SCIOPERO! APPUNTI DAL MONDO DEL LAVORO

0 Posted by - 30 giugno 2017 - LAVORO

Parlare di lavoro, oggi, appare una necessità sempre più urgente. Da sempre contraddizione centrale attraverso cui si muovono sia le aspirazioni dei rivoluzionari che le speranze della gente comune di avere una vita quanto meno dignitosa, un ragionamento sul conflitto tra capitale e lavoro sembra invece oggi essere evitato accuratamente proprio dalle giovani generazioni di compagni. È chiaro che ogni discorso su lavoro, salario e sfruttamento debba avere come terreno di partenza l’analisi delle dinamiche economiche globali, oltre che delle riforme liberiste attuate dai propri governi nazionali negli ultimi decenni. Persone più grandi, preparate e specializzate di noi già lo fanno meglio di quanto potremmo farlo noi, ma ci ripromettiamo sia di cimentarci in prima persona, sia di dare spazio a documenti di analisi vera e propria.

Ci interessa però in primis dare vita a una sezione in cui abbiano spazio le esperienze “nostre”. Perché il lavoro e il non lavoro sono tematiche a cui nessuno sfugge, e negli ultimi tempi, diciamo gli anni ’10, quelli in cui la gente della nostra età ha iniziato a lavorare o a cercare inutilmente lavoro, si stanno abbattendo sulla nostra quotidianità i rapidissimi cambiamenti che si sono succeduti in pochi anni. La crisi economica strutturale che non accenna a finire e le riforme di scuola, università e mondo del lavoro ci hanno fatti precipitare nell’epoca del lavoro gratuito o clamorosamente sottopagato, basato sul concetto di stage, di tirocinio, di “fare esperienza”, del “fare curriculum”, che ormai sembra diventare come una versione negativa dell’utopia di Galeano, quella che ogni passo in avanti che fai si allontana di un passo, ma che serve a continuare a camminare, e in questo caso, a continuare a farsi sfruttare.

Gli under 35 sono seriamente in difficoltà quando si parla di lavoro. Perché di fatto non ci sono modelli desiderabili, ed è anche normale che in una società capitalista non ci siano modelli di lavoro salariato desiderabili. Il ritorno indietro a un posto fisso, ovvero a seppellirsi per 40 anni nella stessa fabbrica o nello stesso ufficio, con gli stessi orari e gli stessi pochi colleghi, al servizio sempre di un padrone o dello Stato, non appare certo un orizzonte ottimale, e ciò è comprensibile. Anzi, grandi ed eroiche lotte furono fatte proprio per liberarsi da quel modello. Il problema è che queste battaglie furono perse, e adesso ci troviamo in una situazione indiscutibilmente peggiore, sia a livello salariale che esistenziale: la precarietà più selvaggia. Una precarietà che sembra non lasciare alcuno spazio alla sperimentazione di nuove forme di lotta, o almeno fino ad ora chi ha provato a inventarsi qualcosa a riguardo non ne ha tirato fuori granché. Se guardiamo alle lotte nel lavoro, gli unici spiragli sembrano esserci proprio laddove esiste ancora un qualcosa di simile all’operaio massa, come nella logistica o nella grande distribuzione. Oppure nelle lotte, ormai del tutto difensive e di retroguardia (ma non per questo meno giuste), per salvare il posto di lavoro dalla delocalizzazione nei settori dell’automobile e dell’industria pesante.

Nei giovani militanti (ma anche in molti meno giovani) si nota molto la tendenza a provare in tutti i modi a ricavarsi una nicchia più lontana possibile dal lavoro salariato, in cui guadagnarsi in qualche modo da vivere con forme più mutualistiche. Intento umanamente del tutto comprensibile, ma che non può risolvere il problema, anzi nasconde in sé il terribile spettro dell’auto-sfruttamento. A volte si arriva addirittura a comportamenti, di fatto, mentalmente dissociati, come andare a fare “le lotte degli altri” senza fare quelle che riguardano la propria condizione. Si lavorano le proprie ore senza fiatare, e poi si va ai cancelli di qualche fabbrica in sciopero. Cosa umanamente anche lodevole, ma che non può portare nulla di buono dal punto di vista della crescita della lotta di classe. Così come sono del tutto vuote le rivendicazioni di reddito slegate da qualsiasi forma di lotta, e non è un caso che il tema del reddito di cittadinanza sia sventolato a livello mainstream ormai soltanto da un movimento reazionario come il 5 Stelle. Ed è sicuramente consolatorio, ma altrettanto perdente, pensare di aggirare il problema concentrandosi solo sulla lotta “territoriale” e sulla riappropriazione di reddito: due aspetti fondamentali ma assolutamente non sufficienti.

La classe dominante ci mantiene poveri e soggiogati tramite la relazione subordinata di lavoro, tramite le catene del lavoro salariato (e ormai nemmeno più salariato, siamo tornati alla schiavitù, magari anche a chi costruiva le Piramidi in Egitto dicevano che “faceva curriculum”). Se vogliamo sconfiggerla e non solo ricavarci delle piccole nicchie di pace, dobbiamo tornare ad affrontarla su quel terreno.

Per questo vogliamo iniziare un percorso di autoinchiesta, raccontando le nostre esperienze di lavoro nel mondo attuale, la nostra quotidianità di sfruttati, provando a individuare le cose che ci danno più fastidio, che danno più fastidio ai nostri colleghi, gli elementi in cui il padrone potrebbe essere più debole e quindi su cui si potrebbe attaccare. Un percorso che raccolga anche le testimonianze di chi ci legge. Perché un’efficace azione concreta non può che partire dalla sintesi tra una corretta analisi delle dinamiche macroeconomiche e la fisicità urgente dei nostri bisogni. Coraggio compa’. Siamo ai tempi del lavoro gratuito: davvero, oggi più che mai, non abbiamo altro da perdere se non le nostre catene.

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