UN’ EMERGENZA ABITATIVA CHE DURA DA SESSANT’ANNI:LE LOTTE DI IERI E OGGI VOL.2

0 Posted by - 26 giugno 2017 - CONTRIBUTI, METROPOLI vs TERRITORI

 Nei primi anni Ottanta, si disgregava progressivamente la solidarietà di una classe che faceva sempre più fatica a riconoscersi come gruppo con medesimi interessi e analoghe condizioni materiali. Gli operai perdevano il proprio ruolo di avanguardia politica in un processo collettivo rivoluzionario. Iniziava ad assumere centralità un ceto intermedio di impiegati, commercianti e piccoli imprenditori.

Se gli anni Ottanta sono stati gli anni della cassa integrazione e dei licenziamenti di massa, gli anni Novanta e Duemila diventano gli anni della precarietà di massa. I salari reali diminuiscono e si moltiplicano le forme di lavoro atipiche che non garantiscono una continuità di reddito nel tempo. All’inizio degli anni Duemila, si percorre una fase di espansione della base occupazionale e di riduzione della disoccupazione; ma le condizioni dei lavoratori peggiorarono drasticamente: diminuiscono i salari reali e, quindi, il potere d’acquisto, aumenta l’instabilità lavorativa, si diffonde il fenomeno della sottoccupazione e dei working poori. Per incoraggiare l’occupabilità della popolazione attiva e stimolare le assunzioni da parte delle aziende vengono attuate politiche di flessibilità numerica in entrata, attraverso l’introduzione di contratti a tempo determinato, e in uscita, attraverso l’eliminazione o l’ammorbidimento delle tutele contro il licenziamento. Si realizzano politiche di flessibilità organizzativa attraverso l’esternalizzazione di parte dell’attività produttive: si moltiplicano le cooperative che non rispettano minimamente le condizioni contrattuali previste dal CCNL. I contratti flessibili si sostituiscono progressivamente alla vecchia forma a tempo pieno e indeterminato, rendendo precari e instabili i percorsi lavorativi ed esistenziali. Il Pacchetto Treu del 1997 e legge Biagi del 2003 codificano e regolano queste nuove forme contrattuali.

Per quanto riguarda la questione abitativa, ripercorrendo storicamente la curva del mercato immobiliare, dei consumi e dei redditiii, si osserva che nel decennio Sessanta i redditi hanno avuto un incremento del cinquanta per cento, mentre gli affitti e i consumi sono aumentati solo di un quarto percentuale; nel decennio Settanta la quota di proprietari di case superava il cinquanta per cento della popolazione e le famiglie riuscivano a mantenere un costante accumulo di denaro. Dalla fine degli anni Settanta e per tutti gli anni Ottanta, l’inflazione ha causato un innalzamento degli affitti e dei consumi; solo due strumenti legislativi, l’equo canoneiii e la scala mobileiv (entrambi aboliti negli anni Novanta), hanno salvaguardato i risparmi di lavoratori e famiglie.

La logica “investi sul mattone” per proteggere i risparmi dall’inflazione è stata propagandata chiaramente; la casa è passata ad essere da bene d’uso a un bene d’investimento e una fonte di reddito per moltissime famiglie. Dalla seconda metà degli anni Novanta e per tutto il primo decennio Duemila, i costi per i consumi e il mantenimento dell’abitazione iniziano ad incidere eccessivamente sul reddito delle famiglie. I proprietari di case diventano il 70% della popolazione residente; ma in verità aumentano i proprietari di mutui perché solo attraverso l’indebitamento si è in grado di acquistare un alloggio. Dal 2005, per la prima volta, la curva dei costi per l’abitazione supera quella dei redditi. Il processo di cartolarizzazione e vendita del patrimonio pubblico e il processo di liberalizzazione del mercato degli affitti aggravano ulteriormente la situazione. Con la crisi finanziaria legata principalmente allo scoppio della bolla immobiliare, l’abitazione rappresenta un simbolo di status sociale e un bene di lusso per gli esclusi dal mercato.

Negli ultimi due decenni, i prezzi delle abitazioni sono cresciuti in modo inversamente proporzionale al numero di alloggi popolari. Stando ai dati pubblicati da Federcasa, in totale si contano meno di un milione di alloggi di edilizia residenziale pubblica, di cui circa 800 mila gestite dalle Aziende Casa (ex IACP); dopo il processo di dismissione avviato con la legge 560 del 1993, l’offerta è calata del 22%. Il ricavato dalle vendite – lontano dai prezzi di mercato – non è stato sufficiente a costruire nemmeno un terzo del patrimonio venduto. Anche l’offerta residenziale destinata ad alcune categorie di lavoratori (Poste, Ferrovie, etc.), le case degli Enti previdenziali (INPS, ex INPDAP) e delle compagnie assicurative hanno subito un graduale e massiccio processo di cartolarizzazione e dismissione. La Riforma Dini del 1995 (legge n. 335), la legge del 2001 recante disposizioni in materia di privatizzazione e valorizzazione del patrimonio immobiliare pubblico (legge n. 410), la finanziaria del 2003 che permetteva la vendita del patrimonio di Regioni, Comuni ed Enti locali hanno ulteriormente affermato il concetto di “fare cassa” per il risanamento del debito pubblico. Infine, la legge che disciplina le locazioni e il rilascio degli immobili a uso abitativo (legge n. 431 del 1998) completa la liberalizzazione del mercato delle locazioni e alimenta dinamiche d’innalzamento degli affittiv.

Queste scelte chiaramente di natura politica hanno generato processi di impoverimento e aumento del disagio abitativo sia in termini di aggravamento dell’incidenza dei costi sul reddito (negli ultimi dieci anni, il costo generale della casa è cresciuto del 77% per chi si trova in affitto e del 24% per chi ha la proprietà; le retribuzioni, invece, sono cresciute solo del 18%) sia in termini di espulsione da aree e quartieri per le famiglie che non hanno potuto acquistare gli alloggi in vendita o pagare i crescenti canoni di affitto.

Per questi motivi, l’emergenza abitativa è riesplosa con tutta la sua dirompenza. Si è sottovalutato il problema per lungo tempo perché si è pensato che riguardasse fasce ridotte della popolazione.

A fronte di un surplus di 5,6 milioni di case vuote e un invenduto di 540 mila unitàvi, il numero di persone che perdono casa sono in costante crescita. Come si osserva dai grafici, negli ultimi vent’anni sono aumentate le richieste di esecuzione soprattutto per un’impossibilità a sostenere i costi dell’affitto; si tratta di “morosi incolpevoli”, secondo una definizione introdotta proprio negli ultimi anni.

A Roma, in particolare, il mercato immobiliare presenta i costi più elevati: l’affitto di una stanza si aggira intorno ai 450 eurovii al mese, i canoni medi delle abitazioni (arredate) al libero mercato stanno intorno ai 727 euro al mese per un monolocale, 850 euro per un bilocale, 1.042 euro per un trilocale e 1.023 euro per un quadrilocaleviii. Dal 2007 a oggi si registra una variazione percentuale del +42% di sfratti emessi e del +37% di sfratti eseguiti con l’intervento della forza pubblica.

Ultimi dati disponibili, nel 2015 è stato emesso uno sfratto ogni 399 nuclei familiari, ma molte grandi città presentano una situazione peggiore della media nazionale: Roma con uno sfratto ogni 272 famiglie, Genova 1/317, Firenze 1/323, Palermo 1/324, Napoli 1/335, Verona 1/353, Milano 1/357 e Bologna 1/696.ix

Per questo motivo, sono riesplose le iniziative antisfratto e le occupazioni di immobili in tutta Italia. A Roma, in particolare, si contano oltre sessanta occupazioni a scopo abitativo e una decina di progetti di autorecupero. Ma in verità il numero è sottostimato perché sfuggono dal conteggio palazzine occupate indipendentemente dai movimenti di lotta per la casa e le occupazioni di singoli appartamenti di enti pubblici lasciati invenduti o di alloggi popolari.

Proprio il successo e l’espandersi di queste iniziative organizzate ha avuto però come effetto negativo la reazione dura da parte dello Stato, con forme di repressione volte a negare la legittimità di tali azioni. L’ultimo provvedimento legislativo, conosciuto con il nome di “Piano casa Lupix, rappresenta un dispositivo di controllo perché prevede disposizioni che favoriscono la dismissione del patrimonio residenziale pubblico (art. 3) e il contrasto alle occupazioni abusive d’immobili (art. 5).

Questo provvedimento impedisce a chiunque occupi un edificio di chiedere la residenza e l’allacciamento a pubblici servizi: energia elettrica, gas, servizi idrici e telefonia fissa. Inoltre dispone che gli occupanti abusivi di edifici pubblici non possono partecipare alle procedure di assegnazione di questi alloggi per i cinque anni successivi (art. 5, comma 1-bis). All’acuirsi dell’emergenza abitativa, dunque, si risponde con un irrigidimento legislativo che ha pesanti conseguenze e ricadute sull’esercizio di alcuni diritti. Impedire di chiedere la residenza anagrafica comporta diverse negazioni: l’iscrizione al Servizio Sanitario Regionale che garantisce l’assistenza sanitaria (assistenza medica e pediatrica, farmaceutica, specialistica ambulatoriale, ospedaliera, domiciliare e consultoriale); l’accesso alle prestazioni socio-assistenziali; l’accesso al sistema scolastico; per i cittadini italiani, l’iscrizione nelle liste elettorali del comune e l’esercizio del diritto di voto; per le persone rifugiate e immigrate, ostacola la possibilità di rilascio del permesso di soggiorno o l’acquisizione della cittadinanza.

Questo provvedimento genera una zona del non essere e dell’esclusione perché, di fatto, discrimina e rende illegali le persone che occupano casa per necessità. Colpisce senza pietà chi si attiva e reagisce ai pesanti attacchi di un ceto politico disponibile unicamente a seguire e applicare politiche neo-liberiste.

Ma perché negli ultimissimi anni le lotte non portano a vittorie reali?

La difficoltà sta nel fatto che, a differenza dei decenni passati, non c’è una base sociale coese e consapevole. Molte persone non hanno una precisa collocazione di classe e una chiara visione dei propri interessi. Anche nei quartieri più periferici, molte famiglie si riconoscono e si identificano come proprietari di case. Il fatto che l’emergenza abitativa colpisce sempre più persone (ad esempio il proprio vicino di casa, un parente, un amico, un collega), vedere eseguiti sempre più sfratti per le vie dei propri quartieri, la difficoltà a pagare le bollette sono questioni rilegate a “problema privato”. Le colpe vengono scaricate su chi subisce e non sui veri responsabili del problema: amministrazioni locali, Governo e Stato. Spesso si generano guerre tra poveri; la destra cavalca il problema degli sfratti per mettere contro proletari italiani e proletari di origine straniera.

Come si può uscire da questo impasse? Come ricreare dei veri rapporti di forza? Come riuscire a legittimare pratiche di autorganizzazione e di resistenza messe in campo dal basso?

In questa fase storica, a queste domande non corrispondono adeguate risposte. È importante il lavoro capillare nei quartieri per diffondere l’idea che non è giusto risolvere privatamente problemi generati da fattori di natura sociale ed economica; che la lotta e la resistenza paga; che l’unione e la solidarietà, al di là dell’appartenenza nazionale, sono gli unici fattori che possono riuscire a contrastare i dispositivi di controllo e repressione esercitati dai poteri politici ed economici.

Chiara D.

i Pugliese, E., Rebeggiani, E. (2004). Occupazione e disoccupazione in Italia. Dal dopoguerra ai giorni nostri. Roma: Edizioni Lavoro.

ii Cresme – Riusa (2012). Il mercato immobiliare in Italia e nelle città. Estratto da <www.ordinearchitetti.mi.it/download/file/11106>.

iii L’equo canone è uno strumento di politica abitativa che prevede la determinazione dell’ammontare massimo del canone di locazione non sulla base dai prezzi di mercato e dalla libera contrattazione delle parti, ma sulla base delle condizioni dell’alloggio. La legge del 1978 prevedeva che l’affitto e il subaffitto di un’abitazione non potesse superare il 3,85% del valore locativo dell’immobile.

iv Strumento di politica economica finalizzato a mantenere costante il potere d’acquisto, indicizzando i salari all’aumento dei prezzi.

v Graziani, A. (2005), Disagio abitativo e nuove povertà. Firenze: Alinea.

vi Fonte: censimento 2011.

vii Elaborazione dati provenienti dal sito <www.easystanza.it>.

viii Fonte dati Nomisma.

ix Ministero degli Interni (2015). Gli sfratti in Italia: andamento delle procedure di rilascio di immobili ad uso abitativo. In < http://ucs.interno.gov.it/ucs/contenuti/168224.htm>.

x D.L. n. 47/2014, poi convertito con modifiche dalla L. n. 80/2014.