PSICOSI COLLETTIVE E COSCIENZE SPORCHE: COSA CI DICE PIAZZA SAN CARLO

0 Posted by - 9 giugno 2017 - EDITORIALI

Immaginate la vostra squadra in finale di Champion’s League, che gioca contro il Real Madrid. Immaginate una piazza colma. I megaschermi la illuminano con le immagini della partita, immaginate la folla vestita con quei colori che sono anche i vostri, mentre condividete con essa quelle emozioni che sono anche le vostre. Immaginate la gioia repressa per un traguardo che sta ad un passo da voi, una gioia che aspetta solo di essere liberata. Poi il panico. Ecco: piazza San Carlo a Torino, la sera del 3 giugno 2017.

Non si è capito se sia stato un petardo, una transenna caduta, una vetrina rotta o chissà cosa. Quel che è certo è che migliaia di persone hanno cominciato a correre e a calpestarsi, a cercare non si sa dove una via di fuga da non si sa che. Più di millecinquecento feriti, otto dei quali gravi, uno di questi è un bambino che, per due giorni ha rischiato la vita. Qualche vecchio juventino parla dell’Heysel, e viene da credergli, immaginando il dolore che quell’esperienza significa. Dopo giorni di indagini la polizia e gli inquirenti faticano a trovare la causa del panico, di quella fuga precipitosa che le immagini di quella sera ci hanno descritto. Avevano in mente l’eco di Parigi, di Manchester, di Londra: lo spettro del terrorismo poco ci manca facesse più morti del terrorismo stesso.

Il giorno dopo tutte le maggiori testate giornalistiche portavano in prima pagina i fatti di Torino, oscurati solo dall’attentato che, quasi contemporaneamente, era avvenuto vicino al London Bridge. L’ansia di trovare un colpevole rende qualsiasi testimonianza magicamente attendibile: il petardo, l’automobile lanciata sulla piazza, il cedimento di un megaschermo, un jihadista confuso tra la folla che ha iniziato ad urlare minacciando persone. Ecco, ad un certo punto i giornali sembrano quasi averlo individuato il jihadista: è li, ad un angolo della piazza, con lo zaino sulle spalle e le braccia larghe, in una posizione che “evoca quella di un kamikaze”. Il jihadista per caso si presenterà poco dopo in questura, insieme alla sua compagna, spaventato e scosso, a spiegare che le braccia larghe servivano ad intimare “calma” alla folla impazzita. Qualunque cosa sia successa in piazza egli ne è estraneo.
Il giorno dopo ancora, lunedì 5, “La Repubblica” insiste: in piazza c’erano un centinaio di ultras diffidati a dirigere la situazione. Viene da chiedersi: quale situazione? Cosa dirigevano? Chi erano (proprio nel senso di nomi e cognomi) e cosa hanno fatto, materialmente? Il giornale più autorevole d’Italia si astiene dal comunicarlo. Il martedì l’episodio è relegato alla cronaca locale, dove si punta il dito sull’organizzazione della giunta Appendino e si fanno mielosi resoconti sui salvatori del bimbo di otto anni, ormai stabile e fuori pericolo.

La buttiamo lì: a Torino non è successo niente. Sì, certo, la paura, i feriti, un bambino in condizioni gravi, ma non è successo niente, materialmente. Soprattutto nulla di nuovo. Eppure da quel marasma, e dalla cagnara che ha provocato, riusciamo a tirar fuori degli spunti di riflessione.

La paura – “La paura genera paura / la paura genera paura: ti blocca!” recitava Ferretti in una canzone dei CSI. L’Europa, è il caso di dirselo, è tornata ad essere un campo di battaglia. Il teatro di una guerra subdola, sporca. Partorita dal suo stesso ventre e che di esso banchetta. Un tumore di cellule impazzite difficile da sradicare. Capita sempre più spesso di sentire di attentanti, sanguinosi e allucinanti, nel cuore del continente che si professa accogliente e multietnico. Assistiamo impotenti allo strazio del sangue e alla routine del cordoglio. È normale avere paura. È normale che in una situazione tranquilla, di festa, come può essere quella della visione collettiva di una partita la “voce” di un terrorista in giro per la piazza possa avere conseguenze devastanti. La detonazione della paura repressa. La paura di un qualcosa non vero, ma verosimile.

Enduring feardom – A seguito di ogni attentato il galateo prevede dei rituali precisi: uno dei passaggi obbligati è quello dei politici che dicono che non bisogna farsi intimidire dai terroristi, non dargliela vinta. La realtà è che siamo quotidianamente terrorizzati dall’allarmismo e dal clamore sul pericolo islamico, pompato a mille da giornali e talk-show. Un pericolo drammaticamente reale, ma la cui percezione viene distorta ed ingrandita esageratamente, fino a farla sembrare incombente quando non lo è. Nel balletto delle etichette intercambiabili dei nostri giornalisti – dove “immigrato”, “clandestino”, “musulmano” e “terrorista” vengono usati quasi fossero sinonimi – cresce rigogliosa la paura del vicino, l’insicurezza che spinge a svuotare le metro, a guardare con sospetto chi si professa musulmano. Ogni giorno veniamo riempiti di messaggi, di “notizie”, che ci parlano della pericolosità dell’altro, che c’insegnano la diffidenza verso di esso: un flusso mediatico nel quale è lo stereotipo, la percezione drogata e distorta, a sopraffare la realtà. Ci viene dipinto un mondo di costante pericolo, provocato da un nemico oscuro che si nasconde ovunque, impalpabile e nebuloso come i mostri d’infanzia. Ma in grado di suscitare fobie che fanno più di millecinquecento feriti. Sempre i giornali, sempre i mezzi d’informazione hanno preferito dare in pasto al giustizialismo mediatico un ragazzo che cercava di tranquillizzare la folla impaurita, inventando pose equivoche. Persa anche quella strada, smentita dalla dura realtà, non è rimasto che battere la sempreverde pista degli ultras: capro espiatorio facile e indifendibile, spauracchio utile per tutte le stagioni. Secondo “la Repubblica” dirigevano, ma cosa non è dato sapere. E soprattutto quale collegamento ci fosse fra la loro presenza in piazza e l’esplosione della paura non è specificato, ma sottinteso, suggerito con il solo citarli. Un’accusa velata che contrasta con le norme del buon senso, in cui prima di puntare il dito bisogna informarsi, analizzare, circostanziare. Ricordatevi di loro quando vi parleranno di fake news. Perché riflettere, indagare le cause profonde della paura, quando si può puntare tutto su delle vittime sacrificali, crocefisse oggi e dimenticate domani? Perché non provare a ragionare buttando acqua sul fuoco, anziché la solita benzina?

Il dito, la luna e gli stolti – C’è da dire, però, che se il nostro obiettivo è quello di sconfiggere i terroristi non lasciandoci terrorizzare allora lo stiamo mancando alla grande. Ci giustifica il fatto che una normalità fatta di centri commerciali, trepperdue, muri puliti, contratti a termine, bacheche social come unico protagonismo politico e vicini di casa da “buongiorno e buonasera” sono degli idoli ben poco seducenti ai quali votarsi. Se c’è una colpa che può essere imputata a chi era in quella piazza è proprio quella di essersi dimostrato non in grado di gestire una situazione tanto assurda quanto normale (perché, ricordiamo, non è successo nulla). La sicurezza della linearità, l’estraneità all’imprevisto, a quelle che possiamo definire “dinamiche di piazza”, è il sintomo di una distanza enorme dalla vita comunitaria e dai suoi inciampi. L’estraneità dal mondo, la delega, il feticcio securitario, l’anestesia dallo stare insieme, dal condividere momenti collettivi con tutti i loro carichi di incognite. Probabilmente è proprio l’assenza di quest’anestesia, l’abitudine alle situazioni collettive, che ha fornito agli ultras juventini presenti in piazza la freddezza necessaria a non farsi prendere dal panico. Il ministro Minniti, subito dopo il delirio torinese, ha comunicato che per i grandi eventi verrà sempre garantita la “massima sicurezza”: è davvero questa la protezione, la sicurezza ovattata e deresponsabilizzante di cui abbiamo bisogno?

I lupi e gli agnelli – Il jihadismo uccide. Ai concerti per adolescenti a Manchester, mentre facciamo check-in a Bruxelles, mentre beviamo una birra in un pub vicino Southwark, mentre chiacchieriamo a Parigi: siamo bersagli. Non è una bella situazione. L’Italia, graziata finora, non continuerà ad avere in eterno questo privilegio. Guardiamoci in faccia: siamo sulla lista. Non sappiamo dove, né quando, ma saremo colpiti. Quello che sappiamo è che i meccanismi che generano questa violenza sono tutti nostri, tutti interni alla cultura e alla società europea, per quanto gli esecutori degli attentati si professino musulmani. Si nutrono dell’odio che le guerre di noi occidentali hanno portato in Medio Oriente, in Africa, in Asia, di emarginazione sociale, crescono nelle periferie, come fiori innaffiati dall’abitudine del sospetto immotivato, della paura che spinge a chiudersi in casa e rimpiangere città e quartieri abitati da onesti italiani: tempi e luoghi che non sono mai esistiti, se non nei racconti da romanzetto dei talk-show condotti da simil-giornalisti in cui parlano solo politici razzisti. Chi sono i nostri nemici: i razzisti d’accatto? I giornalisti che vendono pornografia della paura? Certamente. Ma anche chi è talmente pazzo da sacrificarsi in nome di un ideale malato, di una religione di cui in fondo non sa nulla, e in cui manco crede. Se i primi sono letame, i secondi sono le piante malate e velenose ch’essi concimano. Poniamoci la domanda: come possiamo fermarli, finché siamo in tempo? Siamo sicuri di voler continuare a scappare?

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