I SEMI E LE MACERIE: UNA NUOVA PROPOSTA DAL MESSICO CHE RESISTE

0 Posted by - 5 luglio 2017 - CONTRIBUTI, INTERNAZIONALISMO

Il Messico: un Paese attraversato da una dolorosa scia di sangue, nascosta dietro la facciata di una ridente cartolina caraibica o la foto di una maestosa piramide. Dietro l’immagine turistica, il potere politico e quello legato al crimine organizzato, fusi in un’assassina simbiosi, da almeno 10 anni continuano a portare avanti una guerra senza scrupoli contro la popolazione in generale e più sistematicamente contro i popoli indigeni e contro le donne (nella sola Ciudad Juarez ne scompare una a settimana e nell’hinterland di Città del Messico in questi mesi del 2017 già si sono registrati 258 femminicidi). Il saldo di questa guerra non dichiarata, dal 2006 a oggi, è di 170.000 morti ammazzati e circa 30.000 “desaparecidos”. Questi sono i numeri sconcertanti della dittatura neoliberista in Messico, cifre globalmente inferiori solo alla Siria e alla sua drammatica guerra.

La forma di governo che il Narco-Stato messicano impone è basata sulla connivenza completa fra partiti politici e cartelli mafiosi, a tutela degli interessi economici delle imprese multinazionali, impegnate a spolpare il sottosuolo (petrolio e minerali), il suolo (monocoltivi, legna, acqua ed energia elettrica) e la popolazione (come mano d’opera migrante, come esercito di riserva o come ornamenti folkloristici nelle destinazioni turistiche). Di solito si definisce questo tipo di economia d’assalto “capitalismo estrattivista”, basato nel furto violento e diretto delle materia prime e dei territori, con tutti i suoi abitanti e culture. I pistoleros mafiosi intervengono spesso nelle zone rurali per generare terrore e spopolare i luoghi che le imprese multinazionali hanno preso di mira, ne segue la militarizzazione e l’installazione del progetto economico previsto (una miniera o un giacimento petrolifero, per esempio). Si stima all’incirca che il 20 o il 30% del territorio messicano sia già stato dato in concessione a compagnie multinazionali, per l’“esplorazione” di possibili giacimenti o per l’impianto di grandi coltivazioni transgeniche. Parliamo di milioni di ettari, un’estensione nella sua totalità maggiore a quella della penisola italiana.

La cosiddetta guerra al narcotraffico, di cui ogni tanto si parla nei telegiornali europei (più per un morboso piacere del sangue che per fare reale informazione) non ha in realtà altro scopo che militarizzare ulteriormente i territori per meglio garantirne la devastazione e il saccheggio e l’annichilimento dell’intero tessuto sociale, il quale viene poi riplasmato sugli interessi del capitale stesso.

Allora come non parlare del popolo Coca di Jalisco, a cui l’imprenditore Guillermo Moreno ha già sottratto vari ettari di terra comunitaria? Come non parlare di ciò che sono stati costretti a subire i popoli Otomí Ñhañu, Ñathö, Hui hú, e Matlatzinca aggrediti dalla grande opera dell’autostrada Toluca-Naucalpan, giunta a sventrare terre e a distruggere case e luoghi sacri? Come non parlare dell’incedere dell’industria straniera mineraria ed eolica che nel sud di Veracruz pone a rischio l’esistenza stessa dei popoli Nahua e Popoluca, già assediati e stremati dal narcotraffico? E in Michoacán, a Ostula, Aguila e Cherán dove il narco e l’estrazione del ferro sono la ragione di morte per decine di contadini organizzati in difesa della propria terra? Per ogni territorio un progetto di saccheggio e morte, per ogni popolo indigeno una possibilità imminente di estinzione (attraverso l’assimilazione o lo sterminio).

Citiamo fra i tanti morti di questa guerra il compagno Rodrigo Guadalupe, ammazzato nel suo villaggio, Cruztón, in Chiapas, da un gruppo armato lo scorso 22 maggio, sotto una pioggia di proiettili che si è abbattuta sul presidio permanente a difesa dei terreni comunitari nei quali per giunta si trova proprio il cimitero. Allo stesso modo ricordiamo Jaime Lopez Hernández, dell’organizzazione OIDHO, nello Stato di Oaxaca, anche lui assassinato in un cimitero comunitario, dagli stessi interessi di mafiosi e capitalisti. Li citiamo, fra tanti, perché abbiamo potuto conoscere i loro occhi, le loro parole e i loro sogni di libertà: gli stessi nostri. Ma sono solo due delle 16.000 persone assassinate ogni anno in questa enorme macelleria a cielo aperto chiamata Messico.

La lista di infamie, saccheggi, sparizioni, stupri e omicidi potrebbe continuare all’infinito e peggiora vertiginosamente di giorno in giorno. “Tutto questo deve essere fermato, bisogna organizzarsi e prepararsi per resistere alla tormenta che ci viene addosso”, continuano a dirci le compagne e i compagni dell’Ejercito Zapatista de Liberación Nacional e del Congreso Nacional Indígena (CNI): molte organizzazioni politiche e comunitarie di questi popoli originari alle prese con la devastazione capitalista si ritrovano in una struttura nazionale, il CNI appunto, per condividere programmi di lotta, solidarizzare e trovare una formula per fare uscire il Messico dal sistema capitalista, mantenendosi in basso e a sinistra naturalmente. Inutile dire che all’interno del CNI (attivo dal 1996) gli zapatisti costituiscono una parte molto importante dell’ossatura, essendone tra l’altro i fondatori.

A ottobre del 2016, in occasione dei suoi vent’anni, si è aperta la prima sessione del V congresso del CNI con una dichiarazione, per bocca del Subcomandante Galeano, che è arrivata a spiazzare e provocare diverse reazioni. Il Congreso Nacional Indígena ha fatto partire una consultazione in ognuno dei suoi popoli per “smantellare dal basso il potere che ci impongono dall’alto e che ci offre un panorama di morte, violenza, spoliazione e distruzione“. Ci si è quindi dichiarati in assemblea permanente per far partire una serie di consulte finalizzate alla formazione di un Consiglio Indigeno di Governo (CIG) il cui proposito è esplicitamente quello di governare il Paese, con gli stessi principi e criteri che reggono il sistema autonomo zapatista in Chiapas. Una sorta di Giunta del Buon Governo, ma a livello nazionale.

Il Consiglio Indigeno di Governo, nominato il 28 maggio 2017 in un’assemblea in Chiapas con 1400 delegati di svariati popoli indigeni messicani, è un organo collettivo, formato da delegati provenienti dalle assemblee di ogni territorio, popolo e tribù che lo compongono e dovrà prendere in considerazione i popoli di tutto il Messico, indigeni e (successivamente anche) non indigeni e chiunque sia sfruttato, represso e emarginato. Si tratta di una proposta necessaria e di vitale importanza, attraverso la quale l’EZLN sta cercando di indirizzare il CNI verso un livello superiore di organizzazione che lo ponga come reale soggetto politico rivoluzionario all’interno del Paese. Una scelta necessaria e anche disperata, come lo fu quella armata del 1° gennaio del ’94. Oggi come allora sorge immediato il dovere di dire “BASTA!” visto che la guerra di oggi è per volume di fuoco, estensione geografica e numero di morti, decisivamente maggiore a quella di allora. La Comandancia zapatista ha lasciato intendere, vista la situazione, che questo Consiglio Indigeno di Governo potrebbe essere la ultima possibilità di cambiare il Paese attraverso la via pacifica.

C’è anche un’altra parte di questa proposta, poi ratificata in accordo con la plenaria della seconda sessione del V congresso del CNI tenutasi nel caracol di Oventik il primo gennaio 2017, che ha fatto molto discutere; il Consiglio Indigeno di Governo sarà rappresentato da una portavoce, “una donna indigena del CNI, di sangue indigeno e che conosca la propria cultura” e “che sarà candidata indipendente alla presidenza del Messico per le elezioni del 2018.È la parte più mediatica di tutta la proposta, quella che ha anche permesso di rompere il muro di silenzio attorno allo zapatismo, strategia usata dal potere negli ultimi 15 anni per isolare l’EZLN. Con una “cannonata” di questo tipo tutti i partiti, i mass media e le altre organizzazioni hanno dovuto rispondere e prendere posizione: ciò ha fatto in modo che i detrattori dell’EZLN aprissero bocca per dimostrare quanto, a dir loro, il CNI si lascerebbe pilotare dagli zapatisti, come se i popoli indigeni fossero un gregge di pecore sempre prone e pronte a seguire il pastore; solito cliché razzista sempre in voga da destra e, sfortunatamente, anche a sinistra. Altri, meno attenti alle complesse tematiche messicane, hanno gridato al tradimento, giudicando la questione elettorale in estrema contraddizione con la tradizione politica dell’EZLN.

In realtà gli zapatisti continueranno a non presentarsi alle elezioni e a non votare, neppure per la candidata del CNI, come dichiarato in un lungo comunicato del 17 novembre 2016, dove ribadiscono il loro rifiuto al potere, dando però appoggio pieno, politico, logistico ed economico all’iniziativa del CNI. La portavoce del Consiglio Indigeno di Governo, nonostante la confusione intorno al tema, non è zapatista: si tratta di María de Jesús Patricio Martínez ed è una compagna – medica erborista – appartenente al popolo Nahuatl di Jalisco, nominata nella scorsa e partecipatissima assemblea di maggio (con 1400 delegati, come già menzionato).

L’EZLN e il CNI sono perfettamente consapevoli che il terreno elettorale è insidioso quanto strutturalmente infame, si basa sulla sopraffazione, sul calcolo politico e sulla frode ed è per questo che sanno benissimo che nel 2018 non vinceranno alle elezioni e tantomeno interessa loro. La vera sfida politica è che il Consiglio Indigeno di Governo continui ad andare avanti al di là dei risultati elettorali del 2018, mantenendosi come una struttura di governo autonoma nazionale, così come lo sono le Giunte del Buon Governo nelle zone liberate del Chiapas. La candidatura della portavoce del Consiglio Indigeno di Governo vuole provare a colpire la classe politica dove gli fa più male, serve a fare da trait d’union all’interno del CNI e anche a generare una sorta di censimento per vedere le forze su cui si può potenzialmente contare a livello nazionale. Non secondaria è la questione della repressione: gli attacchi nei confronti delle comunità aderenti al CNI si stanno facendo sempre più frequenti, e una partecipazione alla campagna elettorale sarà utile nel rompere il silenzio mediatico riguardo ogni denuncia per arrivare a quanta più gente possibile, riproponendo con vigore la questione indigena nell’agenda nazionale. È doveroso sottolineare che il CNI e l’EZLN non stanno creando nessun partito o struttura elettorale parallela (con deputati e amministratori locali); stanno cercando invece di organizzare una nuova articolazione sociale che possa destabilizzare e distruggere l’ammuffito sistema politico messicano.

La parte principale della proposta dunque, a parte quella più prettamente strategica della partecipazione alle elezioni, continua a essere la creazione di questa federazione di autonomie che è il Consiglio Indigeno di Governo. Qualora questo laboratorio di autogoverno nazionale avesse successo potrebbe quest’ultimo anche configurarsi come una forza suscettibile di riconoscimento politico a livello internazionale, capace di stabilire relazioni con rappresentanze politiche di altre geografie per dissuadere una possibile invasione militare da parte degli Stati Uniti o una qualsiasi altra operazione di matrice imperialista.

È un’offensiva, un contrattacco che pretende di colpire la politica di sopra. Bisogna agire subito, attaccare adesso prima che sia troppo tardi e bisogna farlo insieme. La tormenta è già qui, è arrivata e si fa sempre più burrascosa, l’EZLN e il CNI hanno tratto il loro dado: “Invitiamo i popoli originari di questo Paese, i collettivi della Sexta, i lavoratori e le lavoratrici, i fronti e i comitati in lotta dalla campagna e dalle città, la comunità studentesca, intellettuale, artistica e scientifica, la società civile non organizzata e tutte le persone di buon cuore a serrare i ranghi e passare all’offensiva, a smantellare il potere in alto e a ricostituirci non più solo come popoli, ma come un Paese, in basso e a sinistra, a unirci in un’unica organizzazione in cui la dignità sia la nostra ultima parola e la nostra prima azione. Vi invitiamo a organizzarci e fermare questa guerra, a non avere paura di costruirci e seminare sulle rovine lasciate dal capitalismo.

Nodo Solidale