AIUTIAMOLI A CASA LORO! – Una storia di cooperazione internazionale, esperimenti sociali e colonialismo di nuova generazione

0 Posted by - 13 settembre 2017 - INTERNAZIONALISMO

Nel dibattito che si sviluppa attorno al tema dell’immigrazione occupa uno spazio significativo un insieme di proposte riassumibili in quattro parole: aiutiamoli a casa loro.
Da un lato c’è chi declina questo slogan in termini direttamente coloniali: le varie invasioni, guerre, deposizioni di “dittatori” a cui si è assistito e si assiste tutt’ora sono sempre accompagnate da una retorica civilizzatrice e liberatrice. È facile incontrare persone che ritengono opportuno occupare i porti libici o perlomeno collaborare con le autorità locali per fermare l’invasione. Non a caso recentemente è stato siglato l’accordo Italia-Libia sulla gestione dei flussi migratori che si configura come un trattato d’intesa per una cooperazione essenzialmente militare tra i due Paesi.
Gran parte dei critici di tali soluzioni ritengono d’altro canto ragionevole pensare che i flussi si regolino creando condizioni di vita accettabili e dignitose nei Paesi dai quali gli immigrati partono. Questo discorso vale per l’Africa così come per l’Occidente: solamente dall’Italia partono ogni anno 250mila lavoratori e lavoratrici, giovani o meno, in cerca di sogni da realizzare ma soprattutto di possibilità da cogliere, oppure spesso per mera sopravvivenza.
La questione è certamente più complessa e va affrontata in un’ottica internazionalista, che guardi allo sviluppo autonomo e alla liberazione dai bisogni di ogni essere umano, ribaltando i termini in cui è posta, cioè rifiutando il retaggio coloniale del discorso e ponendo l’attenzione sui potenziali e sui processi che questa genera. In parole più chiare, l’unico modo efficace che hanno gli sfruttati per aiutarsi concretamente è conoscere il mondo in cui vivono e organizzarsi per cambiarlo.
Come spesso avviene, quando si guarda oltre la cortina fumogena della propaganda e dell’ideologia e si analizza la realtà si scoprono fenomeni interessanti e si svela il significato recondito e reale delle parole: un buon esempio è dato dalla storia che segue.

Dal 2008 ad oggi il network internazionale di scuole “Bridge International Academies” (BIA) ha educato più di centomila bambini in oltre 500 scuole di Kenya, Uganda, Liberia, Nigeria, India. Il BIA è un’organizzazione for-profit, nata con lo scopo di fornire educazione primaria sostenibile ed accessibile alle famiglie povere, attraverso l’uso di strumenti tecnologici e modelli educativi innovativi ed efficienti. Nella lista dei suoi finanziatori spiccano le fondazioni di Bill Gates e Mark Zuckerberg, la Banca Mondiale, il gigante dell’educazione e dell’editoria Pearson e altri fondi simili, il Dipartimento per lo Sviluppo Internazionale del Regno Unito. Le scuole del BIA sono private e low cost, funzionano secondo un modello organizzativo altamente standardizzato e controllato che permette un forte contenimento dei costi ed un’alta efficienza – e quindi la possibilità di essere riprodotto su scale maggiori – e seguono un modello educativo e pedagogico di estrazione anglo-sassone basato su educazione scritta e test (che misurano lo stato e l’efficienza del percorso d’insegnamento/apprendimento) che vanta notevoli risultati statistici e riconoscimenti internazionali, in particolare dal mondo della grande finanza. I programmi del BIA, espliciti e dichiarati, sono di arrivare a qualche decina di milioni di studenti, e di farlo col sostegno e la partnership dei governi dei Paesi coinvolti e delle istituzioni internazionali.

Fin qui, qualcuno potrebbe dire: nulla di male. E, almeno a metà, avrebbe ragione. L’alfabetizzazione e l’educazione di base devono essere garantite a chiunque e questo principio non deve rimanere una dichiarazione d’intenti ma deve essere messo in pratica, in un modo o nell’altro, anche laddove il sistema d’istruzione pubblico è evidentemente lacunoso ed inefficace. Se ad esempio, come pare essere, in Liberia il governo non riesce ad offrire da sé un’istruzione di qualità alla sua popolazione, è giusto che qualcuno se ne occupi e che offra la sua competenza per aiutarli a farlo. A questo dovrebbero servire, nel discorso generale, i fondi destinati alla cooperazione e allo sviluppo internazionali. Ma torniamo al nostro racconto.

“Se entrate nello stesso momento, in un giorno qualsiasi, in una qualsiasi scuola del BIA, probabilmente sentirete l’insegnante sottolineare la stessa parola, nello stesso modo, con gli stessi accenti!”
Questo, all’incirca, uno degli slogan con cui si presenta pubblicamente questo progetto che, almeno per i primi otto anni di vita, ha trovato favore e sostegno diffusi. Partendo da qualche scuola in Kenya nel 2008 si è velocemente diffuso fino ad arrivare in Liberia dove ha stretto un accordo di partnership strategica con il governo per far fronte al tragico stato del suo sistema educativo.
Una BIA è una scuola dell’infanzia o una primaria che funziona con un processo altamente automatizzato. I docenti vengono formati con un corso di sei settimane, viene loro fornito un tablet sul quale ricevono giornalmente le lezioni da leggere in classe, con precise indicazioni sullo svolgimento integrale delle stesse, comprese le accentazioni e i ritmi della lettura. Gli alunni pagano rette che oscillano tra i 6 e i 20 dollari al mese a seconda del servizio ricevuto e ricevono anch’essi un supporto tecnologico (tablet o smartphone) col quale partecipare alla lezione. Le lezioni vengono elaborate da esperti statunitensi secondo schemi d’apprendimento standardizzati e monitorate costantemente. Inoltre il dirigente scolastico viene dotato di una sorta di “centralina” (un programma installato sul proprio smartphone) dalla quale controlla continuamente il tutto, compresi ad esempio i dati e le statistiche sull’assenteismo degli insegnanti o sui “traguardi formativi” raggiunti dai piccoli alunni. Secondo gli inventori e i sostenitori di tale modello in questo modo si riesce a garantire formazione di qualità a tutti quelli che altrimenti non l’avrebbero.

Sull’efficacia dei modelli educativi c’è molto da dire: innanzitutto le scuole di pensiero in questo ambito sono variegate e spesso contrastanti e in Europa (probabilmente anche negli USA) quella attualmente più accreditata promuove il superamento dei meccanismi verticali e individua la partecipazione, il coinvolgimento, lo stimolo all’interazione e alla socialità come strumenti cardine, soprattutto nelle fasi iniziali del processo di formazione. D’altra parte non è esattamente questo il luogo per discuterne in modo approfondito.
In ogni caso è interessante notare come sei settimane (ma anche sei mesi) di formazione, in assenza di un percorso formativo e un meccanismo pubblico di selezione, siano ridicole per un insegnante e come una scuola in cui non sono previste le domande a chi insegna sia perlomeno discutibile. Inoltre stabilire che 6 dollari al mese sono sostenibili, a priori, per le famiglie significa non tener conto dei contesti, e soprattutto destinare risorse verso tali progetti inevitabilmente porta a sottrarle all’impegno imprescindibile che lo Stato dovrebbe avere nel fornire formazione per tutti. Queste ed altre sono le critiche che le Nazioni Unite, per voce del Comitato per i Diritti dell’Infanzia, hanno mosso nel corso del 2016-2017 al BIA e al suo progetto in Liberia, portando alla parziale sospensione dello stesso. Anche in Kenya ed in Uganda il progetto ha incontrato ostacoli e resistenze in questo periodo. In Uganda una sessantina di scuole ed asili sono stati chiusi per ragioni educative ed igienico-sanitarie, in Kenya è iniziata una forte lotta da parte di comitati di insegnanti e genitori che protestavano per le condizioni degli arredi e degli spazi scolastici, la qualità dell’istruzione, la bassa paga degli insegnanti e degli altri operatori. Infatti, nonostante la BIA si faccia vanto di dare lavoro a chi non ce l’ha, con sei settimane di formazione, le voci di insegnanti che hanno manifestato perplessità rispetto al sistema educativo proposto non hanno tardato a farsi sentire. I sindacati, prima quelli kenyoti poi anche alcuni internazionali, hanno denunciato pubblicamente la BIA per violazioni contrattuali, accusandola di fare dumping salariale e minare alla base il funzionamento del sistema d’istruzione. Le lotte di insegnanti e famiglie si sono poi estese ad Uganda e Liberia, portando a risultati parziali. A seguito di queste lotte le Nazioni Unite si sono mosse, anche facendo pressioni sul Dipartimento inglese di Sviluppo Estero. Tra le varie accuse mosse alla BIA vi è anche quella di avere intimidito, tramite minacce legali e non solo, alcuni leader sindacali.

Tutto questo avveniva tra il 2016 e il 2017: un racconto più dettagliato si trova su Internazionale, The Guardian, Quartz, insieme a dichiarazioni, lettere e comunicati dei vari attori coinvolti. Oggi la lotta è aperta ed è in corso una campagna internazionale di denuncia.

In questa storia non ci sono armi, non ci sono caschi blu, bombe e genocidi e neanche occupazioni di territori altrui. C’è molto peggio. L’Occidente, il civilissimo Occidente, punta direttamente al futuro, alle nuove generazioni. Ci sono luoghi dove i bambini delle famiglie povere possono ricevere un’educazione qualitativamente inferiore, a patto che questa gli fornisca gli strumenti minimi per poter esser inseriti nei processi di produzione, misurati e canonizzati da qualche pensatoio liberista. Luoghi dove si sperimentano processi educativi alienanti per chi studia e chi lavora, che puntano ad affiancare o meglio a sostituire quelli pubblici. Allo stesso tempo è da ricordare, però, che vi sono nel mondo Paesi poveri che assicurano istruzione gratuita, universale e di qualità e contemporaneamente retribuzioni e status adeguati ai lavoratori della formazione, da Cuba alla più controversa Corea del Nord.

Voci accreditate da chi sta partecipando alla campagna globale contro il BIA propongono poi una lettura ulteriore, inquietante ma interessante. Se lo si guarda dalla giusta prospettiva il BIA sta provando a fare un enorme esperimento sociale, i cui attori sono le fasce più povere delle popolazioni di alcuni Paesi africani ed asiatici. Si stanno chiedendo se è possibile realizzare un sistema educativo privato che raggiunga due obiettivi: il primo è fornire competenze minime funzionali all’inserimento e alla messa a lavoro nella società “occidentalizzata” a fasce della popolazione altrimenti escluse; il secondo è fare tutto questo abbattendo i costi del personale, in questo caso gli insegnanti, ridotti a semi-automi. Una volta che l’esperimento darà gli esiti voluti il modello potrebbe essere esportato in Europa, affiancando il progressivo depauperamento del settore pubblico. A vederlo bene il modello BIA non si discosta troppo dall’Invalsi, dalla retorica delle competenze e dell’efficienza tecnologica che spopola tra i nostri recenti ministri dell’Istruzione.
Ai discorsi apocalittici e complottisti va sempre fatta la tara: questa non è la storia della multinazionale cattiva che trama per conquistare il mondo, ma la semplice, atroce, violenta realtà dell’imperialismo e dei suoi grandi attori ai quali abbiamo da opporre nient’altro che la forza dell’organizzazione internazionale degli sfruttati.

http://www.right-to-education.org/resource/bridge-vs-reality-study-bridge-international-academies-profit-schooling-kenya

Nota a margine:
Questa ricerca è stata condotta esclusivamente su articoli in lingua inglese e su testate anglo-sassoni (se si escludono wikipedia e Internazionale, che comunque rimane una traduzione). Per scelta obbligata, dato che pare non esistere nulla di scritto in italiano in merito. Questo la dice lunga sullo stato dell’informazione nel nostro Paese. In particolare, rispetto a come certe questioni vengono raccontate, tra i nostri media e quelli inglesi/statunitensi (almeno alcuni) c’è un abisso per quanto riguarda la ricchezza e l’uso di fonti dirette ed indirette, la cura dei dettagli, lo stile rigoroso, asciutto, ricco di informazioni.

Fonti: http://www.bridge-international.com, www.theguardian.com, www.internazionale.it, https:qz.com, www.wikipedia.it

Prospero