ricorda l’attuale articolo 5 del “Piano casa” che vieta la residenza e l’allaccio alle utenze agli occupanti abusivi di immobili. Questa legge – così come quella in vigore – creava dei soggetti “invisibili” costretti a vivere in dimore irregolari e a lavorare sottopagati in nero. Fu abrogata solo nel 1960. In questo stesso anno, Roma ospitò le Olimpiadi; l’amministrazione celava dietro facciate colorate di vernice il degrado e l’incuria in cui versavano i borghetti romani.

Dal 1968 la lotta per la casa assunse caratteri più vigorosi. Si acquisì la consapevolezza che le lotte per ottenere migliori condizioni di lavoro e salari più alti dovevano intrecciarsi inevitabilmente con le lotte per il miglioramento delle condizioni abitative e per l’aumento del salario indiretto (casa, servizi, scuola, sanità, etc.). Ci fu un’esplosione contaminante di pratiche di occupazione. Il Comitato di Agitazione Borgate (CAB), formatosi nel 1967 come struttura autonoma di massa, nell’estate del 1969 realizzò con gli abitanti del borghetto dell’Acquedotto Felice l’occupazione di 400 alloggi di proprietà dell’IACP al Celio, zona vicino al Colosseo. Così si portava al centro della città, sotto gli occhi dei turisti e vicino i palazzi del potere, il problema dei baraccati; si denunciava la collusione tra gli interessi speculativi e lo IACP che stava vendendo gli alloggi a privati per costruire appartamenti di lusso e alberghi. I comitati portavano avanti un lavoro capillare di comunicazione con tutti gli abitanti delle periferie e organizzavano assemblee pubbliche per condividere esperienze e pratiche al fine di coinvolgere gli abitanti dei borghetti e creare un terreno di reciproca solidarietà in cui poter estendere le lotte. Gli abitanti delle baracche di Gordiani occuparono alcune case di proprietà delle Ferrovie a via Pigafetta, nel quartiere Garbatella; pochi mesi dopo toccò agli stabili dell’INCIS (Istituto nazionale per le case degli impiegati dello Stato) costruiti per gli impiegati ministeriali a Torre Spaccata, vicino alla Casilina. Le quattrocento famiglie occupanti furono sgomberate ma le donne, tenaci protagoniste di molte battaglie per la difesa della casa, cercarono (invano) di rientrare. Il CAB aveva avuto il coraggio di sferrare un duro colpo – pur subendo delle sconfitte – sia alla proprietà pubblica (edifici nuovi o inutilizzati) sia a quella privata.

Negli anni Settanta si attuò un nuovo ciclo di occupazioni segnato da duri scontri e sgomberi: 30 famiglie, aiutate dai gruppi della nuova sinistra (Lotta Continua, Potere Operaio e il Manifesto), occuparono due edifici comunali in zona Casal Bruciato; pochi giorni dopo oltre 300 famiglie provenienti dal quartiere popolare di San Basilio e dal borghetto Alessandrino occuparono gli adiacenti stabili privati. Il duro intervento della polizia non riuscì ad arginare un’emergenza dilagante: nei mesi successivi quaranta famiglie occuparono abitazioni a Centocelle, altri settanta nuclei presero alcune case a Pietralata e altre occupazioni si verificarono nella zona sud a Magliana. Tutte queste esperienze terminarono in scontri e sgomberi. Nel ’71 le famiglie di Prato Rotondo e quelle provenienti dall’ex occupazione di via Pigafetta, che alla fine degli anni Sessanta si erano organizzati in comitati per richiedere l’assegnazione delle case popolari, furono finalmente trasferiti nel quartiere della Magliana. Negli alloggi dell’INPADAI una parte degli abitanti, che afferiva al sindacato degli inquilini UNIA, aveva deciso di autoridursi del 30% il canone di affitto. Ed è in questo contesto che nascerà il Comitato autonomo della Magliana che porterà avanti numerose battaglie per la casa, collegandole con altre problematiche sociali come la necessità di scuole, aree verdi e di gioco, servizi igienico-sanitari. La più grande novità fu il tipo di controparte di queste lotte: le società immobiliari11; in pochi mesi, divennero più di mille le famiglie che decisero di non pagare l’affitto alle società private perché giudicato troppo elevato rispetto ai propri salari. Le società immobiliari risposero sfrattando le famiglie morose; ma questo non fece che aumentare l’unità e la capacità di organizzazione e mobilitazione degli abitanti.

Senza voler percorrere la cronistoria di tutte le battaglie e le occupazioni portate avanti dai diversi protagonisti attivi, si ricorda una dura vicenda di resistenza che rimarrà nella memoria storica delle lotte per la casa: San Basilio, 1974. Una delle prime borgate costruite in epoca fascista nella periferia Nord-Est della capitale; qui si occuparono 148 appartamenti dello IACP al centro di una grande polemica: dei 600 alloggi che l’Istituto avrebbe dovuto assegnare in tre distinti quartieri (San Basilio, Tiburtino III, e Pietralata) ben 400 furono assegnati fuori graduatoria a famiglie che già vivevano in case popolari ma in via di demolizione12. Dopo cinque mesi di false speranze, la polizia procedette con i primi sgomberi di alcuni appartamenti. Le case furono difese duramente, soprattutto dalle donne schierate in prima linea.

San Basilio, 1974.

Foto di Tano D’Amico

Seguirono vari tentativi di sgombero, di resistenza e di rioccupazione, ma la prefettura decise di passare alla controffensiva: per ben quattro giornate, San Basilio fu campo di duro scontro tra forze dell’ordine, famiglie occupanti e solidali accorsi in sostegno. Il 7 settembre 1974 accade il dramma: un ragazzo di 19 anni, Fabrizio Ceruso, originario di Tivoli e militante nel Comitato proletario legato all’Autonomia Operaia, accorse dalla sua casa popolare appena assegnata a Villa Adriana verso San Basilio per prestare solidarietà agli occupanti in rivolta, ma fu colpito a morte da un proiettile (con tutta probabilità, anche se non fu mai accertato, sparato da una pistola in dotazione alle Forze dell’ordine). Dopo queste tragiche traversie, agli occupanti di San Basilio furono assegnati alloggi di edilizia residenziale pubblica. La dura repressione non attenuò né le lotte sociali né l’ondata di occupazioni. A Roma le azioni proseguirono in moltissimi quartieri (Tuscolano, Casalbruciato, Alessandrino, Garbatella, Collatino, etc.) per un totale di circa 3.500 appartamenti recuperati13.

Ma arrivò presto l’epoca del riflusso a vita privata. In tutta Italia, si assistette ad progressiva perdita di interesse per la partecipazione politica e il cambiamento dal basso della società. Consumismo, edonismo e familismo diventano i connotati di questa nuova epoca. Il 1980 si inaugura con la marcia dei 40 mila “colletti bianchi” a Torino. Dirigenti, quadri e qualche operaio sfilano per la riapertura dei cancelli di Fiat Mirafiori dopo trentacinque giorni di sciopero. Questo episodio inaugura un lungo periodo di cambiamenti socio-culturali, economici e politici che avranno ripercussioni sulle successive lotte sociali fino ai nostri giorni.

Chiara D.

1 E. Pugliese, E. Rebeggiani, Occupazione e disoccupazione in Italia. Dal dopoguerra ai giorni nostri, Roma, Edizioni Lavoro, 2004.

2 P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi. Società e politica 1943-1988, Torino, Einaudi, 1989.

3 A. Daolio, Le lotte per la casa in Italia: Milano, Torino, Roma, Napoli, Milano, Feltrinelli, 1974.

4 G. Piraccini, E. Musso, R. Roscelli, Cronache delle lotte per la casa nei quartieri di Torino, Classe, 3, 1970, pp. 121-135.

5 A. Drago, Lotte di quartiere a Napoli, in A. Daolio, Le lotte per la casa in Italia: Milano, Torino, Roma, Napoli, pp. 125-205.

6 F. Ferrarotti, Roma da capitale a periferia, Bari, Laterza. 1970. F. Ferrarotti, Vita di baraccati: contributo alla sociologia della marginalità, Napoli, Liquori, 1974. F. Ferrarotti, La città come fenomeno di classe, Milano, Franco Angeli, 1975.

7 R. Carpaneto, Le lotte per la casa: la posizione dei sindacati, Città & Regione, 3(1), 32-38, 1977.

8 R. Curatolo, La casa: un problema irrisolto o irrisolvibile?, Città & Regione, 3(1), 5-13, 1977.

9 N. Balestrini, P. Moroni, L’orda d’oro 1968-1977. La grande ondata rivoluzionaria e creativa, politica ed esistenziale, Milano, Feltrinelli, 1988.

10 G. Della Pergola, Diritto alla città e lotte urbane, Milano, Feltrinelli, 1974.

11 G. Cretella, Analisi di una lotta urbana: la lotta del quartiere della Magliana a Roma, in M. Marcelloni e P. Della Seta (a cura di), Lotte urbane e crisi della società industriale: l’esperienza italiana, (pp. 105-134), Roma, Savelli, 1981.

12 M. Sestili, Sotto un cielo di piombo. Le lotte per la casa in una borgata di Roma, San Basilio, settembre 1974. Historia Magistra, 1(1), 63-81, 2009.

13 C. Armati, La scintilla. Dalla valle alla metropoli una storia antagonista della lotta per la casa, Roma, Fandango Libri, 2015.