LE PIETRE SU AMBURGO

0 Posted by - 4 agosto 2017 - EDITORIALI

Il G20 di Amburgo: il summit dei potenti, il contro-vertice dei compagni, le barricate, le squadre speciali della polizia e i giorni (e le notti) di fuoco.

Qualcosa di grosso si è mosso ad Amburgo nei primi giorni di luglio, lo si può interpretare in modi differenti ma di certo non si può ignorarne la dimensione.

Riprendiamo con piacere il testo prodotto dalla Brigata Yan Valtin (qui) , come trampolino per buttare giù un nostro bilancio e nodo per allacciarci a quello che può essere un filone di dibattito proficuo.

Partiamo anzitutto da due assunti fondamentali:

a) il contro-vertice, preso di per sé, è per noi uno strumento di lotta inutile nella fase attuale per il suo limite congenito: manca di qualità e quantità conflittuale quotidiana capace di mantenersi e radicarsi nel tempo. Più che un momento di lotta, forse è meglio definirlo un momento di manifestazione simbolica di opposizione. Ciò nonostante riconosciamo la grande forza espressa nei giorni di Amburgo, e la potenzialità insita nel mostrare la nostra forza in momenti di “zenit”. Eravamo scettici sul contro-vertice di Roma il 25 marzo, e rimaniamo scettici sullo strumento in sé. Ma senz’altro, se ben organizzato e partecipato con lo spirito giusto, può essere uno strumento simbolico efficace, può parlare un linguaggio chiaro sia nei confronti del nemico che degli sfruttati che assistono o si uniscono al riot.

Questo però è un risultato ascrivibile alla capacità organizzativa dei compagni e al contesto specifico in cui si cala l’azione; il che ci porta al secondo assunto fondamentale: b) se pensiamo che una parentesi simile sia riproducibile in contesti differenti con la medesima forma cadiamo nell’errore della generalizzazione. Il movimento tedesco si è impegnato nella costruzione di questo evento da circa un anno prima, una costruzione lenta, ragionata e realizzata con cura e attenzione che ha coinvolto direttamente compagni-e da più parti d’Europa. Lo sforzo organizzativo messo in campo è stato un investimento importante che ha dato poi grandi frutti. Inoltre, il tutto si svolgeva in quello che probabilmente è il quartiere più “rosso” dell’intero mondo occidentale. Dire che la situazione è riproducibile sempre e ovunque è probabilmente un buono sprone a migliorarsi, ma non è certo un fedele ritratto dell’attualità.

Bisognerebbe poi aggiungere all’analisi la presa in considerazione del comportamento del nemico attribuendogli capacità di scelta. Senza dubbio è vero che il dispositivo repressivo è andato in difficoltà, non sarebbe giusto nasconderselo. Però non è neanche un’analisi sufficiente ed esaustiva. Il nemico può sempre scegliere, specie se così potente come lo Stato tedesco. Bisogna tenere in considerazione la possibilità della scelta di “limitare i danni”, di una valutazione che dica “stavolta questi si sono organizzati bene e sono tanti, un po’ di danni li faranno, evitiamo di far diventare lo scontro troppo cruento che sennò potrebbe essere anche peggio…tanto fino al prossimo contro-vertice chi li rivede” (qui ribadiamo la nostra critica allo strumento contro-vertice, specie quando tende a sostituire l’azione quotidiana). Da aggiungere a ciò, l’attitudine più attenta ai principi (paraculi, sia chiaro) dello “Stato di diritto” rispetto a quello che succede da noi e in generale nei Paesi mediterranei. Niente caroselli coi blindati lanciati a 100 all’ora, niente lacrimogeni ad altezza uomo, poca repressione preventiva. Chi c’era racconta che nelle giornate precedenti i Decathlon e i Leroy Merlin pullulavano di gente. Qui stiamo ai daspo per le felpe col cappuccio e ai pullman sequestrati in autostrada. Non che in Germania la repressione non ci sia, tra l’altro siamo ancora qui a reclamare 6 compagni e compagne italiani tuttora detenuti (non dimentichiamocene mai, anche se parliamo di vittoria), ma diciamo che l’attitudine della pubblica autorità tedesca, nonostante l’enorme spiegamento di uomini e mezzi, ha lasciato dei margini per l’agibilità di un riot che non si vedono “sempre e ovunque”.

C’è sicuramente molto da imparare da Amburgo come dai movimenti tedeschi su questo piano: la capacità organizzativa è stata ed è da sempre un’arma potente che ha, talvolta, saputo supplire anche a carenze di discorso politico più generale. Ancora più importante per noi è da cogliere la capacità di attraversare uno spazio-momento di rivolta riuscendo a convogliare, supportare e mettere in campo pratiche e visioni differenti (blocchi, manifestazioni di massa, scontri, manifestazioni teatrali, ecc.), stridenti alle volte e renderle attacco comune che si alimenta proprio grazie alle differenze. Per un movimento come quello italiano dove i “grandi momenti” diventano occasione per fare a gara, imporsi gli uni sugli altri, improvvisare bislacche quanto volatili alleanze capaci di egemonizzare la piazza, tutto ciò è qualcosa che si è perso di vista da molto tempo e che deve tornare ad essere una sensibilità comune se si vuole finirla con la demenziale autofagia che ci accompagna.

Per capire quanto sopra basta il paragone tra le giornate di Amburgo e il 25 marzo di Roma. La differenza è stridente, l’accostamento parla da solo.

Cogliamo inoltre con estremo interesse il richiamo ad un’attitudine rivoluzionaria: coraggio nel mettersi in gioco, nel rischiare ma con intelligenza, la fede nella possibilità della vittoria, la sensibilità alla differenza che si fa intelligenza tattica nel momento dell’azione sono elementi propri della ragione e della volontà di chi è determinato alla sovversione di un esistente marcio, decadente eppure fortissimo. Buttiamo a mare i piagnistei sull’onnipotenza del nemico, l’autocommiserazione per il proprio minoritarismo, l’attitudine al ribasso del più debole. Sull’Elba questi elementi hanno funzionato, è stato forato il dispositivo, la vittoria si è ottenuta; piccola, temporanea ma loquace.

Solo colui che non teme la morte delle mille lame può disarcionare l’imperatore.

Quanto possiamo generalizzare questa vittoria però? L’asimmetria dello scontro che in piazza si impone con grande fortuna quanto e come è trasponibile sul terreno politico?

La comune è davvero il frammento spazio-temporale di un quartiere in rivolta per una notte? Oppure è la costruzione di un contro-potere comunista e autonomo che avanza anche lentamente e che nella rivolta di una notte trova una (o più) dei suoi momenti di zenit?

Proprio in virtù di questa ipotesi di generalizzazione, spendiamo due righe sul blocco dei flussi:

questo si è dimostrato uno strumento di lotta grandioso nell’ultimo decennio, eppure non è l’unico né ciò che possiamo prendere ad obiettivo della lotta rivoluzionaria. È uno strumento come altri che abbiamo quali la riappropriazione, lo sciopero, l’autorganizzazione. Il punto è che la debolezza del nemico non è solo nella movimentazione delle sue merci e dei suoi capitali, è nella sua intrinseca tendenza ad instillare la tensione al conflitto ovunque esso avanzi: le contraddizioni, le sue disfunzioni si aprono in ogni luogo di produzione e sfruttamento, in ogni quartiere gentrificato o territorio devastato, in ogni bisogno negato ed ogni diritto calpestato. In mezzo a tutto ciò noi possiamo trovare spazi di radicamento, dobbiamo assumere come nostra quella potenziale tendenza al conflitto che alberga in questi luoghi; coglierla, acuirla, renderla manifesta entro un comune orizzonte di lotta.

Fare ciò sempre e ovunque ci porta all’ultimo punto di interesse: l’internazionalismo. È ora che i tentativi di lotta locali trovino una propria dimensione globale. Il nemico è organizzato globalmente e dappertutto i grandi drammi che apre sono gli stessi. Tocca allora organizzarci anche noi su questo piano, capire che se il nemico è uno, le problematiche le medesime, allora la risposta dev’essere univoca. Con ciò non intendiamo la necessità di costruire una mega-organizzazione che perda tutto il suo tempo e le sue energie alla ricerca di un proprio equilibrio interno, ma alla percezione che ovunque si vada all’attacco del capitale ci sono i nostri compagni e le nostre compagne, c’è un proletariato che si organizza e risponde. Dobbiamo costruire ponti, conoscerci, sentirci parte di un’unica grande battaglia, agire insieme quando se ne dà l’occasione, dobbiamo tessere reti di solidarietà e sovversione che solchino gli oceani e diano oggi la dimensione della nostra potenza storica.

Ultima piccola postilla polemica. Quando si parla di brandizzazione del riot e di espropri diretti solo a simboli del lusso e del capitale multinazionale mentre i piccoli esercizi di quartiere vengono risparmiati dal fuoco, ci si prende in giro da soli. Non è stato così, tanto da causare un problema palese ed evidente. Non nascondiamo gli errori sotto il tappeto, assumiamoli sanamente e svisceriamoli tramite l’analisi e l’autocritica, tanto più che è cosa risaputa e naturale che nella rivolta lo spontaneismo e l’eccesso di zelo sono di casa. Banalmente, se su questo si è sbagliato capiamo come non ripetere l’errore due volte. Se sbagliamo non nascondiamocelo, proviamo a fare di meglio. Non ce ne vogliate per questo, ma siamo troppo fedeli alla massima guevariana: “la verità è sempre rivoluzionaria”.

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