INTERNAZIONALISMO, ANTIFASCISMO E SOLIDARIETÀ INTERVISTA DAL DONBASS

0 Posted by - 3 giugno 2017 - INTERNAZIONALISMO

Nell’aprile 2014, in seguito alla natura sempre più apertamente autoritaria, liberista e pilotata della rivolta di Euromaidan (e del regime che ne è scaturito) in Ucraina ed ampiamente propagandata dai media mainstream, le popolazioni del Donbass (zona orientale, russofila e di tradizione operaia e mineraria) hanno dichiarato l’indipendenza della propria zona e costituito le due Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk. Ne è seguita una guerra civile ancora in corso che ha visto da un lato l’esercito ucraino coadiuvato da milizie neonaziste e aiuti NATO e UE, dall’altro le popolazioni locali organizzate in milizie autonome e supportate da volontari da tutta Europa, specialmente dal mondo russofono, con l’aiuto logistico della Russia. Se quello che si è creato non è una frattura rivoluzionaria netta, di certo si assiste ad una forte resistenza popolare partecipata da attori politicamente molto eterogenei, spesso antagonisti tra loro.

Tra le varie forze in campo c’è la Brigata Prizrak (fantasma), una milizia comunista che ha saputo aggregare tra le proprie fila diversi militanti antifascisti dal mondo ed ha costituito un’unità militare composta di soli internazionali: la InterUnit.

Essendo, quello dei combattenti internazionali, un tema abbastanza inedito e che però contrassegna i conflitti dell’ultimo periodo, abbiamo pensato di intervistare Nemo, combattente italiano della InterUnit. Quella che segue è l’intervista che ci ha concesso giusto poche settimane prima che la stessa InterUnit annunciasse il suo ritiro dal fronte in seguito agli accordi di pace di Minsk, che prevedono l’abbandono delle ostilità da parte dei militari stranieri (qui il comunicato ufficiale).

La Brigata Prizrak è quella più attivamente supportata, qui in Italia, dal movimento antagonista. Puoi brevemente raccontarci la sua storia e la sua attuale situazione?

La Prizrak nasce nel maggio del 2014 nei momenti più caldi dell’insurrezione, grazie alle capacità organizzative e al carisma del Comandante Mozgovoy. In quella fase si andavano formando molti gruppi armati, più o meno spontanei, che trovavano nelle miniere i propri soldati e nelle caserme dell’esercito ucraino le proprie armi.

L’intuizione di Mozgovoy fu quella di creare un contenitore di variegate forze anti-sistema che volevano realmente dare una risposta alla richiesta di cambiamento del popolo del Donbass. Per questo, fin dal primissimo momento, vi fu la presenza di combattenti provenienti dal territorio dell’ex Unione Sovietica e dall’Europa occidentale. In quella prima fase assai dinamica vennero anche imbarcati alcuni elementi ambigui, in quanto i Dughinisti1 (ancora) provano incessantemente a infiltrare questa realtà.

Verso la fine del 2014 si unì alla Prizrak un gruppo di comunisti russi che si inquadrò nell’unità 404 (che poi diverrà DKO): il comandante era Arkadic e il commissario politico Alexey Markov, alias Dobri.

Nel febbraio 2015 la Prizrak ha un ruolo determinante per la storica vittoria di Delbastevo.

Il 23 maggio 2015 viene assassinato Mozgovoy, episodio su cui ancora non si è riusciti a far luce. A quel punto la guida della Prizrak passa in mano ai comunisti che avevano raggiunto i posti chiave all’interno della Brigata, grazie alla loro serietà, efficienza e impeccabile metodo di lavoro. Dal punto di vista politico questo è uno degli aspetti più interessanti: la Prizrak non è una Brigata comunista, bensì una Brigata in cui i comunisti hanno fatto egemonia. Per questo in molti la considerano come un caso di studio.

Nel gennaio 2016 la Prizrak si ridimensiona e diventa un battaglione2, avviando un percorso d’integrazione totale nelle Forze Armate della Repubblica Popolare di Lugansk, gestendo il settore di fronte nel distretto di Kirovsk.

È dall’autunno del 2015 che esiste la InterUnit all’interno della Prizrak. Puoi dirci qual è stato il processo che ha portato alla sua formazione, quale il suo ruolo? È nata per sistematizzare una presenza già affermata dei compagni “internazionali” o proprio per favorire il loro impiego?

InterUnit è stato il culmine di un percorso politico sviluppatosi in tutta Europa con le campagne di solidarietà con la Resistenza del Donbass. Diverse strutture hanno convenuto sulla necessità di provare a ricomporre la scollatura tra sfera politica e militare. La formula che si è deciso di adoperare era quella della lotta antifascista sul modello spagnolo degli anni ’30.

Non tutti i combattenti stranieri della Prizrak hanno aderito ad InterUnit, ma solo i più politicizzati e motivati. Pur non effettuando selezioni di carattere fisico (in una guerra c’è sempre posto per tutti), siamo sempre stati molto rigidi su altri aspetti: addestramento, disciplina, lavoro politico (aggiuntivo al lavoro normale e non sostitutivo), ecc. Quindi, benché ci fosse bisogno di porre ordine tra gli internazionalisti, il vero motivo è stato la volontà di qualificare il contributo che questi potevano offrire: per l’attività militare e per quella politica, per la propaganda, per la formazione, ecc.

La Prizrak è la milizia più schierata in senso comunista ed è facile intuire che i volontari dall’estero siano militanti politicizzati. Più nel dettaglio, quali sono il profilo generale e i moventi dei combattenti della InterUnit?

La InterUnit è un gruppo antifascista, vi hanno militato circa 30 combattenti provenienti da Europa, Sud America e Asia. Di questi cinque erano semplici antifascisti, tre anarchici e il resto comunisti. Due soltanto sono state le donne che vi hanno aderito. La maggior parte dei membri non avevano un’esperienza militare, quattro avevano un’esperienza militare professionale, tre erano veterani di altri conflitti.

La maggior parte di noi era motivata da puro antifascismo, anche se non mancava tra le nostre fila chi amava il mondo russo.

Tra i combattenti della Prizrak ci siamo sempre distinti (salvo rari casi, prontamente rimossi) per determinazione e serietà. Quest’ultima è da non confondersi con la disciplina: ci teniamo a sottolineare che noi siamo per una disciplina critica. Per noi il buon combattente non è uno che ripete sempre “signorsì”, ma uno che sappia apportare un contributo ai processi.

Noi ci consideriamo combattenti e non soldati.

Salvo gli ultimi due mesi di vita (in cui doveva gestire la transizione), InterUnit è sempre stata in prima linea e la maggior parte dei suoi membri non ha mai preso riposi. Solo una forte motivazione politica spinge a fare questo tipo di sacrifici.

Esistono altre unità internazionali in Donbass o una presenza meno organizzata di combattenti dall’estero? Se sì, parliamo di militanti, ex-militari o che tipo di soggetti?

Premesso che in Donbass combattono dei gruppi formati esclusivamente da russi e che alcuni di loro si considerano organizzazioni internazionaliste, qui ci sono stati almeno 4 gruppi combattenti provenienti dall’Europa Occidentale. Due di questi erano di matrice nazbol3 (uno a Donetsk e l’altro a Lugansk) di cui uno esprimeva un buon potenziale militare. Un altro gruppo di stranieri, operante a Donetsk, era parte dell’esercito regolare e vi facevano parte ottimi soldati e infine c’era appunto la InterUnit.

Quasi tutti i membri di questa erano militanti anche nei propri Paesi di origine e hanno inteso questa esperienza come qualificazione della propria esperienza politica.

Vi sono diverse decine di occidentali che combattono nelle file della Resistenza ma integrati in gruppi locali.

Sappiamo con certezza che appartenenti a gruppi neonazisti e neofascisti da più parti d’Europa si sono impegnati tra le fila di Kiev, ad esempio nel battaglione Azov. Più raramente (ed in modo meno sistematico) abbiamo avuto notizia di soggetti dal passato politico per lo meno ambiguo combattere per il Donbass. Sembra allora che questa tendenza internazionalista non sia esclusivo appannaggio dei compagni e ricorda in un certo modo le dinamiche della guerra civile spagnola: come ti spieghi questa rinascita dell’internazionalismo militante?

Nelle file della Resistenza del Donbass militano anche dei gruppi fascisti che rappresentavano (dati del 2015) il 2% dei combattenti. Molti dei fascisti che si conoscono in Europa non sono dei combattenti, ma attori di propaganda e questo spiega la loro sovraesposizione mediatica.

La mia personale lettura sul risorgere dell’impegno militare internazionale dei compagni e dei fascisti vede tra i due fenomeni enormi distinguo ma anche delle motivazioni comuni.

Tutti gli antagonismi sono frustrati dal disastro politico nostrano (inteso anche a livello europeo), la nostra generazione conosce la lotta, ma non la vittoria. Da almeno 20 anni a questa parte nessun movimento sociale ha conseguito vere vittorie, ad eccezione di quelle sul piano difensivo. Oramai la politica è spesso ridotta alla difesa delle conquiste delle generazioni precedenti, non c’è quasi più nulla di propositivo.

Inoltre, è chiaro che se vuoi colpire letalmente devi mirare al cuore. Le lotte nazionali quasi mai arrivano a mettere in programma un cambiamento reale dello stato di cose esistente. Quindi chi è motivato dalla volontà di cambiare davvero il corso della storia preferisce andare in qualche posto in cui “si fa sul serio”.

Queste valutazioni sono di carattere generale e si possono ben adattare a prescindere dall’orientamento ideologico.

Essendo forte il movente politico alla base della InterUnit, come si concepisce quest’esperienza in relazione alle altre esperienze di lotta nel mondo? Esiste un legame ideologico o anche materiale con le altre lotte (mi riferisco ad esempio a situazioni come l’International Freedom Batalion in Rojava, il movimento No Tav in Valsusa o quello contro la Loi Travail in Francia)?

La repressione è sempre in agguato. Quindi noi ci siamo guardati bene dallo stringere espliciti legami di organicità con movimenti di lotta in Europa poiché avremmo potuto comprometterli. Ma questo non prescinde da un riconoscimento reciproco.

Diverso il discorso per quel che riguarda gli scenari extraeuropei. Quasi tutti noi avevamo rapporti o quanto meno eletto a referente per il Kurdistan il PKK, ma la situazione locale era in continuo movimento ed evoluzione e noi non avevamo modo di seguirla (in prima linea non c’è internet, se si eccettua la connessione mobile appena sufficiente per le chat). Quindi non abbiamo coltivato il rapporto con i compagni kurdi.

In Sud America il legame ideologico più stretto è con le FARC-EP delle quali abbiamo seguito e sostenuto tutto il processo di pace e con cui c’è stato uno scambio politico.

Uno dei primi casi di combattenti internazionali giunto alle cronache riguardava dei compagni spagnoli tratti in arresto appena rientrati proprio dal Donbass con l’accusa di essere dei Foreign Fighters. Come pensi si approccino gli Stati europei, e soprattutto i loro apparati repressivi, nei confronti di queste figure in un certo modo inedite ai nostri giorni?

Il caso dello Stato spagnolo è particolare: lì la magistratura realizzò due eclatanti autogol con un’azione sola. Il primo è sul piano della visibilità: prima di quegli arresti quasi nessuno parlava della mobilitazione internazionalista, ma con la repressione è giunta alla ribalta nell’agenda politica. Il secondo è sul piano tecnico-legale: l’accusa era di aver compromesso la neutralità dello Stato spagnolo, ma la magistratura aveva deciso di arrestare solo i compagni che lottarono per il Donbass e non i fascisti che lo facevano per Kiev. In questo modo, quindi, ha dimostrato che la supposta neutralità in realtà non esisteva.

Pochi osservatori hanno notato che in poche settimane alcune decine di Stati in ogni parte del Pianeta hanno varato norme analoghe sui cosiddetti Foreign Fighters, quindi a mio avviso questo potrebbe significare che qualcuno abbia imposto questa legge a tutti gli altri. Per chi non l’avesse ancora chiaro, questo episodio spiega bene come funzionino le dinamiche interne e i rapporti di forza internazionali.

Se si attiverà la repressione nei nostri confronti al momento non posso saperlo: chi lotta non si spaventa certo di questo.

La crisi ucraina ha anche una specificità ulteriore: è stato avviato un Processo di Pace internazionale che ha portato alla firma dei cosiddetti “Accordi di Minsk”. Questi, al punto 5, prevedono l’amnistia per tutti i combattenti. Non penso che la magistratura italiana si voglia (o possa) andare ad intromettere nella trattativa di un accordo di pace internazionale.

Lo Stato teme i rivoluzionari, ma talvolta preferisce non perseguitarli, in modo da non dargli visibilità e non rafforzare i movimenti. In caso di attacco repressivo, la solidarietà ricompatta e rivitalizza i movimenti: la necessità spinge a soprassedere alle divergenze tattiche. Da diversi decenni lo Stato ha fatto un lavoro certosino per frammentare i movimenti, ora non vuole compromettere questo sforzo per qualche romantico combattente internazionalista.

Quali prospettive vedi per la InterUnit e per l’internazionalismo militante nel prossimo futuro?

InterUnit sta sospendendo le attività militari nel Donbass. Gli Accordi di Minsk al momento sono l’unico tentativo serio di trovare una soluzione diplomatica alla crisi. Per quanto non ci piaccia questa possibilità, ci rimettiamo alla volontà popolare che richiede a gran voce la fine del conflitto. Noi non vogliamo assolutamente ostacolare il percorso che il popolo sceglierà. Si tenga presente che il punto 10 dell’accordo prevede l’allontanamento di tutte le formazioni militari straniere. Stiamo agendo di conseguenza.

Questo non vuol dire che InterUnit si estinguerà, perché la sua accumulazione si inserisce nel solco delle lotte popolari e ne è diventata parte integrante. Al momento non sappiamo cosa faremo, se cambieremo scenario, se ci rivolgeremo solo alla sfera politica tralasciando quella militare, o altro.

In Europa c’è una lunga fase di stagnazione politica, i movimenti non riescono ad esprimere molto d’incisivo e gli obiettivi raramente vengono raggiunti. Io credo che la lotta internazionalista possa essere una grande palestra per i militanti e un laboratorio politico, sia internazionale che locale. Sul piano internazionale è scontato, ma io invito a porre l’attenzione sull’egregio lavoro che hanno fatto in questi anni i compagni impegnati su questi temi. Uno dei migliori casi di movimento unitario degli ultimi anni. Sicuramente un qualcosa da cui tutta la sinistra può trarre un utile insegnamento da replicare poi per le politiche interne.

Cosa pensi dovrebbero fare i compagni “a casa” per sostenere esperienze come la vostra? Cosa possono trarre dalla vostra lotta?

Lo scambio è reciproco. Per noi la cosa più importante è sempre stata quella di far conoscere questa esperienza nel mondo occidentale. Ma costruendo il movimento di sostegno i compagni si sono cimentati in un’esperienza unitaria, un grande sforzo di ricomposizione che ha portato i suoi benefici anche su altri fronti dello scontro politico italiano.

Hai un messaggio, da parte della InterUnit, da mandare all’Italia?

Ci stanno facendo credere che non sia più il tempo per la lotta, ma solo perché la temono più di ogni altra cosa. Per loro è più facile disinnescarci che combatterci. Per noi limitarci alla difesa di qualche vecchia conquista non può essere abbastanza, ci porterà all’estinzione. Dobbiamo passare al contrattacco e costruire un mondo nuovo. Questa piccola esperienza delle Repubbliche Popolari ci dimostra che è ancora possibile, si può lottare e si può vincere.

Zero

1 Da Aleksandr Dughin, filosofo russo di estrema destra, fautore della costruzione di un vasto impero euroasiatico, teorico di riferimento per neonazisti e rossobruni.

2 Formazione di 500/1000 effettivi che, unita ad altri battaglioni, forma una Brigata, ndr.

3 Nazbol: nazionalisti-bolscevichi. Formazione rossobruna di origine russa, si rifà alle teorie di Dughin, che ne è stato il fondatore e primo presidente prima di lasciarla per spostarsi ancora più a destra verso posizioni apertamente neonaziste.