DOVE NASCONO L’AMORE E L’ODIO: GENOVA PER NOI

0 Posted by - 20 luglio 2017 - RIFLESSIONI

Nell’estate del 2001, la generazione di compagni a cui apparteniamo, quella per intenderci protagonista dei movimenti studenteschi del 2008 e del 2010, e adesso affaccendata nella difficile ricostruzione di una lotta di classe potente, era ancora piccola. Chi adesso ha tra i 25 e i 30 anni o poco più, ne aveva allora tra i 10 e i 15. Troppo piccoli non solo per esserci, ma anche per avere un’idea chiara degli accadimenti, delle cause, delle parti in gioco. Abbastanza grandi però per riuscircene a interessare, per capire in linea di massima quello che diceva il telegiornale o l’editoriale di un quotidiano, per impressionarsi vedendo immagini forti, per iniziare timidamente a confrontarsi a tavola con i parenti o a scuola con qualche coetaneo più “sveglio”. E in quell’età in cui ancora le giornate sono occupate in larga parte dalle partite di pallone ai giardini, o al limite dai primi videogame di qualità decente che qualche amico riusciva a procurarsi, di avvenimenti storici ve ne furono. In quell’estate stavamo ancora imparando a fare i conti con la nuova moneta che ci avevano appioppato in tasca, più veloci noi piccoli, confusi e macchinosi i grandi e i vecchi, che continueranno per anni a fare l’equivalenza dei prezzi con le “vecchie Lire”. Di certo, eravamo già abbastanza grandi per ricordare tuttora che, vecchia o nuova moneta, il nostro potere d’acquisto era parecchio superiore, che noi e la gente intorno a noi avevamo un tenore di vita che oggi ci sognamo, ma nonostante questo c’era chi aveva la lungimiranza di scendere in piazza per avvertire tutti del destino crudele che i padroni di tutto il mondo ci stavano preparando, azzeccandoci in pieno. Ma aver avuto ragione su tutta la linea è solo una beffa in più. E a proposito di eventi epocali, appena finita quell’estate, in un caldo e assolato pomeriggio di settembre ci incollammo tutti ai televisori con gli occhi sgranati guardando andare in fumo i simboli di quegli USA che avevamo sempre ritenuto un colosso inattaccabile. Fu un punto di svolta: l’inizio della guerra globale preventiva e dall’altra parte della minaccia terroristica costante con cui facciamo i conti ancora oggi. Facendo due conti al volo, in 16 anni ci siamo fatti sottrarre una quantità di ricchezza da un lato, e di libertà dall’altro, che fa paura. E questo è stato possibile anche perché, durante quell’estate, è successo anche qualcos’altro di epocale. Quella che, per noi, è stata una vera epifania, forse addirittura una seconda nascita, causata, come spesso accade in natura, da una morte.

Il punto qui non è fare un’analisi del movimento No Global, fin troppo sfaccettato forse anche per poter essere definito “movimento”. Dai salotti buoni della sinistra radical, a lotte sociali fortissime, serie e radicali, dai pacifisti alla teppa, c’era davvero di tutto. Quello che qui preme sottolineare è il clima sociale. Il fatto che in tutto il mondo l’opposizione al liberismo, alle logiche guerrafondaie, allo sfruttamento selvaggio, fosse forte, che un discorso anticapitalista fosse di fatto egemone nella società. Non nel senso che fosse maggioritario, ma che si imponeva, costringeva tutti a parlarne, a prendere in qualche modo posizione, a vedere in quelle maree umane che si palesavano in ogni angolo del mondo a contestare i vertici dei “Grandi”, spesso scontrandosi con la polizia, una speranza oppure una minaccia. E il clima che si costruì intorno al G8 di Genova fu davvero quello di una finalissima. Nostro malgrado, detto a posteriori. Perché se una finalissima la perdi, le conseguenze sono terribili, e non essendo quello un torneo sportivo, magari la logica della finalissima sarebbe stato meglio non sposarla. Ma tant’è. Nei mesi precedenti non si parlò d’altro. E noi, ragazzini che già coltivavano ambizioni da adulti, fummo assorbiti dal vortice, complice anche l’estate e quindi l’assenza sia della scuola che dello sport, che fosse praticato o visto da spettatori. Certo, non è che si giunse a formarsi opinioni di senso compiuto sui meccanismi economici della globalizzazione, sul dissesto idrogeologico causato dallo sfruttamento dei territori, o sul riscaldamento globale. Per quanto riguarda il sottoscritto, nemmeno a capire davvero se parteggiare per i manifestanti oppure no. Ma l’attesa era enorme, il disinteresse non era un’opzione ammissibile.

E poi tutto divenne più chiaro, quando finì il tempo dei discorsi e lo scorrere plastico degli eventi si palesò davanti ai nostri occhi, crudo e spietato. E le nostre vite cambiarono, per sempre. Perché dedicare la vita, o larga parte di essa, alla militanza politica, non è una scelta da poco. Magari da piccolo non te lo saresti mai immaginato. Certo, non è che dal giorno dopo ci si mise a volantinare in quartiere, o a fare il collettivo alle scuole medie. Ma la scintilla era scoccata, e non si tornava più indietro, si era diventati compagni. Negli anni seguenti sarebbero arrivate le fondamenta di tutto quanto: i libri letti, le teorizzazioni sentite e fatte, le spiegazioni dei più grandi, le esperienze concrete, le lotte organizzate dando il proprio contributo in prima persona. Ma in quei giorni di fine luglio emettemmo il primo vagito. Perché vedemmo di cosa è capace lo Stato per difendere le vite e gli interessi dei suoi uomini più potenti, e di conseguenza dei ricchi e dei padroni di tutto il mondo. Vedemmo, con occhi ancora innocenti, una violenza davvero efferata, premeditata, goduta e gustata da parte di ogni singolo pezzo di merda di celerino. Vedemmo, nella crudele sequenza del filmato preso dal vivo, la vita sprizzare nel fuoco della rivolta e un secondo dopo giacere a terra, con un buco poco sotto l’occhio. Sapemmo delle torture effettuate con soddisfazione e divertimento, a freddo, nelle caserme, e dell’Arancia Meccanica della Diaz.

E dall’altra parte, nonostante tutto, apprezzammo il coraggio e la dignità, che apparivano davvero enormi, sovrumani, di chi resisteva, non scappava, combatteva. E provammo simpatia, da subito, per chi affronta la piazza a testa alta, piuttosto che per chi si destreggia tra mille distinguo.

E capimmo che a questa gente, agli otto grandi, agli sbirri, e al sistema che rappresentavano e difendevano, non bastava augurare ogni male. Bisognava dare il proprio contributo per farglielo. Perché i Nostri erano in piazza e ci sarebbero tornati, e prima o poi ne avremmo viste di nuovo delle belle, e noi ci saremmo stati. Fare la rivoluzione e fargliele finalmente pagare tutte, nel nome di tutti gli sfruttati della storia. O se questo sarà impossibile, essere almeno una fastidiosa zanzara che turba il sonno dei potenti senza dare pace.

La figura di Carlo è stata oltraggiata dal nemico in ogni modo, e questo non può stupirci. Molto probabilmente è stata abusata anche da noi stessi, nel senso che trattarlo da eroe appare ingiusto sia verso di lui che verso la mentalità collettiva che dovremmo avere. Ma ce lo possiamo anche perdonare, almeno noi che ce la siamo vissuta in quel modo da adolescenti. Resta il fatto che quelle giornate, e la sua morte più di ogni altra cosa, ci hanno insegnato, o forse è meglio dire rivelato, qualcosa che nella vita è fondamentale: che bisogna amare con forza e odiare con ancora più forza. Amare i tuoi compagni di strada, fino all’estremo sacrificio, e odiare chi li mette in pericolo. Per sempre. E non è soltanto un ragionamento lucido e razionale, e neanche uno slancio morale o un qualcosa che a Carlo “gli promettiamo” o “gli giuriamo”. Semplicemente, è qualcosa che è entrato dentro di noi e non se ne andrà più.

Ciao Carlo

Oreste