MA QUALE INVASIONE… FERMIAMO LA FUGA!

0 Posted by - 7 settembre 2017 - RIFLESSIONI, SUGGESTIONI

D’estate, come di consueto, il tema dell’immigrazione conquista ancora più posizioni nel dibattito pubblico, e al contempo indietreggia ulteriormente di qualche passo il livello di competenza e serietà con cui si affronta la questione. Negli anni passati si parlava soprattutto di aumenti degli sbarchi, ma quest’anno in territorio libico e in alcuni dei paesi di origine le partenze sono state rese molto più difficili, con la coercizione di forze militari e paramilitari e la regIa politica dei nostri governi. Il dibattito da ombrellone nell’opinione pubblica italiana si è quindi concentrato sulla trita e ritrita questione dell’“invasione”, dei vari centri abitati piccoli o grandi che sostengono di “non poter più sostenere altri arrivi”, fino ad arrivare alla geniale idea di sgomberare un enorme palazzo occupato da 4 anni da centinaia di richiedenti asilo eritrei e somali a piazza Indipendenza, a due passi dalla stazione Termini. Un evento gravissimo e drammatico, che però ha avuto dei risvolti importanti che non ci possono lasciare indifferenti. Innanzitutto il caos politico e concettuale in cui si sono auto-gettati PD e Movimento 5 stelle, che inseguono nella loro propaganda la destra più becera, ma poi restano schiacciati dalle proprie stesse contraddizioni alla prova dei fatti. Anche perché si trattava di richiedenti asilo, ai quali, stando ai trattati internazionali, una casa gliela deve dare lo Stato, il quale quindi doveva solo ringraziarli di averci pensato da soli ad occuparsela, altro che sgombero. La retorica legalitaria e questurina della “guerra agli abusivi” funziona per raccattare qualche titolo sui giornali e contendere qualche voto alla destra, ma all’atto pratico crea enormi problemi, a partire dall’aver lasciato per strada, invece che dentro un palazzo, centinaia di persone, per poi rincarare la dose con le selvagge cariche di pochi giorni fa, che hanno fatto esplodere un autentico bubbone all’interno dell’“intellighenzia” (verrebbe da ridere) della presunta sinistra italiana. Che senso hanno scene come queste? Non è meglio lasciare la gente dentro i palazzi occupati piuttosto che scatenare la guerriglia urbana? Addirittura il “fascista del decoro” Minniti arriva ad ipotizzare di utilizzare beni confiscati alla mafia per tamponare l’emergenza abitativa. Ovvio che alle promesse di personaggi del genere diamo il giusto credito, ma se ciò accadesse anche una sola volta, sarebbe la riprova che i rapporti di forza possono costringere anche i governi peggiori ad attuare misure socialmente sensate. Il punto è sempre lo stesso: è necessario costringerli a farlo. La destra, dal canto suo, ha gioco più facile e continua semplicemente a vomitare odio e a fomentare la guerra tra poveri, che però è un’arma a doppio taglio, come sta sperimentando sulla propria pelle, a suon di bastonate, la destra suprematista americana.
Veniamo a noi: la vicenda di piazza Indipendenza ha ridato fiato anche al nostro punto di vista, quello della solidarietà di classe, anche perché le forze politiche istituzionali continuano in una rincorsa a destra che lascia tantissimo terreno per argomenti radicalmente opposti. Una grande manifestazione ha sfilato per le vie di Roma e continuano assemblee pubbliche, momenti di confronto e prese di parola da parte delle realtà “di movimento” in senso lato. In un contesto del genere, e con il futuro difficile che abbiamo davanti in termini di agibilità politica, appare però fondamentale trovare l’angolazione giusta dalla quale affrontare il tema delle migrazioni e scardinare convinzioni largamente diffuse tra la popolazione, ma basate sui contenuti nulli della propaganda mediatica. Questa angolazione non può che partire da valutazioni materialiste, e un dato su tutti non può più essere ignorato: il nostro è un paese di emigrazione molto più che di immigrazione. I dati del 2016 parlano di 180mila arrivi e 250mila partenze di italiani verso altri paesi. E non per una vacanza o un erasmus, ma per rimanerci. Nella stragrande maggioranza dei casi, a fare lavori umili, non certo a fare tutti quanti i ricercatori nei laboratori del Cern di Ginevra. La retorica dei “ragazzi che cercano fortuna all’estero”, dei “cervelli in fuga”, viene ancora usata ma fa acqua da tutte le parti.
E quindi, se vogliamo tornare a essere efficaci, a parlare alla maggioranza delle persone e farci capire, va bene continuare a contrastare il razzismo e la guerra tra poveri strada per strada, ma dobbiamo rivolgerci in modo convincente anche agli sfruttati nati e cresciuti qui. Prima che emigrino, o che si facciano trascinare dal disagio e dalla propaganda razzista.
La narrazione pubblica è importante, fondamentale in un periodo come questo, di fake news e di licenza di sparare qualunque minchiata. E non significa solo ciò che si scrive sui social, ma ciò che si risponde sull’autobus all’idiota che fa discorsi razzisti, ciò che si dice nelle assemblee di quartiere, che si argomenta a cena con parenti qualunquisti. E ciò che si propone di fare sul terreno della lotta.
In poche parole, la nostra attenzione non può essere rivolta solo ai migranti. Perché un paese da cui emigrano 250mila persone all’anno (Istat) ha tantissimi altri problemi, che come antagonisti, o meglio come rivoluzionari, non possiamo ignorare o sottovalutare. La solidarietà umana e politica, la mano tesa verso chi è in estrema difficoltà, non deve mai mancare, e su questo ci siamo. Ma il discorso politico deve iniziare a essere più coraggioso, e a usare i numeri, non è possibile che ci riduciamo a essere semplicemente dei missionari che invitano alla bontà e alla tolleranza verso gli ultimi. Bontà e tolleranza un cazzo. Il fatto che i nostri amici, i nostri cugini, i nostri compagni se ne vadano altrove invece che provare a strappare qualcosa di meglio qui, nella loro terra, è un fatto sanguinosamente doloroso, che grida vendetta, e che ha dei responsabili. Perché noi che ancora proviamo a starci in Italia lo sappiamo come funziona: alternanza scuola-lavoro, stage e tirocini gratuiti, mesi o anni con paghe da fame prima di arrivare a uno stipendio decente (ovvero in grado di coprire le spese e nulla più), servizi sociali assenti, prospettiva di vivere con i genitori o se va bene con 4 coinquilini fino a 40 anni. Una vita di merda. Che fa venire voglia di emigrare. In alcuni casi anche di uccidersi. E, sarà un discorso cinico, ma i numeri di chi sta messo così sono infinitamente più alti di quelli dei migranti. Se non riusciamo a parlargli è colpa nostra. Se diamo l’impressione di curarci solo di un’esigua minoranza, vuol dire che abbiamo un problema. Non facciamoci trascinare dalla retorica dei razzisti, che concentrano tutto su una singola questione per buttarla in caciara, e quindi attaccano a testa bassa il migrante. Noi non dobbiamo solo difendere il migrante, dobbiamo riprenderci gli autoctoni. Evitare che emigrino, o che si facciano mangiare il cervello dalla propaganda. Cominciando davvero a non essere timidi quando sentiamo i discorsi di merda al lavoro, a scuola, sull’autobus. A dire che non te la puoi prendere con l’immigrato quando tuo nipote fa la stessa sua vita a Londra, dove lava i piatti in uno scantinato. E che a fare quella vita ce l’hanno costretto i padroni e i politici italiani.
Oltre al discorso, ovviamente, c’è l’azione, e lì il terreno si complica, ma le possibilità ci sono. È fondamentale che si individuino terreni di lotta che interessino le masse, la maggioranza delle persone. Perché una lotta non la si fa per convinzione etica. O meglio, la fa solo chi parte da un forte convincimento ideologico, ma sarà sempre un’esigua minoranza. La lotta parte dai bisogni, da ciò che brucia sulla pelle di ognuno. Non possiamo quindi sperare che la lotta per i diritti dei migranti venga attivamente abbracciata da chissà quanta gente. E poi, noi rifiutiamo le frontiere e le divisioni tra persone basate sull’etnia e la provenienza geografica. E preferiamo di conseguenza parlare di sfruttati, non di migranti. Dobbiamo far dimenticare agli autoctoni le inutili polemiche da talk show non tanto prendendo parte anche noi a quelle polemiche, ma proponendo la lotta di classe. Un inizio, ma è solo un esempio tra tanti, potrebbe essere una lotta dura contro l’alternanza scuola-lavoro, condotta da studenti, genitori e docenti (quindi potenzialmente tantissima gente) rifiutando in toto di prestarsi a un simile scempio, che è il simbolo più alto della barbarie a cui ci ha portato la nostra classe politica e imprenditoriale, un vero e proprio ritorno allo sfruttamento del lavoro minorile, che per di più peggiora le condizioni di tutti i lavoratori.
Non serve che diventino tutti antirazzisti, non serve un convincimento ideologico da missionari: serve far luce sulle dinamiche di classe e individuare dei nemici. Perché i tempi sono duri, e in tempi simili le masse hanno bisogno di nemici. Sarà bene che iniziamo ad indicarglieli noi, altrimenti potremmo finire per diventarlo noi, e sarebbe la più grande delle sconfitte. Noi buoni non lo siamo stati mai, perché dovremmo cominciare proprio ora?

ORESTE