SPUNTI DI ANALISI PER UN DIBATTITO SULL’UNIVERSITÀ ATTUALE

0 Posted by - 22 luglio 2017 - FORMAZIONE

Com’è l’Università in cui studiamo? Che tipo di sapere ci offre? E dal punto di vista economico, quali sono le spese cui l’Università pubblica ci costringe? E come si relaziona con il mondo al di là delle mura di cinta del campus o della cittadella: con il mondo del lavoro, con il sistema economico, sociale e politico in cui viviamo, che è, senza troppi giri di parole, il capitalismo? Sono temi e problemi ricorrenti nelle assemblee ormai da anni, abbiamo quindi sentito la necessità di affrontarli all’interno di un discorso complessivo. Un discorso nato a partire dalle nostre esperienze personali ma che vorremmo allargare, al di fuori dei collettivi, per avere un’idea più generale della situazione dell’Università pubblica. Le riflessioni che riportiamo qui di seguito non possono, quindi, rappresentare una fotografia dello stato attuale dell’Università nella sua interezza, ma possono essere spunti per ragionare sui problemi più ricorrenti e per suscitare un dibattito che porti ad un’analisi quanto più larga e comprensiva possibile della realtà odierna.

Negli ultimi vent’anni l’università pubblica è molto cambiata: ad esempio possiamo parlare delle tasse che negli anni ’90 costavano intorno alle poche centinaia di migliaia di lire e che, adesso, si attestano mediamente sui mille euro annui; ciò è dovuto ad un progressivo processo di aziendalizzazione dell’Università pubblica. I tagli ai finanziamenti hanno contribuito a questo processo e sono andati ad intaccare anche ambiti quali quello del diritto allo studio (borse di studio, alloggi universitari), che garantiva la possibilità di accedere all’istruzione universitaria a tutti. Negli ultimi 10 anni, La Sapienza ha subito un calo di quasi 50mila iscritti ed andando ad analizzare la composizione sociale, determinata dalla provenienza di classe, degli studenti se ne troveranno pochissimi iscritti dalle fasce di reddito più basse. Altro dato di fatto è la minor partecipazione alla vita universitaria con causa probabilmente riscontrabile nelle nuove tecnologie e nel periodo di crisi economica, che costringe più studenti a lavorare durante la carriera.

Iniziando questa analisi a partire dal rapporto qualità-quantità, il primo problema da affrontare è quello dell’introduzione del sistema “3+2” che è andato a stravolgere corsi ed esami. Per quanto riguarda i corsi, sono passati da annuali a semestrali andando ovviamente a diminuire gli approfondimenti delle tematiche trattate; il numero degli esami si è invece moltiplicato e, invece di concretizzarsi in un approfondimento delle materie, ciò comporta solo una mera ripetizione di argomenti già trattati. Il “3+2” porta con sé anche un’altra innovazione: il sistema dei crediti formativi. Questi hanno spinto sempre di più gli studenti ad un approccio agli esami di tipo quantitativo piuttosto che qualitativo.

Un aspetto molto importante nell’ambito della formazione universitaria, su cui bisogna necessariamente soffermarsi in un’analisi come questa, è l’oggetto degli insegnamenti. L’Università degli ultimi decenni è sempre stata in tensione tra due parti: da un lato, la necessità del sistema capitalistico di fornire un’istruzione superiore volta al progresso e, quindi, al rafforzamento del sistema stesso; dall’altro, la spinta proveniente dal basso, dagli studenti, da molti ricercatori e da alcuni docenti verso un’istruzione che garantisse le capacità di sviluppo di un pensiero critico. Vogliamo correre il rischio di sembrare banali e ideologici affermando che gli insegnamenti universitari, specie in una Facoltà come Scienze Politiche, siano funzionali al sistema dominante; corriamo questo rischio perché, in realtà, in molti casi non sono semplicemente funzionali, ma hanno l’obiettivo dichiarato di riprodurne gli schemi e i principi.

Per esempio, l’insegnamento dell’Economia: possiamo dire che quasi nessun corso (e di conseguenza nessun docente) tratti teorie economiche alternative rispetto a quella cui siamo soggetti in Italia e nella maggior parte del mondo. Parliamo, ad esempio, del fatto che non si faccia il minimo riferimento alla critica di Marx all’Economia Politica. Neanche la teoria della decrescita – spesso reputata anticapitalista, ma che in realtà propone al capitalismo una soluzione per uscire dalla crisi economica attuale diversa dal neo-liberismo – viene minimamente presa in considerazione. Ci troviamo quindi a poter affermare che l’insegnamento dell’economia nella nostra facoltà non permette allo studente di sviluppare un pensiero critico verso il sistema in cui viviamo.

Anche l’ambito del Diritto risulta spesso troppo statico e viene insegnato come incontestabile, certo e indiscutibile; l’unico più frizzante è forse il Diritto Internazionale: giusto perché viene spiegato che molte delle norme che lo compongono sono carta straccia, dando così agli studenti la minima possibilità di mettere a critica e di ragionare su ciò che stanno studiando.

Passando ad un altro ambito che dovrebbe essere fondamentale, ossia l’insegnamento della storia, pensiamo che il problema sia proprio quello della non centralità di questa disciplina nel percorso formativo obbligatorio. Dovrebbe essere la materia che, più di tutte le altre, aiuti a comprendere l’evoluzione della società umana e delle comunità politiche, la concatenazione e le concause degli eventi, e invece viene insegnata in maniera sin troppo generica.

Un ulteriore esempio rappresentativo di questa maniera di studiare materie fondamentali in modo acritico lo possiamo trovare nell’ambito della Geopolitica. Fatta eccezione per i casi in cui i docenti stessi propongono un approccio critico allo studio degli argomenti trattati, ci permettiamo di fare una critica al modo in cui questa materia viene insegnata, in quanto prende in considerazione solo dinamiche statali di interessi che convergono o risultano contrapposte in alcune zone del Pianeta, senza badare alle situazioni all’interno degli Stati. Una critica rivolta quindi sia alla Geopolitica in sé come metodo di studio delle relazioni e dei conflitti internazionali, sia al modo in cui viene insegnata.

Non possiamo non parlare anche dei problemi legati alle modalità di svolgimento delle lezioni. Gli studenti sono continuamente portati a chiedersi se valga la pena frequentare dei corsi; in effetti ci sono lezioni che si basano integralmente su una mera ripetizione o lettura delle parole del libro, spesso scritto dai professori stessi. Esistono, però, anche corsi utili alla preparazione dell’esame in quanto le lezioni sono impostate in modo tale da dare spunti per comprendere gli argomenti. Concretamente, le tipologie di lezioni sono due: quella più diffusa, ossia la lezione verticale, in cui il professore spiega senza interruzioni e senza possibilità di replica; oppure quella – rarissima ma che sarebbe più auspicabile – in cui il tempo è ripartito fra spiegazione da parte del docente e una parte in cui venga lasciato spazio di discussione agli studenti per confrontarsi ed entrare nel vivo della materia.

Per concludere questa nostra analisi, vorremmo provare a capire come si inserisce l’Università all’interno del sistema capitalistico. Per uno spunto di discussione, siamo partiti da ciò che diceva il sociologo francese Bourdieu riguardo al sistema di istruzione in Francia e, essendo molto simile il sistema scolastico francese a quello italiano, ci è possibile applicare il suo punto di vista parlando della nostra università. La riflessione del sociologo francese è partita da questa domanda: “È vero, come viene detto e ripetuto dall’ideologia dominante, che la scuola appiana le differenze di classe? Nel senso, è vero che persone con un diverso retroterra culturale-economico-sociale – noi diremmo semplicemente “di diverse classi” – una volta uscite dal percorso formativo hanno le stesse possibilità di successo nella società?”. La soluzione a cui è pervenuto Bourdieu è che la scuola, lungi dall’appianarle, riproduce e sedimenta le differenze di classe tra gli studenti. Attraverso una serie di strumenti, di funzioni, le differenze che i ragazzi portano in classe e che derivano dalla loro condizione sociale d’esistenza (“condizione di classe”), vengono rimarcate dall’istituto scolastico che tende quindi a premiare i figli di una certa borghesia a scapito di quelli provenienti dalle classi meno abbienti.

A noi qui interessa sottolineare che la scuola non appiana le differenze di classe, ma, visto che questa analisi riguarda la struttura della scuola fino agli anni ’90, vorremmo confrontare questa frase con la situazione attuale. Ad oggi, infatti, sembra proprio che la discriminazione si sia spostata al momento dell’accesso all’istruzione, piuttosto che dello sbocco sul mondo del lavoro.

Qui proponiamo il pdf del documento scritto poco più di un anno fa.

per un dibattito sull’Università attuale

Collettivo Autorganizzato di Scienze Politiche